I due fratellini ebrei e la generosità di Creppo

Nonna Desia, ormai lo sapete, è un contenitore inesauribile di racconti. Quel giorno andai da lei per farmi narrare una storia che conoscevo molto bene, tante volte me l’aveva raccontata con la sua voce antica ed è ancora una delle mie preferite dei luoghi in cui vivo.

Così eccomi lì, accovacciata ai piedi della lastra di ardesia conficcata nel terreno che io e le altre creature del bosco chiamavamo Nonna.

«Ah, ratin! Me fa ben au cœ che ti sêi chi cun mi! (Ah, topina! Mi fa bene al cuore vederti qui con me!)» sospirò guardandomi mentre sgranocchiavo delle tenere mandorle ancora verdi.

«Lo so, per questo sono qui, Nonna Desia. Avanti, raccontami la storia di Creppo! Devo scrivere un bell’articolo a tal proposito e vorrei essere sicura di non essermi dimenticata nessun particolare.»

Lei rise di gusto, con quella voce roca e flebile che suscitava un moto d’affetto in me: «I g’avei sèmpre cuita vui zueni, eh? (Sempre frettolosi voi giovani, eh?) E va bene, va bene, a ta cuntentu sciübitu (ti accontento subito), anche se con la memoria che hai e con tutte le volte che te l’ho raccontata sono sicura che la conosci ormai meglio di me. Correva l’anno 1940, ratin, uno degli anni più bui della storia umana. A quel tempo i tedeschi invasero il Belgio e una famigliola che lì abitava fuggì, trovando rifugio nella Francia meridionale. In questa famiglia c’erano due bambini. I se ciamavan… (Si chiamavano…)»

«Rolf e Marianne!» esclamai, per far vedere che ero preparata.

Se Nonna Desia avesse avuto le zampe e un corpo in carne e ossa, se le sarebbe portate sui fianchi con bonario disappunto: «Alantù, se ti a cianti de interumpe autrementi a nu a finisciu ciù! (Insomma, se la smetti di a interrompermi altrimenti non finisco più!) Fammi andare avanti, che lo sai che poi perdo il filo del discorso. Sta’ brava, alantù e senti chi (Sta’ buona, adesso, e ascolta).»

Mi ammutolii e mi lasciai rapire dalla sua voce, proprio come facevo quando ero cucciola.

«Rolf e Marianne, a dixevu (dicevo), erano due bambini, ma in fondo in quei tempi era impossibile comportarsi da tali. U se divegnia grandi de cursa, malaugüratamente (Si cresceva troppo in fretta, purtroppo), e così accadde anche a loro. I genitori dei due bimbi furono catturati dai nemici e portati ad Auschwitz. Rolf e Marianne, invece, furono tratti in salvo da un’anima buona, il signor Angelo Donati: infatti, erano ebrei e… be’, ti u sai ben che fin i l’averevan faitu, se i tedeschi i l’averessen trouvà. Poa gente, ratin! (Sai bene che fine avrebbero fatto, se i tedeschi li avessero trovati. Povera gente, topina!) Nella fuga giunsero in Costa Azzurra, dove dovettero abbandonare Angelo, anch’egli ebreo, ed essere affidati a un altro uomo buono e generoso di nome Francesco Moraldo, che allora era maggiordomo del signor Donati. Tale Francesco, chiamato anche François, era originario proprio di Creppo e decise di portare lì i bambini per nasconderli e salvarli dall’olocausto. A Creppo i poverini furono accolti in casa di Caterina Bracco e di suo marito, il signor Gio Batta Moraldo, meglio conosciuto come Bacì, che altri non era che il papà di François. François, Caterina e Bacì parlottarono per qualche minuto, ragionando sul da farsi, quando Rolf e Marianne furono accompagnati in un’altra casa: quella di Caterina e Bacì, infatti, era troppo piccola per ospitare due anime in più, ci voleva un posto più spazioso e fu trovato dalla sorella di François, Catìn, che soffriva di una malformazione all’anca che la faceva zoppicare, ma questo non le impediva di avere uno sguardo dolce e affettuoso che non mancò di rivolgere ai due nuovi arrivati. La giovane donna abitava con il marito e il loro unico figlio, Franco. La famigliola trovò loro una sistemazione in quella tipica casa di pietra della Valle Argentina.»

Le parole di Nonna Desia erano tali e quali a quelle che usava sempre. La storia dei bimbi di Creppo era ormai come una poesia per lei, la raccontava sempre uguale, senza variazioni, e io sapevo già quale parola avrebbe pronunciato, ancora prima che lei la dicesse. Tuttavia non la fermai, mi lasciai rapire dal suo racconto, trasportata in un’altra epoca, vicino a Rolf e Marianne.

«I due fratellini, beli fioei (bei bimbi), fecero fatica a comprendere il dialetto delle nostre montagne: venivano dalla Francia, non si poteva certo pretendere che conoscessero altri idiomi oltre al loro. Eppure, nonostante le sofferenze che avevano patito con la separazione forzata dai genitori, la loro pericolosa origine ebrea e le difficoltà, si ambientarono bene a Creppo. Furono accolti dalla popolazione del luogo, gli altri bambini e la gente tutta non li esclusero, ma al contrario li aiutarono a integrarsi, proteggendoli cumme i fan e prie di müri cu u teren e-e raixi di-i erburi (come fanno i sassi dei muretti a secco con il terreno e le radici degli alberi.)»

Era una similitudine che mi apriva sempre il cuore, quella. Nonna Desia aveva ragione sul conto dei miei convallesi, gente dura e aspra come la terra che lavorava, ma leale, forte e coraggiosa.

«Tutti sapevano che, se i tedeschi avessero scoperto l’identità dei due fratelli, tutti ne avrebbero pagato le terribili conseguenze. Così cambiarono i loro nomi stranieri di battesimo, che avrebbero destato molti sospetti in un villaggio dell’entroterra ligure, e da quel momento furono italianizzati in Rodolfo e Marianna. I mesi trascorsero in tranquillità e Rolf e Marianne impararono i ritmi della vita quotidiana degli abitanti di Creppo e ne appresero il linguaggio. Durante la giornata aiutavano Bacì e Caterina nei lavori domestici e campestri. Marianne aiutava anche a raccogliere il legname che sarebbe servito alla sopravvivenza del paese durante i mesi più freddi. Quanto a Rolf, se c’era una cosa che proprio non gli piaceva era togliere il letame del gregge dalla stalla…» La risata di Nonna Desia invase la radura, riecheggiando sugli alberi che ne segnavano il confine. «Pouru stelin, u nu l’ea vezzu a ch’ellu-udù, ma u gh’ea carcosa de ciù fetente da fetensia du leame… (Povera stella, non era abituato a quella puzza! Ma c’era qualcosa di assai peggiore del fetore del letame…) Qualche volta Rolf e Marianne si soffermavano a pensare ai loro genitori. Gli mancavano, e allora il magone stringeva loro la gola, ma poi ricordavano la loro fortuna nell’aver trovato della gente meravigliosa, disposta ad aiutarli e proteggerli, e allora il sorriso tornava a illuminare le loro labbra. A Creppo, insieme a Catìn e alla sua famiglia, vivevano momenti spensierati, qualche volta la loro vita somigliava a quanto di più simile ci fosse alla parola “normale”, ma poi la guerra tornava a fare paura, mettendo a tacere le risate e facendo preoccupare per gli affetti, come quando giunse a casa della brava Catìn la polizia tedesca…»

La coda e i baffi mi tremavano sempre in quel punto della storia. Trattenni ancora una volta un gemito e un’esclamazione, permettendo a Nonna Desia di andare avanti senza interruzioni.

«La perquisirono e chiesero a Catìn di chi fossero i bambini che si trovavano sotto il suo tetto, insieme ad altre domande. Catìn fu ferma nelle sue risposte e riuscì a convincere i nazisti che quelli erano tutti figli suoi. I tedeschi alla fine se ne andarono e tutti tirarono un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Rolf e Marianne erano grati a Catìn per tutto quello che faceva per loro, rischiando la sua stessa vita e sacrificandosi per il bene di quelli che, ormai, erano diventati come due veri figli per lei e suo marito. Dopo tanti patimenti e sofferenze, un giorno la campana della chiesa di Creppo suonò a festa: la guerra era finita, finalmente, e tutto il borgo era allegro e gioioso. I crepaoli (abitanti di Creppo) avevano dimostrato l’importanza dell’amore e che è possibile volersi bene, anche quando non si è fratelli o non si nasce nello stesso paese o sotto la stessa bandiera. Rolf e Marianne restarono a Creppo dal settembre 1943 all’aprile 1945, poi François li ricondusse da Angelo Donati, che decise di adottarli. Riacquistarono i loro nomi di battesimo con un’aggiunta importante, Rolf e Marianne Spier-Donati, e non dimenticarono mai la generosità di Creppo e l’amore che lì avevano trovato.»

Quello che Nonna Desia non mi raccontò, ma che scoprii da me, è che nel 1999, molto tempo dopo le vicende di cui lei si faceva sempre portavoce quando glielo chiedevo, Francesco Donati – François – ricevette l’alta onorificenza di Giusto fra le Nazioni dall’istituto Yad Vashem di Gerusalemme in una cerimonia a cui presenziò anche  l’allora sindaco di Triora, insieme al Rappresentante dell’Ambasciata d’Israele.

Nel libro “Ritorno a Erfurt” della scrittrice Olga Tarcali si legge inoltre questo estratto, riportato su una lapide di Creppo a ricordo dei fatti accaduti:

Sapevano che eravamo dei bambini nascosti. Conoscevano il nome di chi ci proteggeva nonché, beninteso, che ciò era rigorosamente segreto. E mai nessuno di quei contadini ci aveva tradito, mai, a rischio delle loro vite e di quelle dei loro familiari. Nessuno aveva trasgredito la ferrea legge di ospitalità degli umili, la grandezza d’animo dei montanari, la silenziosa fierezza della gente semplice. Sebbene fossero poveri, senza mezzi, privi di ogni comodità; sebbene conducessero una vita rozza e austera, un’esistenza aspra e difficile, dettero prova di grande nobiltà d’animo. Essi possedevano l’antico istinto di ciò che si deve e di ciò che non si deve fare.

Questa bella storia, inoltre, è riportata anche in un bellissimo cortometraggio che consiglio a tutti voi topi di vedere, un video realizzato nel 2015 dalla scuola primaria statale P. Ferraironi di Triora e con la partecipazione della locale scuola dell’infanzia, una produzione che ha vinto diversi riconoscimenti.

Con questi bei ricordi e questa storia vera di amore, amicizia, generosità e fratellanza io vi saluto, topi.

Un bacio commosso a tutti!

Il Sentiero della Castagna e il Passo dei Fascisti

Prendendo la strada che, dopo Molini di Triora, sale a Colle Melosa si arriva ad un certo punto dove un piccolo prato ti obbliga a fermarti.

Da qui si gode infatti di una bellissima vista che regala i profili dei nostri monti da una parte e fasce pianeggianti dall’altra.

O meglio, unisce la Valle Nervia alla Valle Argentina in un solo sguardo.

Le montagne a Est si riconoscono bene: i Balconi di Cima Marta, il Monte Saccarello, Rocca Barbone più in basso, il Colle del Garezzo con il suo tunnel… i sentieri, conosciuti come “i Sentieri degli Alpini”, si srotolano davanti ai nostri occhi mostrando una bellezza mozzafiato e il cielo esalta, nel contrasto, le vette di queste montagne sulle quali si è sviluppata la storia del nostro passato.

Al di là del prato, invece, il territorio appare come più morbido offrendo, prima dei lontani monti francesi, terrazze erbose e curve dolci.

Da qui, inoltre, passa il sentiero che arriva a Cetta, il protagonista di questo post, un tempo molto usato da chi, a piedi, raccoglieva legna o frutti selvatici da portare a vendere e il nome, “Sentiero della Castagna”, che lo contraddistingue, indica proprio la raccolta di questi doni, dei quali la Valle Argentina è ricca, che hanno sfamato per molti anni le generazioni che furono.

Si tratta di un sentiero che, proprio attraverso la frazione di Cetta, unisce le due Valli da Castelvittorio (Val Nervia) a Molini di Triora (Valle Argentina). Un cammino usato già dal 1200. Come vi ho detto, siamo un punto toccato da questo percorso ma, proprio da qui, volendo, si possono iniziare passeggiate più brevi e meravigliose in mezzo alla natura arrivando appunto a Cetta o a Palazzo del Maggiore.

Il fatto è che, durante la guerra, e mi riferisco alla Seconda Guerra Mondiale, non si poteva passare da questo punto strategico liberi e inosservati.

Il prato, nel quale oggi sorge un’edicola dedicata alla Madonna, era zona di controllo presidiata dai fascisti, per questo, ancora oggi, lo si conosce come il “Passo dei Fascisti”.

La testimonianza che ne è rimasta è una costruzione, semi distrutta, all’interno della quale i nazisti controllavano cosa si trasportava e facevano pagare un dazio. Una specie di cabina di Dogana, costruita in cemento e a forma di cubo con tanto di feritoia per sparare o osservare senza essere visti.

Siamo su un punto della Valle che ha visto il passaggio di molti partigiani e molti tedeschi. L’apertura permetteva gran visibilità ma il bosco adiacente, di castagni in basso e conifere in alto, dava la possibilità a tutti di nascondersi. Alla sua destra e alla sua sinistra, le due conche furono teatri di molti atti sanguinari, di fughe, di nascondigli ed era una cosa normale, seppur spaventosa, sentir riecheggiare nei due valloni parecchi spari ogni giorno.

Il cielo, oggi terso e sfondo di una natura splendida e di catene alpine assai suggestive, era a quel tempo disturbato e trafficato da aerei che sganciavano bombe senza pietà.

Chi passava di qui, quindi, come vi stavo raccontando, doveva pagare e se non aveva soldi poteva lasciare la merce recuperata nel sottobosco.

Il vero nome di questo Passo non lo conosco ma, come vi ho detto, è sempre stato chiamato così per ciò che è servito.

La piccola cappelletta è alla base di un breve sentiero in salita, che porta sulla cima di una montagnetta dalla quale la vista si apre ulteriormente e lo sguardo si spalanca sull’infinito.

Avete visto topi come, ogni giorno, se ne scopre una su questa splendida Valle sia dal punto di vista della natura che da quello storico? Oggi vi ho portato qui, in questo luogo che metteva timore, pericoloso anche per i fuggiaschi. Un luogo che, per un lungo periodo, non fu nostro.

Un bacio a voi e ai vostri ricordi.

Nonna Ida che non si impressionò davanti ai fucili nemici

Che donna! E che caratterino!

Oggi vi racconto un’altra storia accaduta davvero nella mia Valle durante la Seconda Guerra Mondiale. Sapete bene che amo raccogliere ricordi e informazioni dei miei “vecchi” convallesi e di quello che hanno vissuto nei tempi che furono e, questa volta, voglio parlarvi di lei: di Nonna Ida, nata tra i monti nel 1887.

Era una signora tutta pepe, con una personalità da sballo.

Nonna Ida viveva a Vignago, una borgata piccolissima di Corte, ed era davvero parecchia la strada che, a piedi, ogni giorno, doveva percorrere per andare a trovare la figlia che viveva in paese e portarle qualche provvista.

Un giorno, in Piazza dei Casai, alcuni tedeschi nemici, che ai tempi razziavano i paesi e tenevano sotto controllo gli abitanti, la fermarono per farle qualche domanda con ben poca gentilezza.

Nonna Ida, davanti a quella che lei definì maleducazione bella e buona nei confronti di una signora, se ne infischiò soavemente di rispondere e proseguì il suo cammino noncurante di aver di fronte dei militari severi e incattiviti. Non solo: aggiunse persino una smorfia di indignazione verso cotanta sgarbatezza. Per tutta risposta, questi ultimi, dopo averle lanciato un grido, le puntarono i fucili contro e le intimarono di fermarsi. Ida sapeva bene di avere diverse armi che miravano alla sua schiena, ma, con orgoglio e dignità, decise di continuare e nemmeno si voltò.

Fu proprio mentre sentì caricare gli schioppi dietro di lei che, nonostante lo stridere nelle orecchie e nell’anima di quella preparazione a morte certa, un abitante di Corte, un anziano signore che viveva proprio lì nel piazzale, uscì di casa e si mise a richiamare l’attenzione dei nazisti, rischiando egli stesso.

Non si sa come, ma riuscì a farsi capire tra il dialetto e un italiano agitato da quei militari arrabbiati.

Nonna Ida e altre persone rintanate nelle proprie case sentirono quell’uomo dire: «No! No! Fermaive! (Fermatevi!) Nu stae a sparà! (Non sparate!) E’ una brava donna! E’ una brava donna! Sta andando da sua figlia a portarle da mangiare!».

Forse voi non mi crederete, forse penserete a una gran botta di fortuna; tra noi animali, invece, vige sacrosanta le Legge dell’Energia e, secondo me, fu proprio a causa dell’energia (buona) scaturita da Nonna Ida e da quel signore salvatore che, come per magia, i tedeschi non spararono.

Il militare più alto in grado, che stava per ordinare «Fuoco!», si bloccò. Osservò attentamente quell’anziano. Il suo sguardo era serio e imperativo. Gli occhi azzurri del comandante trafiggevano come lame, poi, continuando a puntare il viso di quel pover’uomo preso da sgomento e agitazione, con un solo cenno della mano comandò ai suoi di abbassare i fucili. Non so voi… ma io voglio pensare che quel soldato ascoltò anche il proprio cuore. Perché io sono certa che, nonostante gli omicidi, le rappresaglie, le violenze e le barbarie, tutti quei soldati, vittime anch’essi, come ho sempre detto nei miei articoli, di qualcosa di più grande di loro, un cuore lo avevano. E alcuni sapevano ascoltarlo.

Fatto sta che Nonna Ida, venne risparmiata insieme a quel coraggioso abitante di Corte. Nonna Ida non si voltò e non si fermò a ringraziarlo. Proseguì per la sua meta: la casa della figlia. Ebbe paura, certo. Ebbe paura e timore che quelli potessero essere i suoi ultimi momenti di vita. Ma, in quell’istante, qualcosa le suggerì di comportarsi così.

Naturalmente, l’arzilla signora ebbe modo di sdebitarsi con il suo compaesano e in molti, ancora oggi, ricordano questo fatto.

In certe situazioni bisogna trovarvisi. Cosa guida il corso degli eventi? Il carattere? La personalità? La paura? L’istinto? Non si può sapere, ma l’epilogo è stato lieto e l’importante è questo. Nonna Ida visse ancora molti anni e, per tutta la sua esistenza, continuò ad avere la sua forte tempra che la contraddistinse.

Vi abbraccio e vi aspetto per il prossimo racconto.

L’asino salvatore di Montalto

Se c’è una cosa che noi topi sappiamo fare bene, è passare inosservati e riuscire così ad ascoltare e raccogliere storie incredibili, come mi è successo qualche tempo fa.

La signora T. raccontava di un fatto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, e subito me lo sono appuntato sul taccuino, per non farmelo sfuggire.

In quel periodo – ve l’ho già raccontato molte volte – quando si sapeva dell’arrivo dei tedeschi, uomini, bestiame e provviste venivano presto nascosti sulle montagne, per impedire che il nemico li trovasse. Quel giorno giunse a Montalto l’allarme dell’arrivo di un gruppo di tedeschi, già fuggiaschi per la fine della guerra. Fu subito allertata l’intera popolazione del paese e le capre furono portate al sicuro, nel bosco. Gli uomini fuggirono, correndo ai ripari, ma nel cortile di una casa era rimasto un asino, di cui, nel fuggi fuggi generale, si erano dimenticati tutti.

asinoTale bestiola era solita ragliare molto rumorosamente quando avvertiva presenze sconosciute e straniere nei dintorni, era un po’ come un cane da guardia. Quella sua qualità tanto utile in certe occasioni, risultava un difetto in un momento di tensione come quello, poiché l’asino poteva essere utile ai tedeschi per caricare su un carro ortaggi, provviste e averi di una popolazione già povera e sfibrata dagli stenti del conflitto mondiale.

I suoi padroni e tutti gli abitanti di Montalto erano ben preoccupati e pregavano affinché non ragliasse, ma già si vedevano spacciati.

Ebbene, topi, i tedeschi giunsero in paese, ma l’asino se ne rimase in religioso silenzio, non fiatò né fece rumore per rivelare la sua presenza. Fu così che tutti i paesani, quel giorno, scamparono alle razzie del nemico: grazie all’asino salvatore!

Ora, io so che molti esseri umani disprezzano noi bestioline. Siamo pelosi, talvolta non emaniamo un odore piacevole per loro e comunichiamo in modi molto diversi… però non siamo di certo degli inetti! Avvertiamo anche noi il pericolo, spesso meglio degli umani. Affidatevi a noi animali, non ve ne pentirete.

A presto, topi!

Un sorriso… ragliante, dalla vostra Pigmy.

Storia di E. che difese suo padre dai Tedeschi

La storia che vi racconto oggi è successa davvero, anche se questo attempato signore che mi parla con i grandi occhi chiari fissi nel vuoto preferisce mantenere l’anonimato. E’ una storia che fa riflettere, ma rimandiamo a dopo i pensieri importanti.

Vi parlo di E. che, nei primi anni ’40 del secolo scorso, aveva all’incirca tredici/quattordici anni.

Ci troviamo vicino alla mia Valle, nella zona della Riviera dei Fiori e del Parco Naturale di San Romolo e Monte Bignone.

I due fratelli maggiori di E. erano partiti da Partigiani, mentre la sorellina minore viveva con il padre e la madre in un casone nascosto nel bosco di Pian della Castagna. Il padre di E. non poteva farsi vedere, i tedeschi lo avrebbero ucciso o portato via. E., invece, era troppo giovane per i nemici: i tedeschi non potevano servirsi di lui. C’era solo una rara possibilità che potessero fargli del male, che si sarebbe potuta presentare in occasione di una delle razzie messe in atto dai tedeschi, durante le quali non guardavano in faccia nessuno, nemmeno le donne, gli anziani e i bambini.

E allora fu proprio E. a farsi carico di andare a vendere la legna giù in paese per poter acquistare riso, pasta e farina. Il suo era un carico sia fisico che psicologico: partiva con il carretto da Pian della Castagna e, percorrendo ogni giorno circa 8 km all’andata e 8 km al ritorno, arrivava fino alla Chiesa della Madonna della Costa, in territorio sanremese, per vendere la legna che tagliava lui stesso. Il carretto reggeva 7 quintali di ciocchi di legno e la strada si presentava in discesa all’andata, ma al ritorno era tutta in salita, anche se il carretto era ormai vuoto.

Scendendo, il carretto che era molto pesante e prendeva velocità; E. faticava molto a reggerlo. Dunque, mano a mano che camminava, rubava qualche pietra dai muri a secco in cui si imbatteva lungo il cammino e lanciava i massi davanti a sé affinché frenassero le ruote del carro. Dai oggi e dai domani, portò via parecchie pietre, anche se durante il ritorno alcune le ricollocava al loro posto per paura di provocare qualche frana. Un giorno il proprietario delle terre trafugate delle pietre di contenimento lo colse sul fatto e, avvicinandosi a lui, lo redarguì: «Fiu, se ti cuntinui cuscì, mì prie de chi in po’ a nu ghe no ciü!» (Figliolo, se continui così, di pietre tra un po’ non ne avrò più!). E. si scusò e continuò il suo cammino.

Un giorno dovette scendere nel centro di Sanremo per vendere la sua legna. Quel giorno i tedeschi avevano deciso di mettere in fila tutti i ragazzi e gli uomini che erano nei pressi di Piazza Eroi Sanremesi per fucilarli. Dalla piazzetta di fronte, dove oggi sorge un parcheggio, molte donne piangevano disperate.

C’era anche E. tra i presi di mira, era l’ultimo della fila dal lato monte e una sentinella gli marciava davanti, osservando che le vittime fossero tutte ben posizionate. Sarà stata l’incoscienza o il brivido istintivo della sopravvivenza, ma E., appena il soldato si voltò e non lo ebbe più sotto gli occhi, scappò di corsa verso San Romolo, in direzione delle sue montagne. Le conosceva bene e, nella fuga, aveva lasciato in piazza la legna con tutto il carretto. Gli spararono, ma lui stava già sgattaiolando tra le case vicine e i carruggi intorno al piazzale. Per 7 km non arrestò la sua fuga disperata. Quei 7 km, che macinava a fatica e lentamente ogni giorno, ora scivolavano sotto i suoi piedi, il fiato corto di sottofondo ai passi affrettati. Il battito del cuore gli rimbombava nelle orecchie, così come gli spari di poco prima. Quando giunse al casolare nel bosco cadde a terra svenuto.

Questa vicenda possiamo definirla quasi “una delle tante” (descrizione che  personalmente trovo quasi offensiva, in quanto ogni memoria è unica e riporta drammi ed emozioni che al giorno d’oggi non riusciamo neanche a immaginare), ma il punto sul quale vorrei focalizzare l’attenzione, anche se può sembrarvi assurdo, riguarda la reazione del proprietario dei muretti a secco.

Molti la troveranno ovvia, visti i tempi che correvano: la guerra, la carestia, mentalità diverse, modi di fare d’un tempo… ma se paragonassimo quell’atteggiamento ai giorni nostri noteremmo che la gente reagirebbe in modo differente. Una volta, se si estraevano le pietre da un muro, non lo si faceva per puro divertimento o per far del male a qualcuno. Era per bisogno. Era una necessitaà spesso vitale. Per questo si incontrava compassione. Oggi non si avrebbe più la necessità di scendere con 7 quintali su un carro e dunque non c’è alcun motivo per rovinare i muri che altri hanno costruito con tanta fatica.

Anche E. faticava parecchio a condurre quella vita che svolse per due anni ogni giorno, due anni che videro suo padre nascosto nella macchia, senza poter uscire. Due anni in cui l’amico bosco, con le sue folte chiome, lo difese e lo riparò dal nemico.

Sono storie che oggi ci sembrano incredibili o banali, ma che i nostri padri o i nostri nonni hanno realmente vissuto… proprio poco tempo fa.

Un bacione topi, alla prossima storia.

Stravagante Bussana Vecchia: il paese dove il tempo si è fermato

Cari Topi, è anche giusto ch’io vi spieghi com’è Bussana Vecchia visto che vi ci mando in passeggiata (vedi ultimo post) e visto che merita.

Forse alcuni di voi conoscono già questo paesino vicino a San Remo ma attaccato ad Arma di Taggia, ma quelli che invece non sanno di cosa stia parlando, eccomi qua.

Bussana Vecchia (così come Bussana Nuova sul mare), per un soffio, non appartiene alla mia Valle ma alla Valle Armea che è comunque collegata appunto alla cittadina di Arma (primo paese della Valle Argentina).

E’ un paese spettacolare. Ha una storia alle sue spalle ricca di avvenimenti e lunga di tanti anni ed è uno dei borghi più caratteristici che io abbia mai visto. Possiamo quasi definirla la Saint-Paul de Vence della Liguria. Non smetterei mai di ammirarla in tutti i suoi angolini e fotografarla. Una modella senza precedenti.

La prima cosa che stupisce, in questo piccolo villaggio della provincia d’Imperia, è come è assemblato.

Arroccato su una collina con i suoi carrugi a far da labirinto.

Le sue viuzze, a ciottoli, sono un circuito quasi impenetrabile contornato da case una più particolare dell’altra, o semplicemente, avvolte dalla vite rossa, o da qualche cosa di fantasioso appeso fuori in bella mostra.

Case di Italiani ma anche di Olandesi e Tedeschi, purchè artisti; artisti nel cuore e nel sangue.

Case costruite ancora con il metodo romano.

Vado spesso in questo posto da che son bambina. Si mangia bene nelle uniche due osterie esistenti e la cosa che mi piace di più è che quando sei lì, sei amico di tutti.

Si mangia, si canta, si beve, tutti in compagnia, anche tra sconosciuti. In questo posto non conta l’apparenza, si va vestiti come si vuole, nessuno giudica. Tutto, ovviamente avviene nel rispetto del prossimo e nel rispetto degli animali che, a Bussana Vecchia, sono accettati ovunque e liberi di circolare come e dove vogliono per tutto il paese. Sono i cocchi degli abitanti.

Nessun’altro invade troppo quel territorio ma si sta bene tutti insieme e, per una sera, si è coinvolti in uno stile di vita che oggi tendiamo a scostare molto da noi. Purtroppo.

E allora ti ritrovi a parlare con un inglese, o con un tedesco, o un francese senza capire nulla di quello che dicono e viceversa, ma ridi e ti diverti un mondo.

Noi della zona soprannominiamo questo villaggio “il paese degli artisti” e, infatti, potete vedere in queste immagini, quanto è caratteristico e persino stravagante.

La caffettiera gialla, appesa al muro ad esempio, è un portacenere.

Nulla viene lasciato al caso. Sono geniali questi bussanesi!

E che meraviglia passeggiare tra le tante botteghe di artigianato e laboratori d’arte. Botteghe colorate dai mille stili diversi con, al loro interno, tante opere.

Tutto quello che si vende è naturalmente fatto a mano ed è un pezzo unico.

C’è chi crea e propone le sue candele, le sue collane, i suoi fiori fatti di carta, le sue borse di lana cotta, le piccole sculture ma, soprattutto, a Bussana Vecchia, ci sono i pittori e i loro studioli sono piccoli negozietti dai muri spessi e la luce fioca. Pittori che arrivano da ogni parte del mondo e alcuni di loro hanno segnato molto il paese di Bussana in modo indelebile.

Per alcuni, sono state anche dedicate delle vie e il loro nome è stato scritto su lastre di ardesia appese ai muri di pietra come quello di Peter Van Wel, nato il 28 agosto del 1946 e mancato il 5 febbraio del 2008.

Pittori disposti a fare un ritratto, pittori che vedono quel borgo in un modo tutto loro, pittori astratti, realisti, cubisti.

Ma l’arte trapela ovunque in questo borgo senza tempo, dove nemmeno gli orologi hanno più le lancette. Un tempo che si è fermato e regna sovrano.

E tu ti giri, ti guardi intorno e, oltre alle tele dipinte, scopri i mosaici. Sono i mosaici fatti di cocci e di specchi rotti che riflettono la tua immagine più volte e da ogni lato.

Il Museo “Il Giardino tra i Ruderi”, i cesti di vimini, il ferro battuto, il legno intarsiato. Ogni cosa.

E a Bussana non manca nemmeno uno dei più grandi venditori di bonsai della provincia. Li crea, li cura, li fa nascere e realizza opere straordinarie, veri giardini e boschi in miniatura. E se si va, nella giusta stagione, si possono ammirare addirittura i piccoli alberi con i microscopici fruttini attaccati.

Quello che però attira maggiormente l’attenzione del turista è l’andare a visitare la Chiesa, anzi le due Chiese, semi-crollate durante il terremoto del 23 febbraio del 1887, un mercoledì delle ceneri. Un terremoto che ha raso al suolo l’intera collina. Sono rimaste in piedi soltanto le pareti esterne degli edifici religiosi e i campanili che dominano su tutto il paese, il resto, si è frantumato, uccidendo, ahimè, parecchie persone che stavano proprio seguendo la messa in quel mentre.

Ancora oggi, guardando ciò che è rimasto, si provano dei brividi. Essere al centro di queste mura e poter guardare il cielo sopra di noi pare impossibile. Esserci “dentro” e calpestare l’erba alta sembra fantascientifico.

Su alcune pareti, delle scritte. Sigle di giovani che han voluto mettere la loro firma.

Dentro ad una delle due chiese ci sono delle strutture che mantengono in piedi i muri laterali e un cancello non ci permette di entrare. E’ tutto pericolante.

Ancora si possono vedere gli affreschi da quel che rimane. Il rosso, il viola, l’azzurro, traboccano da storiche pareti che sembrano di gruviera. Ancora si può notare dove c’erano l’altare e l’oratore e si vedono le nicchie dei Santi e le acquasantiere.

Una di queste Chiese, la più grande, è dedicata alla Madonna delle Grazie e rinnovata in stile Barocco nel 1600 ma, prima, questa struttura era Medievale e nominata di Sant’Egidio, realizzata pensate, nel lontano 1404.

Anche il Castello, ormai del tutto in rovina, appartiene a quell’epoca.

Bussana, come gli altri paesi del mio territorio, apparteneva alla Repubblica di Genova che governava questo splendido posto. E Genova aveva visto bene rubandola alla Corte di Ventimiglia.

Ogni angolo di questo piccolo paese è un’opera d’arte, è tutto da fotografare e fa impressione pensare che, nel 1894, si spopolò del tutto rimanendo un paese fantasma per più di cinquant’anni.

Ed è proprio a causa di questo terremoto che venne poi costruita un’altra Bussana, Bussana Nuova, giù al mare.

Ma voglio ancora soffermarmi davanti alle Chiese. Voglio rimanere ancora un po’ qua, sotto a questo cielo terso e raccontarvi di loro.

Sono grandi opere meravigliose, spero che le immagini rendano quello che vorrei farvi capire.

Ogni casa, a prima vista mezza distrutta, è in realtà la culla della fantasia di chi ha deciso di abitarci e, qui dentro, anche se nessuno più ci vive, la fantasia galoppa felice.

E io mi sento piccola. C’è una brezza leggera. Una brezza come quel giorno maledetto che ha inghiottito con sè tantissime anime; ma, quel giorno, avevano raccontato i superstiti, quella brezza diventò presto un vento forte e violento. Sospiro e continuo il mio tour.

Vado a cercare altri angoli caratteristici per voi ma, qui, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Tutti mi salutano. Sono simpatici. Hanno le loro regole e si aiutano l’un con l’altro, sono molto uniti. Sono come una grande Comunità. Scordatevi di venire qui e pensare di poter dettar legge, il loro regolamento ce l’hanno già e, alla base di tutto, c’è la libertà.

A Bussana Vecchia infatti non giudicano nulla, non guardano i tuoi vestiti, la tua auto, la tua pettinatura, notano solo cosa apprezzi di loro, del loro fare e del loro paese. O per lo meno, di quello che ne resta, che hanno comunque saputo mantenere, o forse addirittura trasformare, in un mondo a sè.

Vedete, magari notano se rimanete indifferenti davanti a un cancello come questo, che è poi una porta d’entrata fantastica, o uno scorcio così bello, perchè no… non si può far finta di niente.

E qual’è il più bell’angolo? Boh! E’ impossibile scegliere.

Come è impossibile non notare i vari dettagli: i merletti sui lampioni, le gargoyle, strane statue che richiamano il diavolo. Dentro ai muri, un po’ nascoste, sembrano osservare.

Bussana Vecchia, rimasta senz’acqua, senza luce, senza gas, con la luminosità soltanto della sua magia e i suoi 66 abitanti.

Bussana Vecchia a 200 metri sul mare.

E tutto scorre e tutto sembra essersi fermato in questo piccolo paese che persino l’Autostrada dei Fiori indica come località turistica e bella da vedere. Dove c’è aria umida e fresca. Dove una sedia, un pezzo di legno, un tubo di ferro, diventano un’architettura particolare, un’opera d’arte.

Questa è Bussana Vecchia e a chi non l’ha mai vista consiglio vivamente di venirla a visitare. Ne rimarrà entusiasta. Verrà a visitare il più bel paese sulle colline rocciose di San Remo, fondato in antica Epoca Romana, con l’originario nome di Armedina, simile alla Valle che la ospita.

Spesso colpita e saccheggiata dai Longobardi a monte e dai Saraceni dal mare, ha saputo tener duro e, questo piglio, questa dignità, ancora si notano, si percepiscono.

Una terra circondata da terrazzamenti colmi di Ulivi e Agrumi, una terra che fino a poco tempo fa ospitava piccoli allevamenti di bestiame. Una terra che viveva di se stessa, come ora, ma in modo diverso.

Mi auguro che questa passeggiata che vi ho fatto fare in un’entroterra che non è mio, per un solo soffio, vi sia comunque piaciuta. Spero di avervi fatto sognare, di avervi fatto respirare quest’amosfera e di avervi portato là, in quel paese in cui tutto scorre ma, il tempo, sembra essersi fermato.

Un bacione a tutti, la vostra Pigmy.

M.

Il massacro al Santuario dell’Acquasanta

Quella che vi racconto oggi è una storia triste, l’ennesima. A Montalto la si ricorda ancora, e l’emozione che suscita è forte come un tempo. E’ una ferita tra le più sentite, qui, in questo borgo arroccato, un eccidio accaduto per puro divertimento e violenza da figli della guerra.

I tedeschi nazisti scesero dalle regioni Binelle ed Evria, sopra Montalto Ligure, uno dei più bei paesini della mia Valle che presto vi farò conoscere. Incontrarono un anziano, un uomo di 70 anni, Gio Batta Ammirati, che stava portando fascine di legna in casa. Cammina curvo, con il carico gravoso sulla schiena. Lo uccisero senza motivo né pietà,  sparandogli con il fucile.

Era il 17 agosto del 1944. Subito dopo, spararono a un suo omonimo, altro Gio Batta Ammirati (nei paesini, un tempo era facile avere lo stesso nome e cognome), e a Giorgio Brea di 54 anni, mentre stava mangiando sulla porta di casa sua. Un unico colpo in testa. Angelo Galleano fu freddato allo stesso modo, ma venne colto dalla pallottola nel tentativo di una fuga disperata.

Non soddisfatti dalla serie di omicidi già compiuti, massacrarono, bastonarono e seviziarono proprio davanti al Santuario un sacerdote, Don Barthus Stanislao, e il chierico Mario Bellini – i quali avevano in cura un gruppo di orfani – accusandoli di connivenza con i partigiani. Dopo aver traforato i loro corpi con decine di proiettili, si accanirono sui due cadaveri prendendoli a calci fino a farli rotolare giù dalla strada.

Il monumento che ho fotografato rappresenta un civile e un sacerdote, e lì, ai piedi delle statue, c’è ancora la carta d’identità del parroco, completamente intrisa di sangue (questa foto l’ho invece presa dal sito ventimiglia.biz, qualitativamente migliore di quella scattata da me). La lapide marmorea racconta in breve ciò che è accaduto e nomina gli assassinati.

“….per non dimenticare”. E si chiede pace. La barbaria non finì quel giorno. I nazisti scesero in paese e continuarono la strage uccidendo 27 persone, tra le quali il sacrestano accorso, Giovan Battista Montebello. Fracassarono porte e mandarono in pezzi ciò che trovarono. Entrarono nelle case e le distrussero ogni cosa, malmenando chiunque gli si trovasse a tiro.

Un tenente medico, facente parte del primo gruppo di tedeschi sceso poi fino a Taggia, si vantò di essere riuscito, da solo, a uccidere 9 innocenti. Le testimonianze riportano ciò che uscì dalla sua bocca, quella sera, nell’osteria del paese: “Quest’oggi essere stata buona giornata!”. Frase detta in un metallico italiano. 

Ringrazio le persone che hanno raccontato questa storia, è per merito loro se ho conosciuto i nomi delle vittime e le terribili circostanze della loro morte. Ringrazio anche coloro che hanno ricordato i terribili fatti di quegli anni a voce alta per raccontarmeli, mentre io ascoltavo con la pelle d’oca.

Un’altra storia toccante, quella di oggi, un altro episodio che non smetterà mai di vivere nei ricordi.

M.

4 luglio 1944

Molini di Triora. Un giorno di guerra. Un altro terribile giorno di guerra.

Antonio Allaria Olivieri ricorda quel giorno con i brividi.

Di fronte all’entrata di quello che oggi è l’Hotel Giovanna, uno dei più rinomati ristoranti e alberghi del paese, c’era un fienile. Il proprietario di questo hotel, Francesco, all’epoca aveva 8 anni, ma ricorda tutto come se fosse avvenuto ieri, anche lui come Antonio.

Quel giorno, il 4 luglio del 1944, dodici italiani sono stati obbligati dalle truppe naziste a entrare in quel fienile e, una volta chiusi dentro, hanno appiccato il fuoco. Ora, al posto della baracca andata in fiamme, c’è un monumento che li ricorda. E’ una lapide su un grosso masso che riporta la seguente scritta:

“Nella luce di Cristo, nel cuore dei cittadini, un ricordo e un ammonimento presenti gli spiriti di tutti i caduti nel nome della libertà e della patria”.

Prima di questa frase è stato inserito l’elenco di tutti i nomi.

Francesco guardava dall’altra parte del fiume divampare quelle fiamme sempre di più. Antonio ne ha ancora vivo il ricordo.

Questo non è l’unic scempio compiuto dalla guerra, ma vedere oggi questi due uomini che, con il loro sorriso, conducono le loro attività di ristoratore e agricoltore è toccante allo stesso modo di guardare in faccia ogni giorno i nostri nonni.

In quel fienile non c’erano degli sconosciuti. C’erano amici, parenti, conoscenti. E’ straziante veder pensare Antonio e Francesco alle grida dei poverini, vedere i loro occhi che per un attimo si perdono nel vuoto del ricordo per tornare poi a sorridere, ancora una volta. Quell’attimo di tristezza, non glielo può cancellare nessuno dalla profondità degli sguardi.

Ogni paese ha vissuto i propri incubi. Per l’abitato di Molini questo è uno dei più tristi ricordi, un omicidio senza giustificazione, ma solo, pare, per il divertimento di farlo.

Per molti abitanti di Molini, quello che vi ho mostrato oggi è uno scorcio sacro. E non potrebbe essere altrimenti.

M.

Il Faro di Capo dell’Arma

Ah, quanto sono affascinanti i fari vero? Ci portano subito indietro nel tempo alle storie di lupi di mare, battaglie di navi, onde impetuose… un mondo a sé.

Oggi io invece vi porto a vederne uno da molto vicino.

Mi inerpico per una salita dopo essere passata da un cancello color azzurro-grigio come l’ala di un gabbiano, tipica tinta della Marina Militare.

Il lampeggiante giallo si è illuminato e io sono sgattaiolata dentro.

Lo vedo subito. E’ alto, imponente, elegante. Mi avvicino. Ho quasi timore. Il vento forte ha qualcosa di magico. E’ bellissimo. E’ alto 15 metri e siamo a 50 metri sul livello del mare.

Il Faro di Capo dell’Arma, prende il nome dall’omonimo luogo in cui si trova ed è situato tra la città di San Remo e Bussana ai piedi di Valle Armea.

Partendo dalla Francia è il primo Faro italiano che incontriamo. Sono molto curiosa. Siete mai stati dentro a un Faro? Venite, vi accompagno.

Venne costruito nel 1912 ma gli venne data elettricità soltanto nel 1936.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi, lo rasero al suolo ma, la Marina Militare, lo ricostruì per terminarlo poi definitivamente nel 1948.

Sopra la porta d’entrata ecco l’insegna che gli conferisce il nome.

Conosco i due custodi. La Marina si serve di tecnici militari e civili per tenere controllati i suoi Fari e qui, vivono due famiglie.

Nel cortile, gli autoveicoli militari, l’entrata del magazzino e un forno a legna.

Spontaneamente nascono Rosmarino, Basilico e Bietoline selvatiche.

Mi viene incontro un cagnetto tutto peloso, è simpaticissimo, mi fa un mucchio di feste.

Scavalco l’uscio. Che emozione!

Delle scale di lavagna nera, ormai consumate, salgono di due piani.

Al primo piano c’è l’alloggio n°1 e un altro magazzino, mentre al secondo piano, l’alloggio n°2, la camera d’ispezione e l’ingresso alla torre, ossia, la famosa Stanza dell’Orologio dalla quale, tramite una scala a chiocciola e una botola, si arriva alla lanterna.

La tromba di queste scale è abbellita da quadri di ogni genere e fotografie in bianco e nero rappresentanti altri Fari. Alcune invece rappresentano le spiagge liguri com’erano tanti anni fa e i litorali di come si presentavano le città di Alassio, Ventimiglia e San Remo ma, come dicevo, la maggior parte, ritraggono Fari di ogni misura e ogni stile durante tempeste o semplicemente illuminati di notte.

Fari in mezzo al mare, Fari costruiti su scogli, Fari ormai inusati e abbandonati e Fari tutt’ora in perfetto funzionamento.

Rimango affascinata… vedo i paesi che conosco come li vedevano i miei nonni ma non c’è tempo da perdere adesso, non vedo l’ora di salire, la cupola mi sta aspettando.

Entro quindi in una stanza dalle pareti curve, tonde e piastrellata al suolo da mattonelle antiche color vermiglio.

Una scaletta bianca, davanti a me e, macchina fotografica in spalle, inizio a salire. Ovviamente la mia agilità mi permette di arrampicarmi senza alcuna fatica (—). La botola bianca sulla mia testa è aperta e sguscio, sempre senza alcuna fatica (—), dentro ad un’altra stanzetta più piccola anche lei tutta rotonda.

Pant, pant!… però è divertente! (Ma chi me l’ha fatto fare!!!).

Quando i miei occhi vedono che c’è ancora un’altra scala da fare, ancora più scomoda della prima, in quanto per nulla inclinata bensì, completamente verticale, sono davvero la topina più felice del mondo (ehm…) ma… topini… guardate… ne è valsa davvero la pena!

Ecco il mondo che mi si prospetta davanti. Par di vedere tutto l’azzurro dell’Universo. Sembra quasi di poter dire, con presunzione, che oltre non c’è più nulla. E’ tutto lì, davanti a me. Quel che desidero è tutto lì.

E vedo il mare, vedo le prime coste francesi, vedo Santo Stefano e il porto della Marina degli Aregai. C’è foschia, non posso vedere la Corsica. C’è vento. L’acqua sembra una distesa ruvida. Vedo la lanterna. E’ enorme. Più grande di me. Ecco come fa a fare così tanta luce, pensate, illumina per ben 24 miglia nautiche…

A proposito di luce, non posso certo essere arrivata fin qui per andarmene senza vedere questo faro illuminato? Ma devo riscendere e aspettare la sera. E poi, se si accendesse mentre sono qui mi abbronzerebbe come un arrosticino. No, non è vero. Non accadrebbe nulla.

Lascio comunque quel panorama, lo rimirerò da più sotto aspettando che questo gigante faccia luce.

Ancora scale, chi lavora qui, si tiene in forma. Le stesse di prima, in marmo bianco e lavagna nera.

Attendo il buio e… finalmente eccolo dominare ancora più di prima e ancora più austero. Governa su ogni cosa. Illumina tutta la costa. 

In Liguria, i Fari sono sei e questo è tra i due più recenti.

La sua illuminazione consiste in un lampeggiare due lampi bianchi ogni 15 secondi e, dopo la Lanterna di Genova e il faro di Capo Mele di Andora, è il più potente.

Anche da qui sotto, nel cortile, si gode di un’ottima vista. Il tramonto è bellissimo, il sole sta per andarsene ma tanto c’è lui, il Faro di Capo dell’Arma, con la sua luce.

Un abbraccio a tutti. Alla prossima Pigmy.

M.

Argallo – il piccolo paese delle Meraviglie

Topetti, oggi vi porto a…? Fiato alle trombe! Argallo! Ebbene si, merita.

Siamo nel Comune di Badalucco e siamo a 640 metri sopra il livello del mare.

Argallo è una manciata di case lanciate sulla cresta della montagna Pallarea e rimaste in piedi. 

Il suo nome deriva probabilmente dalla voce “Arx-Galli” ossia, Fortezza dei Provenzali.

Per arrivarci abbiamo preso la strada che porta ai Vignai e, percorrendola, si può raggiungere anche il Monte Ceppo e discendere a San Giovanni dei Prati.

I paesini vicini ad Argallo, Ciabaudo e Zerni, sono, come lui, quasi disabitati.

Ad Argallo risiedono stabili solo due famiglie, tutti gli altri, sono di nazionalità tedesca e vengono qui solo in estate.

Siamo in una piccola sottovalle della valle Argentina: Valle Oxentina e, il ruscello, omonimo, la percorre tutta fin sotto a questo monte dove è stato costruito questo splendido paesino. Un monte che arriva a toccare, con la sua punta, i 1.100 metri.

Il panorama che ci offre è stupendo, tutta la zona dell’Oxentina si mostra a noi e, allungando lo sguardo, possiamo notare laggiù in fondo l’alto Monte Faudo con le sue antenne e la neve che ancora lo ricopre.

Andiamo però a visitare il centro del paese, arrampichiamoci su. Si, uso il termine arrampicarci perchè solo poche auto riescono a salire fin qui; quelle molto piccole, oppure, si può arrivare con delle moto o dei motocarri. Noi, avendo una macchina più grande, siamo obbligati a parcheggiarla per la strada e raggiungere le case attraversando gli orti coltivati e ordinati in modo meticoloso.

Il mio toposocio di questa escursione parte all’arrembaggio e io dietro a scattare foto a destra e a manca incantata dalla natura che mi circonda.

Piano piano passiamo sopra ad un piccolo ponticello di legno, scavalchiamo qualche gradino in pietra, ci abbassiamo per evitare rami di alberi in testa e camminiamo tra piantagioni splendide di Ulivi. Tranquilli, il percorso sembra roccambolesco ma vi assicuro che è molto divertente e soprattutto salutare. L’aria che si respira qui è più che pulita, del tutto incontaminata e non tira il forte vento che tirava poco più giù, nonostante l’altitudine.

Qualche uccellino viene a salutarci, sembra davvero di essere dentro ad una fiaba. Eccoci giungere nel paese e già la prima casa, una bellissima casetta con una verandina e un gazebo in legno, con tavolino e sedie in Ardesia, ci da il benvenuto. Accogliente direi!

Ci accorgiamo subito che l’atmosfera è particolare. Non c’è nessuno ma, nell’aria, si sente come un senso di cordialità. Vi sembrerà assurdo ma ci sentiamo meno soli qui che non in una grande città dove nessuno ti guarda e nessuno sa chi sei e anche chi ti conosce fa finta di nulla. Sembra di essere in una comunità.

Immediatamente notiamo la cura e la particolarità che contraddistingue le abitazioni. Saltano all’occhio i colori tipici della Provenza, il giallo, l’azzurro, il bianco e il blu e le porte delle case sono circondate da simpatiche statuette o piatti decorati o mattonelle colorate con divertenti scritte. Le persone ci tengono molto a scrivere il loro nome sulla loro dimora e, per le vie del paese, ci sono veri e propri cartelli di legno che indicano la strada per “Casa Tizio” o “Casa Pincopallino”.

Ognuna ha la sua particolarità. C’è la famiglia che ama l’olio d’oliva e sotto al portico è piena di bottigliette e damigianette pitturate, quella invece amante dei gatti che ha mici di ogni materiale, quella che preferisce dei nanetti con Biancaneve, stabili nel giardinetto, e così via…

Ad arricchire questo borgo non sono però solo le casette ben curate; anche i ruderi hanno il loro fascino. Ancora imponenti e ricchi di storia mi lasciano a bocca aperta. Osservandoli attentamente si scorge tutta la lavorazione dell’epoca. Meravigliosi. Meravigliosi i loro tetti, i loro massi accatastati uno sull’altro, i loro finestroni, le loro travi, le loro altezze e quelle stalle ormai abbandonate che un tempo erano rifugio di animali da pascolo.

Un tempo i pastori portavano le loro bestie fin sui monti dietro la chiesa della Pallera, la chiesa della Regina di tutti i Santi.

Spesso incontriamo per terra lastroni di ghiaccio ma solo tra le case dove il sole fa fatica ad entrare.

Mi dicono i contadini della zona che, rispetto al paese più sopra, cioè Zerni, qui ad Argallo ci sono ben 15 giorni di differenza. Cosa vuol dire 15 giorni di differenza?

In pratica, ad Argallo, fa leggermente più caldo e si semina ogni cosa sempre 15 giorni prima rispetto al paese dopo. Pignoli calcolatori fantastici! Eppure credetemi che si tratta di 1 km appena!

Sopra al paese, in regione Batolo, sorgono delle opere in pietra, riconducibili a terrazzamenti fortificati e individuati come gli antichi accampamenti dei Provenzali. Inoltre, bellissimi sono i dipinti o le sculture, sempre in pietra, appese ai muri del paese.

Ovviamente non poteva mancare un altarino dedicato alla Madonna, protettrice di tutte le borgate della mia Valle, e una cosa che mi ha colpito molto è stata una piccola fontanella, nella piccola piazzetta, a disposizione di tutti, con una saponetta “in dotazione” per lavarsi i panni o le mani in tutta libertà.

Qui ad Argallo c’è anche un caratteristico Agriturismo, funzionante solo nella stagione estiva e bellissime da vedere sono le fonti Marsaglia. Si tratta di un acquedotto che, l’ingegnere Giovanni Marsaglia, nel 1883, riuscì a costruire in un solo anno con tanto di parco intorno, ma questo, amici topi, sarà un altro post.

Ora vi lascio riposare, per oggi, avete scarpinato abbastanza. Ripulitevi le zampette e preparatevi, tra non molto si riparte per una nuova avventura.

La vostra instancabile Pigmy.

M.