Il Sentiero della Castagna e il Passo dei Fascisti

Prendendo la strada che, dopo Molini di Triora, sale a Colle Melosa si arriva ad un certo punto dove un piccolo prato ti obbliga a fermarti.

Da qui si gode infatti di una bellissima vista che regala i profili dei nostri monti da una parte e fasce pianeggianti dall’altra.

O meglio, unisce la Valle Nervia alla Valle Argentina in un solo sguardo.

Le montagne a Est si riconoscono bene: i Balconi di Cima Marta, il Monte Saccarello, Rocca Barbone più in basso, il Colle del Garezzo con il suo tunnel… i sentieri, conosciuti come “i Sentieri degli Alpini”, si srotolano davanti ai nostri occhi mostrando una bellezza mozzafiato e il cielo esalta, nel contrasto, le vette di queste montagne sulle quali si è sviluppata la storia del nostro passato.

Al di là del prato, invece, il territorio appare come più morbido offrendo, prima dei lontani monti francesi, terrazze erbose e curve dolci.

Da qui, inoltre, passa il sentiero che arriva a Cetta, il protagonista di questo post, un tempo molto usato da chi, a piedi, raccoglieva legna o frutti selvatici da portare a vendere e il nome, “Sentiero della Castagna”, che lo contraddistingue, indica proprio la raccolta di questi doni, dei quali la Valle Argentina è ricca, che hanno sfamato per molti anni le generazioni che furono.

Si tratta di un sentiero che, proprio attraverso la frazione di Cetta, unisce le due Valli da Castelvittorio (Val Nervia) a Molini di Triora (Valle Argentina). Un cammino usato già dal 1200. Come vi ho detto, siamo un punto toccato da questo percorso ma, proprio da qui, volendo, si possono iniziare passeggiate più brevi e meravigliose in mezzo alla natura arrivando appunto a Cetta o a Palazzo del Maggiore.

Il fatto è che, durante la guerra, e mi riferisco alla Seconda Guerra Mondiale, non si poteva passare da questo punto strategico liberi e inosservati.

Il prato, nel quale oggi sorge un’edicola dedicata alla Madonna, era zona di controllo presidiata dai fascisti, per questo, ancora oggi, lo si conosce come il “Passo dei Fascisti”.

La testimonianza che ne è rimasta è una costruzione, semi distrutta, all’interno della quale i nazisti controllavano cosa si trasportava e facevano pagare un dazio. Una specie di cabina di Dogana, costruita in cemento e a forma di cubo con tanto di feritoia per sparare o osservare senza essere visti.

Siamo su un punto della Valle che ha visto il passaggio di molti partigiani e molti tedeschi. L’apertura permetteva gran visibilità ma il bosco adiacente, di castagni in basso e conifere in alto, dava la possibilità a tutti di nascondersi. Alla sua destra e alla sua sinistra, le due conche furono teatri di molti atti sanguinari, di fughe, di nascondigli ed era una cosa normale, seppur spaventosa, sentir riecheggiare nei due valloni parecchi spari ogni giorno.

Il cielo, oggi terso e sfondo di una natura splendida e di catene alpine assai suggestive, era a quel tempo disturbato e trafficato da aerei che sganciavano bombe senza pietà.

Chi passava di qui, quindi, come vi stavo raccontando, doveva pagare e se non aveva soldi poteva lasciare la merce recuperata nel sottobosco.

Il vero nome di questo Passo non lo conosco ma, come vi ho detto, è sempre stato chiamato così per ciò che è servito.

La piccola cappelletta è alla base di un breve sentiero in salita, che porta sulla cima di una montagnetta dalla quale la vista si apre ulteriormente e lo sguardo si spalanca sull’infinito.

Avete visto topi come, ogni giorno, se ne scopre una su questa splendida Valle sia dal punto di vista della natura che da quello storico? Oggi vi ho portato qui, in questo luogo che metteva timore, pericoloso anche per i fuggiaschi. Un luogo che, per un lungo periodo, non fu nostro.

Un bacio a voi e ai vostri ricordi.

Nonna Ida che non si impressionò davanti ai fucili nemici

Che donna! E che caratterino!

Oggi vi racconto un’altra storia accaduta davvero nella mia Valle durante la Seconda Guerra Mondiale. Sapete bene che amo raccogliere ricordi e informazioni dei miei “vecchi” convallesi e di quello che hanno vissuto nei tempi che furono e, questa volta, voglio parlarvi di lei: di Nonna Ida, nata tra i monti nel 1887.

Era una signora tutta pepe, con una personalità da sballo.

Nonna Ida viveva a Vignago, una borgata piccolissima di Corte, ed era davvero parecchia la strada che, a piedi, ogni giorno, doveva percorrere per andare a trovare la figlia che viveva in paese e portarle qualche provvista.

Un giorno, in Piazza dei Casai, alcuni tedeschi nemici, che ai tempi razziavano i paesi e tenevano sotto controllo gli abitanti, la fermarono per farle qualche domanda con ben poca gentilezza.

Nonna Ida, davanti a quella che lei definì maleducazione bella e buona nei confronti di una signora, se ne infischiò soavemente di rispondere e proseguì il suo cammino noncurante di aver di fronte dei militari severi e incattiviti. Non solo: aggiunse persino una smorfia di indignazione verso cotanta sgarbatezza. Per tutta risposta, questi ultimi, dopo averle lanciato un grido, le puntarono i fucili contro e le intimarono di fermarsi. Ida sapeva bene di avere diverse armi che miravano alla sua schiena, ma, con orgoglio e dignità, decise di continuare e nemmeno si voltò.

Fu proprio mentre sentì caricare gli schioppi dietro di lei che, nonostante lo stridere nelle orecchie e nell’anima di quella preparazione a morte certa, un abitante di Corte, un anziano signore che viveva proprio lì nel piazzale, uscì di casa e si mise a richiamare l’attenzione dei nazisti, rischiando egli stesso.

Non si sa come, ma riuscì a farsi capire tra il dialetto e un italiano agitato da quei militari arrabbiati.

Nonna Ida e altre persone rintanate nelle proprie case sentirono quell’uomo dire: «No! No! Fermaive! (Fermatevi!) Nu stae a sparà! (Non sparate!) E’ una brava donna! E’ una brava donna! Sta andando da sua figlia a portarle da mangiare!».

Forse voi non mi crederete, forse penserete a una gran botta di fortuna; tra noi animali, invece, vige sacrosanta le Legge dell’Energia e, secondo me, fu proprio a causa dell’energia (buona) scaturita da Nonna Ida e da quel signore salvatore che, come per magia, i tedeschi non spararono.

Il militare più alto in grado, che stava per ordinare «Fuoco!», si bloccò. Osservò attentamente quell’anziano. Il suo sguardo era serio e imperativo. Gli occhi azzurri del comandante trafiggevano come lame, poi, continuando a puntare il viso di quel pover’uomo preso da sgomento e agitazione, con un solo cenno della mano comandò ai suoi di abbassare i fucili. Non so voi… ma io voglio pensare che quel soldato ascoltò anche il proprio cuore. Perché io sono certa che, nonostante gli omicidi, le rappresaglie, le violenze e le barbarie, tutti quei soldati, vittime anch’essi, come ho sempre detto nei miei articoli, di qualcosa di più grande di loro, un cuore lo avevano. E alcuni sapevano ascoltarlo.

Fatto sta che Nonna Ida, venne risparmiata insieme a quel coraggioso abitante di Corte. Nonna Ida non si voltò e non si fermò a ringraziarlo. Proseguì per la sua meta: la casa della figlia. Ebbe paura, certo. Ebbe paura e timore che quelli potessero essere i suoi ultimi momenti di vita. Ma, in quell’istante, qualcosa le suggerì di comportarsi così.

Naturalmente, l’arzilla signora ebbe modo di sdebitarsi con il suo compaesano e in molti, ancora oggi, ricordano questo fatto.

In certe situazioni bisogna trovarvisi. Cosa guida il corso degli eventi? Il carattere? La personalità? La paura? L’istinto? Non si può sapere, ma l’epilogo è stato lieto e l’importante è questo. Nonna Ida visse ancora molti anni e, per tutta la sua esistenza, continuò ad avere la sua forte tempra che la contraddistinse.

Vi abbraccio e vi aspetto per il prossimo racconto.

L’asino salvatore di Montalto

Se c’è una cosa che noi topi sappiamo fare bene, è passare inosservati e riuscire così ad ascoltare e raccogliere storie incredibili, come mi è successo qualche tempo fa.

La signora T. raccontava di un fatto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, e subito me lo sono appuntato sul taccuino, per non farmelo sfuggire.

In quel periodo – ve l’ho già raccontato molte volte – quando si sapeva dell’arrivo dei tedeschi, uomini, bestiame e provviste venivano presto nascosti sulle montagne, per impedire che il nemico li trovasse. Quel giorno giunse a Montalto l’allarme dell’arrivo di un gruppo di tedeschi, già fuggiaschi per la fine della guerra. Fu subito allertata l’intera popolazione del paese e le capre furono portate al sicuro, nel bosco. Gli uomini fuggirono, correndo ai ripari, ma nel cortile di una casa era rimasto un asino, di cui, nel fuggi fuggi generale, si erano dimenticati tutti.

asinoTale bestiola era solita ragliare molto rumorosamente quando avvertiva presenze sconosciute e straniere nei dintorni, era un po’ come un cane da guardia. Quella sua qualità tanto utile in certe occasioni, risultava un difetto in un momento di tensione come quello, poiché l’asino poteva essere utile ai tedeschi per caricare su un carro ortaggi, provviste e averi di una popolazione già povera e sfibrata dagli stenti del conflitto mondiale.

I suoi padroni e tutti gli abitanti di Montalto erano ben preoccupati e pregavano affinché non ragliasse, ma già si vedevano spacciati.

Ebbene, topi, i tedeschi giunsero in paese, ma l’asino se ne rimase in religioso silenzio, non fiatò né fece rumore per rivelare la sua presenza. Fu così che tutti i paesani, quel giorno, scamparono alle razzie del nemico: grazie all’asino salvatore!

Ora, io so che molti esseri umani disprezzano noi bestioline. Siamo pelosi, talvolta non emaniamo un odore piacevole per loro e comunichiamo in modi molto diversi… però non siamo di certo degli inetti! Avvertiamo anche noi il pericolo, spesso meglio degli umani. Affidatevi a noi animali, non ve ne pentirete.

A presto, topi!

Un sorriso… ragliante, dalla vostra Pigmy.

Storia di E. che difese suo padre dai Tedeschi

La storia che vi racconto oggi è successa davvero, anche se questo attempato signore che mi parla con i grandi occhi chiari fissi nel vuoto preferisce mantenere l’anonimato. E’ una storia che fa riflettere, ma rimandiamo a dopo i pensieri importanti.

Vi parlo di E. che, nei primi anni ’40 del secolo scorso, aveva all’incirca tredici/quattordici anni.

Ci troviamo vicino alla mia Valle, nella zona della Riviera dei Fiori e del Parco Naturale di San Romolo e Monte Bignone.

I due fratelli maggiori di E. erano partiti da Partigiani, mentre la sorellina minore viveva con il padre e la madre in un casone nascosto nel bosco di Pian della Castagna. Il padre di E. non poteva farsi vedere, i tedeschi lo avrebbero ucciso o portato via. E., invece, era troppo giovane per i nemici: i tedeschi non potevano servirsi di lui. C’era solo una rara possibilità che potessero fargli del male, che si sarebbe potuta presentare in occasione di una delle razzie messe in atto dai tedeschi, durante le quali non guardavano in faccia nessuno, nemmeno le donne, gli anziani e i bambini.

E allora fu proprio E. a farsi carico di andare a vendere la legna giù in paese per poter acquistare riso, pasta e farina. Il suo era un carico sia fisico che psicologico: partiva con il carretto da Pian della Castagna e, percorrendo ogni giorno circa 8 km all’andata e 8 km al ritorno, arrivava fino alla Chiesa della Madonna della Costa, in territorio sanremese, per vendere la legna che tagliava lui stesso. Il carretto reggeva 7 quintali di ciocchi di legno e la strada si presentava in discesa all’andata, ma al ritorno era tutta in salita, anche se il carretto era ormai vuoto.

Scendendo, il carretto che era molto pesante e prendeva velocità; E. faticava molto a reggerlo. Dunque, mano a mano che camminava, rubava qualche pietra dai muri a secco in cui si imbatteva lungo il cammino e lanciava i massi davanti a sé affinché frenassero le ruote del carro. Dai oggi e dai domani, portò via parecchie pietre, anche se durante il ritorno alcune le ricollocava al loro posto per paura di provocare qualche frana. Un giorno il proprietario delle terre trafugate delle pietre di contenimento lo colse sul fatto e, avvicinandosi a lui, lo redarguì: «Fiu, se ti cuntinui cuscì, mì prie de chi in po’ a nu ghe no ciü!» (Figliolo, se continui così, di pietre tra un po’ non ne avrò più!). E. si scusò e continuò il suo cammino.

Un giorno dovette scendere nel centro di Sanremo per vendere la sua legna. Quel giorno i tedeschi avevano deciso di mettere in fila tutti i ragazzi e gli uomini che erano nei pressi di Piazza Eroi Sanremesi per fucilarli. Dalla piazzetta di fronte, dove oggi sorge un parcheggio, molte donne piangevano disperate.

C’era anche E. tra i presi di mira, era l’ultimo della fila dal lato monte e una sentinella gli marciava davanti, osservando che le vittime fossero tutte ben posizionate. Sarà stata l’incoscienza o il brivido istintivo della sopravvivenza, ma E., appena il soldato si voltò e non lo ebbe più sotto gli occhi, scappò di corsa verso San Romolo, in direzione delle sue montagne. Le conosceva bene e, nella fuga, aveva lasciato in piazza la legna con tutto il carretto. Gli spararono, ma lui stava già sgattaiolando tra le case vicine e i carruggi intorno al piazzale. Per 7 km non arrestò la sua fuga disperata. Quei 7 km, che macinava a fatica e lentamente ogni giorno, ora scivolavano sotto i suoi piedi, il fiato corto di sottofondo ai passi affrettati. Il battito del cuore gli rimbombava nelle orecchie, così come gli spari di poco prima. Quando giunse al casolare nel bosco cadde a terra svenuto.

Questa vicenda possiamo definirla quasi “una delle tante” (descrizione che  personalmente trovo quasi offensiva, in quanto ogni memoria è unica e riporta drammi ed emozioni che al giorno d’oggi non riusciamo neanche a immaginare), ma il punto sul quale vorrei focalizzare l’attenzione, anche se può sembrarvi assurdo, riguarda la reazione del proprietario dei muretti a secco.

Molti la troveranno ovvia, visti i tempi che correvano: la guerra, la carestia, mentalità diverse, modi di fare d’un tempo… ma se paragonassimo quell’atteggiamento ai giorni nostri noteremmo che la gente reagirebbe in modo differente. Una volta, se si estraevano le pietre da un muro, non lo si faceva per puro divertimento o per far del male a qualcuno. Era per bisogno. Era una necessitaà spesso vitale. Per questo si incontrava compassione. Oggi non si avrebbe più la necessità di scendere con 7 quintali su un carro e dunque non c’è alcun motivo per rovinare i muri che altri hanno costruito con tanta fatica.

Anche E. faticava parecchio a condurre quella vita che svolse per due anni ogni giorno, due anni che videro suo padre nascosto nella macchia, senza poter uscire. Due anni in cui l’amico bosco, con le sue folte chiome, lo difese e lo riparò dal nemico.

Sono storie che oggi ci sembrano incredibili o banali, ma che i nostri padri o i nostri nonni hanno realmente vissuto… proprio poco tempo fa.

Un bacione topi, alla prossima storia.

Stravagante Bussana Vecchia: il paese dove il tempo si è fermato

Cari Topi, è anche giusto ch’io vi spieghi com’è Bussana Vecchia visto che vi ci mando in passeggiata (vedi ultimo post) e visto che merita.

Forse alcuni di voi conoscono già questo paesino vicino a San Remo ma attaccato ad Arma di Taggia, ma quelli che invece non sanno di cosa stia parlando, eccomi qua.

Bussana Vecchia (così come Bussana Nuova sul mare), per un soffio, non appartiene alla mia Valle ma alla Valle Armea che è comunque collegata appunto alla cittadina di Arma (primo paese della Valle Argentina).

E’ un paese spettacolare. Ha una storia alle sue spalle ricca di avvenimenti e lunga di tanti anni ed è uno dei borghi più caratteristici che io abbia mai visto. Possiamo quasi definirla la Saint-Paul de Vence della Liguria. Non smetterei mai di ammirarla in tutti i suoi angolini e fotografarla. Una modella senza precedenti.

La prima cosa che stupisce, in questo piccolo villaggio della provincia d’Imperia, è come è assemblato.

Arroccato su una collina con i suoi carrugi a far da labirinto.

Le sue viuzze, a ciottoli, sono un circuito quasi impenetrabile contornato da case una più particolare dell’altra, o semplicemente, avvolte dalla vite rossa, o da qualche cosa di fantasioso appeso fuori in bella mostra.

Case di Italiani ma anche di Olandesi e Tedeschi, purchè artisti; artisti nel cuore e nel sangue.

Case costruite ancora con il metodo romano.

Vado spesso in questo posto da che son bambina. Si mangia bene nelle uniche due osterie esistenti e la cosa che mi piace di più è che quando sei lì, sei amico di tutti.

Si mangia, si canta, si beve, tutti in compagnia, anche tra sconosciuti. In questo posto non conta l’apparenza, si va vestiti come si vuole, nessuno giudica. Tutto, ovviamente avviene nel rispetto del prossimo e nel rispetto degli animali che, a Bussana Vecchia, sono accettati ovunque e liberi di circolare come e dove vogliono per tutto il paese. Sono i cocchi degli abitanti.

Nessun’altro invade troppo quel territorio ma si sta bene tutti insieme e, per una sera, si è coinvolti in uno stile di vita che oggi tendiamo a scostare molto da noi. Purtroppo.

E allora ti ritrovi a parlare con un inglese, o con un tedesco, o un francese senza capire nulla di quello che dicono e viceversa, ma ridi e ti diverti un mondo.

Noi della zona soprannominiamo questo villaggio “il paese degli artisti” e, infatti, potete vedere in queste immagini, quanto è caratteristico e persino stravagante.

La caffettiera gialla, appesa al muro ad esempio, è un portacenere.

Nulla viene lasciato al caso. Sono geniali questi bussanesi!

E che meraviglia passeggiare tra le tante botteghe di artigianato e laboratori d’arte. Botteghe colorate dai mille stili diversi con, al loro interno, tante opere.

Tutto quello che si vende è naturalmente fatto a mano ed è un pezzo unico.

C’è chi crea e propone le sue candele, le sue collane, i suoi fiori fatti di carta, le sue borse di lana cotta, le piccole sculture ma, soprattutto, a Bussana Vecchia, ci sono i pittori e i loro studioli sono piccoli negozietti dai muri spessi e la luce fioca. Pittori che arrivano da ogni parte del mondo e alcuni di loro hanno segnato molto il paese di Bussana in modo indelebile.

Per alcuni, sono state anche dedicate delle vie e il loro nome è stato scritto su lastre di ardesia appese ai muri di pietra come quello di Peter Van Wel, nato il 28 agosto del 1946 e mancato il 5 febbraio del 2008.

Pittori disposti a fare un ritratto, pittori che vedono quel borgo in un modo tutto loro, pittori astratti, realisti, cubisti.

Ma l’arte trapela ovunque in questo borgo senza tempo, dove nemmeno gli orologi hanno più le lancette. Un tempo che si è fermato e regna sovrano.

E tu ti giri, ti guardi intorno e, oltre alle tele dipinte, scopri i mosaici. Sono i mosaici fatti di cocci e di specchi rotti che riflettono la tua immagine più volte e da ogni lato.

Il Museo “Il Giardino tra i Ruderi”, i cesti di vimini, il ferro battuto, il legno intarsiato. Ogni cosa.

E a Bussana non manca nemmeno uno dei più grandi venditori di bonsai della provincia. Li crea, li cura, li fa nascere e realizza opere straordinarie, veri giardini e boschi in miniatura. E se si va, nella giusta stagione, si possono ammirare addirittura i piccoli alberi con i microscopici fruttini attaccati.

Quello che però attira maggiormente l’attenzione del turista è l’andare a visitare la Chiesa, anzi le due Chiese, semi-crollate durante il terremoto del 23 febbraio del 1887, un mercoledì delle ceneri. Un terremoto che ha raso al suolo l’intera collina. Sono rimaste in piedi soltanto le pareti esterne degli edifici religiosi e i campanili che dominano su tutto il paese, il resto, si è frantumato, uccidendo, ahimè, parecchie persone che stavano proprio seguendo la messa in quel mentre.

Ancora oggi, guardando ciò che è rimasto, si provano dei brividi. Essere al centro di queste mura e poter guardare il cielo sopra di noi pare impossibile. Esserci “dentro” e calpestare l’erba alta sembra fantascientifico.

Su alcune pareti, delle scritte. Sigle di giovani che han voluto mettere la loro firma.

Dentro ad una delle due chiese ci sono delle strutture che mantengono in piedi i muri laterali e un cancello non ci permette di entrare. E’ tutto pericolante.

Ancora si possono vedere gli affreschi da quel che rimane. Il rosso, il viola, l’azzurro, traboccano da storiche pareti che sembrano di gruviera. Ancora si può notare dove c’erano l’altare e l’oratore e si vedono le nicchie dei Santi e le acquasantiere.

Una di queste Chiese, la più grande, è dedicata alla Madonna delle Grazie e rinnovata in stile Barocco nel 1600 ma, prima, questa struttura era Medievale e nominata di Sant’Egidio, realizzata pensate, nel lontano 1404.

Anche il Castello, ormai del tutto in rovina, appartiene a quell’epoca.

Bussana, come gli altri paesi del mio territorio, apparteneva alla Repubblica di Genova che governava questo splendido posto. E Genova aveva visto bene rubandola alla Corte di Ventimiglia.

Ogni angolo di questo piccolo paese è un’opera d’arte, è tutto da fotografare e fa impressione pensare che, nel 1894, si spopolò del tutto rimanendo un paese fantasma per più di cinquant’anni.

Ed è proprio a causa di questo terremoto che venne poi costruita un’altra Bussana, Bussana Nuova, giù al mare.

Ma voglio ancora soffermarmi davanti alle Chiese. Voglio rimanere ancora un po’ qua, sotto a questo cielo terso e raccontarvi di loro.

Sono grandi opere meravigliose, spero che le immagini rendano quello che vorrei farvi capire.

Ogni casa, a prima vista mezza distrutta, è in realtà la culla della fantasia di chi ha deciso di abitarci e, qui dentro, anche se nessuno più ci vive, la fantasia galoppa felice.

E io mi sento piccola. C’è una brezza leggera. Una brezza come quel giorno maledetto che ha inghiottito con sè tantissime anime; ma, quel giorno, avevano raccontato i superstiti, quella brezza diventò presto un vento forte e violento. Sospiro e continuo il mio tour.

Vado a cercare altri angoli caratteristici per voi ma, qui, non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Tutti mi salutano. Sono simpatici. Hanno le loro regole e si aiutano l’un con l’altro, sono molto uniti. Sono come una grande Comunità. Scordatevi di venire qui e pensare di poter dettar legge, il loro regolamento ce l’hanno già e, alla base di tutto, c’è la libertà.

A Bussana Vecchia infatti non giudicano nulla, non guardano i tuoi vestiti, la tua auto, la tua pettinatura, notano solo cosa apprezzi di loro, del loro fare e del loro paese. O per lo meno, di quello che ne resta, che hanno comunque saputo mantenere, o forse addirittura trasformare, in un mondo a sè.

Vedete, magari notano se rimanete indifferenti davanti a un cancello come questo, che è poi una porta d’entrata fantastica, o uno scorcio così bello, perchè no… non si può far finta di niente.

E qual’è il più bell’angolo? Boh! E’ impossibile scegliere.

Come è impossibile non notare i vari dettagli: i merletti sui lampioni, le gargoyle, strane statue che richiamano il diavolo. Dentro ai muri, un po’ nascoste, sembrano osservare.

Bussana Vecchia, rimasta senz’acqua, senza luce, senza gas, con la luminosità soltanto della sua magia e i suoi 66 abitanti.

Bussana Vecchia a 200 metri sul mare.

E tutto scorre e tutto sembra essersi fermato in questo piccolo paese che persino l’Autostrada dei Fiori indica come località turistica e bella da vedere. Dove c’è aria umida e fresca. Dove una sedia, un pezzo di legno, un tubo di ferro, diventano un’architettura particolare, un’opera d’arte.

Questa è Bussana Vecchia e a chi non l’ha mai vista consiglio vivamente di venirla a visitare. Ne rimarrà entusiasta. Verrà a visitare il più bel paese sulle colline rocciose di San Remo, fondato in antica Epoca Romana, con l’originario nome di Armedina, simile alla Valle che la ospita.

Spesso colpita e saccheggiata dai Longobardi a monte e dai Saraceni dal mare, ha saputo tener duro e, questo piglio, questa dignità, ancora si notano, si percepiscono.

Una terra circondata da terrazzamenti colmi di Ulivi e Agrumi, una terra che fino a poco tempo fa ospitava piccoli allevamenti di bestiame. Una terra che viveva di se stessa, come ora, ma in modo diverso.

Mi auguro che questa passeggiata che vi ho fatto fare in un’entroterra che non è mio, per un solo soffio, vi sia comunque piaciuta. Spero di avervi fatto sognare, di avervi fatto respirare quest’amosfera e di avervi portato là, in quel paese in cui tutto scorre ma, il tempo, sembra essersi fermato.

Un bacione a tutti, la vostra Pigmy.

M.

Il massacro al Santuario dell’Acquasanta

Quella che vi racconto oggi è una storia triste, l’ennesima. A Montalto la si ricorda ancora, e l’emozione che suscita è forte come un tempo. E’ una ferita tra le più sentite, qui, in questo borgo arroccato, un eccidio accaduto per puro divertimento e violenza da figli della guerra.

I tedeschi nazisti scesero dalle regioni Binelle ed Evria, sopra Montalto Ligure, uno dei più bei paesini della mia Valle che presto vi farò conoscere. Incontrarono un anziano, un uomo di 70 anni, Gio Batta Ammirati, che stava portando fascine di legna in casa. Cammina curvo, con il carico gravoso sulla schiena. Lo uccisero senza motivo né pietà,  sparandogli con il fucile.

Era il 17 agosto del 1944. Subito dopo, spararono a un suo omonimo, altro Gio Batta Ammirati (nei paesini, un tempo era facile avere lo stesso nome e cognome), e a Giorgio Brea di 54 anni, mentre stava mangiando sulla porta di casa sua. Un unico colpo in testa. Angelo Galleano fu freddato allo stesso modo, ma venne colto dalla pallottola nel tentativo di una fuga disperata.

Non soddisfatti dalla serie di omicidi già compiuti, massacrarono, bastonarono e seviziarono proprio davanti al Santuario un sacerdote, Don Barthus Stanislao, e il chierico Mario Bellini – i quali avevano in cura un gruppo di orfani – accusandoli di connivenza con i partigiani. Dopo aver traforato i loro corpi con decine di proiettili, si accanirono sui due cadaveri prendendoli a calci fino a farli rotolare giù dalla strada.

Il monumento che ho fotografato rappresenta un civile e un sacerdote, e lì, ai piedi delle statue, c’è ancora la carta d’identità del parroco, completamente intrisa di sangue (questa foto l’ho invece presa dal sito ventimiglia.biz, qualitativamente migliore di quella scattata da me). La lapide marmorea racconta in breve ciò che è accaduto e nomina gli assassinati.

“….per non dimenticare”. E si chiede pace. La barbaria non finì quel giorno. I nazisti scesero in paese e continuarono la strage uccidendo 27 persone, tra le quali il sacrestano accorso, Giovan Battista Montebello. Fracassarono porte e mandarono in pezzi ciò che trovarono. Entrarono nelle case e le distrussero ogni cosa, malmenando chiunque gli si trovasse a tiro.

Un tenente medico, facente parte del primo gruppo di tedeschi sceso poi fino a Taggia, si vantò di essere riuscito, da solo, a uccidere 9 innocenti. Le testimonianze riportano ciò che uscì dalla sua bocca, quella sera, nell’osteria del paese: “Quest’oggi essere stata buona giornata!”. Frase detta in un metallico italiano. 

Ringrazio le persone che hanno raccontato questa storia, è per merito loro se ho conosciuto i nomi delle vittime e le terribili circostanze della loro morte. Ringrazio anche coloro che hanno ricordato i terribili fatti di quegli anni a voce alta per raccontarmeli, mentre io ascoltavo con la pelle d’oca.

Un’altra storia toccante, quella di oggi, un altro episodio che non smetterà mai di vivere nei ricordi.

M.

4 luglio 1944

Molini di Triora. Un giorno di guerra. Un altro terribile giorno di guerra.

Antonio Allaria Olivieri ricorda quel giorno con i brividi.

Di fronte all’entrata di quello che oggi è l’Hotel Giovanna, uno dei più rinomati ristoranti e alberghi del paese, c’era un fienile. Il proprietario di questo hotel, Francesco, all’epoca aveva 8 anni, ma ricorda tutto come se fosse avvenuto ieri, anche lui come Antonio.

Quel giorno, il 4 luglio del 1944, dodici italiani sono stati obbligati dalle truppe naziste a entrare in quel fienile e, una volta chiusi dentro, hanno appiccato il fuoco. Ora, al posto della baracca andata in fiamme, c’è un monumento che li ricorda. E’ una lapide su un grosso masso che riporta la seguente scritta:

“Nella luce di Cristo, nel cuore dei cittadini, un ricordo e un ammonimento presenti gli spiriti di tutti i caduti nel nome della libertà e della patria”.

Prima di questa frase è stato inserito l’elenco di tutti i nomi.

Francesco guardava dall’altra parte del fiume divampare quelle fiamme sempre di più. Antonio ne ha ancora vivo il ricordo.

Questo non è l’unic scempio compiuto dalla guerra, ma vedere oggi questi due uomini che, con il loro sorriso, conducono le loro attività di ristoratore e agricoltore è toccante allo stesso modo di guardare in faccia ogni giorno i nostri nonni.

In quel fienile non c’erano degli sconosciuti. C’erano amici, parenti, conoscenti. E’ straziante veder pensare Antonio e Francesco alle grida dei poverini, vedere i loro occhi che per un attimo si perdono nel vuoto del ricordo per tornare poi a sorridere, ancora una volta. Quell’attimo di tristezza, non glielo può cancellare nessuno dalla profondità degli sguardi.

Ogni paese ha vissuto i propri incubi. Per l’abitato di Molini questo è uno dei più tristi ricordi, un omicidio senza giustificazione, ma solo, pare, per il divertimento di farlo.

Per molti abitanti di Molini, quello che vi ho mostrato oggi è uno scorcio sacro. E non potrebbe essere altrimenti.

M.

Il Faro di Capo dell’Arma

Ah, quanto sono affascinanti i fari vero? Ci portano subito indietro nel tempo alle storie di lupi di mare, battaglie di navi, onde impetuose… un mondo a sé.

Oggi io invece vi porto a vederne uno da molto vicino.

Mi inerpico per una salita dopo essere passata da un cancello color azzurro-grigio come l’ala di un gabbiano, tipica tinta della Marina Militare.

Il lampeggiante giallo si è illuminato e io sono sgattaiolata dentro.

Lo vedo subito. E’ alto, imponente, elegante. Mi avvicino. Ho quasi timore. Il vento forte ha qualcosa di magico. E’ bellissimo. E’ alto 15 metri e siamo a 50 metri sul livello del mare.

Il Faro di Capo dell’Arma, prende il nome dall’omonimo luogo in cui si trova ed è situato tra la città di San Remo e Bussana ai piedi di Valle Armea.

Partendo dalla Francia è il primo Faro italiano che incontriamo. Sono molto curiosa. Siete mai stati dentro a un Faro? Venite, vi accompagno.

Venne costruito nel 1912 ma gli venne data elettricità soltanto nel 1936.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi, lo rasero al suolo ma, la Marina Militare, lo ricostruì per terminarlo poi definitivamente nel 1948.

Sopra la porta d’entrata ecco l’insegna che gli conferisce il nome.

Conosco i due custodi. La Marina si serve di tecnici militari e civili per tenere controllati i suoi Fari e qui, vivono due famiglie.

Nel cortile, gli autoveicoli militari, l’entrata del magazzino e un forno a legna.

Spontaneamente nascono Rosmarino, Basilico e Bietoline selvatiche.

Mi viene incontro un cagnetto tutto peloso, è simpaticissimo, mi fa un mucchio di feste.

Scavalco l’uscio. Che emozione!

Delle scale di lavagna nera, ormai consumate, salgono di due piani.

Al primo piano c’è l’alloggio n°1 e un altro magazzino, mentre al secondo piano, l’alloggio n°2, la camera d’ispezione e l’ingresso alla torre, ossia, la famosa Stanza dell’Orologio dalla quale, tramite una scala a chiocciola e una botola, si arriva alla lanterna.

La tromba di queste scale è abbellita da quadri di ogni genere e fotografie in bianco e nero rappresentanti altri Fari. Alcune invece rappresentano le spiagge liguri com’erano tanti anni fa e i litorali di come si presentavano le città di Alassio, Ventimiglia e San Remo ma, come dicevo, la maggior parte, ritraggono Fari di ogni misura e ogni stile durante tempeste o semplicemente illuminati di notte.

Fari in mezzo al mare, Fari costruiti su scogli, Fari ormai inusati e abbandonati e Fari tutt’ora in perfetto funzionamento.

Rimango affascinata… vedo i paesi che conosco come li vedevano i miei nonni ma non c’è tempo da perdere adesso, non vedo l’ora di salire, la cupola mi sta aspettando.

Entro quindi in una stanza dalle pareti curve, tonde e piastrellata al suolo da mattonelle antiche color vermiglio.

Una scaletta bianca, davanti a me e, macchina fotografica in spalle, inizio a salire. Ovviamente la mia agilità mi permette di arrampicarmi senza alcuna fatica (—). La botola bianca sulla mia testa è aperta e sguscio, sempre senza alcuna fatica (—), dentro ad un’altra stanzetta più piccola anche lei tutta rotonda.

Pant, pant!… però è divertente! (Ma chi me l’ha fatto fare!!!).

Quando i miei occhi vedono che c’è ancora un’altra scala da fare, ancora più scomoda della prima, in quanto per nulla inclinata bensì, completamente verticale, sono davvero la topina più felice del mondo (ehm…) ma… topini… guardate… ne è valsa davvero la pena!

Ecco il mondo che mi si prospetta davanti. Par di vedere tutto l’azzurro dell’Universo. Sembra quasi di poter dire, con presunzione, che oltre non c’è più nulla. E’ tutto lì, davanti a me. Quel che desidero è tutto lì.

E vedo il mare, vedo le prime coste francesi, vedo Santo Stefano e il porto della Marina degli Aregai. C’è foschia, non posso vedere la Corsica. C’è vento. L’acqua sembra una distesa ruvida. Vedo la lanterna. E’ enorme. Più grande di me. Ecco come fa a fare così tanta luce, pensate, illumina per ben 24 miglia nautiche…

A proposito di luce, non posso certo essere arrivata fin qui per andarmene senza vedere questo faro illuminato? Ma devo riscendere e aspettare la sera. E poi, se si accendesse mentre sono qui mi abbronzerebbe come un arrosticino. No, non è vero. Non accadrebbe nulla.

Lascio comunque quel panorama, lo rimirerò da più sotto aspettando che questo gigante faccia luce.

Ancora scale, chi lavora qui, si tiene in forma. Le stesse di prima, in marmo bianco e lavagna nera.

Attendo il buio e… finalmente eccolo dominare ancora più di prima e ancora più austero. Governa su ogni cosa. Illumina tutta la costa. 

In Liguria, i Fari sono sei e questo è tra i due più recenti.

La sua illuminazione consiste in un lampeggiare due lampi bianchi ogni 15 secondi e, dopo la Lanterna di Genova e il faro di Capo Mele di Andora, è il più potente.

Anche da qui sotto, nel cortile, si gode di un’ottima vista. Il tramonto è bellissimo, il sole sta per andarsene ma tanto c’è lui, il Faro di Capo dell’Arma, con la sua luce.

Un abbraccio a tutti. Alla prossima Pigmy.

M.

Argallo – il piccolo paese delle Meraviglie

Topetti, oggi vi porto a…? Fiato alle trombe! Argallo! Ebbene si, merita.

Siamo nel Comune di Badalucco e siamo a 640 metri sopra il livello del mare.

Argallo è una manciata di case lanciate sulla cresta della montagna Pallarea e rimaste in piedi. 

Il suo nome deriva probabilmente dalla voce “Arx-Galli” ossia, Fortezza dei Provenzali.

Per arrivarci abbiamo preso la strada che porta ai Vignai e, percorrendola, si può raggiungere anche il Monte Ceppo e discendere a San Giovanni dei Prati.

I paesini vicini ad Argallo, Ciabaudo e Zerni, sono, come lui, quasi disabitati.

Ad Argallo risiedono stabili solo due famiglie, tutti gli altri, sono di nazionalità tedesca e vengono qui solo in estate.

Siamo in una piccola sottovalle della valle Argentina: Valle Oxentina e, il ruscello, omonimo, la percorre tutta fin sotto a questo monte dove è stato costruito questo splendido paesino. Un monte che arriva a toccare, con la sua punta, i 1.100 metri.

Il panorama che ci offre è stupendo, tutta la zona dell’Oxentina si mostra a noi e, allungando lo sguardo, possiamo notare laggiù in fondo l’alto Monte Faudo con le sue antenne e la neve che ancora lo ricopre.

Andiamo però a visitare il centro del paese, arrampichiamoci su. Si, uso il termine arrampicarci perchè solo poche auto riescono a salire fin qui; quelle molto piccole, oppure, si può arrivare con delle moto o dei motocarri. Noi, avendo una macchina più grande, siamo obbligati a parcheggiarla per la strada e raggiungere le case attraversando gli orti coltivati e ordinati in modo meticoloso.

Il mio toposocio di questa escursione parte all’arrembaggio e io dietro a scattare foto a destra e a manca incantata dalla natura che mi circonda.

Piano piano passiamo sopra ad un piccolo ponticello di legno, scavalchiamo qualche gradino in pietra, ci abbassiamo per evitare rami di alberi in testa e camminiamo tra piantagioni splendide di Ulivi. Tranquilli, il percorso sembra roccambolesco ma vi assicuro che è molto divertente e soprattutto salutare. L’aria che si respira qui è più che pulita, del tutto incontaminata e non tira il forte vento che tirava poco più giù, nonostante l’altitudine.

Qualche uccellino viene a salutarci, sembra davvero di essere dentro ad una fiaba. Eccoci giungere nel paese e già la prima casa, una bellissima casetta con una verandina e un gazebo in legno, con tavolino e sedie in Ardesia, ci da il benvenuto. Accogliente direi!

Ci accorgiamo subito che l’atmosfera è particolare. Non c’è nessuno ma, nell’aria, si sente come un senso di cordialità. Vi sembrerà assurdo ma ci sentiamo meno soli qui che non in una grande città dove nessuno ti guarda e nessuno sa chi sei e anche chi ti conosce fa finta di nulla. Sembra di essere in una comunità.

Immediatamente notiamo la cura e la particolarità che contraddistingue le abitazioni. Saltano all’occhio i colori tipici della Provenza, il giallo, l’azzurro, il bianco e il blu e le porte delle case sono circondate da simpatiche statuette o piatti decorati o mattonelle colorate con divertenti scritte. Le persone ci tengono molto a scrivere il loro nome sulla loro dimora e, per le vie del paese, ci sono veri e propri cartelli di legno che indicano la strada per “Casa Tizio” o “Casa Pincopallino”.

Ognuna ha la sua particolarità. C’è la famiglia che ama l’olio d’oliva e sotto al portico è piena di bottigliette e damigianette pitturate, quella invece amante dei gatti che ha mici di ogni materiale, quella che preferisce dei nanetti con Biancaneve, stabili nel giardinetto, e così via…

Ad arricchire questo borgo non sono però solo le casette ben curate; anche i ruderi hanno il loro fascino. Ancora imponenti e ricchi di storia mi lasciano a bocca aperta. Osservandoli attentamente si scorge tutta la lavorazione dell’epoca. Meravigliosi. Meravigliosi i loro tetti, i loro massi accatastati uno sull’altro, i loro finestroni, le loro travi, le loro altezze e quelle stalle ormai abbandonate che un tempo erano rifugio di animali da pascolo.

Un tempo i pastori portavano le loro bestie fin sui monti dietro la chiesa della Pallera, la chiesa della Regina di tutti i Santi.

Spesso incontriamo per terra lastroni di ghiaccio ma solo tra le case dove il sole fa fatica ad entrare.

Mi dicono i contadini della zona che, rispetto al paese più sopra, cioè Zerni, qui ad Argallo ci sono ben 15 giorni di differenza. Cosa vuol dire 15 giorni di differenza?

In pratica, ad Argallo, fa leggermente più caldo e si semina ogni cosa sempre 15 giorni prima rispetto al paese dopo. Pignoli calcolatori fantastici! Eppure credetemi che si tratta di 1 km appena!

Sopra al paese, in regione Batolo, sorgono delle opere in pietra, riconducibili a terrazzamenti fortificati e individuati come gli antichi accampamenti dei Provenzali. Inoltre, bellissimi sono i dipinti o le sculture, sempre in pietra, appese ai muri del paese.

Ovviamente non poteva mancare un altarino dedicato alla Madonna, protettrice di tutte le borgate della mia Valle, e una cosa che mi ha colpito molto è stata una piccola fontanella, nella piccola piazzetta, a disposizione di tutti, con una saponetta “in dotazione” per lavarsi i panni o le mani in tutta libertà.

Qui ad Argallo c’è anche un caratteristico Agriturismo, funzionante solo nella stagione estiva e bellissime da vedere sono le fonti Marsaglia. Si tratta di un acquedotto che, l’ingegnere Giovanni Marsaglia, nel 1883, riuscì a costruire in un solo anno con tanto di parco intorno, ma questo, amici topi, sarà un altro post.

Ora vi lascio riposare, per oggi, avete scarpinato abbastanza. Ripulitevi le zampette e preparatevi, tra non molto si riparte per una nuova avventura.

La vostra instancabile Pigmy.

M.

Giornata a Costa

Costa. Dalla strada principale della Valle Argentina, dopo Badalucco, giriamo a destra verso Carpasio ma, a metà strada, un’altra via nei boschi, che ha un qualcosa di magico, sempre alla nostra destra, ci porterà a Costa.

Esso è un piccolo paesino di 18 anime, circondato solamente da pace, rumori della natura e, ogni casa, è rigorosamente costruita in pietra naturale tagliata in conci di diverse dimensioni. Guardate che spettacolo. Non vi sembra un paesaggio incantato e abitato da gnomi e folletti? Sembra finto e in miniatura, invece, è tutto vero, ve lo assicuro!

La strada che ci porta in questo piccolo borgo è, in questa stagione, completamente ricoperta da foglie cadute lievemente al suolo che la tingono di colori caldi e opachi come il beige e il marrone. Sono principalmente foglie di Castagni ma sono presenti anche molti ricci.

Il sole fa zig zag tra i rami spogli e, in alcuni punti, al di sotto della montagna, alcuni ruscelli, passano veloci per tuffarsi poi nel torrente Argentina. Solo in quei punti si nota umidità e bisogna porre maggior attenzione quando scende la neve e ghiaccia. Sono curve che rimangono all’ombra tutto l’anno. Per il resto, in tutto il suo percorso, la strada è luminosa e, lo stesso paese di Costa è baciato dal sole ad ogni ora del giorno.

Il sole, sembra di riuscire a sfiorarlo, siamo in alto e all’aperto.

Davanti alle case non si ci arriva in macchina, bisogna lasciare l’automezzo in una piccola piazzetta dove le nonnine passano le giornate  a raccontarsela sedute su una panchina all’ombra di un maestoso albero.

Questa zona della Valle Argentina è chiamata Val Carpasina e la sua particolarità è la netta divisione tra gli Ulivi, coltivati nelle tipiche terrazze liguri più a valle e i Castagni che padroneggiano la parte più alta dei monti. Gli Ulivi che si abbronzano e si lasciano scaldare dal sole e i Castagni che prediligono invece il fresco ma, senza la calda luce, non potrebbero vivere. Sono entrambi alberi particolari e molto significativi nella mia Valle ma, Costa, è circondato prevalentemente dai secondi e sarà di questi che vi parlerò.

Pensate che, i primi Castagni, come ci racconta saggiamente la tavola che si trova all’inizio del paese, sono stati piantati già in epoca medievale e, velocemente, hanno ricoperto tutte le miniere di carbone presenti e numerose negli anni lontani. Grazie a questi alberi, la popolazione poteva sfamarsi sostituendo i più cari cereali e sono divenuti la più importante fonte di sostentamento.

Oggi, il sottobosco è incolto e ha ricoperto gli essicatoi e le zone in cui un tempo le castagne venivano lavorate a seconda del bisogno.

Incamminandoci a piedi, verso le case, passiamo davanti ad una splendida cappelletta e simpaticissima è la frase scritta sopra ad una lamiera su di essa: “Oh Passante che passi per la via, leva il cappello e saluta Maria“. Anche qui, non si stona, il ricordo della Madonna è perennemente presente.

La prima casa che incontriamo è una struttura davvero particolare. Pensate, siamo davanti al Museo della Resistenza della Valle Argentina. Purtroppo non possiamo entrare in questo periodo, è chiuso, ma non importa, avrà presto un post dedicato interamente a lui.

Oggi, vero il protagonista, deve essere questo splendido paesino ma due notizie sul Museo ve le darò ugualmente.

Innanzi tutto, il nucleo che lo racchiude, è originario degli anni della guerra e propone un’intero capitolo di storia di questi posti come la distruzione nazifascista e la tremenda lotta partigiana.

All’interno si possono ammirare cimeli, documenti personali, oggetti della vita quotidiana e non solo di soldati ed esercito ma anche di civili, di persone che, con tutta la forza che avevano, hanno aiutato “i nostri” ad avviarsi verso la liberazione, anche solo proteggendoli o nascondendoli dal nemico.

Davanti al Museo, due cose m’incantano e rapiscono la mia attenzione: la prima è la sgualcita bandiera italiana, il nostro tricolore, del quale è rimasto solo il verde a sventolare seguendo la direzione della brezza ma mantenendo una certa dignità.

Mentre, la seconda, è una stupenda, piccola campana in ferro battuto, ossidata dal tempo e posizionata su un muretto di pietra e suonata da chiunque passi di lì.

Continuiamo a salire, in questo gruppetto di case la strada è in salita, sembra di essere in un bosco pulito e arranchiamo tra erbetta e sassi.

Guardate come sono le stradine che serpeggiano in Costa. Incredibili. Percorrendole si arriva a tutte le case e si visita ogni angolo. Li visiteremo volentieri ma c’è ancora qualcosa da ammirare.

Il cielo è terso e il verde dell’erba, nonostante i mesi autunnali, si staglia contro l’azzurro intenso.

Ad accompagnarci, alcune lucertoline che fuggono veloci qua e là e qualche insetto. I più temerari non si staccano da noi. Forse ci annusano. Sembra però non siano gli unici esemplari di fauna qui.

Guardandoci intorno, scorgiamo infatti una piccola tana di scoiattolo su un albero, bellissima, sembra disegnata. Non flashamo il piccolo roditore con la macchina fotografica, è già in letargo, e io so quanto può essere fastidioso sentirsi disturbati durante il riposino invernale. In fondo, non è l’unica tana della zona.

Possiamo adocchiarne un’altra ma, questa volta, fortunatamente, il rifugio nell’albero è vuoto. Trattasi infatti della modesta casetta di un cinghiale. La vedete? Giù, in basso, contro l’erba, verso le radici, e dovreste vedere com’è scavata dentro, ma non mi fidavo molto a irrompere in casa di qualcun altro.

Ho scoperto anche una chicca grazie alle notizie sul Museo; pensate che nel tronco cavo di questo castagno, durante la guerra, trovavano riparo ben 7 persone! Quanti anni ha quest’albero? E’ davvero grande.

Continuiamo la nostra passeggiata, per ora, ancora in salita.

Costa si trova a 675 m d’altitudine ma qui, se continuiamo a salire, non so a che altezza arriviamo! Beh, è tutto così bello che non sentiamo la minima fatica.

Ci stiamo dirigendo verso un posto davvero particolare, per gli abitanti del luogo, direi addirittura simbolico. Il forno. Questo forno è usato da tutti. E’ poco distante dalle case e accessibile a tutti gli abitanti. Intorno è colorato da un bel praticello.

Le casette sparpagliate di Costa, sono realizzate in pietra locale anche internamente e soprattutto nelle pavimentazioni mentre il sottotetto è costruito con il legno. E’ davanti a questo splendido forno comunale e all’aperto che vediamo le indicazioni di Costa che sono originalissime scritte su tavolette di legno scolpite per intonarsi alla natura circostante.

Questo paese, forma infatti un triangolo con i paesi di Arzene e Carpasio, tutti quanti situati sopra al più conosciuto Montalto. Questi “segnali stradali”, spiegano anche quanto sono alti questi paesi sopra il livello del mare che, ognuno su un cucuzzolo diverso, si guardano l’un con l’altro. Ognuno offre le sue bellezze e ognuno ha una storia da raccontare. La sua storia. Indicano le strade più comode da percorrere in auto e quelle tra i boschi, le mulattiere, da percorrere volendo, a piedi, regalandosi una panciata di pura montagna. Quello che si può vedere in questi borghi, raramente lo si può scorgere dove la vita corre più frenetica. Qui la gente ha più tempo e forse più passione di mantenere i suoi luoghi più curati, abbellendoli anche con oggetti lavorati con le loro stesse mani.

La fontanella in ferro che vi mostro, ad esempio, è uno di questi. Realizzata da un signore del posto, dopo ore e ore di lungo lavoro.

Qui, il sabato e la domenica soprattutto, quando non si sa cosa fare e sono considerati questi, giorni di festa, la gente si mette al lavoro per allargarsi un pò la casa, per crearsi i gazebi o i porticati che hanno sempre sognato, per riparare gli infissi in legno prima del freddo inverno, per creare una zona ai figli cittadini che ogni tanto vengono a trovarli, e allora ripristinano le grondaie, piantano fiori in grossi vasi davanti a casa e si occupano, nonostante la festività, anche del terreno, che nonostante l’autunno, non può mai essere abbandonato. Hanno un vero culto per questo tipo di lavoro.

E’ infatti in questi luoghi che si può costantemente vedere gente al lavoro, per l’amore che provano nei confronti della propria terra. E si lavora ancora usando gli stessi mezzi di un tempo, primi fra tutti, le proprie braccia.

Questa è la vita a Costa e nella maggior parte della mia valle.

Vi mando a tutti un grande abbraccio Pigmy.

M.