I Bambini e le Streghe

Oltre al tenersi lontani dalle Streghe, e al cacciarle, gli abitanti di Triora e di tutta la Valle Argentina dovevano porre un occhio di riguardo verso i neonati, obbiettivo principale, a quanto pare, delle famose megere.

Siamo nel XVI secolo e, i bambini in fasce, erano “carne tenera” per le conosciute e temute bazue (streghe) della Cabotina. Esse, non mangiavano propriamente i bambini ma si dice ci giocassero a palla lanciandoli in aria e li donassero a Moloch, divinità malefica, divoratore di creature pure e innocenti.

Quegli esserini appena nati venivano sacrificati al diavolo da queste donne che, ovviamente, per compiere il rito, dovevano prima rapire i piccoli.

Per questo, le mamme di un tempo, mettevano al collo delle loro creature, collane realizzate con teste d’aglio e posizionavano, accanto al davanzale delle finestre di casa, delle scope di saggina che avrebbero distratto le malvagie donne. La scopa era un’ossessione per le streghe. Era il loro strumento preferito, capace di incantarle e mantenerle impegnate facendo loro dimenticare il rapimento del neonato. La strega, infatti, passava molte ore a contare le setole che componevano la ramazza, così come un astronomo passa il suo tempo a contare le stelle, completamente avvolto dalla sua passione. Più rametti componevano la scopa e più quell’attrezzo soddisfaceva la temuta donna.

Era assolutamente proibito lasciare i bambini incustoditi. Si rischiava moltissimo. Le bazue erano sempre in agguato, per accontentare il loro demone amante, e non avevano pietà.

Questa è solo una delle tante motivazioni che hanno indotto la popolazione antica a dare la caccia a donne particolari, le quali, una volta catturate, venivano prima torturate e poi uccise in diversi modi crudeli. La tradizione e i racconti popolari ne riportano testimonianze e ricordi, laddove, prove certe non esistono se non i giuramenti di chi afferma di aver visto con i propri occhi, figure femminile danzare con diavoli e corvi in una radura durante una notte di luna piena.

Eppure, nonostante questo, persino l’Inquisizione si appropriò del loro destino. Vicari di Albenga, Vescovi di Ventimiglia, Doge e lo stesso Governo di Genova si mossero per anni cercando di eliminare chi, con metodi ritenuti poco consoni, viveva una vita giudicata “strana” ai più. Quel particolare rapporto con la natura, quelle prodezze, quei rimedi che funzionavano davvero… quale magia e, quindi, quale inganno si celava dentro a quei corpi che apparivano normali ma vestivano in modo ambiguo? Sono senza dubbio esistite donne cattive, ignoranti e sadiche, tristi, come esistono tutt’ora, ma premeva eliminare prevalentemente chi poteva danneggiare un potere esistente fin d’allora, attraverso un vivere che non richiedeva nulla se non la connessione con il cielo e la Madre Terra.

I bambini, come prede, erano l’ideale per mettere alla gogna tali personaggi. Erano ciò che di più caro c’era al mondo e nella vita di un popolo. Intoccabili. Il tesoro più prezioso. Guai a chi avesse anche solo pensato di torcere loro un capello. Per questo, le streghe, addirittura vennero additate come strangolatrici di neonati o provocatrici di lunghe e penose malattie ai danni delle piccole creature.

Nella Minuta Lettera del novembre del 1588, appartenente all’Archivio di Stato di Genova, secondo fonti storiche, si legge che si macchiarono di crudeli infanticidi istigate dai demoni bramosi di carne pura.

Capitava spesso, a quei tempi, che la puerpera non avesse latte per il proprio figlio. Questo ha creato la figura della balia ossia una donna che, avendo un seno ricco e nutriente, poteva permettersi di sfamare anche la prole di altri, oltre che la sua. Capitava che la partoriente moriva e il bambino veniva affidato alla vicina di casa, capitava anche che la donna non fertile portava via un bambino ad una famiglia per avere anch’essa un pargolo tutto suo. Non era certo come adesso. Non c’erano sicuramente i controlli di ora. Quanti figli persi. Innumerevoli gli individui che non erano geneticamente nati da chi li ha poi allevati. Da qui, nel dipanarsi del tempo, alcuni avvenimenti presero certe pieghe e certe considerazioni, fino al formare quello che ancora oggi è una leggenda per alcuni o verità indiscussa per altri.

Ma una cosa è certa. Come sapete tutti, Triora ricorda, senza problemi, ogni evento del passato che la riguarda. Tra questi, la nota memoria dei bambini e le streghe.

Un bacio leggendario a voi!

La salsa alla Calendula

Ma che bellissimo fiore è la Calendula!

Ho tante foto delle Calendule ma, oggi, ho preferito postare questa un po’ più scientifica presa dal sito pfaf.it.

Presto scriverò parecchio su questa pianta davvero ricca di proprietà e amata per i suoi mille usi. Primo fra tutti, quello che arricchisce la nostra cucina. Infatti, fin dai tempi più antichi, la Calendula è sempre stata utilizzata per ricette di vario genere, addolcendo le pietanze con quel suo gusto delicato e naturale.

I miei nonni non potevano certo essere da meno e hanno, anche loro, sperimentato l’uso di questo fiore per preparare tante prelibatezze. Una tra queste era la Salsa alla Calendula. Perchè non farla conoscere anche a voi quindi? E’ semplicissima da preparare e ricca di ingredienti gustosi. Prendete appunti che iniziamo. Oggi vi do i quantitativi che possono servire per 4 persone, per cui:

– 2 tazze di panna fresca.

-1 cucchiaio di farina (quella integrale sarebbe meglio).

– 1 scalogno.

– 20 gr di fiori di Calendula.

– 2 cucchiai di Cognac.

– sale.

– pepe.

Fate scaldare leggermente la panna fresca in un pentolino antiaderente e aggiungete la farina, mescolando continuamente fino ad ottenere una crema uniforme e senza grumi. Aggiungete lo scalogno tritato finissimo. Cuocete a fuoco basso, per 10 minuti, senza smettere di mescolare. A questo punto unite i petali dei fiori di Calendula e il Cognac e continuate la cottura per altri 2 o 3 minuti. Salate e pepate a piacere, versate in una coppetta e lasciate raffreddare.

Alcuni invece lo scalogno lo fanno soffriggere e la salsa rimane un filino più saporita, meno delicata. E’ una questione di gusti, potete provare in tutti e due i modi.

Ecco qui, la ricetta è bella e pronta. Questa crema è una salsa adatta ad accompagnare, impreziosendolo, il pesce, ma può essere usata anche per dare un tocco di sapore diverso alle carni bianche soprattutto se lessate.

Provatela e poi mi saprete dire.

Gnam! Gnam!

M.

L’antico orologio

Eh sì, topini: ognuno aveva il suo metodo. C’era chi guardava il sole, chi sentiva il rintocco delle campane, chi toccava gli alberi, chi aveva le meridiane… Tutti dovevano comunque conoscere l’ora, in un modo o nell’altro. Non c’era certo l’orologio al polso!

Per esempio: come facevano gli abitanti di San Faustino, piccolo borgo della mia Valle, a contare il trascorrere delle ore, dei minuti e dei secondi? Mi sono proprio chiesta come facesse il nonno di Marco, il mio amico toporeporter, a sapere che era giunto mezzogiorno e bisognava lasciare i campi per andare a mangiare.

Ebbene, ve lo spiego subito.

A nonno Giovanni, detto Giuan de Cristò, bastava guardare la Colla du Frae, ossia, la Colla del Frate che vedete nella foto e, più precisamente, quella parete di nuda roccia situata nel bel mezzo di questa collina. Come potete vedere, nel centro della roccia, si distingue una macchia nera. Sembra quasi un grosso graffio fatto da tre giganteschi artigli sporchi di pece. Vedete?

Ebbene, quando il sole arriva a scoprire e illuminare questa macchia scura, è esattamente mezzogiorno! Ovviamente c’è un leggero cambiamento dall’estate all’inverno, ma, più o meno, l’orario è quello.

E non è una bugia! Io ho fatto queste foto a mezzogiorno meno cinque e, da come potete vedere, il sole stava quasi per toccarla.

Nel pomeriggio, invece, tutta la montagna è baciata dal sole. Questo è un fantastico metodo usato dai contadini di questo paese che si trova in alto, sopra Aigovo, a dominare gran parte della Valle. E, pensate, solo da tale altezza si può ammirare questo fenomeno.

Quanto mi diverte! Chissà chi è stato il primo a scoprirlo! Che genietti, i miei convallesi!

Be’, non mi resta altro che ringraziare il mio amico Marco per avermi svelato questa curiosità e mandare un abbraccio a tutti voi!

M.