Saliamo sulla vetta del Toraggio

Per arrivare in cima al Monte Toraggio, 1972 mt, si può partire da diverse zone.

Esso infatti si trova tra due Stati, Italia e Francia, e tra le valli Nervia e Roja pur essendo simbolo amico degli abitanti della Valle Argentina che possono ben vederlo, ogni giorno, stagliato contro il cielo dell’Alta Valle e vivendoci attorno.

Io sono partita da Colle Melosa, dove un Camoscio mi ha subito salutata di buon mattino (non l’unico quel giorno), ho attraversato le pendici del Monte Pietravecchia, ho raggiunto il Passo di Fonte della Dragurina e sono arrivata al Toraggio. Proprio in cima.

Su quella punta chiamata “naso” perché, il Toraggio, visto dalla mia Valle, appare come il volto di profilo di un uomo addormentato. Il Gigante che dorme.

Alcuni o chiamano il “Napoleone che dorme” o il “Garibaldi che dorme” (vedendoci anche la barba lungo le falesie orientali del monte protagonista e questo perché, assieme al Monte Pietravecchia e al Monte Grai, forma il corpo (fino alla cinta) di una figura maschile, con tanto di mano appoggiata sul petto.

Quando si è lassù ci si sente più in alto del mondo e, di quel mondo, se ne vedono tantissimi pezzi che sembrano infiniti.

Della Liguria, terra nella quale siamo, si vedono i paesi dell’entroterra di Ponente, fino ad arrivare con lo sguardo al mare. E poi altri monti e creste e falesie.

Sono partita da un ambiente verdeggiante e c’era persino la nebbia, quel mattino, ad accompagnarmi.

Una nebbia che, prima di andar via, si è trasformata in acquazzone e sono stata costretta a ripararmi sotto ad una roccia che formava una piccola grotta intima e affascinante.

La natura, qui, mostra tutti i suoi caratteri da quello più morbido e dolce a quello più aspro e selvaggio che incontrerò avvicinandomi all’arrivo.

Ma anche attraverso il clima palesa tutte le sue qualità.

Sto percorrendo un sentiero fresco che mi permette di vedere l’ampiezza della vallata, molta flora, pascoli e persino qualche regalino lasciato da chi è passato prima di me.

Queste pietre disegnate si trovano spesso nella mia Valle come una specie di riferimento.

I Gracchi Alpini e qualche uccellino solitario mi tengono compagnia con il loro verso e il solo svolazzare. A volte spiccano il volo alla ricerca di cibo, altre volte giocano con il vento che, adesso, sta portando via tutte le nuvole.

Sul Toraggio, invece, sono minuscole e rare le zone d’ombra date unicamente da qualche solitario Ontano o un arbusto di Rosa Canina.

Il sole ora è cocente e risplende sulle rocce bianche e solide che vanno a comporre la sua punta frastagliata.

Il paesaggio è più duro e asciutto rispetto ai primi km percorsi in questo tratto dell’Alta Via dei Monti Liguri (complesso tracciato di oltre 80 km) dove il bosco rendeva tutto più umido e verde.

Fonte della Dragurina permette un po’ di frescura. In questo periodo di acqua ne produce poca e non è conveniente berla ma risulta utile per chi vuole darsi una rinfrescata bagnandosi le braccia o i capelli.

Vi consiglio vivamente di portarvi parecchia acqua da bere se volete intraprendere questa escursione.

Arrivati a questa sorgente si capisce che manca poco per giungere in cima alla meta ambita. Dopo poco infatti, dove alcuni sentieri si incrociano in uno spazio aperto di prato ecco la scritta che indica l’arrivo.

Si guarda in su e si può vedere la vetta attenderci. Quelle rocce così alte sembrano messe una sopra l’altra e la loro austerità è limata da un paesaggio che ricorda il cartone animato di Heidy. Fiori, farfalle, erba, spighe…

L’ultimo pezzo di salita, anche se breve, è da fare a quattro zampe arrampicandosi tra quei massi che lasciano poco spazio alla sosta. Alcuni punti possono intimorire. Non ci sono protezioni e i punti in cui si appoggiano le zampe sono così sottili da non permettere al corpo di incurvarsi o rilassarsi.

Chi non se la sente, per paura del vuoto o dell’altezza, può fermarsi più in basso godendo comunque di un panorama mozzafiato. Chi invece riesce a salire sul punto più alto rimane davvero strabiliato dal creato che si mostra ai suoi occhi a 360°.

Qui, una Madonnina bianca e azzurra sotto ad una croce, simboli della vetta, aspetta gli escursionisti più impavidi ed è già pronta a rimanere immortalata su tante foto che contraddistinguono la frase – Ce l’ho fatta! -.

È facile essere stanchi dopo aver percorso circa 8 km su pietre, salite e discese toccando anche il Sentiero degli Alpini per diversi tratti, per cui, occorre non esagerare e non sforzare troppo il proprio fisico soprattutto se siete topi che semplicemente si fanno una camminata la domenica. Vi consiglio quindi di riposarvi un po’ prima della discesa perché vi serviranno di nuovo tenacia, stabilità ed equilibrio.

È infatti un sentiero definito EEF (Escursionista Esperto Facile). Significa facile per un escursionista esperto ma più arduo per chi esperto non lo è. Sconsigliato ai piccoli topini.

Tanto non dovete preoccuparvi. A stare fermi lì non ci si annoia di certo. Già vi vedo con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata ad ammirare quello splendore.

Durante la salita non serve correre. Godetevi quei momenti e quella meraviglia. La natura è incantevole. Gigli, Cicuta, Ginestra, Vedovine, Fiordalisi alpini, Campanule e molti altri fiori si mischiano al verde chiaro e brillante dell’erba sottile che spicca a ciuffi.

In alcuni tratti di prato le Ortiche, le Roselline e i Cardi selvatici possono pungere le gambe ma nulla di drammatico.

In mezzo a tutti quei colori si innalzano molti profumi che penetrano le narici in modo deciso e anche tanti insetti vivaci e curiosi come le Cicale e le Farfalle, un’infinità di farfalle, che non hanno paura a venir vicino e stare un po’ assieme. Certi insetti invece sono davvero singolari. Mostrano colori o disegni geometrici sul loro esoscheletro che io non ho mai visto.

La pace è indiscussa soprattutto se ci si allontana leggermente dalla Madonnina (spesso circondata da parecchie persone) e si sceglie un anfratto tra gli scogli chiari per riposare o mangiare.

Siamo in alto e può capitare che la nebbia o le nuvole vengono a far visita come ho detto prima. Non temete potrebbero sparire nel giro di mezz’ora, a quelle altezze capita, e lasciare il posto nuovamente al sole, così caldo da obbligarvi all’uso del cappello e della crema solare.

L’appagamento è totale soprattutto se è un monte al quale siete affezionati come me.

Averlo sempre visto da fondo Valle e ora esserci sopra e poter guardare cosa osserva lui ogni giorno è indescrivibile. Fa uno strano ma piacevole effetto e, sicuramente, da oggi, ogni volta che lo vedrò stagliarsi nel panorama dei miei monti, in tutta la sua austera bellezza, lo guarderò con occhi diversi.

Il Toraggio è come un Re e appartiene alla Catena del Saccarello un importante insieme delle Alpi Liguri. La sua imponenza regna nei nostri cuori.

Quando si è lassù si può lasciare il proprio ricordo su un quaderno messo a disposizione che si trova all’interno di un contenitore tubolare plastificato. Si tratta di un quaderno pieno di scritte, nomi e pensieri. Bisognerebbe aggiungerne uno nuovo e avere altre pagine bianche per permettere ai futuri viandanti di lasciare la loro impronta. Quello che c’è oggi non ha più spazio ed è una cosa molto carina a mio parere. Ovviamente anch’io ho lasciato il mio messaggio e che si sappia che la Topina della Valle Argentina è giunta fin quassù.

Per ora ho finito e prima di scendere da qui rosicchio qualcosa. Mi raccomando, aspettatemi per la discesa, devo raccontarvi anche come si scende da qui e spiegarvi il percorso di ritorno, quindi, continuate a seguirmi.

Vi mando un bacio purissimo da una vetta altissima, alla prossima!

Le vigne di Aigovo

Non possiamo certo dire di essere nelle Langhe, cari topi, ma guardate quanta meraviglia abbiamo nel nostro piccolo! Non sono forse stupende queste vigne, qui ad Aigovo? Guardate i colori, ammirate l’ordine! Che splendore!

Filari sgargianti e ben delineati. Complimenti a chi coltiva tanto ben di Dio!

Ce ne sono ovunque, soprattutto a bordo strada e, a volte, anche qualche unica pianta qua e là.

Sotto a uno splendido cielo, nell’apertura tra i monti, e lo sguardo vigile della località di San Faustino, queste vigne si mostrano in tutta la loro bellezza, riempiendo il paesaggio di foglie, frutta e profumo a seconda della stagione.

Riposano pacate osservando la Valle e le creste montuose sopra di loro. Si trovano infatti alla base di montagne che appaiono pompose, ricoperte completamente da alberi di molte specie: castagni, noccioli, roverelle, larici… Riposano nella totale tranquillità di questi luoghi.

È un piacere osservarle. Mettono di buon umore.

Sotto di loro il terreno è verde e aperto. Pianeggiante o appena scosceso.

Rametti striminziti, foglie larghe e stropicciate. Pali a sorreggere. Grappoli di varie forme e misure. Tronchi nodosi e grigi.

La strada le taglia e rende unica questa passeggiata, bella da percorrere sia a piedi che in auto.

Siamo ad Aigovo, una piccola frazione della Valle Argentina. Una meta conosciuta che apre le porte al cuore della Valle, subito dopo Badalucco. Appena sopra i 600 mt s.l.m., le vigne se la cavano ancora alla grande. E, in questa conca, spesso il clima è umido. Ma  l’ambiente è aperto e il sole ha il suo tempo per scorrere.

E quanto verde c’è! Che bellezza!

La dolcezza dei chicchi attira gli insetti e sono tante le bestioline che si possono incontrare qui, e sono anche assai indaffarate. Molte di loro sono alate e riposano lasciandosi accarezzare le ali dal venticello. Ali leggere, piccole, che iniziano a tremolare come veli.

I ragni la fan da padroni tra un filare e l’altro, possono davvero costruire splendide ragnatele. Hanno tutti gli appoggi che desiderano.

Ma anche merli e tordi non disdegnano l’ambiente e può capitare spesso di vedere un loro nido appoggiato alle vigne.

Le vigne di Aigovo, zampettando tra i colori e la pace.

Un bacetto a voi!

Il fascino di Triora: il Paese delle Streghe

Ed eccomi alla descrizione della chicca della mia Valle.
Chi conosce la Valle Argentina, ed anche il mio blog, sicuramente si è già chiesto come mai non ho ancora parlato di questo paese. Ma… vedete, di Triora, ne parlano tutti. E’ famosissima. A me piace farvi scoprire i posti invece meno, come si dice, “gettonati”, ma molto importanti.
Però… topi cari, Triora è considerato uno dei borghi più belli d’Italia e i motivi sono tanti.
Triora ha una storia ricca e affascinante di fatti realmente accaduti e di leggende che l’hanno resa famosa ovunque. Ebbene no, ho deciso, non si può non parlare di Triora.
Triora è un paese a 780 metri sul livello del mare. Domina gran parte della vallata. Verso Sud si può ammirare dall’alto Molini, mentre a Nord, si vedono i paesi di Andagna e di Corte. Sembrano piccolissimi da qui.
E’ un borgo circondato da meravigliosi monti, alti e austeri, e orti ordinati che formano verdi puzzle, nel quale vivono circa 400 persone (molte meno rispetto agli ultimi anni dell’800 in cui i residenti erano più di 3.000) e offre alberghi, B&B, e negozi che sono caratteristici e molto originali.
Come si arriva in Triora si respira un’atmosfera particolare.
L’insegna di marmo che ci accoglie, alla fermata dell’autobus, recita “Chi qui soggiorna, acquista quel che perde”.
Famosa per le storie di stregoneria, permette di vivere come dentro ad una fiaba.
Nel centro storico non si può passare in auto, la macchina bisogna parcheggiarla fuori paese e proseguire a piedi per i viottoli e i carrugi dove le case sono state costruite direttamente sulla roccia.
Alcuni di questi passaggi sembrano vere e proprie caverne e, spesso, sboccano in corti ordinate e pulite che le padrone di casa mantengono vivaci con Ortensie, Orchidee e Geranei, ben accuditi.
Trieua, così si chiama in dialetto, è il Comune più esteso della provincia d’Imperia. Fan parte del suo territorio infatti anche i paesi di: Verdeggia, Bregalla, Cetta, Creppo, Realdo, Monesi e altri dei quali non vi ho ancora parlato.
Divenuta appunto famosa per le vicende riguardanti le Streghe, Triora ha saputo mantenere questa tradizione che è cresciuta sempre di più. Ogni giorno infatti, si può passeggiare per il sentiero dove un tempo vivevano le bazue (streghe) e arrivare fino al luogo di Cabotina, la casa principale delle megere.
Si può visitare il Museo Etnografico sulla stregoneria, che si trova all’inizio del paese, si possono acquistare streghette e gatti neri di ogni tipo e, in estate, quest’anno precisamente il 22 agosto, si può partecipare a Strigora, una festa di spettacoli e mercatini tutti dedicati a queste donne un tempo ritenute amiche del diavolo.
Ma le manifestazioni che si svolgono a Triora sono molte altre come “Triora West”, il prossimo week-end, nella quale ci si veste come veri cow-boys e si passeggia a cavallo e la “Sagra del Fungo” a settembre.
Tutto ciò fa si che, il paesaggio di Triora, sia diverso dagli altri a cominciare dai ruderi davvero affascinanti. Esistono ancora i torrioni di vedetta, tra i più importanti, quello di San Dalmazzo, che offre un panorama spettacolare; nome anche dell’adiacente Chiesa, rimasto ancora quasi del tutto integro e rivestito oggi da una rigogliosa Edera.
Ma erano ben cinque le fortezze che difendevano questo paese, rendendolo un nucleo fortificato e inespugnabile. I trioresi erano comunque un osso duro a prescindere dalle cinta protettrici, nemmeno l’Esercito Piemontese dei Savoia riuscì a conquistare il borgo e, devoti a Genova, che li teneva sotto la sua ala, battagliavano a suo favore contro chiunque, senza paura.
La più grande dimostrazione di ciò, la diedero contro Pisa, nella battaglia della Meloria nel 1287.  Tennero sempre duro; solo i nazisti della Seconda Guerra Mondiale riuscirono a raderla quasi del tutto al suolo, bruciando interi quartieri tra il 2 e il 3 luglio del 1944. Nonostante tutto, i trioresi, si ripresero e ricostruirono parte del loro paese ridisegnando anche un nuovo territorio anche se meno vasto di quel che era un tempo. Nel bene e nel male Triora era situata in un punto strategico che faceva gola a molti e la Repubblica Genovese non voleva rinunciare alla sua perla.
E oggi Triora ci appare così. Misteriosa, antica e ogni suo angolo può raccontarci una storia.
Il Castello, ad esempio. I suoi ruderi testimoniano appunto la tenacia di questi abitanti. Il Fortino divenuto oggi il Camposanto e conserva parte delle mura di cinta. L’Oratorio di San Giovanni Battista, vera e propria pinacoteca che, custodisce, fra altre opere, quadri del Cambiaso e dei Gastaldi ed una statua maraglianesca. E poi ancora la splendida Chiesa collegiata di Nostra Signora Assunta, antichissima, ricca di opere d’arte trecentesche di gran valore e altre Chiese, tante, ognuna caratteristica. Case natie di personaggi divenuti noti e legati a questo paese come: Francesco Moraldo, maggiordomo dell’Avvocato Donati che salvò, durante la guerra, la vita a due bambini ebrei, Monsignor Tommaso Reggio, Arcivescovo di Genova, proprietario della stessa casa che appartenne agli annalisti della Repubblica di Genova, Sebastiano Torre fondatore di un noto istituto educativo di Lione e più si ci inoltra tra queste viuzze più si fanno nuove scoperte tutte dettagliate da lastre bianche di marmo.
Case nobili, che riportano indietro nel tempo. Per scoprire queste dimore, si deve passare sotto questa porta denominata “Portico del Masaghìn” così detto dal locale del vicino Comune precipitato nel 1887 dove erano conservati i viveri e il sale del paese. Questo portico, che da accesso alla piazza principale, fu aperto nel 1893. Ma sono tanti i portali. E’ un pò come se Triora fosse cresciuta poco per volta. Si “apriva una porta” e si andava avanti.
Oggi sono proprio questi luoghi ad essere la maggior risorsa di Triora. Non si pratica più il commercio di un tempo, se non quello dell’ardesia, la pastorizia e l’agricoltura. Esso vive grazie al turismo, un turismo che arriva in massa e che nemmeno loro, i trioresi, si aspettavano così numeroso.
Ad essere famoso è addirittura il suo pane, conosciuto proprio con il nome di Pane di Triora. Un particolare pane dalla forma rotonda che mantiene, a differenza di altri, la sua bontà per parecchi giorni e, a comprarlo, arrivano da tutta la vallata. Un pane cotto al forno.
A Triora c’è ancora il Forno Comunale situato appunto in Vico del Forno e conosciuto come “Granaio della Repubblica”. Esso rappresenta una delle attività principali del posto.
Il simbolo di questo paese è il Cerbero, il Cerbero dalle tre teste, dalle tre bocche, che ha dato anche il nome al paese derivante da “tria ora”, ma perchè sia stato scelto lui come emblema non si sa. Forse i tre torrenti che confluiscono in quello principale? Cioè l’Argentina? O per il ramificarsi dei carrugi, le strette e contorte vie che, seppur danneggiate gravemente dagli ultimi avvenimenti bellici, meritano una visita in quanto, spesso, sono formati dalla pietra nera di questo territorio.
Triora è realmente un paese tutto da scoprire e non vi basterà starci solo una giornata anche se può sembrare di sì.
Il vero incanto è da cercare nei suoi meandri, tra le sue strade, sotto a quei tetti e ci vuole tempo. Tempo e passione e… perchè no… anche un pò di coraggio. Eh si, perchè presto, vi porterò nella casa delle streghe! Ma non preoccupatevi, vi divertirete e conoscerete ancora più profondamente questo bellissimo e suggestivo borgo tra i monti.
Tremate, tremate, le streghe son tornate!
M.