La bazua spaventata ritira l’incantesimo

Oggi vi racconto un’altra storia, accaduta davvero, nella mia Valle, molto tempo fa.

Siamo nei dintorni di Casa Cuumbeia (Columbera) e ci troviamo nel piccolo paese di Agaggio.

Nonna Rosa aveva da poco partorito una splendida bambina sana, paffuta e rosa come una pesca, affettuosamente chiamata Netin, diminutivo di Anna.

Quella bimba era l’orgoglio di mamma e papà e riceveva sempre molti complimenti da tutti gli abitanti del posto perché aveva un visino bellissimo ed era anche quieta e serena.

Tra quelle persone però, viveva anche una vecchia, che trascorreva la sua vita isolata dalla comunità ed era conosciuta come una signora un po’ strana. Tutti la chiamavano “la bazua” e cioè “la strega”.

Un giorno, questa vecchia, bloccando il passo a Rosa, si avvicinò alla piccola neonata e, con fare malizioso, la accarezzò e le fece diversi complimenti. La Nonna rimase un po’ turbata da quell’incontro ma non ci fece caso più di tanto. Continuò a passeggiare con la sua piccola e poi rincasò.

Quella stessa sera la bimba iniziò a piangere senza nessun motivo e non ne voleva sapere di attaccarsi al seno materno per nutrirsi. Un comportamento che non era certo da lei, sempre allegra e tranquilla. Nonna Rosa iniziò a preoccuparsi un po’ e, quando giunse a casa suo marito, Nonno Augustin, gli raccontò dell’incontro con la vecchia bazua.

Il buon Augustin, dopo aver osservato la situazione e soprattutto quel comportamento anomalo della figlioletta, non ci pensò due volte. Guai a toccargli la famiglia.

Uscì per strada e si diresse immediatamente verso la dimora della strega. Un tempo nessuno chiudeva a chiave la porta di casa, anzi, la chiave veniva lasciata addirittura nella toppa e quindi, quell’uomo, risoluto e arrabbiato, poté piombare nella cucina della megera senza neanche chiedere il permesso. Convinto di avere tra le mani la colpevole del disagio di sua figlia, la prese per il collo e senza delicatezza alcuna le disse《Cos’hai fatto a mia figlia?!》 ma senza neanche aspettare risposta continuò《Vedi di porre subito rimedio altrimenti io…》

La donna, spaventata da tanto impeto, non gli lasciò neanche finire la frase e cercò subito di rassicurarlo dicendo 《 Torna pure a casa! Da questo momento la tua bambina sta bene! 》

Infatti, quando Nonno Augustin tornò a casa, la sua piccola stava bene. Aveva mangiato e ora dormiva serena sognando meraviglie.

Ancora una volta vi chiedo: coincidenze? Realtà? Suggestione? Superstizione?

Non si sa e non si saprà mai ma così andò.

Gli avvenimenti, oggi racconti, pieni di mistero, sono sempre esistiti nella mia Valle. Oggi non se ne sentono più. Come se non accadessero più ma c’è qualcosa ancora, come un velo sottile, che aleggia su questi luoghi e che non intende far dimenticare.

La magia, l’atmosfera, le circostanze di una Valle magnifica, resa ancora più ricca e suggestiva anche da chi, prima di noi, l’ha abitata.

Spero vi sia piaciuta questa storia e ringrazio la mia amica Vale per avermela raccontata.

Vi aspetto per il prossimo misterioso racconto di malocchio, fatture e rimedi che riguardano una cultura antica. A volte una medicina popolare, a volte tradizioni e usi, a volte, invece, il coraggio di chi, per difendere la propria famiglia, affronta anche le streghe. Ma che potere queste bazue!

Un bacio da brivido!

Il neonato e la mano misteriosa

Un mio topo zio, nato negli anni ’50 ad Arma di Taggia, stando a quanto si è sempre detto nel mio mulino soprattutto da parte dei topo nonni, è rimasto vittima quasi sicuramente del malocchio, ma vi racconto bene come andò.

Era una mattina di primavera e mio zio, piccolo e ancora in fasce, dormiva nella camera dei nonni dentro la sua culla. Quest’ultima era posizionata vicino alla finestra, aperta per far arieggiare la stanza e permettere ai tiepidi raggi del sole di entrare e scaldare con la loro luce.

La tana dei bisnonni era una semplice dimora, sviluppata su due piani, con un piccolo giardino attorno. La casa aveva le camere al piano di sopra e a piano terra le sale da giorno, fatta eccezione per la temporanea camera dei nonni che vivevano ancora con i genitori intanto che aspettavano di trovare un nido più adatto a loro. La bisnonna, tra l’altro, avrebbe aiutato volentieri la nuora nell’accudire il suo primo figlio. Il primogenito. Un bel maschio. Sano, pasciuto e rosa come una pesca.

Un tempo, inoltre, si aveva di più l’abitudine di vivere tutti assieme.

Quella mattina, nonna e bisnonna, rimaste sole a casa, si stavano dedicando alle faccende domestiche e preparavano da mangiare per gli uomini che erano andati al lavoro mentre il piccoletto, nel suo giaciglio, ronfava della grossa.

Non so dirvi il perché e non sa dirlo neanche lei, ma a un certo punto, la nonna volle andare a controllare il suo piccolo, cosa che ogni tanto faceva naturalmente (istinto materno).

Fu così che entrò nella stanza spalancando la porta socchiusa e… proprio in quel momento, vide una mano ritirarsi velocemente dal bambino e sparire dalla finestra. Rimase per qualche secondo esterrefatta e si tuffò su suo figlio spaventata, poi si affacciò dalla finestra, ma non vide nessuno. Presa dall’agitazione, iniziò a urlare richiamando la bisnonna che lei, affettuosamente, chiamava – Mamma -. Si usava molto, in tempi passati, chiamare i suoceri come i genitori.

La bisnonna accorse e, molto più calma della nonna, dopo aver capito che il malintenzionato ormai era fuggito, iniziò a studiare la situazione. Prese nonna e bambino e li portò in cucina, fece calmare la giovane mamma e iniziò poi con le domande come un investigatore della serie televisiva C.S.I. 

Nel giro di poco tempo, la metà delle comari della via erano a casa di nonna, radunate come i vecchi Indiani d’America. Ognuna diceva la sua e ognuna si metteva a disposizione.

Ora, dovete sapere che… la bisnonna mia, proprio del tutto normale non era. No, non era pazza, ma molto, molto saggia e ne sapeva una più del diavolo. Rimedi, consigli, guarigioni, etc… nulla aveva la meglio contro il potere di questa superdonna che tutti chiamavano quando avevano bisogno di una soluzione.

Dopo una buona ora di parlantina, si decise di mettersi in attesa e così, le comari amiche della bisnonna, tornarono tutte a casa loro per continuare i mestieri.

Ma si misero in attesa di cosa? Quello che colpì la bisnonna fu che nonna le disse che quella mano sembrava femminile, ma non ne era convinta perché la vide solo di sfuggita.

Bisnonna, certa di aver già capito, scrutò ancora bene il bambino e la culla e poi disse che si doveva aspettare qualche giorno.

Quella stessa sera mio zio iniziò a piangere senza la minima intenzione di smettere e senza nessun motivo apparente. Non mangiò nulla e, durante la notte, dormì poco e niente. Nonna era preoccupata, ma bisnonna le disse di andare a riposare e che avrebbe vegliato lei il bimbo.

Mio zio pianse per tre giorni e tre notti in continuazione, senza mangiare e senza dormire. Nonna era terrorizzata, ormai, ma la grande fiducia che poneva in quella specie di mamma non le fece chiamare nessun medico.

Al terzo giorno, la bisnonna, entrò in azione.

Nessuno sa cosa fece o cosa disse perché si chiuse con il nipote in una stanza disponendo che doveva rimanere da sola con lui.

Dopo parecchi minuti, attraverso la porta chiusa, la nonna e alcune comari che ogni giorno tenevano d’occhio la situazione, sentirono il neonato quietarsi e bisnonna cantare una nenia per farlo dormire.

Quando l’anziana uscì dalla stanza con il piccolo in braccio, caduto finalmente in un sonno profondo, tutte le donne sorrisero.

Bisnonna aveva l’aria stanca e, una volta adagiato il piccolo su una poltrona del salotto, si sedette anch’essa quasi stremata con tutte le amiche attorno a farle aria e a darle acqua fresca da bere.

Da quel momento mio zio tornò ad essere il bimbo calmo e sereno che era stato fino a tre giorni prima e tutti sono sempre stati convinti che si è trattato di un malocchio. Ricominciò a mangiare e a dormire per la gioia dei familiari che continuavano a ringraziare bisnonna per quello che aveva fatto.

Spesso lo faceva per gli altri, ma quella volta accadde a un membro della sua famiglia.

Realtà? Superstizione? Coincidenze? Quello che vi ho raccontato è accaduto realmente, ma ciò che davvero è successo non potrà saperlo mai nessuno.

Questa è solo una delle tantissime storie che appartengono alla cultura e alle tradizioni della mia valle e dei tempi che mi hanno preceduta. E questa vicenda è particolarmente “mia”.

Vi è piaciuta? Credo di sì e sono sicura che anche voi ne conoscete delle belle.

Un bacio misterioso a voi!

Belin che zucca!

Be’, topi, io lo so che non tutti amano questo ortaggio, ma non posso proprio non farvelo conoscere. Negli orti della mia Valle cresce così bene che è uno spettacolo vedere quelle trombe appese, attorcigliate, allungate, contorte… assumono forme incredibili! Nelle altre zone d’Italia le zucche sono per lo più tonde, mentre qui da me, come vi ho già detto altre volte, esiste quasi solo la qualità lunga, a forma di tromba, che non si trova altrove. Gli esperti dicono abbia un gusto assimilabile a quello della nocciola e pare sia stata importata nella mia terra in tempi remoti dai marinai.

 

Qualche mio convallese pianta anche le tonde, ma noi liguri amiamo di gran lunga quelle tipiche del nostro territorio.

Tonda, a fiasco o a tromba che sia, oggi ve ne racconto qualcuna su questo frutto colorato.

zucche

Nell’antichità rappresentava la resurrezione dei morti, come testimoniano alcune tombe ritrovate in Germania, dentro le quali erano state collocate noci, nocciole e zucche, che erano considerate un viatico per la rinascita e l’ascesa al cielo.

Ed ecco che ci ricolleghiamo alla notte di Halloween, che precede la festa dei morti cristiana. E ora non cominciate ad arricciare i nasi, fate i bravi, che vi sento lamentarvi di questa festa un po’ strana, ma devo raccontarvene una che forse non sapete. Come da tradizione, si svuotano le zucche per trasformarle in teste dalle sembianze mostruose, che vengono illuminate da un piccolo lumino posto al loro interno. Le zucche vengono messe poi sui davanzali delle tane o agli angoli delle strade, rappresentando l’arrivo dei morti nella notte che i Celti consideravano il vero e proprio Capodanno.

zucca halloween

Come già detto, esistono diverse varietà di zucca, e quella tonda evocò in Europa la somiglianza con la testa umana,  tant’è che nacquero i vari modi di dire legati a questo ortaggio: “Copriti la zucca”, “zucca pelata”, “aver poco sale in zucca”… A me fa sorridere il fatto che per la festa di Halloween si illuminino le zucche. Mi sembra quasi che, con la luce messa dentro l’ortaggio, si voglia simbolicamente portare luce, illuminazione, saggezza anche nella testa di chi le guarda.

zucca halloween jack o'lantern

Nell’antica Grecia la zucca era associata alla Luna e alla Grande Madre, simboleggiava l’abbondanza, la fecondità e la prosperità, oltre che la buona salute.

Anticamente la zucca veniva svuotata e usata come contenitore per trasportare cibi e bevande, oltre che per conservarvi il sale. Si faceva seccare per bene nei solai, in modo che la polpa al suo interno si asciugasse e la scorza diventasse rigida come il legno. A quel punto si tagliava la parte del picciolo e si riempiva di cibi e bevande. Il mio topo-nonno ci teneva dentro il vino e nella sua tana ne aveva conservata una con dentro un piccolo presepe! Eccola qui, vi mostro la sua fiaschetta, decorata con le sue mani:

zucca lagenaria fiaschetta

Le zucche atte a questo utilizzo erano le zucche lagenarie, insieme a tutte quelle qualità non commestibili. Sempre con le zucche lagenarie si creavano addirittura degli strumenti e oggi si realizzano oggetti d’arredo molto carini, come abat-jour, casette per gli uccelli, portafrutta e vasi. Non crediate, però, che sia semplice dedicarsi a quest’arte. Nossignore! Le zucche lagenarie richiedono una certa cura, sia quando sono ancora nell’orto, che una volta raccolte. Bisogna pulirne bene la scorza e assicurarsi che non marciscano, per non parlare, poi, di tutti i decori fatti al pirografo o a intaglio!

Quelle che vedete qui sotto le ho decorate io con la tempera, è stato divertente e ora fanno la loro ratta figura nella mia tana.

zucca lagenaria decorativa

Un altro uso antico di questo ortaggio era quello di aiutare gli aspiranti nuotatori, che si immergevano nell’acqua insieme a una zucca che fungeva da galleggiante.

Alla zucca, però, sono stati anche associati simboli negativi, poiché è grande e bella sì, ma non ha altrettanti valori nutritivi; essa, infatti, è povera di protidi e lipidi ed è insipida. Eppure credo che questa possa essere una caratteristica molto utile alle topine attente alla linea, visto che è assai poco calorica.

La zucca contiene le vitamine A, B ed E, è altamente digeribile e si presta bene alla realizzazione di piatti dolci e salati. Si mangiano persino i semi, abbrustoliti e salati. Io ne vado davvero matta! Sempre il mio topo-nonno teneva per abitudine in tasca questi semi, sgranocchiandoli con me sul sentiero che mi portava a scuola.

Dai semi si estrae anche un olio che viene usato nella cosmesi e vengono utilizzati in medicina per combattere la tenia, ovvero il verme solitario, per il quale i semi della zucca risultano tossici. I semi, inoltre, sono in grado di prevenire le disfunzioni delle vie urinarie.

zucca autunno.jpg

Questo ortaggio è originario dell’America centrale. I nativi americani del nord la consideravano un alimento base della loro dieta. Sono davvero molte le sue proprietà benefiche; la polpa contiene diversi principi attivi e viene usata come diuretico e lassativo, oltre che per lenire le scottature della pelle e il prurito causato dalle punture degli insetti. Ha un basso contenuto calorico, è antiossidante ed è ricca di minerali (calcio, sodio, potassio, fosforo, magnesio, ferro…), previene i tumori e contrasta il diabete e l’ipertensione arteriosa. Fin dall’antichità, alla zucca sono state attribuite proprietà calmanti; è infatti consigliata a chi soffre di ansia, insonnia e nervosismo.

zucca decorazioni

Un vero toccasana, insomma! Personalmente amo questo ortaggio, lo faccio in mille modi durante tutto l’inverno: sformati, risotti, minestre, vellutate, dolci… e chi più ne ha più ne metta. Mentre le zucche tonde si prestano bene a zuppe e minestre, quella trombetta è molto versatile e meno farinosa delle sue parenti. E’ l’ingrediente principe di ricette tradizionali quali i Barbagiuai e la Torta Verde, ma la usiamo anche grigliata, in sformati e torte dolci.

zucca grigliata

Insomma, sbizzaritevi topi! E ricordatevi di mettere sempre un po’ di sale… in zucca.

Un abbraccio dalla vostra Pruni-zuccona.

 

Manteniamo vivi i proverbi e il nostro dialetto

Come vi ho scritto altre volte, amo mantenere vivo il dialetto che si parla nella mia Valle e, ancora una volta, lo voglio fare citandovi dei proverbi, uno per ogni lettera dell’alfabeto, al fine di farvi conoscere anche una parte delle nostre tradizioni che, vedrete, possono essere persino molto divertenti. Siete pronti? E allora partiamo!

1- A chi u vö fà u passu ciü longu da-a gamba i ghe se strapa e braghe in tu cü.

1- A chi vuol fare il passo più lungo della gamba gli si strappano i pantaloni nel sedere.

2- Bö veju, sorcu driitu

2- Bue vecchio, solco dritto

3- Chi se mete fra maiu e mujé u se sciaca e die

3- Chi si mette tra marito e moglie si schiaccia le dita

4- De setembre se deve mangià chellu cu pende

4- Di settembre si deve mangiare quello che pende

5- E buscaje e se sumeia au zeppu

5- I trucioli assomigliano al ceppo

6- Fiöi e cai i van dunde i vegne acaezai

6- Bambini e cani vanno dove vengono accarezzati

7- Gundui e funzi i nasce senza semenali

7– Sciocchi e i funghi nascono senza seminarli

8- I gati veji i ciapan i ratti da curgai

8- I gatti vecchi acchiappano i topi da sdraiati

9- L’amù u fa pasà u tempu e u tempu u fa pasà l’amù

9- L’amore fa passare il tempo e il tempo fa passare l’amore

10- Meju vegnì russi d’imbarassu che negri da-a famme

10- Meglio venire rossi dalla vergogna che neri dalla fame

11- Nivure faite a pan, su nu ciöve ancöi u ciöve duman

11- Nuvole fatte a pane, se non piove oggi piove domani

12- Ögni muntà a là a so carà

12- Ogni salita ha la sua discesa

13- Pe ninte mancu u can u locia a cua

13- Per niente neanche il cane muove la coda

14- Russu de matin aigua in sciu u camin

14- Rosso al mattino acqua sul cammino

15- Se a tüte e prie a ghe descimu in causu a nu ariveemmu ciü a cà

15- Se a tutte le pietre dessimo un calcio non arriveremmo più a casa

16- Tra fà e disfà u l’è sempre in travajà

16- Tra fare e disfare è sempre un lavorare

17- U nu cunven fasse brüxa i öji da e zevule dei autri

17- Non conviene farsi bruciare gli occhi dalle cipolle degli altri

18- Va ciu ün cu sa che sentu chi sercan

18- Va più uno che sa che cento che cercano

19- Zueni chi cunuscen e legi da natüa i fan travajà i veji da-a pelle düa

19- I giovani che conoscono le leggi della natura fanno lavorare i vecchi che hanno la pelle dura

Adesso ditemi, li avevate già sentiti? Ne fate spesso uso? Questa è saggezza popolare antica e trovo carino tenerla viva.

Io vi abbraccio e vi aspetto per il prossimo articolo.

A bocca aperta e naso all’in sù

copertina mongolfiere
Poco tempo fa, nel mese di agosto e nel bellissimo Museo della Lavanda di Carpasio che vi avevo fatto conoscere, è stato presentato un libro davvero interessante. Io non ho potuto partecipare a questo evento ma volevo far conoscere a tutti voi questo particolare testo scritto da Pierangela Fierro Trincheri e Natale Giovanni Trincheri che sono anche artisti, esperti di botanica e delle tradizioni, soprattutto quelle locali.
Questo libro infatti presenta la tradizione, comune a molti paesi della provincia di Imperia, delle “mongolfiere di carta”. Una consuetudine che non poteva di certo mancare a Carpasio, questo bellissimo paese della mia Valle,
SONY DSC nel quale, durante le occasioni più importanti, i carpasini hanno da sempre fatto salire verso il cielo il cosidetto “balun vulante” (pallone volante).
Sono stati infatti presenti a questo evento un gruppo di paesani che da anni si occupano di tenere viva, in paese, questa tradizione e si sono confrontati con gli altri “costruttori” per un incontro all’insegna del divertimento e della scoperta dei “balui”. Ovviamente la manifestazione non poteva non concludersi con un goloso rinfresco nel Museo e un bellissimo balun vulante lasciato salire in aria. E tutti lo guardavano proprio con il naso all’in sù.
Pierangela Fierro Trincheri  e Natale Giovanni Trincheri risiedono a Bellissimi, una piccola frazione di soli 54 abitanti, di Dolcedo, dove conducono un’azienda agricola ad indirizzo biologico e coltivano, tra le tante passioni, quella dell’etnobotanica e dell’erboristeria.
Hanno deciso di scrivere su questa tradizione perchè non venga perduta, in quanto, sono meno di un tempo i borghi che ancora la vivono.m_8f9af2f464 E’ un gesto antichissimo quello di lanciare le mongolfiere di carta che, una volta, allietavano l’uscita dalla Chiesa dopo i vespri delle più importanti feste dei paesi dell’entroterra Imperiese. Oggi, Bellissimi, lo ricorda ogni anno alla prima domenica di settembre e, ogni anno, il lancio di questi palloni volanti ha un tema diverso come la Lavanda, la mungitura, il pane, etc…
E questo cari topi, oltre ad essere un semplice post è anche un appello. Un appello affinchè davvero nessuno dei nostri antichi usi e costumi venga perduto. Sono queste le cose che ci tengono uniti e non solo tra di noi, ma anche ad un passato che oggi è nostro e un futuro che lo sarà. Mi è dispiaciuto moltissimo non esserci stata quel giorno ma prometto che, il prossimo anno, andrò a godermi lo spettacolo dal vivo a Bellissimi tuffandomi in un mare di festa e allegria.
Uno squit-bacio!
La prima immagine è la copertina del libro inviatami dalle mie amiche del Museo mentre la terza immagine è di Piero Calzona tratta da sanremonews.it
M.

Lo Spaudo e il Ciaravuglio

Pensate forse, gagliardi Cavalieri, di poter venir nella Valle Argentina, prender la damigella che più vi aggrada e andarvene tranquillamente come se nulla fosse accaduto? E quelli che rimangono? Come fanno con una possibilità in meno di maritarsi? E voi signorine? Per voi la situazione non cambia. Il bel giovanotto, da voi scelto, va pagato, in un modo o nell’altro. Oh si! Queste son le regole della mia Valle. Non le conoscete? Male! Sedetevi comodi allora che vi racconto come dovete fare. Eviterete di essere rincorsi e presi a pallettoni come è successo a parecchi, molti anni, prima di ora:

Innanzi tutto bisogna dividere bene l’uomo dalla donna. Non fate ‘sta faccia strana… i ruoli intendo!

Il primo deve rispondere alla cosiddetta legge che risponde al nome di Spaudo (U Spaudu) come consuetudine e tradizione vuole Una tradizione molto nota fino al secolo scorso. Per la seconda invece, il termine di questo “pagamento” cambia e viene così a chiamarsi Ciaravuglio (U Ciaravuju).

Lo Spaudo è il più conosciuto tra i due. Era solitamente l’uomo, il cacciatore, che andava in cerca della donzella prediletta piuttosto che l’inverso.

Questa usanza del riscatto, per chi decideva di maritare una ragazza della Valle Argentina, era da corrispondersi ai coetanei della fanciulla che, ora, vedevano svanire un’opportunità di matrimonio, con una compaesana. E solo loro potevano decidere l’ammontare della pena. Il riscatto, era da corrispondersi solitamente in denaro, cibi e bevande oppure, per quanto riguardava le femmine, scambiandosi giornate di lavoro. Al debitore conveniva non venir meno!

In tanti sono stati rincorsi con lo schioppo e, una volta, c’è scappato anche il morto. Non solo, ma fin tanto che costui non si decideva ad – aggiustare i conti – e pagare il debito, veniva disturbato tutte le notti da gruppi di ragazzi del paese che, a turno, e sotto la sua finestra, si trovavano per cantare a squarciagola “serenate” ben poco apprezzabili verso il povero malcapitato. Un malcapitato che qui da noi assumeva il nome di “u fuesteu” (Il Forestiero).

Dello Spaudo, ne parla anche il Secolo XIX ritenendolo un’usanza importante: “… Si tratta di un’usanza che interessa e individua la solidità dell’unione comunitaria. Unità che si rompe momentaneamente quando un matrimonio con un forestiero comporta da parte di una giovane, l’abbandono del paese cui viene tolta una possibilità di matrimonio… I giovani, coetanei della sposa, giungono armati alla cerimonia: gli spari sono segno di allegria, ma all’origine testimoniano la volontà di scaricare le armi non essendo ostili al nuovo venuto, lo sposo. Tutto si conclude con bevute di acqua e di vino e con l’offerta di una sommetta da parte del neosposo ai ragazzi. …”. Uno Spaudo finito in bellezza questo raccontato dal quotidiano.

L’ultimo nella mia zona, mi sembra di aver capito attraverso varie ricerche e racconti, è accaduto a Badalucco nel 1990. Il riscatto, al neosposo, è costato seicentomila lire. Normalmente, mentre viene pagata questa specie di “penale”, gli scapoli rimasti vanno a gustare un pezzo della tipica Sardenaira in un ristorante in onore dello sposo e brindano alla sua salute. Questo retaggio medievale nasce da una consuetudine che proibiva ai contadini di contrarre matrimonio al di fuori del feudo perché ciò causava un indebolimento demografico in alcune zone e in tempi in cui il problema era la mancanza di popolazione. Ma purtroppo, spesso, non ci si ferma lì. In alcune regioni e in alcuni periodi degli anni che furono, lo Spaudo (che saprete, non è esistito solo qui da me), anzichè un avvenimento simpatico da poter festeggiare, si trasformava in una vera e propria violazione dei diritti familiari e della persona ma, col tempo, questa piega, fortunatamente andò attenuandosi.

Da alcuni vecchi statuti, guardate addirittura cosa si legge:

da SanRemo “De non percutiendo sponsos vel sponsas” – Non si picchi né lo sposo né la sposa –

da Albenga (si faceva di peggio) “Nemo audet proicere lapides citronos aut alia res” – Nessuno osi lanciare pietre o cedri, quando sono davanti all’altare –

Da Lingueglietta, in ultimo, si scopre che, oltre alle pietre usavano pugni e ceffoni (cum pugillo sive manu)… usciti fuori della chiesa gli sposi, certamente, venivano ammazzati!

Io penso che per attutire tale usanza si pensò bene di offrire un lauto banchetto ai giovani pretendenti della sposa. La rappresaglia dei competitori, contro il vincitore nella lotta d’amore, si è trasformata presto nella classica bustarella, soffocando così la rivalsa.

Preparatevi quindi, mettete da parte i vostri risparmi se decidete di venire a contrattare da queste parti, non si sa mai cosa potrebbe capitarvi altrimenti.

Un bacione, alla prossima!

Ringrazio gli anziani che si sono prestati a raccontarmi queste storie, ringrazio Bruna e Giampiero che hanno vissuto queste vicende nel paese di Montalto Ligure e alcune nozioni sono state prese da spaudos.blogspot.

M.

Francesco Biamonti e la sua Liguria

Quella di cui vi parlo oggi è La mia Liguria, anzi, solo una parte, quella di Ponente. E’ qui che vivo, nel lembo più aspro, e voglio raccontarvelo tramite la penna di uno scrittore.

Nella luce distesa tra ulivi e solitudini di rocce arrivò il suono della campana mediana. Varì ne contò i viaggi: erano tre, era per un uomo. Non riusciva a immaginare: non aveva sentito dire che a Luvaira qualcuno fosse sul punto. E lì intorno, negli uliveti, non c’era nessuno a cui domandare. Ma la sera, sceso a Luvaira, seppe ch’era stato il passeur ad andarsene e si recò al suo casolare. Era già cominciata la veglia funebre. Una strana veglia. Stavano tutti fuori della porta; solo una donna era rimasta accanto al morto e, insieme a un fiore dal lungo stelo, proiettava la sua ombra sul pavimento di battuto. Nessuno parlava fuori, sotto le stelle. Poi, accompagnate da uno stormire d’ulivi, frasi a mezza voce: Siamo proprio niente! Bisogna essere preparati! che non facevano rumore. Nelle pause della brezza il silenzio si posava sul silenzio. Nel cuore della notte qualcuno accennò al tempo: al gran secco, all’autunno luminoso. Varì lasciò Luvaira ch’era tardi. Prese una mulattiera che saliva in una gola buia e raggiunse un dosso di pietrischi. Lo aggirò e riprese a salire per le fasce di Aùrno. – Ne abbiamo fatto del cammino insieme, – pensava salendo, – ne abbiamo conosciuto nomadi e viandanti. Eravamo due passeurs onesti, lui di mestiere io a tempo perso. Non abbiamo mai lasciato nessuno di qua del confine -. Adesso andava su fasce d’argilla marnosa con ulivi grandi agitati da una brezza ch’era come un vento. Tra quegli ulivi aveva la sua casa e più in là, protette dagli ulivi e dalle rocce, le colture floreali. – Ne abbiamo fatto del cammino insieme, – tornò a dirsi mentalmente. – Lui adesso viaggia per altre terre: del silenzio, della penombra -. Le colline erano scure, e scure anche le montagne contro il cielo stellato. Solo la Cimòn Aurive aveva i crinali verso il mare toccati da barlumi. S’alzò presto. Ma trovò la terra indurita dal freddo e preferì aspettare il sole prima di mettersi a innaffiare. Con l’acqua quella terra dura avrebbe morso le radici”.

da Vento Largo 1991

Originario di San Biagio della Cima, in provincia d’Imperia – ben due valli più in là della mia – Francesco Biamonti ci ha lasciati nel 2001, nel pieno del suo vigore creativo e con un romanzo rimasto incompleto intitolato “Il Silenzio”.

Ogni tanto, a colorare il romanzo, c’è qualche termine occitano, altre volte  francese come i passeurs, i contrabbandieri o traghettatori: coloro che aiutavano a sconfinare chi non possedeva documenti. Sono vocaboli che ci fanno sentire lo scritto ancora più nostro.

Riconoscete la Liguria nelle sue parole? Non so se a voi risulta semplice, ma per me lo è: quasi la bevo tutta d’un sorso e, mentre leggo, non posso fare a meno di vedere l’argento delle piante, osservare i muretti a secco e le fasce, percepire il mare che si staglia contro il cielo. Vedo i boschi, i paesi… tutto. Non mi è difficile sentire lo scontro della mia terra con i popoli vicini, sempre attuale. E la Liguria di oggi risente ancora degli strascichi della mentalità di un tempo, della sua storia, fatta di scorribande, funghe e sconfinamenti.

Il Ponente sa essere arido, ma anche generoso… chissà poi come fa a scegliere tra l’uno o l’altro, tra il pregio e il difetto. E’ un luogo arcano, sospeso tra il mare e un antico entroterra.

“Vento Largo”,”Le parole la notte”, “Attesa sul mare”, “L’angelo di Avrigue”… sono tutti testi di Biamonti che parlano di questa terra meravigliosa. Francesco Biamonti fu spesso elogiato da Italo Calvino. La sua è una narrativa scorrevole e realista, che fa conoscere la parte più intima di una Liguria particolare, con le sue tradizioni, il suo modo di pensare. La mia terra.

M.

Dentro la chiesa di Gavano

Topi cari, vi ricordate quando tempo fa vi ho portato a visitare “la piccola chiesetta di Gavano”? Queste parole tra le virgolette corrispondono al titolo del post se volete rivederla.

Vi ricordate quest’albero alto e spoglio? E vi ricordate che non ero potuta entrare perchè era chiusa?

Ebbene, non potete immaginare cosa mi sia successo in questi giorni. Sono stata ufficialmente invitata, dall’Assessore del Comune di Molini di Triora, al quale è piaciuto molto il mio blog, il signor Gian Luca Carrara, alla Festa Patronale di Gavano, ed egli mi ha permesso anche di fare una serie di foto alla chiesa ristrutturata che, questa volta, ho potuto vedere anche internamente.

Bellissima. Luminosa, fresca, piena di fiori.

Ora, quel castagno di fronte a lei è rigoglioso e, sotto di lui, la gente è in festa, mangia, beve, ride, chiacchiera.

Il signor Carrara, dopo avermi accolto con un sorriso, mi ha raccontato di aver raccolto le offerte dagli abitanti di questa piccola Valle per poter restaurare questo Santuario ma, una somma consistente gli è stata data anche dalla Curia. Grazie a questi soldi ricevuti, i galvanesi, fieri, hanno potuto riavere la loro nuova chiesa nella quale oggi, possono celebrare anche la messa più importante, quella in onore al Patrono del paese.

E’ durante questi festeggiamenti che la statua del Santo al quale sono devoti viene presa e, in processione, portata fino a una cappelletta lì vicino.

Questa chiesa è dedicata a San Vincenzo Ferreri, un Santo di origine spagnola, vissuto nel convento dei domenicani di Taggia che predicava in tutta la valle Argentina, soffermandosi spesso a Gavano.

Quest’opera religiosa risale ai primi cinquantanni del ‘700 ed è stata costruita in tre epoche diverse: la prima, quella centrale, poi quella terminale e, successivamente, la parte che rimane dietro l’altare.

Solo nel 1952 però è stata consacrata ed eretta a Parrocchia.

Prima della sua costruzione, l’unica chiesa riconosciuta era quella di Triora.

Quest’ultimo restauro, iniziato circa due anni fa, nel 2010, è cominciato proprio grazie all’idea, la voglia e la passione del signor Carrara. Dall’amore che ha per i suoi luoghi e dall’unione di tutti i suoi compaesani.

A fornirmi di tutte queste informazioni infatti, c’è tanta altra gente intorno a lui e, in particolar modo, il signor Antonio Olivieri Allaria mi racconta anche alcune tradizioni di loro gavanenchi (così si chiamano gli abitanti di Gavano nel nostro dialetto).

La più affascinante secondo me è quella che riguarda il venerdì santo.

Durante questa giornata, era usanza seminare il grano in piccole ciotole che venivano poi tenute al buio per far rimanere il cereale di un bel color giallo dorato e si aspettava che diventasse lungo e folto come una barba. Alla luce del sole, sarebbe diventato verde. Una volta cresciute, queste piantine, venivano disposte davanti all’altare come a formare un sepolcro e, i fedeli, di buon mattino, rigorosamente scalzi, percorrevano il corridoio centrale della chiesa, dal portone fino a questo sepolcro, in ginocchio, pregando. Come un sacrificio rivolto al Signore.

Il signor Antonio sorride, ricorda questa tradizione da che era bambino.

Mentre lo ascolto scatto le foto che tanto desideravo fare. E’ meravigliosa, appena imbiancata e illuminata dalla calda luce di tante candele.

I miei occhi si alzano verso le sue volte e stupendi affreschi m’incuriosiscono.

Antonio allora continua e soddisfa la mia sete di curiosità. Dietro a una delle fiancate laterali, mi spiega che, dal ’36 al ’43, c’era un deposito di munizioni. Tra i militari, a guardia del deposito, alcuni si dilettavano in pitture e addobbarono la chiesa di rappresentazioni religiose splendide. Ora, alcuni di questi affreschi, durante la ristrutturazione, sono stati ricoperti perchè impossibili da essere recuperati ma ne sono stati fatti altri anch’essi magnifici.

Una gentile signora mi ha promesso che mi farà sapere il nome di chi ha dipinto queste immagini e allora, pubblicherò il suo nome con tanto di complimenti.

Tanti inoltre sono i quadri che la arredano. Dipinti di Santi e della Vergine Maria, alcuni, con ex voto appesi vicino.

Tante anche le statue a rappresentare Maria. Maria e il Bambin Gesù.

E quei soffitti alti delle volte, quel pavimento marmoreo con le piastrelle messe in diagonale, quei pavimenti di un tempo, che oggi non si vedono più.

Le sue finestre e le vetrate dalla quale il sole entra appena.

Insomma topini, anche oggi, la mia Valle, ha permesso ai miei occhi di vedere qualcosa di stupendo e mi ha permesso di sentire l’emozionante unione che ancora esiste in questi borghi quasi sperduti, dove la gente, desidera la sua chiesa, desidera non essere dimenticata e desidera che tutto il mondo possa avere la loro forza.

Grazie ancora Gavano per la tua maniera sempre gentile con la quale mi accogli. Tornerò, e me ne starò nuovamente all’ombra del castagno per parlare ancora di te.

Tua Pigmy.

M.

Le Violette… selvatiche

Eccole… timide, timide spuntano tra i fili d’erba facendo un accenno di capolino.

Sono tra i fiori più amati, tra i più ricordati.

Sono le Violette e, in questo caso, del tutto selvatiche. Nate spontaneamente in natura, ai margini del bosco.

Sono piccole, molto più piccole di quelle coltivate e, la loro foglia tondeggiante, è di un verde cupo quando è adulta.

Erano tra i fiori preferiti della mia topo bis-nonna insieme al Mughetto. Se ne faceva numerosi mazzetti da guardare, da mettere nella biancheria e da regalare.

Nel linguaggio dei fiori portano il significato dell’umiltà e della semplicità. Il loro stesso essere. Così modeste, sembra proprio non si rendano conto di quanto sono belle.

E anche di quanto sono buone! Eh si, non solo vengono usate per ricette come torte, risotti e quant’altro, ma anche per insaporire delicatamente alcune bevande. Non solo, quante volte vi è capitato di lavarvi con un sapone o un bagnoschiuma alla Violetta? Si, oggi è meno usata, sono usate maggiormente diverse profumazioni, ed è proprio per questo che la Viola sa di antico. Riporta ai vecchi ricordi. Sa di nonna, di bucato, di focolare.

Vederle tra le foglie è stata una gioia. Il loro colore, a volte più viola, a volte più bluette, risulta ancora più acceso tra le tinte spente del sottobosco e ci dicono che il freddo è finito.

Sempre chine, a testa in giù, sembra porgano costantemente rispetto, mentre, i loro petali, innalzati verso il cielo, sembrano voler cospargere profumo tutt’intorno.

Nella mia Valle, e forse anche nella vostra, le anziane donne di chiesa dicono che, se all’improvviso si sente il profumo delle Viole, anche se in realtà di Violette non ce n’è nemmeno l’ombra, significa che Padre Pio è presente. Quante credenze dietro un solo fiore! Ma queste tradizioni, sono per me importantissime.

Ma ci pensate topi? Io posso uscire di casa, fare pochi passi e vedere questi magnifici fiorellini. E’ per me una grande ricchezza questa. E’ uno dei motivi che mi porta ad amare così tanto i luoghi nei quali sono nata e posso garantirvi che non sono gli unici fiori che vedo.

Tanti, tanti e tanti altri riempiono la vallata, colorati esemplari che mi circondano ogni giorno e rallegrano le mie giornate.

Quest’oggi, il post l’ho dedicato a loro ma presto anche gli altri avranno il loro meritato elogio.

Corro a fotografarli per farveli conoscere al più presto quindi, un saluto, la vostra Pigmy.

M.