Dentro la chiesa di Gavano

Topi cari, vi ricordate quando tempo fa vi ho portato a visitare “la piccola chiesetta di Gavano”? Queste parole tra le virgolette corrispondono al titolo del post se volete rivederla.

Vi ricordate quest’albero alto e spoglio? E vi ricordate che non ero potuta entrare perchè era chiusa?

Ebbene, non potete immaginare cosa mi sia successo in questi giorni. Sono stata ufficialmente invitata, dall’Assessore del Comune di Molini di Triora, al quale è piaciuto molto il mio blog, il signor Gian Luca Carrara, alla Festa Patronale di Gavano, ed egli mi ha permesso anche di fare una serie di foto alla chiesa ristrutturata che, questa volta, ho potuto vedere anche internamente.

Bellissima. Luminosa, fresca, piena di fiori.

Ora, quel castagno di fronte a lei è rigoglioso e, sotto di lui, la gente è in festa, mangia, beve, ride, chiacchiera.

Il signor Carrara, dopo avermi accolto con un sorriso, mi ha raccontato di aver raccolto le offerte dagli abitanti di questa piccola Valle per poter restaurare questo Santuario ma, una somma consistente gli è stata data anche dalla Curia. Grazie a questi soldi ricevuti, i galvanesi, fieri, hanno potuto riavere la loro nuova chiesa nella quale oggi, possono celebrare anche la messa più importante, quella in onore al Patrono del paese.

E’ durante questi festeggiamenti che la statua del Santo al quale sono devoti viene presa e, in processione, portata fino a una cappelletta lì vicino.

Questa chiesa è dedicata a San Vincenzo Ferreri, un Santo di origine spagnola, vissuto nel convento dei domenicani di Taggia che predicava in tutta la valle Argentina, soffermandosi spesso a Gavano.

Quest’opera religiosa risale ai primi cinquantanni del ‘700 ed è stata costruita in tre epoche diverse: la prima, quella centrale, poi quella terminale e, successivamente, la parte che rimane dietro l’altare.

Solo nel 1952 però è stata consacrata ed eretta a Parrocchia.

Prima della sua costruzione, l’unica chiesa riconosciuta era quella di Triora.

Quest’ultimo restauro, iniziato circa due anni fa, nel 2010, è cominciato proprio grazie all’idea, la voglia e la passione del signor Carrara. Dall’amore che ha per i suoi luoghi e dall’unione di tutti i suoi compaesani.

A fornirmi di tutte queste informazioni infatti, c’è tanta altra gente intorno a lui e, in particolar modo, il signor Antonio Olivieri Allaria mi racconta anche alcune tradizioni di loro gavanenchi (così si chiamano gli abitanti di Gavano nel nostro dialetto).

La più affascinante secondo me è quella che riguarda il venerdì santo.

Durante questa giornata, era usanza seminare il grano in piccole ciotole che venivano poi tenute al buio per far rimanere il cereale di un bel color giallo dorato e si aspettava che diventasse lungo e folto come una barba. Alla luce del sole, sarebbe diventato verde. Una volta cresciute, queste piantine, venivano disposte davanti all’altare come a formare un sepolcro e, i fedeli, di buon mattino, rigorosamente scalzi, percorrevano il corridoio centrale della chiesa, dal portone fino a questo sepolcro, in ginocchio, pregando. Come un sacrificio rivolto al Signore.

Il signor Antonio sorride, ricorda questa tradizione da che era bambino.

Mentre lo ascolto scatto le foto che tanto desideravo fare. E’ meravigliosa, appena imbiancata e illuminata dalla calda luce di tante candele.

I miei occhi si alzano verso le sue volte e stupendi affreschi m’incuriosiscono.

Antonio allora continua e soddisfa la mia sete di curiosità. Dietro a una delle fiancate laterali, mi spiega che, dal ’36 al ’43, c’era un deposito di munizioni. Tra i militari, a guardia del deposito, alcuni si dilettavano in pitture e addobbarono la chiesa di rappresentazioni religiose splendide. Ora, alcuni di questi affreschi, durante la ristrutturazione, sono stati ricoperti perchè impossibili da essere recuperati ma ne sono stati fatti altri anch’essi magnifici.

Una gentile signora mi ha promesso che mi farà sapere il nome di chi ha dipinto queste immagini e allora, pubblicherò il suo nome con tanto di complimenti.

Tanti inoltre sono i quadri che la arredano. Dipinti di Santi e della Vergine Maria, alcuni, con ex voto appesi vicino.

Tante anche le statue a rappresentare Maria. Maria e il Bambin Gesù.

E quei soffitti alti delle volte, quel pavimento marmoreo con le piastrelle messe in diagonale, quei pavimenti di un tempo, che oggi non si vedono più.

Le sue finestre e le vetrate dalla quale il sole entra appena.

Insomma topini, anche oggi, la mia Valle, ha permesso ai miei occhi di vedere qualcosa di stupendo e mi ha permesso di sentire l’emozionante unione che ancora esiste in questi borghi quasi sperduti, dove la gente, desidera la sua chiesa, desidera non essere dimenticata e desidera che tutto il mondo possa avere la loro forza.

Grazie ancora Gavano per la tua maniera sempre gentile con la quale mi accogli. Tornerò, e me ne starò nuovamente all’ombra del castagno per parlare ancora di te.

Tua Pigmy.

M.

Le Violette… selvatiche

Eccole… timide, timide spuntano tra i fili d’erba facendo un accenno di capolino.

Sono tra i fiori più amati, tra i più ricordati.

Sono le Violette e, in questo caso, del tutto selvatiche. Nate spontaneamente in natura, ai margini del bosco.

Sono piccole, molto più piccole di quelle coltivate e, la loro foglia tondeggiante, è di un verde cupo quando è adulta.

Erano tra i fiori preferiti della mia topo bis-nonna insieme al Mughetto. Se ne faceva numerosi mazzetti da guardare, da mettere nella biancheria e da regalare.

Nel linguaggio dei fiori portano il significato dell’umiltà e della semplicità. Il loro stesso essere. Così modeste, sembra proprio non si rendano conto di quanto sono belle.

E anche di quanto sono buone! Eh si, non solo vengono usate per ricette come torte, risotti e quant’altro, ma anche per insaporire delicatamente alcune bevande. Non solo, quante volte vi è capitato di lavarvi con un sapone o un bagnoschiuma alla Violetta? Si, oggi è meno usata, sono usate maggiormente diverse profumazioni, ed è proprio per questo che la Viola sa di antico. Riporta ai vecchi ricordi. Sa di nonna, di bucato, di focolare.

Vederle tra le foglie è stata una gioia. Il loro colore, a volte più viola, a volte più bluette, risulta ancora più acceso tra le tinte spente del sottobosco e ci dicono che il freddo è finito.

Sempre chine, a testa in giù, sembra porgano costantemente rispetto, mentre, i loro petali, innalzati verso il cielo, sembrano voler cospargere profumo tutt’intorno.

Nella mia Valle, e forse anche nella vostra, le anziane donne di chiesa dicono che, se all’improvviso si sente il profumo delle Viole, anche se in realtà di Violette non ce n’è nemmeno l’ombra, significa che Padre Pio è presente. Quante credenze dietro un solo fiore! Ma queste tradizioni, sono per me importantissime.

Ma ci pensate topi? Io posso uscire di casa, fare pochi passi e vedere questi magnifici fiorellini. E’ per me una grande ricchezza questa. E’ uno dei motivi che mi porta ad amare così tanto i luoghi nei quali sono nata e posso garantirvi che non sono gli unici fiori che vedo.

Tanti, tanti e tanti altri riempiono la vallata, colorati esemplari che mi circondano ogni giorno e rallegrano le mie giornate.

Quest’oggi, il post l’ho dedicato a loro ma presto anche gli altri avranno il loro meritato elogio.

Corro a fotografarli per farveli conoscere al più presto quindi, un saluto, la vostra Pigmy.

M.