L’incidente aereo contro Rocca Barbone… o quasi

Cari topi, oggi sono venuta a conoscenza di un aneddoto inerente alla Valle Argentina davvero curioso anche se molto triste. ​Non ho potuto appurare nulla e mi baso sul racconto di una cara persona mia amica, quindi, se qualcuno conosce qualche dettaglio in più, sarei felice di saperlo. ​

Narra la storia che, in tempo di Guerra, un aeroplano si schianto’ contro Rocca Barbone ma, in realtà, andò a sbattere contro la cresta di due monti prima del Saccarello, ossia dietro Rocca Barbone.

Il pilota, un tedesco in fase di ricognizione, innalzo’ il velivolo ulteriormente rispetto alla quota che stava mantenendo convinto che la Rocca fosse l’ultima vetta da superare ma, invece, non si alzò abbastanza. Ciò a causa della nebbia che spesso è presente sul profilo di questa catena montuosa. Rocca Barbone, questo dente roccioso anomalo, questo spuntone “in più”, lo ha ingannato.

La gente del posto, dopo aver udito un grande boato, si recò sul luogo della tragedia e c’è chi dice che, alcuni, fecero man bassa di quello che trovarono.

Una testimonianza certa però la si ha nel Museo della Resistenza di Costa (Carpasio) dove, ancora oggi, pare sia custodita un’ala di quell’aereo.

Nessuno può sapere se quell’uomo si accorse o meno di ciò che gli stava succedendo. Se ebbe paura, o se morì senza rendersene conto ma una cosa è sicura, lasciò sgomenti i suoi parenti.

Vi posso dire questo perché, tempo dopo, una donna portata a passeggiare in quei luoghi, arrivata in quel punto, versò tutte le sue lacrime.

Era la sorella del pilota che, con profonda tristezza, si trovava nel punto in cui il fratello, anni prima, aveva perso la vita a causa di un qualcosa di più grande di tutti noi.

I miei monti abbracciano e accolgono tante storie come questa, custodendole caramente nel loro cuore e permettendo loro di uscire soltanto attraverso i ricordi e la voce di persone che hanno vissuto eventi passati.

Queste montagne, che trattengono segreti e che per questo le considero ancora più affascinanti.

Quello che hanno visto, che hanno sentito, oggi offuscato da una natura dalla rara bellezza.

Andando oltre, si scoprono tratti di vita che oggi non conosciamo e nemmeno possiamo immaginare, ma ci sono stati e sono ancora là, fermi su quei monti che con braccia invisibili li trattengono.

E io invece abbraccio voi aspettandovi per la prossima storia…​ ​

U valun de me so Luisa

A v’ò vistu fioi zugà, vixin a-a me aiga ciàia, quandu chela cià puela mancu a saxea parlà. Cumpagni cai, a ve sentu, vixin a mi a ve vegu ancù. Tantu cu frae u travajava per inandjate a dote tu ti pregavi u Segnù pe chela madre santa che tropu preistu a se n’è andaita e pe nu faghe fa da sula chelu vou to paie preistu u gh’andixeva da prou. I barbeti i te purtavan via, in scià me riva, i te curgava mia bela fia. E to lagrime amae, i me bagnavan u coe, u te sercava u frae criandu: -Luisa, Luisa, bela me so-. E cu a raveza a ghe respundevu mi: -Ta so a l’è chi, vegnia a salvà- e sempre ciu cianin: – Ta so a l’è chi, vegnitea a pià-. E me aighe i t’abrassa, i te cuna e i te caessa, e quandu au tempuau e gusse cianin i chea i sun lagrime pe tu povea me fia. E a curru int’a Ruinà criandu a tutu u mundu: -Vegnii, vegniila a salvà!- St’aiga mé a se dispea e amaamente a cria p’ina stoia veja che a nu s’è mai adurmia.

Giuseppina Panizzi

È l’acqua del ruscello a parlare e a raccontarvi di un fatto tragico accaduto tanti, tanti anni fa nel vallone di Taggia. E il ruscello parla, spiega, grida aiuto.

Traduzione:

“Vi ho visto bambini giocare vicino alla mia acqua chiara, quando quella chiaccherina nemmeno sapeva parlare. Compagni cari vi sento, vicini a me vi vedo ancora. Mentre il fratello lavorava per prepararti la dote, tu pregavi il Signore per quella madre santa che troppo presto se n’era andata e per non farle fare da sola quel volo, tuo padre presto, le andava appresso. I barbareschi ti portavano via sulla mia sponda, ti coricavano, o bella figlia. Le tue lacrime amare mi bagnavano il cuore, ti cercava il fratello gridando: «Luisa, Luisa, bella sorella mia!» e con le rapide gli rispondevo io: «Tua sorella è qui, vieni a salvarla», poi sempre più piano: «Tua sorella è qui, vienitela a prendere». E le mie acque ti abbracciano, ti cullano e ti accarezzano, e quando al temporale le gocce pianino scendono, sono lacrime per te, povera figlia mia. E corro nella Ruinà gridando a tutto il mondo: «Venite, venite a salvarla!». Quest’acqua mia si dispera e amaramente grida per una storia vecchia che non si è mai assopita.”

Storia usata dal rione San Dalmazzo nella Festa di San Benedetto in una scenetta che ha riportato a galla un episodio che in Taggia tutti conoscono e nessuno dimentica. La leggenda vuole che, andando ancora oggi in quel vallone, l’eco riporti le grida di un uomo che chiama:  «Luisa!».

Un abbraccio,

Pigmy.

M.