Larice, il principe dei miei monti

Ah, il Larice! Che albero meraviglioso!

Questa conifera (Larix decidua) appartiene alla famiglia delle Pinacee ed è un albero molto alto e a crescita veloce. Vive molto bene in alta montagna, sapete? Mette radici fino a 2000 metri di altitudine, con la sua chioma a cono. A differenza delle altre conifere, non è sempreverde, infatti in Inverno perde il fogliame… ma in Autunno tinge i miei boschi di colori mozzafiato, le tinte dell’oro più brillante che possiate immaginare.

 

E in primavera, invece, i suoi abiti sono color verde smeraldo nelle foglie fresche e tenere, e fucsia intenso e giallo nei suoi bellissimi fiori. In Estate, poi, sapete che fa? Dà da mangiare alle api trasudando quella che viene chiamata la “manna di Biançon”, grazie alla quale gli impollinatori producono un ottimo miele.

gemme di larice

Si trova in climi freddi e rigidi e ha bisogno di molta luce, come la sua amica Betulla, ma in molte zone della mia Valle cresce rigoglioso. Infatti, sebbene ci troviamo in Liguria e non di certo tra le foreste del Piemonte, della Val D’Aosta o del Trentino, Larice qui si trova a proprio agio. Per il suo timore nei confronti dell’umidità, cresce sulle cime delle mie amate Alpi Liguri, dove può essere sempre baciato dal suo amato sole.

larici primavera

Guardatelo e abbiate il coraggio di dirmi che non vi trasmette vigore, vitalità e rigenerazione! Eh sì, topi, Larice è proprio così, una forza della natura. Larice è così saggio che i suoi rami hanno dei punti di rottura ben precisi: in questo modo riesce a resistere alla tempeste più furiose, perché i rami si spezzano prima che l’albero venga danneggiato. Che meraviglia, che perfezione! Ma non è mica finita così, no no! Laddove i rami si sono spezzati, Larice fa spuntare nuove gemme a colmare il vuoto lasciato dai caduti nella battaglia contro gli elementi.

larici

Plinio il Vecchio già nel I secolo a.C. preparava l’unguento di Larice, che ricavava dalla resina ed è un rimedio per i reumatismi, la gotta e le infezioni della cute, ma anche per tutti quei disturbi legati all’apparato respiratorio di voi esseri umani. Pensate che la sua resina, senza abusi, può essere ingerita per stimolare i reni, o masticata per calmare la tosse e il mal di gola.

Se queste sue proprietà non vi bastassero, le terapie offerte dai suoi fiori aiutano chi soffre di sensi di inferiorità, di malinconia e a chi si scoraggia facilmente, stimolando la fiducia in se stessi. Con la sua forza, Larice insegna a superare i propri limiti, così come lui supera i suoi, crescendo anche nelle zone più impervie. E dovete sapere che era anticamente considerato l’albero in grado di unire la terra al cielo, in grado di decifrare anche il messaggio cosmico del “Così in alto e così in basso“.

Nel nord Europa e in tutte le zone alpine si credeva che Larice fosse abitato da creaturine benedette, spiritelli benevoli e di bell’aspetto amici degli esseri umani quanto degli animali. Questa credenza portò a realizzare incensi e talismani con il  legno del suo tronco, più resinoso e duro di quello dei cugini Abete e Pino. Noi del bosco, nelle tane, abbiamo tutti un rametto di Larice perchè sprigiona energia positiva e protettiva!

Da me si trova soprattutto in Alta Valle, ce ne sono di monumentali nella Foresta di Gerbonte, ma anche i dintorni di Realdo, Verdeggia, Triora, Colle d’Oggia e Colle Melosa lo ospitano volentieri.

foresta di gerbonte bosco di larici primavera

I boschi di Larice sono radi e luminosi e ospitano varie specie di uccelli tipiche dell’ambiente alpino, come la Cincia, il Picchio, il Crociere e il Gufo Reale. Sul Gerbonte sono stati impiantati dall’uomo per avere sempre a disposizione legname utile  e, pensate: un tronco di Larice della Foresta di Gerbonte regge ancora oggi il soffitto della Chiesa di San Giovanni Battista a Triora!

Larice è delicato nell’aspetto, raffinato ed elegante, e sembra più vicino alle latifoglie che alle conifere, complice il rinnovamento annuale delle foglie. Larice può anche cambiare la geometria della sua chioma, sapete? Di anno in anno può assumere forme differenti.

Per la gente di montagna è sempre stato un albero robusto, tanto che il suo legno veniva usato per le palificazioni e per la costruzione delle case, ma anche per le navi e le fondamenta di chiese e palazzi.

Insomma, topi, ne sapete un po’ di più su questo albero meraviglioso, abitante dei miei luoghi?

Io vi saluto e vi do appuntamento al mio prossimo squittio.

Un bacio balsamico dalla vostra Prunocciola.

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Alberi e panorami di Carmo del Corvo

Topi, quella che vi faccio fare oggi non è una vera e propria scarpinata. L’aria si è fatta fredda e io per una volta ho preferito salire sulla mia Passepartout per avvicinarmi di più ai luoghi che voglio mostrarvi.

Il naso gelato e i baffi ghiacciati, ci mettiamo sulla topomobile e saliamo su, sopra Triora, sulla strada che porta al Passo della Guardia. Ci fermiamo più o meno in località Gorda Soprana, perché voglio godere insieme a voi della vista dei monti e assaporare i colori del bosco.

Lasciamo l’auto in uno spiazzo che pare dividere a metà la Valle Argentina, perché da qui c’è davvero un panorama spettacolare e mozzafiato. Si vedono il Gerbonte, Cima Marta, il Toraggio e il Pietravecchia, e poi anche il Saccarello.

gorda soprana - carmo del corvo

Dalla parte opposta, invece, abbiamo gli abitati di Corte e Andagna, Passo della Guardia, il Passo della Mezzaluna e poi giù, fino al Faudo. Si vede tutto, si abbraccia l’immensità delle creste velate d’azzurro e sui monti più alti si scorge già una piccola spruzzata di neve.

valle argentina

Tira vento, lo sentite? Ma non lasciamoci intimorire.

Mi piace guardare i raggi del sole che filtrano dall’alto, disegnando scie luminose sulle pendici delle montagne.

valle argentina carmo del corvo

Abbandoniamo la topomobile a bordo strada e ci inoltriamo nel bosco, sulla sinistra, in direzione di Carmo del Corvo. In questi luoghi pascola il bestiame, si sente anche ora il tintinnio dei campanacci. Pecore e vacche sono ancora qui a cibarsi delle ultime erbe rimaste, prima che arrivi la neve a ricoprirle. Ed è proprio questo loro cibo a insaporire i formaggi della mia Valle, dal gusto unico e inconfondibile.

Il bosco di cui vi parlavo non è fitto, ma a tratti si apre in scorci ampi sul baratro che è la Valle Argentina, vista da quassù. Si respira l’atmosfera selvaggia di questi luoghi, è tangibile, e già entrando nel bosco di Pini viene spontaneo abbassare il tono di voce.

 

E quei Pini sono inframezzati da chiazze brulle di macchia mediterranea, dove a farla da padroni sono il Ginepro, il Timo e la Lavanda, i cui cespugli sono ancora ben visibili, nonostante la sua stagione sia trascorsa da un po’.

timo

Qui, nella bella stagione, si trova facilmente anche l’Iperico. L’Estate, da queste parti, fa ronzare le api e gli impollinatori all’impazzata, così affaccendati nel suggere il nettare dai fiori profumati. E non mancano neppure i tafani, quando nelle vicinanze c’è il bestiame.

Eppure ora tutto pare come addormentato, anzi no, sembra tutto in attesa. La Natura riposa e sospira, attende il momento del sonno profondo che le spetterà a breve, quando giungerà l’Inverno col suo abbraccio di candido gelo.

funghi

Sul terreno, adesso, è tutto uno spuntare di funghi, piccoli, grandi, dalle forme più disparate. Sono state le ultime piogge a farli spuntare così generosi.

E alzando il muso all’insù non si può non meravigliarsi di fronte allo spettacolo offerto dalle foglie baciate dal sole!

autunno valle argentina

Raggiungiamo un punto panoramico, Triora è là sotto quella sporgenza, ma da qui non si vede. Ci sono Querce giovani a farci compagnia, insieme ai Lecci e alle Felci ormai ramate.

valle argentina2

E allora me ne resto seduta qui per un po’, su una roccia scaldata dal sole e col naso gocciolante per il freddo. Si sentono i versi dei Caprioli, qui ce ne sono tanti, e alla fine uno mi passa addirittura alle spalle, balzando via come un fulmine.

quercia valle argentina

Infine, dopo essere rimasta per un po’ ad ammirare il dipinto autunnale che si è spiegato per me e per voi, me ne torno indietro, alla topomobile, che il sole sta calando e so che a breve tingerà di rosa certi scorci che voglio mostrarvi prima di lasciarvi andare.

Salgo su Passepartout, la metto in moto e inizio la discesa, finché non trovo la luce giusta al momento giusto, lo scatto perfetto.

Clic!

passo della mezzaluna

Il Passo della Mezzaluna incorniciato dall’ombra scura delle foglie… e un’altra mezzaluna che s’affaccia nel cielo.

Poi non dite che non vi voglio bene.

Vi saluto topi, torno in tana a zampettare sulla tastiera per voi. Un abbraccio panoramico dalla vostra Prunocciola.

Angoli di Valle – Molini, Triora, Langan

Ci sono delle zone, nella mia Valle, che permettono di vivere momenti indimenticabili solo lasciandosi ammirare.

Quante volte impazziamo meravigliati dalla bellezza della scenografia di un film? Quante volte vorremmo essere in quei luoghi che stiamo vedendo e invidiamo gli attori? Quante volte pensiamo che non sia possibile che esista davvero tanta meraviglia su questo pianeta?

Ebbene topi, oggi voglio mostrarvi degli angoli della Valle Argentina che trasportano direttamente sul set di un film fantasy dove, soltanto per una questione di sfortuna, non sono riuscita a immortalare uno gnomo o una fata dei boschi. Li chiamerei: fantangoli se non vi dispiace.

Non siamo in Irlanda e nemmeno in Scozia, siamo sempre qui, vicino al mio mulino, in un piccolo spicchio della Liguria di Ponente. Gironzoliamo precisamente tra il paese di Molini, quello di Triora e poi andiamo ancora più su, verso Langan. Siamo nei boschi e negli abitati precedenti alla zona denominata “Alta Valle Argentina”, dove la natura è meno aspra e accoglie nel suo modo unico.

Guardate. Queste immagini parlano da sole. Ovviamente tanto splendore è dato anche dall’atmosfera. Un’atmosfera che la mia Valle può mostrare in autunno. Un po’ di bruma per il mistero, un goccio di umidità per lo scintillio e toni caldi per colorare l’ambiente come farebbe un pittore capace.

La mancanza del vento rende tutto più stabile e immobile in modo da poter essere maggiormente visto e percepito. Proprio così: percepito. Non si può infatti non entrare dentro a tanta arcana natura con tutti noi stessi, che siamo umani o animaletti.

Un fascino che lascia stupiti e fermi, proprio come lui.

L’aria è statica, preponderante. Avvolge tangibilmente e si vive uno degli abbracci più belli che si possano ricevere: quello di Madre Terra.

Ogni volta che in questo periodo esco alla ricerca di qualche ghianda da mangiare, rimango affascinata e rapita da questo palcoscenico che sa di mistero e devo poi affrettarmi a fare ritorno in tana. Il buio arriva presto in questa stagione circondando il mio mondo. I rami degli alberi diventano arabeschi che disegnano strane e bizzarre figure contro il cielo e alcuni animali notturni, come i rapaci, rendono il tutto ancora più incredibile. Da pelle d’oca. Sicuramente, uno di questi giorni, vedrò sbucare da dietro un tronco Harry Potter. Tutto sembra un segreto, un posto enigmatico da perlustrare lentamente.

Il manto di foglie a terra, morbido e bagnato, attutisce i rumori e il silenzio regna sovrano.

Per chi non vede con i propri occhi, pare impossibile possano esistere luoghi così in una regione d’Italia e invece è tutto reale, anche se magico e fantastico, ed è tutto vivibile, assaporabile e tutto mio.

Se volete seriamente vivere un film, cari topi, abbandonate il divano, la televisione e le casse stereo. Mettetevi un comodo paio di scarpe alle zampe e venite qui.

Gli abitanti del Piccolo Popolo vi stanno aspettando, in autunno, nei dintorni di Molini, di Triora e di Langan, sempre nella Valle Argentina.

Un bacio elfico a voi.

Via Camurata e il quartiere Sambughea

Topi, la festa di Halloween è già passata, ma oggi ho da raccontarvi una storia che mette davvero i brividi. Munitevi di coraggio, perché ve ne servirà per attraversare i luoghi che voglio mostrarvi in questo articolo.

Siamo a Triora, il paese più misterioso della mia bella Valle.

Vi ho parlato spesso delle sue meraviglie nascoste e delle dolorose vicende che si susseguirono qui, ma c’è una cosa che ancora non vi ho raccontato.

Seguitemi, entrate con me dentro il paese. Percorrendo tutta la via principale, si giunge alla piazza Beato Reggio, quella con lo stemma di Triora raffigurato al centro del pavimento lastricato. Alla nostra sinistra c’è la chiesa della Collegiata, sorta – così si dice – su un antico tempio pagano.

Alla nostra destra, invece, ci sono i tavoli colorati del Ricici Caffè e del Cocò Café. Le persone qui si siedono a sorseggiare qualcosa in compagnia, scambiandosi due chiacchiere.

Dirigendoci verso i portici, imbocchiamo la via che ha inizio sulla destra. Il suo nome è già tutto un programma, topi miei. Si chiama Via Camurata e c’è una leggenda che spiegherebbe il motivo particolare e spaventoso dietro questo appellativo.

Via Camurata - Sambughea - Triora

Una targa arrugginita ci comunica dell’accesso a un quartiere molto suggestivo, quello della Sambughea, “dove il borgo mostra i suoi più genuini aspetti”, così cita l’insegna.

Credo non ci sia niente di più vero, topi, perché ci troviamo nel cuore nascosto di Triora, quello che non si spiega facilmente agli occhi dei turisti. Era – ed è ancora – il limite più basso della città, il suo confine, ed è rimasto uno scrigno dai mille misteri.

La via Camurata è buia, coperta da volte più o meno alte, raramente intervallata dalla vista del cielo. I lampioni la illuminano notte e giorno, si respira un’aria molto suggestiva. Si procede in discesa, mentre non si può fare a meno di notare che il borgo, che mostrava il suo volto più allegro e giocondo in Piazza Beato Reggio, qui fa trapelare una faccia assai diversa, cupa e ombrosa.

Il silenzio pervade ogni cosa, non c’è traccia degli schiamazzi dei bambini, delle voci lontane della televisione, né del chiacchiericcio delle persone che fanno comunella davanti ai negozietti di souvenir.

Si ode il fruscio del vento, lieve, ma costante, come se ci trovassimo nel bosco. Gli uccelli cinguettano in lontananza, la loro eco, però, qui sembra meno gioiosa. Ovunque c’è odore di pietre umide, a tratti si percepisce quello tipico delle cantine.

La maggior parte delle case di questa via sono abbandonate, in rovina, sembrano grotte, talmente sono buie. Il tempo pare essersi fermato a decenni, forse secoli fa, come avvolto da un terribile incantesimo.

Via Camurata - Triora3

Persiane rotte e scardinate, infissi usurati dal tempo, porte ricoperte di ragnatele, piume di uccello sui muri e vetri rotti alle finestre la fanno da protagonisti in questo scenario surreale.

Sembra di sentire cigolare i cardini al vento, ma è solo suggestione. Ci si accorge che qualcosa non va, si percepisce.

Stando alla leggenda di cui vi parlavo prima, questa via racchiuderebbe segreti terribili.

Pare, infatti, che un anno in cui la peste si fece particolarmente feroce, la gente ammorbata che viveva in questa via e resisteva tenacemente alla malattia senza voler spirare per ricongiungersi al Creatore, venisse murata ancora viva all’interno delle abitazioni.

Non mi credete? Lo so che è difficile e che penserete che io abbia alzato un po’ troppo il gomito, ma sembrerebbe vero, a giudicare da quello che ho potuto vedere nel mio tour. Guardate!

La via, tutta, è costellata di porte evidentemente murate. Ce ne sono a bizzeffe, alcune nascoste, altre più irriverenti nel mostrare il loro passato, ma sono numerose, è impossibile non notarle.

Come se ciò non bastasse, ad accrescere la tetraggine dell’atmosfera che qui si respira sono alcuni soffitti delle volte che fanno da tetto alla via.

Triora - Via Camurata

Forse dalle foto si nota poco, ma sono neri come la pece, perché questo quartiere fu interessato anche da un devastante incendio, forse lo stesso appiccato dai nazisti nel luglio del 1944 e che interessò in particolar modo Molini di Triora.

Insomma, non ci si stupisce che questa stradina sia rimasta disabitata per tantissimo tempo!

Sotto la Via Camurata scorre un altro carruggio, altrettanto suggestivo: la Via Sambughea, dalla quale il quartiere trae il suo nome. Anche qui una leggenda ne spiega l’appellativo. In seguito all’abbandono della zona, pare che tutto il quartiere sia stato invaso dai sambuchi, piante che, tra l’altro, sono considerate tra le più care alle streghe.

Anche qui il tempo sembra essersi fermato, ma qualche coraggioso abita ancora tra queste pietre affastellate le une sulle altre.

Gli scorci che si vengono a creare sono stupendi, a metà tra l’abbandono e il recupero. Casette rustiche curate da mani sapienti si alternano a ruderi pericolanti, che paiono tenuti insieme solo dalle tenaci radici dell’edera.

In Via Camurata sorgono ben due Bed&Breakfast: La Stregatta e Casa Grande. Nelle vie adiacenti, invece, ce ne sono altri due, La Tana delle Volpi e Ai Tre Cantici. Sapete dove andare, se volete sostare qualche giorno a Triora per attraversare gli scorci più suggestivi che il borgo nasconde.

Qualcuno di voi topi sa dirmi di più riguardo queste due vie e le porte murate? Son solo leggende per spaventare i topini, o in esse c’è un fondo di verità? Fatemi sapere!

Io vi saluto, adesso. Ho i brividi ai baffi, con tutto questo parlare di misteri.

Un bacio terrificante dalla vostra Prunocciola.

 

La nebbia a gl’irti colli

In Valle Argentina le stagioni si susseguono e si rincorrono più vistosamente che in città. La Natura, qui da me, offre spettacoli spesso unici e gli stessi paesaggi sono sempre diversi, spesso sembrano adattarsi agli stati d’animo dei viandanti, soprattutto se tra quei viandanti ci sono io, lo ammetto.

La mia Valle è bellissima in tutte le stagioni, ormai lo sapete: che ci sia la pioggia, la neve o la nebbia non importa, Lei è sempre meravigliosa e vestita di un abito nuovo e sgargiante.

loreto valle argentina autunno

Ogni giorno è diverso in questa Valle incantata e magica, anzi no, che dico?! Per tutte le castagne! Ogni ora riserva le sue sorprese!

Adoro la Valle in Estate, sapete tutti che è la mia stagione preferita, ma anche l’Autunno non scherza. In questo periodo i colori degli alberi che si preparano al freddo sono pittoreschi e creano spettacoli a dir poco meravigliosi. Qualche volta, poi, il cielo viene a far visita alla Terra, baciandola e carezzandola con le sue volubili figlie: le nuvole! Che terra selvaggia e aspra, la mia… tutto è Natura nuda, semplice e schietta. Tra timide cascate, monti che sfiorano il cielo, paesini nascosti e alberi dai mille colori, è un posto degno di una delle tante fiabe tradizionali che ci venivano raccontate quando eravamo topini abbracciati alla mamma o alla nonna.
Oggi metto al collo la mia topo-reflex, prendo la topo-mobile e me ne vado a scattare qualche foto in giro per la mia bella Valle. Superata Triora, mi fermo al Ponte di Loreto e… guardate che scatti!

valle argentina autunno nebbia

loreto triora nebbia
torrente argentina autunno

Le nuvole basse avvolgono i monti, cambiando forma di secondo in secondo, di minuto in minuto. L’umidità è palpabile e la nebbiolina leggera rende ancora più vivi i colori delle foglie tremule e instabili appese agli alberi. Le tane qui intorno sembrano un rifugio davvero accogliente in una giornata come questa, i camini sbuffano fumo, chissà che calduccio lì!

triora valle argentina nebbia

Adoro l’odore della legna bruciata che si spande nell’aria e avvolge chi passeggia nelle vie, chi percorre le strade… è un odore evocativo, un profumo che mi trasporta in un mondo tutto mio. La stessa sensazione mi è offerta dalla nebbia: misteriosa, incorporea eppure prepotentemente presente. Aleggia tra gli alberi come un fantasma e ogni volta che me la ritrovo accanto, ogni volta che serpeggia tra le mie zampe carezzandomi con il suo gelido alito le orecchie e la coda, mi fa sentire in pace, in un mondo dove esiste solo la Natura e dove tutto diventa possibile.

Gli alberi che si sono già spogliati del loro manto, per accogliere il Generale Inverno, protendono i loro rami verso il cielo e, data l’umidità, qualche gocciolina d’acqua si posa su di essi, formando tanti piccoli cristalli appesi ai rami.

alberi autunno
In un modo o in un altro, gli alberi la fanno sempre da padroni in questi luoghi: in Inverno il loro intrico di rami ci trasmette la nostalgia per la bella stagione, quasi ci intimorisce in modo reverenziale, ricordandoci di fare silenzio per non disturbare la Natura che sta dormendo e riposando dopo le randi fatiche estive. In Estate invece, i rami sono colmi di foglie fresche, verdi e brillanti, che ci offrono riparo dal caldo e trasmettono gioia ed euforia a chi si ferma sotto di essi.

Insomma, un vero spettacolo la Natura della mia Valle! Non mi stancherò mai di descriverla e dipingerla con le mie parole per voi, perché ogni volta che mi reco nei luoghi che tanto amo e conosco così bene, riesco sempre a trovarli diversi e mi sorprendo per ogni cambiamento che la Natura offre al mio sguardo di topina.

Detto questo, topi miei, scendo dalle nuvole (purtroppo) e vi saluto, sperando che questo piccolo articolo d’Autunno vi abbia regalato l’atmosfera ovattata della nebbia.

Sua maestà Rocca Barbone

Lei è una delle regine che governano la mia Valle, topi. Merita un articolo tutto per sé, con il suo volto bianco che di profilo, a seconda del luogo dalla quale la si osserva, pare quasi quello pallido di un barbagianni.

E’ Rocca Barbone con i suoi 1628 metri di altezza, in alta Valle Argentina, e insieme ai monti che le fanno da cornice regala scorci e panorami mozzafiato a tutti i viandanti che la frequentano.

Rocca Barbone - Valle Argentina2

 

Appare maestosa quando si staglia sul cielo blu cobalto delle giornate più terse, meravigliosa in tutte le stagioni, di una bellezza selvaggia e granitica.

Rocca Barbone - Valle Argentina

A farle da guardiane ci sono sempre le ghiandaie, compresa la mia nemica-amica Serpilla. Se ne stanno nei suoi pressi a starnazzare come ossesse, sul chi va là ogni volta che piede umano si poggia nelle sue vicinanze. Sono gli araldi di sua maestà Rocca Barbone, coloro che la avvisano di chi transita nel suo regno. Ma non ci sono solo ghiandaie tra la sudditanza di questa regina di pietra, nossignore. E’ il territorio prediletto dai Camosci, che qui trovano prati ampi e scoscesi, ma anche rocce ripide sulle quali avventurarsi.

camoscio

Sprazzi di bosco accolgono gli animali selvatici, qui è vietata la caccia, è una zona di ripopolamento. Rocca Barbone accoglie anche i Lupi con le sue braccia silvane che si protendono intorno al suo viso ceruleo. Nel cielo che le fa da tetto volano i rapaci di cui la mia Valle si fa tanto vanto: aquile reali, falchi, bianconi, gufi reali, grifoni… nidificano su di lei, insieme a numerose specie di pipistrelli, anche questi protetti, amati e studiati dai professionisti.

Rapace - Valle Argentina

E’ una madre paziente, Rocca Barbone, ma anche severa. Sulla sua cima si può abbracciare un panorama vastissimo, che arriva a sfiorare anche il Monte Bego, nella vicina Francia, nel cuore della Valle delle Meraviglie, là dove sono presenti incisioni rupestri dell’uomo primitivo. E si vede il mare nelle giornate più terse, si assapora un frammento di infinito che va dalla Rocca, situata alle pendici del Saccarello, fino alla costa. Si scorgono i profili montuosi della vicina Val Nervia, col Pietravecchia e il Toraggio a farla da padroni insieme al Grai, a Cima Marta e al Gerbonte. Davanti, neppure a farlo apposta, sta il Monte Trono, degno compagna di una regina come lei e sulle cui pendici sorge la magica Triora.

Bosco Triora - Valle Argentina

Nulla sfugge al suo sguardo di pietra e ci si sente sudditi e re a nostra volta, passando da qui.

Rocca BArbone - Valle Argentina4

Questi luoghi furono teatro di vicende storiche importanti, per la mia Valle. Qui si dice combatté il giovane Napoleone Bonaparte in persona, pensate! Nel Settecento si combatterono davanti agli occhi di Rocca Barbone le battaglie tra Francesi e Piemontesi, a testimoniarlo sono i numerosi avamposti che resistono ancora oggi al trascorrere del tempo, ve ne avevo parlato nell’articolo Caserme, guerre e cannoni a Cima Marta, ricordate?

Siamo nel comune di Triora, più precisamente vicino Verdeggia, l’ultimo paese della Valle Argentina. Una leggenda racconta che i soldati francesi attendessero che il fumo si levasse dai comignoli del borgo per razziare il paese dei cibi che le donne cucinavano con amore e dedizione. Si dice che, in seguito a queste spiacevoli scorribande in cui i verdeggiaschi venivano derubati della loro fonte più preziosa di sostentamento, le donne avessero imparato a nascondere a dovere gli alimenti che cucinavano, ma un giorno, purtroppo, i nemici se ne accorsero e amputarono la gamba di una poveretta come punizione e monito. Allora, non potendo più sopportare le angherie di quei prepotenti e per rispondere all’affronto subito, tutti gli uomini del paese si riunirono, imbracciando i fucili. Bastonarono i soldati e li condussero al cospetto di Rocca Barbone, dove li uccisero e li seppellirono in una fossa comune. Ancora oggi, là dove pare si sia svolto questo fatto, esiste un’altura chiamata Bricco dei Francesi.

Rocca Barbone - Valle Argetnina3

Rocca Barbone, con la sua bellezza così singolare, è anche protagonista di un sentiero assai particolare, quello dei Flysch. I Flysch sono un complesso sedimentario composto da rocce clastiche che si sono depositate in ambiente marino per via di frane sottomarine e correnti. Si distinguono molto bene gli strati dei sedimenti argillosi, arenari e calcarei e tra di essi sono presenti fossili dell’età Mesozoica, cari topi!

Montagne - Valle Argentina

Ah, che meraviglia la mia Valle! Allora, vi è piaciuto questo tour? Vado a prepararne un altro per voi.

Un inchino regale dalla vostra Prunocciola.

Un formaggio da K2!

Topi! Sono venuta a conoscenza di una cosa che mi ha fatto vibrare i baffi di orgoglio!

La mia Valle non smette mai di stupire, è proprio vero.

Nel mio girovagare ho scoperto, infatti, che il formaggio d’alpeggio delle mucche del Saccarello nel 2004 è stato selezionato come alimento fondamentale per ben due spedizioni italiane di alpinisti sul K2. Ma ci pensate?  Il latte munto sulle mie montagne è arrivato fino in Nepal. Roba da non credere!

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Il K2, tra l’altro, è la seconda vetta più alta del mondo dopo l’Everest, ma è considerata la più difficile da scalare. All’evento era stato dedicato persino un articolo su La Stampa, in cui si sottolineava che, quello di portare nello zaino il tipico formaggio triorese, non fosse un capriccio o una questione di gola, visto che per chi si appresta ad affrontare percorsi così estremi l’alimentazione è studiata, programmata, calcolata da esperti.

Il formaggio di mucca d’alpeggio è lavorato a crudo, è stagionato e avvolto in teli di lino e viene affinato in cantine su assi di legno. Dopo due mesi di stagionatura, assume un sapore caratteristico, con retrogusto mandorlato e ha un inconfondibile profumo di funghi porcini e fieno. Questo suo sapore delicato unito alla particolare fragranza è dato dall’alimentazione delle mucche, costituita da foraggi freschi arricchiti dalle erbe aromatiche montane. Io mi lecco già i baffi. Ha proprietà organolettiche per le quali è unico in tutta la Liguria.

toma Triora 2

Ci sareste dovuti essere, il giorno in cui mi è giunta notizia di questo primato culinario che non sapevo la mia Valle avesse.

Ero con topoamica, stava sorseggiando una tisana al lampone nella mia tana, quando mi è tornata in mente la sensazionale scoperta di quel giorno.

«Per tutti i topi, devo dirti una cosa! Ho una notiziona!»

«Avanti, dimmi. Hai fatto la scoperta del secolo, finalmente?» mi ha chiesto lei.

Non appena, però, le ho detto del formaggio, degli alpinisti, del K2 e di tutto il resto, topoamica ha posato la tazza e mi ha guardata come fossi ammattita.

«Che c’è?», le ho domandato confusa.

«Belin, Pruna! Dal tono che avevi, credevo tu avessi trovato il Sacro Graal della Valle Argentina. E invece te ne stai qui, a parlarmi di tome!»

«Ma… guarda che il K2 è una cima importante!»

«Sì, sì. Già ti ci vedo, sul tetto del mondo con la toma nostrana tra le zampe!»

E’ finita tra le risa di entrambe e, dopo un allegro battibecco, ho anche promesso che il Sacro Graal lo troverò, almeno topoamica smetterà di prendermi per una mangia-tome.

E voi? Sapevate di questo primato della Valle Argentina?

Io vi saluto, topi. Vado a scalare… il Monte Trono, così il formaggio me lo compro direttamente a Triora, che mi è venuta l’acquolina in bocca. E poi, ormai, voglio proprio conoscere il gusto di questa prelibatezza!

A presto.

Prunocciola

Una gita a Moneghetti

Quando vi parlai del paese di Perallo in questo post “Perallo, il borgo che ama raccontare” vi dissi che costituiva centro abitato insieme ad altre minuscole frazioni nei suoi dintorni. Una di queste si chiama Moneghetti e oggi vi ci porto, perché merita anch’essa d’essere visitata.

Questo piccolo gioiellino della mia Valle, meno conosciuto, si trova vicino a Molini di Triora. Giunti al campo sportivo di Molini, anziché entrare nel paese, si continua verso sinistra per la strada che porta a San Giovanni dei Prati e a Colle Melosa. Dopo aver percorso qualche metro, circondati dal verde più verde che c’è, per una strada asfaltata e ombrosa che propone anche un incontro con qualche asino, ecco sulla sinistra la deviazione, ben indicata, che porta a Moneghetti.

Si tratta di una strada breve, bella da percorrere a piedi, anche se in leggera salita, godendo del fresco che offre e ascoltando i rumori del torrente sotto strada e della vispa natura.

Le case che compongono questo posto si possono contare sulle dita di una mano e la pace è totale e indiscussa. Alcune dimore sono ruderi in pietra che riportano indietro nel tempo, altre, ristrutturate e più abitabili.

Appena giunta in questa località, mi hanno colpito le cataste di legna e quelle dei grandi tronchi pronti per essere tagliati.

Siamo solo a mezzora dal mare, ma qui fa più freddo che sulla costa e la stufa si accende sempre volentieri… anche per cucinare.

Sì, perché qui si vive ancora come una volta e nell’aria si respirano sovente profumi di corteccia o di pane che escono dai comignoli.

A confidarlo sono le case stesse, dall’impronta assai graziosa, fiabesca e antica. Balconi, fiori, panni stesi, colori, pietra, legno… tutto ci regala un’atmosfera senz’altro particolare.

Moneghetti è un’apertura nel bosco dove acacie, castagni e noccioli fanno festa tutto intorno.

La fitta vegetazione permette agli animali che popolano la macchia di sentirsi protetti e al sicuro pertanto non sarà difficile vederli o sentirne i versi e i fruscii.

I monti che ci circondano aprono il cuore con la loro verde bellezza che si staglia contro il cielo azzurro e su alcuni si possono riconoscere paesi più conosciuti e grandi come Triora.

Lo stupore si accende ulteriormente quando sopra una porta, una vecchia insegna  indica che qui c’era addirittura un’osteria. “Osteria Faraldi”. È proprio vero. Osteria, Tabaccaio, Albergo, Scuola… un tempo in queste frazioni non mancava nulla. Sfido io! Erano ben 600 gli abitanti che le vivevano! Oggi non è più così ed è bellissimo arrivare qui e percepire la vita. Come un ritorno.

Gli occhi che incontri ti scrutano. Risulti uno straniero. Non posso fotografare molto le loro abitazioni. Sono restii. Tra di essi sono come un’unica famiglia, un meraviglioso concetto da difendere, ma basterà far capire loro che si è alla buona e si ammira quel luogo con sguardi interessati per essere accolti e apprezzati con gioia e interesse.

Senza approfittare mai della loro ospitalità.

Moneghetti appartiene al Comune di Molini di Triora e, come lui, si trova a circa 460 mt s.l.m. Un tempo qui si coltivava e la merce si portava a vendere fin giù a Taggia. Oggi è un piccolo paradiso per chi cerca relax e natura.

Mi auguro vi sia piaciuto topini. Squit!

La lunga storia dell’Oratorio di San Giuseppe di Stornina

L’antico Oratorio di San Giuseppe di Stornina sarebbe la chiesa di Perallo, dedicata alla Madonna di Laghet e venerata anche ad Arzene, altro borgo della mia Valle (frazione di Carpasio) e persino a Nizza la domenica della Santissima Trinità. Si chiama così perché Perallo sorge alle appendici del monte Stornina e San Giuseppe proteggeva tutto il circondario, comprese le frazioni vicine.

Davanti al suo portone si presenta un panorama speciale che mostra i borghi di Andagna, di Molini e soprattutto di Triora, quest’ultimo in alto a sinistra, arroccato sulle rocce.

Un tempo, intorno al 1686, il vero Oratorio di San Giuseppe era un’altra chiesa, più vecchia ancora, poi abbattuta e conosciuta anche come chiesa della Beata Vergine della Misericordia. La dedica nei confronti di San Giuseppe passò poi a questa chiesa, oggi ancora eretta, e il nome Beata Vergine della Misericordia finì in disuso. Vive solo nel ricordo dei pochi abitanti rimasti.

Questo edificio religioso, bellissimo al suo interno, gode di una lunga storia che vede protagonisti Vescovi, Notai, Pittori e Devoti. Ma andiamo con ordine.

L’edificio venne benedetto nel 1762 dal Prevosto di Triora, Giò Francesco Panizzi, per ordine del Vescovo di Albenga Costantino Serra, come si può leggere negli opuscoli di Augusto Mirto scritti grazie alle informazioni fornite da Gianluca Ozenda per non dimenticare la storia che ci ha preceduto.

Alla chiesa vennero donate Lire 500 per diversi restauri e, più avanti, nel 1798 il nuovo Vescovo di Albenga, Paolo Maggiolo, volle la costruzione della predella, la fasciatura alla Pietra Sacra dell’unico altare e vari restauri alla Sacrestia. L’ultimo ampliamento di questo edificio religioso avvenne nel 1901 con tanto di cappelle laterali.

Anche il campanile a base triangolare è stato rifatto; infatti, mentre un tempo terminava a cupola, adesso finisce con un’appuntita piramide contenente due campane della prima metà del ‘900.

È una chiesa molto bella, illuminata e piena di statue e quadri. Naturalmente non mancano la statua di San Giuseppe, acquistata nel 1890, e quella della Madonna di Laghet che tiene in braccio il Bambin Gesù in un gesto particolarmente affettuoso.

Ogni anno, a Perallo, verso fine maggio, la cerimonia per onorare questa Madonna prevede una passeggiata fino al camposanto e il ritorno in chiesa dove la statua viene portata a braccia e venerata con fiori, canti e preghiere.

C’è anche la statua rappresentante la Madonna di Lourdes.

Lo sguardo viene attratto dal soffitto a volte, pitturato in modo meraviglioso e con tinte accese. Degli affreschi lo abbelliscono, uno dei quali rappresenta la Sacra Famiglia ed è stato dipinto da Francesco Maiano nel 1923, mentre gli altri da un noto pittore perallese detto Bernà u Pitù (Bernardo il Pittore).

All’entrata, alla mia destra, una scala troncata oggi dalla parete, portava un tempo al secondo piano, che non esiste più, ed era la postazione dell’organo.

Sotto di essa, c’è una bellissima fonte battesimale protetta e custodita all’interno di una rientranza nel muro. Un muro in pietra, molto spesso. A sinistra, invece, troviamo un antico confessionale piccolo e consunto.

Le panche in legno riempiono la parte principale osservando l’altare ricco e luminoso. A proposito di luci, qualche anno fa vennero trafugati due eleganti lampadari a goccia che illuminavano l’altare e il quadro rappresentante la morte di San Giuseppe appeso dietro l’altare maggiore. La signora Anna, moglie di Augusto, la quale tiene questa chiesa come una bomboniera, ne fece rifare un altro collocandolo nella postazione del Coro, ma il dispiacere fu grande, perché questi oggetti rappresentavano le ricchezze di Perallo e parte del suo passato.

Per i pochi abitanti di Perallo e per gli affezionati di questo borgo, questa chiesa non è solo un punto di ritrovo, ma anche un sentito passatempo da curare con passione. La puliscono, la abbelliscono, la rinnovano… cosicché possa sempre mostrare il suo splendore acceso a qualsiasi viandante voglia lasciare un saluto alla Madonna. Basta chiedere le chiavi al signor Augusto, che sarà lieto di mostrare quello che definisce il suo gioiello.

Mi sono state recitate preghiere inventate appositamente per la Vergine Maria festeggiata in questa cattedrale in miniatura, mi sono state raccontate storie e aneddoti di persone che per lei lasciavano tutto, anche il lavoro nei campi, quando giungeva il momento di renderle grazia. Tutto si svolgeva attorno a lei, l’intera vita di un piccolo villaggio.

E ora, topi, usciamo: ci aspettano altri magnifici luoghi della mia Valle. Lasciamo i fedeli raccolti nel loro silenzio a evocare ciò in cui più credono.

Un caro saluto a tutti.

Alla Rocca di Andagna

Ci sono arrivata in un giorno di pioggia, dopo essermi avventurata su sentieri bagnati senza conoscere bene la direzione da prendere, andando a naso, come si suol dire.

Topi, è stata proprio un’esperienza mistica, quella della vostra Pigmy Jones.

Lei, la Rocca, meglio conosciuta semplicemente come La Turre d’Andagna dagli abitanti della zona, si erge maestosa su uno sperone di nuda roccia. La si vede dominare la scena dall’alto, quando si scorre sull’asfalto con la topo-mobile e si rimane affascinati dai suoi merli, che le ornano il capo come una corona. Tuttavia la sensazione che si prova osservandola da lontano non è minimamente paragonabile a quella che si sente farsi largo nel cuore quando si è al suo cospetto. Andiamoci insieme, venite con me.

sentiero Rocca Andagna

Si percorre una breve discesa nel bosco, immaginatevi il ticchettio della pioggia che accarezza le foglie, potete riuscirci? Subito nell’aria si spande il tipico odore di queste giornate, quello di terra bagnata. Continuiamo ad avanzare in quello che pare lo scenario perfetto per una fiaba o una storia di fantasia. A un certo punto riusciamo a scorgere i merli della torre e continuiamo ad avanzare, immersi nella boscaglia. Non la vediamo più per qualche istante, poi di nuovo la Rocca fa la sua comparsa, questa volta stagliandosi sulla vegetazione, vicinissima e austera.

Rocca Andagna

Il sentiero si fa nuovamente ombroso e la affianca, diventa subito chiaro che bisognerà arrampicarsi un po’ per raggiungerla ed entrarvi dentro. Oh sì, si può eccome, topi miei!

sentiero Rocca Andagna1

Le rocce sono altine, ma con un colpo di reni è possibile salire su questi gradoni naturali, per me che sono una topina non è difficile fare un balzo, ma fate attenzione.

Con poco più di due passi, eccoci giunti ai piedi di sua maestà la Rocca di Andagna, coi suoi gradini di pietra che invitano a entrare. A destra e a sinistra di quella breve scalinata c’è il vuoto e, sotto, un paesaggio a dir poco mozzafiato si spiega ai nostri occhi. Ci si sente un po’ i signori della Valle, da quassù!

Rocca di Andagna - Torre di Andagna

Entrando, ci si sente come stretti in un abbraccio di pietra. La Rocca ha pianta circolare, al suo interno delle finestrelle che sono più simili a feritoie permettono di godere della vista e lasciano entrare un po’ di luce.

 

Le pietre che la compongono sono a vista, ma… alziamo lo sguardo, topi, guardiamo un po’ il soffitto.

affreschi soffitto Rocca Andagna

Li vedete anche voi? Ci sono degli affreschi! Purtroppo il tempo è tiranno, ha consumato e sgretolato l’intonaco del dipinto, se ne trovano persino dei frammenti sul pavimento, che le zampe calpestano con dispiacere. Si intravede ancora il motivo floreale rappresentato sulla volta, tutto in tinte diverse di azzurro e di blu. Pare quasi, alzando il naso, che il soffitto sia stato strappato per lasciare il posto a scampoli di cielo.

Dalle mura è stato persino ricavato un sedile di pietra che corre lungo tutta la struttura interna della Rocca, così ci si può godere la pace stando seduti. Che silenzio, topi! E’ davvero surreale!

Ovviamente sono nate le storie più disparate su questo posto favoloso. Sono state raccontate storie di streghe che qui si riunivano per le loro congreghe (anche Andagna ha le sue bàzue, non solo Triora, ma di questo parleremo un’altra volta), si è detto anche che la Rocca sia originaria di tempi assai remoti, della preistoria addirittura, e sono sorte storie che la ricollegano alle incursioni dei Saraceni.

Un topo che è mio caro amico, però, mi ha confidato diversamente. Pare, infatti, che la Torre sia in realtà recentissima, dei primi anni del Novecento. Fu costruita per desiderio dell’ingegnere Capponi e dello scrittore e navigatore Enrico De Albertis in un luogo in cui, un tempo, pare sorgesse un’altra torre andata distrutta. Ho ricevuto testimonianze di un topo il cui padre lavorò alla sua costruzione.

Rocca di Andagna5.jpg

La Torre doveva servire come casa di caccia nella quale venivano posizionate delle trappole – che noi chiamiamo trappini – per uccelli di piccola taglia, come tordi o fringuelli, per fortuna oggi vietate e costituite da bastoncini cosparsi di vischio, una colla molto forte. Le bestioline vi rimanevano invischiate, appunto, ed erano così pronte per essere catturate e utilizzate per preparazioni culinarie.

L’ingegnere Capponi era un grande appassionato di caccia, tanto da collaborare con la vecchia rivista venatoria intitolata “Diana”.

La Rocca di Andagna6

Insomma, topi, che storie!

Quel che è certo, è che il fascino di questa Torre è ancora grande. Sarà per il mistero che aleggia intorno a lei, sarà per il suo sguardo di pietra che ci osserva dall’alto, mentre passiamo ogni giorno sulla strada che scorre ai suoi piedi… ma è un gioiello della mia Valle, uno di quelli che andrebbe preservato e che è bello conoscere.

Un gotico abbraccio dalla vostra Pigmy e un grazie a Giampiero Laiolo.