Da Glori a Corte – il percorso di mezzacosta –

In epoca altomedievale si formarono gli insediamenti arroccati disposti a mezzacosta lungo i poggi soleggiati dei crinali conseguentemente, si sviluppò tra questi nuclei una rete viaria di collegamento. Complessivamente questo percorso di mezzacosta s’origina a Carpasio e termina a Triora. La funzione di questa direttrice risponde alle più comuni esigenze di vita dell’economia agropastorale. Osservando i rapporti tra le attività economiche, il territorio, gli insediamenti e le relative connessioni viarie sono evidenti le attenzioni a non erodere la produttiva area coltiva neppure con le abitazioni sacrificando anche il soleggiamento di quest’ultime. Lungo il percorso si distinguono quelli che potrebbero essere i borghi originari e le successive traslocazioni o filiazioni; spesso piccoli nuclei motivati da un capillare sfruttamento del territorio particolarmente da parte d’emergenti consorzi famigliari. In quest’area non è possibile ipotizzare la stessa struttura famigliare presente nei nuclei virilocali delle valli di Diano, del Prino e Merula non possedendo il territorio quelle caratteristiche necessarie alla formazione di “aziende agricole” che produttivamente devono conservare l’unità. Qui l’organizzazione della famiglia s’adatta alla frammentazione del territorio essendo necessaria la ripartizione tra i singoli nuclei famigliari delle superfici boschive, prative ed ortive (1). Sul territorio di Agaggio sono presenti alcuni insediamenti, come i Ciucchetti ed i Cuggi, che rivolsero, per necessità, una maggior attenzione allo sfruttamento del bosco. In questa zona aspra e isolata distribuita in parte lungo il confine tra i domini sabaudi e genovesi, v’erano condizioni di vita che offrivano l’opportunità di facili guadagni. Questa situazione continuò nel XVI e XVIII secolo caratterizzando la cultura locale. Volendo trovare motivi per una promozione turistica quale migliore scelta si potrebbe fare se non quella di ricordare e far visitare il territorio dei “nostri Passatori più o meno cortesi”. Tra i molti esempi documentabili mi piace ricordare che vi è sopra un dirupo, la casa del “tristemente leggendario” Jose Sacco, con tanto di “uscita di sicurezza” contro le visite degli uomini di giustizia. Quest’uomo vissuto nella seconda metà del XVIII secolo si macchiò di numerosi reati tra cui l’omicidio del prevosto Genta, Parroco di Montalto, eseguito su commissione a causa dei disaccordi seguiti al restauro della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. E’ anche interessante la presenza dei masaggi: uno a Grattino, Agaggio ed Ugello gestito dai Capponi ed un secondo a Glori proprio degli Stella. Pur con la doverosa cautela, essendo questo generico vocabolo utilizzato per un millennio, si potrebbe pensare ad una bipartizione medievale, cioè all’esistenza di una “corte dominica” ed alla suddivisione di un’altra parte del territorio in mansi amministrati da alcune notabili famiglie locali (2). Una prova la si potrebbe vedere nei toponimi Corte e “palazzo” ovvero “paraxio” quest’ultimo presente sia sul territorio di Glori con il Paraxio degli Stella sia, per ben due volte, in Agaggio (in relazione alla famiglia Capponi)(3). E’ interessante notare che su questa aspra terra già popolata da briganti e nobili non mancò la colorita presenza di stravaganti personaggi quali Benedetta Cugge (1860/1940 circa) solitaria e spartana abitante dei boschi che amava raccogliersi in preghiera nei posti più inusuali (4). Come lei viveva nella vicina “Grotta dell’Incanto” anche il cosiddetto Eremita di Glori, eccentrico personaggio che giunse a scrivere con il proprio sangue preghiere sulle pareti della grotta.

Il Percorso

Vorremmo che fosse Tunin da Mutta (Antonio Oliva di Ugello) a descriverci il percorso di mezzacosta che da Glori conduce ad Andagna, questa era la sua terra, ma è mancato perciò è sembrato corretto porgergli un atto di dovuto omaggio chiedendo alla sua famiglia di sostituirlo. Di buon grado i figli Arturo, Rina ed il cugino Giovanni Sambuco si sono cortesemente prestati ad indicarci la via. E’ necessario premettere che la mulattiera, propriamente detta, discendeva da Glori sino all’omonimo ponte sull’Argentina e quindi proseguiva sino a S.Giovanni della Valle per poi risalire verso i sovrastanti, piccoli, nuclei. Quest’evidente prolungamento del percorso è necessario frapponendosi, tra Glori ed Ugello, una fascia particolarmente aspra e accidentata difficilmente percorribile anche per gli uomini, quindi proibitiva per gli animali da carico. In ogni modo per comodità e linearità dell’itinerario, nonchè per il suo interesse antropico ed ambientale, ricalcheremo comunque il sentiero usualmente utilizzato dalle genti locali. La “rena” si distacca, a sinistra, dalla strada rotabile di Glori nel tornante prima del paese. Oltrepassa un pilone votivo e raggiunge dopo poche centinaia di metri il “Paraxio” degli Stella, uno dei probabili insediamenti che originarono attorno il XV secolo l’attuale borgo di Glori. Nei pressi vi è la “Tana dell’Incanto” dove alcuni decenni orsono dimorò il citato personaggio pervaso da crisi mistiche. Proseguendo su un sentiero invaso dalla vegetazione raggiungiamo il Vallone di Bersaira presso il quale la “Gexetta de Maiu e Muiè” (cappelletta del marito e della moglie) indica che in questo dirupato canalone perse la vita, cadendo, un’intera famiglia. Questo luogo aspro, caratterizzato dall’intercalarsi della macchia mediterranea agli uliveti, obbligati in arditi terrazzamenti, si protrae lungo la costa della Laisetta sino a Cà Sereni. Il castagneto, l’oliveto e l’orto coltivati in condizioni particolarmente difficili ci ricordano la storica caparbietà di queste genti nel voler ricavare sostentamento da un territorio, certamente non prodigo, che ne forgiò le caratteristiche culturali ancor oggi palesi nei ricordi di Tunin da Mutta. La nostra via lambisce ai Cuggi quella che era la casa di questo noto cacciatore la cui usuale ospitalità è cortesemente continuata dalla figlia Rina. Da questo luogo un sentiero conduce ai sovrastanti nuclei dei Ciuchetti, noti per la loro trascorsa attività banditesca, dei Medoi, dove vi è la casa di Iose Sacco ed infine verso i Castagnei dove in una casa ridotta a rudere visse la citata Cugge Benedetta. Ogni famiglia possedeva un casone per essiccare le castagne che all’occorrenza poteva essere anche la cucina: oggi solo Arturo continua quest’attività, affiancandola alla coltivazione dell’actinidia. Proseguiamo la nostra via incontrando la nuova rotabile che conduce dalla Villa Capponi ed Ugello alla sottostante strada provinciale. Il ritrovamento di un’armilla presuppone la frequentazione preistorica di questo areale. Continuiamo verso la Villa Capponi, che oltrepassiamo in direzione del Vallone di Agaggio; superiamo la sovrastante Rocca Rossa per salire dopo l’attraversamento del Rio Agaggio verso l’omonimo paese intersecando e seguendo per ampi tratti la nuova via carrabile che, a giudicare dai piloni votivi, non si diversifica molto dalla mulattiera. Lasciamo Agaggio Superiore dalla chiesa dedicata a S.Carlo Borromeo. C’inoltriamo lungo una bella mulattiera contrassegnata da numerose cappellette votive; quella prossima al Rio Boetto ricorda l’incidente mortale di Giacomo figlio di Tunin mentre la precedente, particolarmente grande, posta presso il “Puzzu de Nicò” serviva da “posa dei morti”. Questa mulattiera fu utilizzata sino a pochi decenni or sono dalle genti di Grattino per portare i loro defunti ad Agaggio Superiore. La via era frequentata per l’approvvigionamento dell’acqua potabile essendo la sorgente del “Ruverà” la più’ prossima e comoda al paese. Presso questa fontana si distacca in ripida salita un sentiero che porta a Drego ed al Passo Teglia. La mulattiera discende ora dolcemente verso il Rio Boetto dove si presenta un eccezionale vetusto ponte in condizioni di pietoso abbandono. Subito dopo, sulla destra, un “beo” (canale) ci indica l’esistenza di un vecchio molino da grano. Giungiamo in Grattino dove il soleggiamento, la frantumazione dell’area ortiva, la numerosa e sparsa presenza di case dimostrano un trascorso ed intenso sfruttamento agricolo. L’ambiente muta quando voltiamo nel Vallone di Vignolo; riappare la macchia mediterranea mentre il territorio diviene aspro e pietroso. Da Grattino possiamo scegliere tra due vie parallele. La mulattiera superiore più aspra, con maggiore interesse naturalistico, oggi in parte ricalcata da una nuova rotabile, passa dalle Case di Vignolo e dal Vallone di Pendego. La via inferiore, più antropizzata, attraversa Grattino e le Case dei Corsi, anch’essa è, in parte, sostituita da nuove rotabili. Queste due vie in ogni modo si ricongiungono presso il Vallone di Pendego. Il toponimo Case dei Corsi sta ad indicare un insediamento utilizzato dalle soldatesche mercenarie corse che la Repubblica di Genova arruolava sia in occasione di conflitti sia per la normale attività poliziesca. Proseguiamo il nostro viaggio verso la Rocca di Vignolo e di Andagna, poste a poche centinaia di metri di distanza tra loro. La prima erosa da una cava è lambita superiormente dalla mulattiera. La seconda, che osserviamo da lontano, è sormontata da una spettacolare torre costruita il secolo scorso per “uccellare” ovvero cacciare con il vischio. Su d’essa si è scritto ultimamente con molta fantasia ma concretamente si può solo ipotizzare la preesistenza di un’altra struttura d’avvistamento (5). Continuiamo la nostra via lungo l’ubago del vallone di Pendego raggiungendo dopo poche centinaia di metri il bel ponte sul Rio Armetta, altro esempio di deprecabile abbandono. Da qui risaliamo sino ad incontrare la strada asfaltata presso l’ultimo tornante che precede l’abitato di Andagna. Da Andagna a Corte ci accompagnano Silvietto (Bova Antonio di Corte) ed Augusto Zucchetto, fratello di Angela Maria, “estrosa bottegaia” di Molini di Triora (6). Iniziamo il nostro viaggio dalla chiesa di San Martino di Andagna discendendo lentamente lungo il Poggio Grosso ed il successivo vallone degli Ubaghi percorso dall’omonimo rio. Passiamo il Vallone del Bosco ed un ultimo poggio prima di giungere al Rio Poetto, da qui con il Pian dell’Avvocato, ha inizio una fascia di territorio distribuita lungo il Rio di Corte. Su ambo i lati si possono ancora vedere numerosi ruderi di molini che un tempo macinavano castagne, noci, orzo e grano provenienti dal vasto e produttivo areale dell’alta Valle Argentina (7). Il primo rudere che incontriamo è il Molino Vecchio e quello successivo il Molino di Cagagna. Qui il Ponte di Biglievue ci permette d’attraversare il Rio di Corte. Il nome di questo ponte è probabilmente dovuto alle sottostanti profonde pozze scavate dalle pietre spinte dalla forza delle acque. Su ambo i lati del vallone due mulattiere proseguono parallele verso le montagne ricongiungendosi al guado presso le case di Curecca. Riprendiamo il nostro viaggio salendo lungo la Monta’ delle Biglievue sino ad inserirci sulla mulattiera, resa oggi rotabile, che da Corte porta al Santuario di N.S. della Consolazione (più comunemente conosciuto come la Madonna del Ciastreo). Ci attende ancora un breve tratto lungo quest’ultima via per giungere, infine, nel paese di Corte.

(1) – Lajolo G. – Il Territorio dei Carpasini- Riviera dei Fiori- Camera Comm. Im.- Anno LV n.s. Imperia 1991

(2) – Ferraironi F. – Storia Cronologica di Triora – pag. 6 – Tip. Sallustiana – Roma 1953 –

(3) – Il toponimo “Palazzo” è ancora presente nella cartografia vinzoniana del XVIII secolo

(4) – devo le informazioni e la fotografia di Benedetta Cugge alla cortesia di Giovanni Sambuco di Agaggio

(5) – V’era anche un’altra torre in Carpenosa che s’inseriva nella stessa rete di “colombere” utilizzate nell’avvistamento, segnalazione e difesa durante le incursioni turcobarbaresche del XVI secolo.

(6) – Colgo l’occasione per dare all’amica Angela Maria un suggerimento: i Zucchetto non sono altro che i Ciuchetti, quell’antica famiglia presente nell’omonimo borgo presso Ugello che secoli or sono contribuirono a formare quella schiera di “passatori” che fecero famosa la Valle Argentina. Sarebbe quindi storicamente coerente, commercialmente gratificante oltreché simpatico se Angela Maria ricevesse i propri clienti con un bel “trombone” in spalla.

(7) – Lungo i torrenti, in prossimità di Molini di Triora vi furono 23 molini – vedi: Novella F.- Molini di Triora e il suo Santuario di N.S. della Montà- Stab. Grafico la Stampa- Genova 1967

Due paesi che l’anno scorso vi ho presentato, vi ho fatto conoscere. Uno più bello dell’altro, da non saper quale scegliere. Oggi, li vediamo insieme, da Glori, tramite luoghi magici e fantastici, andiamo a Corte. Attraversiamo i miei boschi, gli scorci della natura, un paesaggio che mozza il fiato. Un altro giro amici. Un’altra splendida passeggiata tutti insieme nel riscoprire stranezze, storia e curiosità su una delle valli più belle e più antiche della Liguria. La mia Valle Argentina. E ancora una volta abbiam potuto percorrere questo cammino grazie ai consigli, gli indirizzi e soprattutto gli scritti di Giampiero Laiolo nel suo bellissimo “U Camin” che già conoscete, che già molte volte vi ho presentato. Ora riposate tranquilli, avete scarpinato abbastanza per oggi, io vi mando un bacio e mi pulisco le zampette. A domani topi.

M.

La via dei commercianti e dell’essenza di Lavanda

Ancora un altro giro topini. Un tour più serio di quello dell’ultimo post ma senza perdere la magia della fiaba.

Un lungo percorso nella mia Valle. Un sentiero nel quale possiamo ammirare tantissime cose e avere parecchi incontri.

Sempre dal libro “U Camin” di Giampiero Laiolo, scopriamo un’altra meraviglia. Un sentiero a volte tortuoso, a volte più lineare, dove un tempo, i nostri vecchi parenti, commerciavano cereali, carni e fiori.

Mettetevi un paio di scarpe comode e venite con me. Attraverso questo scritto potrete percorrere perfettamente e rivivere la vita quotidiana di un tempo.

DA BADALUCCO A PIETRABRUNA

La mulattiera svolgeva una funzione politico-amministrativa e commerciale quale prolungamento della via trasversale tra Baiardo e la media Valle Argentina con Pietrabruna, Civezza e Porto Maurizio nonchè un utilizzo agropastorale collegando Badalucco con il Devin, Lona ed i pascoli dei monti Sette Fontane, Follia e Faudo. Questa direttrice fece la fortuna economica di Badalucco quando attorno al dodicesimo secolo il borgo si sviluppò ai piedi della rocca. Tramite questa via si negoziavano animali da carne e da lavoro, formaggi, uova, pollame, vino, lenticchie, grano, olio e da due secoli anche i noti fagioli. Ancora alcuni decenni or sono gli interessati uomini di Civezza protestarono a causa della nuova carrozzabile tra Pietrabruna e San Lorenzo che comportava l’esclusione di questo paese dall’itinerario verso Porto Maurizio con notevole danno economico. Sulla displuviale orientale del crinale, nei primi decenni di questo secolo, gli uomini di Pietrabruna e Boscomare piantarono nei gerbidi e nei prati la lavanda. Da circa un secolo comunque si produceva già essenza ricavandola dalla lavanda spontanea; la richiesta ed il relativo guadagno spinse a coltivarla selezionando varietà  sempre più produttive sino ad ottenere una varietà di lavandino che triplica la resa della lavanda vera anche se non può porsi qualitativamente in paragone con l’essenza estratta dalla pianta spontanea. Da alcuni decenni la profumeria di sintesi, le fitopatie, l’abbandono, il fuoco ed una pessima politica economica causarono una riduzione delle aree coltivate a lavanda con il risultato che oggi assistiamo al dissolversi di quest’attività (1).

Il Percorso

Ci accompagnano lungo la direttrice che da Badalucco conduce al Passo di San Salvatore i Badalucchesi Carassale Giacomo, Raibaudo Filippo, detto “Du Passo” e Boeri Filippo, dagli amici più semplicemente chiamato Nino U Biscau. La mulattiera lascia Badalucco al Ponte di Santa Lucia, la tradizione vuole che qui i viandanti invochino la santa affinchè  preservi loro la vista e l’udito. Dopo il ponte voltiamo a destra, attraversiamo il Vallone dei Rossi (detto anche Ruglietto) e salendo dolcemente lungo le campagne degli Ortai lasciamo il cimitero e l’Oratorio di San Bartolomeo. Dopo il Rio “Fascia Ciana” (Fascia Piana) incontriamo a sinistra una prima biforcazione della mulattiera; la via di sinistra ci porterebbe lungo la “Pineta dei Meelli” ( fragola- patronimico di un segmento della famiglia Panizzi) oltrepassa poi le Case del Passo, il “Crinale dell’Alberone”, il Casone di Dionisio, il Devin giungendo quindi al Passo della “Sotta da Folia”. Presso la citata biforcazione noi voltiamo a destra superando poco dopo la “Cappella de Spellaratti” (patronimico di un segmento della parentela Bianchi di Badalucco) entriamo nell’oliveto “da Pernixe”: queste edicole sacre conservano ancora pregevoli dipinti bisognosi d’immediato restauro. La valle tende a stringersi e farsi rocciosa e scoscesa. Dopo poche centinaia di metri i lecci sostituiscono gli olivi; la displuviale rocciosa che discende ripidamente dalla “Cresta dell’Alberone” ci sovrasta: il toponimo “Bosco de Caranche” (caranca- luogo scosceso) è di per sè esplicito. La linea di sprone che discende dall’Alberone, chiamata “i Termi”, è la terminazione storica sia del territorio comunale di Badalucco come della Podesteria di Taggia con quella di Triora: questo confine è tracciato da rocce naturali e da strutture litiche infisse (2). Giacomo mi ricorda che sulle pendici del Monte Faudo, sovrastanti il paese, le vipere sono stranamente molto rare mentre alcune testimonianze concorderebbero sulla presenza nella stessa zona di un rettile con “gambette e orecchie”. Oltrepassati i lecci ed un malandato pilone votivo giungiamo nelle Campagne dei Bregonzi e alle omonime case (Bregonzo è una deformazione di Bergonzo) dove Giacomo Carassale possiede un casone e relativa campagna. Superiamo in lenta salita le campagne dei “Campetti” e la “Cappelletta di Monte Isidoro” quindi attraversiamo il “Vallone del Passo” grazie ad un secolare piccolo ponte oggi in disuso essendo sostituito da un “passaggio carrabile”. Da questo punto una nuova rotabile ricalca per un tratto la vecchia mulattiera. La nuova via a fondo naturale prosegue in salita per alcune centinaia di metri sino alle due “Sorgenti dei Bastei” e all’omonima cappelletta (i Bastei sono un segmento della Famiglia Boeri). La mulattiera, qui detta “U Camin de l’Urmu” (Olmo- Case e Bosco dell’Olmo), si biforca conducendo rispettivamente verso Lona Alta e Lona Bassa. Noi proseguiamo superiormente sempre sulla nuova strada che ricalca la mulattiera lasciando i pochi casoni ancora esistenti. Ponendo attenzione all’aspro ed interessante paesaggio agrario risaliamo la “Muntà de l’Urmu” (Salita dell’Olmo) al cui vertice si distacca, a sinistra, un sentiero verso il Devin. Ancora un breve tratto e si giunge alle “Case Ciazze” dove troviamo un’altra “cappelletta”. Questa località che termina superiormente con il bosco ha un’unica generica denominazione: Lona. Questo soleggiato areale fu il territorio agricolo privilegiato di Badalucco, particolarmente vocato all’olivicoltura, alla viticoltura ed alla produzione d’ortaglie, compresi i famosi fagioli. Lasciamo quindi Lona per salire verso “l’Ubago del Castellaro” (ubago = luogo poco soleggiato), ampio bosco comunale di lecci e roveri, all’inizio del quale, a sinistra, troviamo una sorgente ed un “troglio” (vasca/abbeveratoio) detto “dei Soldati”. Proseguiamo attorniati da una fitta e bassa vegetazione; poco prima del limite superiore del bosco vi è un’altra sorgente detta la “Vena du Figu”. Quando giungiamo nella fascia prativa, presso il “Passo dei Porchi” dalla mulattiera si distacca, a destra, un sentiero che porta a Castellaro. Proseguendo nei prati ci viene incontro la “Ca’ du Dragu” ovvero la “Casa degli Agnesi”, bella struttura di casa colonica degradata dall’abbandono che ricorda ancora fortune migliori. Da qui poche centinaia di metri di salita ci separano dal passo e dall’omonimo Oratorio di San Salvatore. Dal Passo di San Salvatore ci accompagna Renato Castelli (della famiglia dei Cian” di Pietrabruna), floricoitore, cacciatore ed appassionato raccoglitore di funghi; conosce molto bene questi boschi perchè li vive ed ancor oggi non è raro che vi pernotti. L’oratorio campestre di San Salvatore recentemente restaurato dalla comunità di Pietrabruna coincide, non a caso, con il luogo d’intersezione tra la via di crinale e la trasversale di valle quale località di sosta, di preghiera e di riparo. Discendiamo lungo la via rotabile che ricalca per alcuni tratti la precedente mulattiera attraversando i gerbidi ed il rado bosco di querce di Gagliardo per giungere nel Vallone “du Bossa” (fitonimo, da bosso) dove v’e’ l’omonima casa e trogIio (vasca). Quest’area, quasi totalmente gerbida, era sino a pochi decenni or sono coltivata a grano, vite e lavanda. Continuiamo la nostra via lungo i campi di Carpe (fitonimo derivante da Carpino) sino all’omonima casa dove intersechiamo la vecchia mulattiera proveniente da Pietrabruna che proseguiva verso il Passo di San Salvatore parallela e di poco superiore all’attuale strada rotabile a fondo naturale. Presso la citata “Casa du Carpe” lasciamo la nuova via discendendo verso la Fontana dei “Campi Comen”; anche in questo tratto vi è una nuova strada interpoderale che in caso di difficoltà può sostituire la mulattiera sino alle campagne della “Ciana’” (luogo largo e pianeggiante). La vecchia direttrice discende dai Campi Comin oltrepassando un pilone votivo e l’Oratorio di San Rocco immerso negli olivi per giungere infine nel paese. Osservando la muratura di alcuni casolari periferici non ancora intonacati si evidenzia nella superficiale colorazione bruna dell’ossido di ferro la motivazione del toponimo “Pietrabruna” mentre la distribuzione urbana lungo la mulattiera ci indica l’importanza che questa aveva un tempo.

Note:

(1) –   Rovesti G. – La lavanda e le piante aromatiche e medicinali nella Provincia di Porto Maurizio

(2)- Dalla “Visita dei luoghi di Badalucco e Montalto fatta dai delegati Giobatta Veneroso e Cristoforo Spinola nell’anno 1652”:  <… giunti lontano da Badalucco circa un miglio di là dal fiume si sono visti due pilastri ossia rocche alquanto eminenti vicine l’una all’altra, quasi pilastri, ossia rocche, sono li termini che termina il territorio di Badalucco e Montalto …> Arch. Stato Genova – Busta Paesi 17/357; Riferimento tratto dalla Tesi di Laurea di Franco Bianchi  “Ricerca di Geografia Storica nel Territorio di Badalucco” Genova 1970

Avete visto? Quanta strada! Chissà che animaletto è quello con le orecchie e le zampette. Mi piacerebbe incontrarlo. Ora vi lascio riposare, dovete riprendervi per la prossima passeggiata che faremo. A presto!

M.

La Via dei Morti – 1′ parte –

Oggi, topi, vi porto a fare un tour davvero particolare. Voglio farvi conoscere situazioni avvincenti e luoghi ricchi di storia, sentieri in cui è successo di tutto, ma che oggi non conosciamo. Prima, però, lasciatemi ringraziare tantissimo chi ha redatto questi importantissimi documenti, lo scrittore Giampiero Laiolo, che mi ha reso noti questi suoi scritti tratti dal suo libro “U Camin – Percorsi storici della Valle Argina”, Pro Triora Editore, 1997.

Venite con me.

DA CARPASIO ALLA PIEVE DI SAN NAZARIO E CELSO (BORGOMARO)

“Dal XII secolo l’espansione della Repubblica genovese accrebbe l’instabilità politica amministrativa del ponente ligure: questa aspirazione egemonica sulle riviere perseguita con la diplomazia e con la forza si scontrò ovviamente con gli interessi dei locali signori feudali. Le Valli di Oneglia, del Maro e di Prelà furono per secoli una “spina nel fianco” della Repubblica di Genova: prima sotto il dominio del Vescovo di Albenga e dei Ventimiglia poi dei Ventimiglia-Lascaris quindi dei Savoia. Si giunse all’unificazione solo alla fine del 700, ma in quell’occasione la superba Repubblica aristocratica non poté di certo gioirne perchè quel momento coincise anche con la fine della sua millenaria storia. Carpasio come appendice dei domini del Maro in Valle Argentina subì un isolamento politico. Questa situazione, peggiorata dal naturale isolamento montano, contribuì a formare le caratteristiche religiose, sociali ed economiche di quel paese: non sbaglia l’amico e cugino Dario Banaudi quando ipotizza in quest’areale un prolungamento del medioevo (1). Tale retaggio culturale che emerge sporadicamente ancora oggi rende questo areale particolarmente interessante; le condizioni geomorfologiche comportavano notevoli sforzi per ricavare terreni produttivi: si coltivava orzo, grano, lenticchie, ceci e ultimamente anche fagioli e patate. Sui pascoli sommitali si allevavano pecore e capre, ovviamente nel rispetto delle aree prative e nei tempi destinati alla fienagione; tutto ciò’ era regolamentato dagli antichi usi cristallizzati successivamente negli Statuti Comunali e nei Bandi Campestri. Il Castello del Maro e le sue dipendenze, compresa la Valle Carpasina, fu venduto dal conte Gaspare dei Ventimiglia (ramo siciliano) nel 1455 ad Onorato Lascaris dei conti di Tenda {2). In questo periodo si attivò la direttrice di crinale verso Briga e Tenda, associando alle millenarie motivazioni pastorali quelle politico-amministrative dei conti di Tenda. Il percorso Tenda/Briga – Oneglia che interseca la “Via dei Morti” al Passo del Maro lo si può’ configurare come una delle vie marenche che risalivano le valli del ponente ligure verso il Piemonte. Nel 1575 i Conti di Tenda cedettero la Valle del Maro e le sue pertinenze ai Savoia i quali la subinfeudarono nel 1590 a Giò Gerolamo Doria Ciriè. Le finalità sabaude furono notoriamente quelle di creare un corridoio commerciale tra il Piemonte ed il mare, progetto ovviamente ostacolato da Genova la quale, nel caso specifico di Carpasio, prestò la massima attenzione alla sua delimitazione territoriale adottando anche mezzi coercitivi, come la rappresaglia, che ponevano i carpasini praticamente in stato di assedio verso le altre comunità della Valle Argentina. Pur con fasi alterne Carpasio dipese dalla Valle del Maro, là risiedevano gli “uomini che contavano”: il marchese, il parroco ed il bargello.  Un matrimonio, un funerale, un battesimo, la sagra, il ballo erano tutte occasioni più o meno gradite ma indispensabili e necessarie alla vita che impegnavano i carpasini a socializzare fuori del ristretto ambito del borgo. Il ricordo della sudditanza religiosa dalla Pieve del Maro è ancora presente nella memoria sociale: tramandato di generazione in generazione viene attualmente presentato con evanescenti immagini dove la leggenda tende a confondersi con la storia (3). Non potrebbe essere altrimenti. Basta pensare all’incidenza emozionale e simbolica percepita dal trasporto di un morto attraverso i prati, i boschi ed i torrenti di due valli. Si ricordi il piacere medievale sia verso le giocose e colorate feste come nell’assistere le esecuzioni capitali e la massiccia partecipazione popolare alle coreografiche manifestazioni liturgiche di San Bernardino da Siena e San Vincenzo Ferreri; tutte queste espressioni si possono sintetizzare nella tendenza di proiettare ogni cosa ed ogni fatto verso il soprannaturale; l’animismo, la magia e la conseguente caccia alle streghe non sono che un aspetto di questa “forma mentis” medievale. Quanto il trasporto dei cadaveri verso la sepoltura nella pieve incise sulle genti lo vediamo nelle testimonianze di molti anziani. La memoria collettiva ricorda il fatto mentre la località di sepoltura diventa imprecisa: Santa Maria dei Piani, San Nazario e Celso di Borgomaro e San Giorgio il Vecchio di Calderara vengono confusi. Anche altri particolari diventano poco credibili come l’uso di depositare i cadaveri sopra i “cannicci” quando la mulattiera era inagibile. Pur essendo certo per i carpasini l’obbligo della sepoltura e del battesimo presso la pieve è dubbio il perdurare di questi due obblighi. Sappiamo che dal 1331 sino al 1424 vi fu ancora l’obbligo del battesimo presso San Nazario e Celso, anche se è già documentato il tentativo di eludere tale norma. Quando spostiamo l’attenzione alle modalità di sepoltura dei carpasini ci troviamo con un solo riferimento documentario indicante che già nel 1399 vi era l’uso della sepoltura presso la locale chiesa di Sant’Antonio. Quindi non abbiamo alcuna traccia, ad esclusione della tradizione, su ci che accadde prima di tale. L’unificazione politica giunse nel 1797 integrando economicamente la Valle di Carpasio con i circostanti paesi; rimase però la dipendenza amministrativa da Borgomaro sino ai primi decenni del novecento, età che vide nascere l’attuale struttura amministrativa provinciale. E’ curioso notare che anche il potere giudiziario e poliziesco residente a Borgomaro lasciò una traccia nella toponomastica: il passo degli sbirri ci ricorda che quella era la via usuale con la quale giungevano a Carpasio prima i “soldati di giustizia” del bargello e poi i “carabinieri reali”; vedremo scrivendo della mulattiera che unisce Carpasio a Glori, quanto questi uomini furono impegnati su questo territorio”.

E domani, topi cari, pubblicherò la seconda parte di quest’avventura e la descrizione del percorso, che si farà più interessante. Quanta storia! Vi aspetto.

M.