Allegria a Dolcedo

E qui sono tutti amici, come una grande famiglia. Qui c’è sempre allegria e voglia di fare. Circa 1.500 abitanti che si aiutano, organizzano, inventano, si divertono. Siamo a Dolcedo, in provincia e sopra Imperia, in questa bella Liguria di Ponente a due passi dalla mia valle. Siamo anche a due passi dal mare e circondati da un azzurro cielo e un verde dalle sfumature argentee.WP_20150222_026 Il paesino, collocato nella parte di entroterra chiamata Val Prino, è circondato da ulivi e mimose e bagnato dal torrente omonimo alla valle e dal rio Boschi. Piccolo e caratteristico questo borgo, che in dialetto noi chiamiamo Duceu, è attorniato da tante minuscole frazioni come Bellissimi, Isolalunga e Lecchiore.WP_20150222_006 Intorno al XII secolo e prima ancora, fu proprietà di diversi conti e marchesi fino a divenire, nei primi anni del 1600, parte della comunità di Porto Maurizio, ossia quella che tutt’ora è la parte di Imperia più ad Ovest. Furono però solo i monaci Benedettini a coltivare gli ulivi, insegnando quest’arte anche alla popolazione. Crearono anche frantoi e tutte le apparecchiature dell’epoca, atte a produrre quel che è diventato oggi l’Oro della vallata. Un paese che ha sempre avuto voglia di fare, come vi dicevo prima, pieno di allegria. Guardate ad esempio in chi mi sono imbattuta.WP_20150222_008 Sentivo buona musica. Degli strani tizi che cantano e suonano a meraviglia! Oh! Ma sono i Long Island Band! Conosciutissimi in questa zona! Urlano al vento le cover più popolari che ci siano, mi vien voglia di ballare, sono bravissimi ma non posso, devo continuare il mio tour e sotto le note di “Have you ever seen the rain“, un pezzo forte dei Creedence Crealwater Revival, mi allontano.WP_20150222_015 Lascio qui davanti, qualcun altro a scatenarsi! Gente che saltella felice e bimbi che giocano con oggetti antichi che oggi, non si vedono più. WP_20150222_012Sembra di essere nel paese delle meraviglie. Le persone sono accoglienti e le case intorno di una bellezza tipica e caratteristica della mia regione. Si affacciano sulla strada principale alcune. Altre invece sono tutte da scoprire nella parte più intima e centrale del paese. WP_20150222_005E’ la parte che porta al torrente costeggiato da una mulattiera che, se percorsa, fa giungere sino a un prato usato per feste e sagre d’estate. WP_20150222_031Per arrivare a questa stradina, si può passare dagli scalini dei carrugi e trovarsi negli angoli classici di questi borghi, sotto le case, di fronte alle cantine e alle vecchie stalle, oppure si può attraversare un enorme portone che collega due piazze, quella del paese a quella della chiesa.WP_20150222_028 La chiesa medievale di San Tommaso Apostolo che subì un restauro nei primi anni del 1700 così significativo da cambiarle completamente lo stile. WP_20150222_029Bellissima sia fuori che dentro. Parecchio grande. Tutta colorata da un bel blu vivace e un oro sgargiante. WP_20150222_035Ma non è l’unica chiesa. Tra chiesette, cappelle e oratori, come quello di San Lorenzo dotato di due piccoli campanili (che potete vedere nella seconda foto di questo post), Dolcedo è sicuramente uno dei paesi con più architetture religiose di tutta la valle. WP_20150222_021 Ma torniamo nei carrugi. Dove le case sono ancora abitate. Dove risuonano i rumori di pentole che sbattono e fuoriescono dalle finestre aperte profumi deliziosi di una cucina che permane. Gli abiti stesi attraversano queste piccole viuzze da parte a parte, rimanendo sospesi nell’aria umida che sale dai vicoli ombrosi.WP_20150222_027 Il rumore del torrente rieccheggia tra le vicine pareti, fredde, spesse, spezzate di tanto in tanto da porte massicce in legno o scale di pietra. Scorre veloce spumeggiante e formando piccole cascatelle, sopra i massi, sopra l’erba, tra le piante. WP_20150222_030E si può notare la sua bellezza da parecchi punti di Dolcedo perchè anche la strada principale, che lo attraversa, passa sopra al fiume.WP_20150222_024 Ed è bellissimo vedere i piccoli ponti in pietra, le case di vari colori sulle sue rive. Gli alberi coraggiosi che ci vivono di fianco e noto che, grazie ad alcune scalette, si può scendere ancora più vicino a lui. La strada principale è molto larga e subito dopo la curva divide il paese in due. WP_20150222_023Divide anche la grande piazza formandone due più piccole. In una di queste, quella più a valle, c’è uno spazio molto carino nel quale sono stati costruiti una splendida fontanella a più strati e una statua raffigurante il busto di un uomo dallo sguardo severo che ahimè, non ho capito chi è. WP_20150222_010So soltanto che ai suoi piedi, sui suoi gradini, si siedono assieme bambini e ragazzi per giocare e chiacchierare. WP_20150222_011Le bandierine appese sopra di lui, immagino siano un rimasuglio di Carnevale, ma son così carine che io le lascerei tutto l’anno. Dolcedo ha davvero un’atmosfera tutta sua. WP_20150222_022Le corti di case imponenti, realizzate con l’amica pietra, lo incorniciano di un verde cupo, intenso. Tanti, in questa stagione, sono gli alberi ancora spogli, ma prevedo un Dolcedo ancora più lussureggiante con l’arrivo della primavera in quanto piante, ce ne sono davvero molte. Sbucano tra le abitazioni appiccicate tra loro quasi a formare uno scudo. Uno scudo che, a prima vista, sembra impenetrabile. WP_20150222_034Arroccate una su l’altra. Unite, sembrano un caseggiato unico. Il guscio stesso del paese. Allora, vi è piaciuto Dolcedo? A me molto. WP_20150222_043Ora direi che dobbiamo rincasare però, è arrivata la luna e il paese inizia ad essere avvolto dall’oscurità e da una fantastica tonalità di lilla, ma anche da un’atmosfera molto particolare grazie ai suoi lampioni e alle finestre accese. Buon riposo topi, alla prossima.

Caccia ai dipinti

 

Il paese di Castellaro, nel quale vi portai tempo fa. Qui, è molto bello scoprire, angolo dopo angolo, alcuni vecchi dipinti ancora visibili che arricchiscono il borgo e le case. Essi non avvisano, compaiono all’improvviso: sopra un muro, tra due finestre, sotto ad una balaustra, obbligandoci spesso ad alzare lo sguardo.SONY DSC Altri invece, si nascondono nei vicoli bui e bisogna fare attenzione per poterli scovare. I temi che ricalcano sono svariati. Ci sono quelli dedicati alla caccia, gli affreschi religiosi, che ritraggono spesso la Sacra Famiglia, alcuni inerenti alla natura e uno, che ovviamente non poteva mancare, riprende lo stemma del Comune che, suddiviso in quattro settori, è araldicamente descritto così: SONY DSCnel primo, di rosso, all’olivo sradicato, d’oro, con dodici frutti, d’argento; nel secondo, d’argento, alla croce a bracci rossi; nel terzo, d’azzurro, al castello in argento, merlato alla ghibellina, murato di nero, con due torri riunite a cortina di muro, poggiante su una pianura verde; nel quarto, d’oro, al tralcio di vite verde, posto in banda, con due grappoli d’uva, pampini e due foglie“. Se andate su Wikipedia, potete vederlo anche voi.SONY DSCE’ proprio una specie di caccia al tesoro. Tra i carrugi di questo soleggiato paese circondato dagli ulivi e baciato dal sole e dal vento, si possono ammirare queste opere risalenti, alcune, a tantissimi anni fa. I castellaresi li hanno lasciati in bella mostra e diversi, li abbelliscono ulteriormente mettendoci davanti piante e fiori. Non so da chi sono stati fatti, ho provato a cercare su internet ma non ho trovato nulla, ciò non m’importa, mi spiace semplicemente non rendere omaggio ai vari autori ma sono ugualmente notevoli.SONY DSC Sono molto belli da vedere e alcuni, da toccare. Quello che mi ha maggiormente colpito è stato quello rappresentante dei cavalli bianchi al galoppo nell’acqua. Un fiume forse. Quel rosa-arancio sullo sfondo è un colore molto caldo e luminoso che da l’idea di poter entrare nel dipinto. E’ un’immagine molto grande questa che permette di essere vista molto bene e da vicino. Quasi magico. SONY DSCAlcuni, così consumati dalla pioggia e dal vento. Alcuni, così in alto da farsi riscaldare dai raggi del sole. Qui nella mia valle l’arte c’è. Ce n’è molta, anche se può non sembrare, bisogna solo avere la voglia di cercarla. Non è solo chiusa in un museo, non è solo dentro alle Chiese, è tra noi, vicinissima, potente, ma così discreta da passare spesso inosservata. E io, oltre ad osservarla, la metto in mostra a tutti voi. Un bacione topini.

Amico bosco

SONY DSCBosco che ci sei, che palpiti sempre, senza fermarti mai.

Il bosco amici. Oggi sono nel mio. Quanti segreti nasconde. Quanti consigli. Quante antiche sapienze. Qui, in questo luogo dove il tempo si è fermato, dove si stabiliscono i ruoli, e sempre si mantengono, dove gli alberi ti sussurrano strusciando e la vita passa lieve, serena. Il bosco, dove tutto ha un senso. Dove ognuno appartiene ad una gerarchia, SONY DSCdove si lavora in branco e non si tradisce. Dove si vive nel rispetto degli altri. Dove nessuno vive solo per se stesso. Dove tutto ha un senso. Il bosco, un habitat armonioso, tana di molti, bellezza di tanti. E’ il bosco che canta con i suoi uccelli, che sa di buono con i suoi frutti, che ascolta con le sue foglie, che fa festa, s’intristisce, che profuma con i suoi fiori, che sa di erba, di terra, di fresco. E quanti boschi ci sono? Tantissimi. SONY DSCOgnuno fatto secondo natura. E anche qui, nella mia valle, dove si trasforma man mano che si sale, dove prima lo solletica il mare e poi la nebbia, dove gli Ulivi lasciano il posto ai Castagni e ai Noccioli che a loro volta non s’intromettono tra Pini, Faggi, Betulle e Roverelle. E ognuno parla la sua lingua e tutti si capiscono. E ognuno ha il suo mistero. SONY DSCC’è il Brugo che difende, fa da recinzione e spiega agli altri che più in là non si può andare, c’è il Ginepro, forte, che dà forza a tutti, come un sire nel suo regno, c’è il Pino Silvestre, polmone insostituibile che disinfetta l’aria che tutti devono respirare e poi c’è il Rovo che ridona vita al terreno inespresso, le Felci, pelle di esso, che proteggono il sottosuolo mantenendone il giusto ph, c’è l’Edera che sostiene i vecchi alberi che tanto hanno vissuto, che tanto hanno da raccontare.SONY DSC Alberi da abbracciare e da assorbirne la sana energia. Il bosco verde vivo, vitale, o marrone, secco, che si sta trasformando, che cambia colore, si spoglia e si riveste. Il bosco che bacia il sole o lo tiene lontano dai suoi segreti. Il bosco che nasconde, che fa scendere prima la notte per svegliarsi presto al mattino. Che guarda le stelle ma da loro non si lascia ammirare. SONY DSCIl bosco che con i suoi sentieri, alcuni inesplorati, ci ingoia. Ci avvolge in se stesso e in un’atmosfera indescrivibile. Il bosco, che prende piede, non si ferma, vuol farsi conoscere ma è allo stesso tempo guardingo. Gentile, pungente, morbido, oscuro, irriverente. SONY DSCAmico bosco che ha rispetto di noi più di quello che noi abbiamo per lui. Ma non perdona se vuole. Il bosco, una delle creazioni più intelligenti di maestro Universo. SONY DSCA volte magico, a volte fatato, a volte reale. E ora topi, per concludere, vorrei lasciarvi con le meravigliose parole della mia amica Marta che potrete conoscere qui  http://tramedipensieri.wordpress.com/ o attraverso il mio blogroll su “Trame di Pensieri” e leggere il suo bellissimo blog. Questa poesia, s’intitola “DONA FELCI” e quando l’ho letta sono rimasta a pensare, a lungo, alla sua profondità. Parole che mi hanno colpito molto.SONY DSC Ve l’ho trascritta così come la scritta lei, con tutti i suoi punti e la sua firma che rendono la scrittura unica, come lei. Grazie Marta. Amico bosco, l’amico di tutti noi.

.bosco
accogli l’elfo
stanco
.dona

felci  ghiande
.sorrisi
di petali

natura indifferente
.palpita

sul cuore dell’albero cavo

.cerca
un riparo dentro
il legno
.profumato

salva

la mosca dalla tela
mM

 

Una fontana, una chiesa e una porta

Oggi, andiamo nella località più antica, presumo, di questo paese. Una fontana, una chiesa e una porta topini. Tre luoghi assai famosi in quel di Taggia. Tre tappe SONY DSCda non sorpassare, ne sottovalutare, senza prima essersi fermati a capire dove siamo. Una vasca di pietra guardate. Sembra quello e nulla più. Semidistrutta, che sarà mai? Ahi, ahi, fermi! Non è certo un qualcosa di banale sapete? Questa è una splendida fontana quattrocentesca eretta in questo paese nel 1555. E’ la fontana dell’antico acquedotto di Taggia, punto di arrivo di un canale tardomedievale che dava acqua alla parte alta (e oggi anche la più vecchia) di questo bellissimo e storico borgo. Venne qui posizionata per volere del Podestà Melchiorre Da Monleone e, in Taggia, c’èSONY DSC probabilmente un’altra vasca appartenente allo stesso periodo situata tra il quartiere di Piazza Grande, all’angolo tra Via Littardi e la salita di Via Nicolò Calvi, in quanto si dice che le vasche “ordinate” fossero due. Davanti a lei, uno dei vicoli più impervi del paese, un ciottolato grigio che sale, senza remore. Si è circondati dalla pietra pura, dalla storia, le cose antiche, dal sole caldo e, qualche passo dopo, anche dagli ulivi. E’ un bellissimo e vecchioSONY DSC campanile quello che vediamo tra i rami di un verde militare. Un campanile che sembra di pietra calcarea che riveste i mattoni pieni. Una campana, in ottone ormai ossidato, fa pandan con le fronde degli alberi a noi cari e, una magra e sottile croce, pende leggermente all’indietro. E’ la campana che risuonava negli orti e nelle fasce coltivate da sempre. Il panorama inizia ad essere bellissimo. Un muraglione e poi eccola, bianca, come una chiesa messicana, la piccola chiesa di Santa Lucia. Una chiesa che a vederla da fuori sembrerebbe inusata da tantissimo tempo. Il portone in legno, è devastato, fatiscente, persino pasticciato. Le pareti esterne, godono davvero di ben poca manutenzione ma, nonostante tutto è affascinante. Una chiesa in bilico su ampi gradini di mattonelle granata e piatti sassi, le sbarre alle finestre in spesso ferro battuto SONY DSCe, di fianco, un muro di epoca romana. Essa viene considerata uno dei titoli più antichi tra tutte le chiese di Taggia. L’aspetto attuale, come recita il cartello di latta verde che la descrive, è frutto di ricostruzioni cinquecentesche rinnovate da interventi barocchi. Vi è ancora oggi, al suo interno, conservata in modo esemplare, l’originale ed elegante acquasantiera di un tempo e, in cima al suo modesto altare, un bellissimo ed enorme dipinto. Oggi, questa chiesa, è sede della Compagnia di SantaSONY DSC Maria Maddalena. Questa topini, è la prima chiesa costruita dagli abitanti di Taggia. Una chiesa costruita fuori dalle mura di protezione, ardentemente desiderata ma, al di qua dei muraglioni non c’era abbastanza spazio. Questa chiesa, si trova tra due porte importantissime: Porta Soprana, più distante, in cima al paese e che oggi non conosceremo, e Porta Sottana, subito sotto questa piccola chiesetta, sotto la quale passeremo insieme per andare al centro del paese. La parte di paese più moderna. Quest’ultima portaSONY DSC, è chiamata anche Porta di Santa Lucia, prendendo il nome dalla chiesa che vi ho appena descritto. Anche la salita si chiama così. Per arrivarci, occorre discendere la scalinata soleggiata. Da fare in salita non è uno scherzo, ve lo assicuro. E il punto è strategicoSONY DSC; di fronte a noi, in lontananza, si può vedere Castellaro e dietro, la cresta del monte che porta alle neviere, e a Santa Rita, e all’Eremo della Maddalena. Una vista stupenda. La discesa, ci conduce dritta, dritta, sotto ad un arco splendido. Pensate, assieme alla sua “Porta” antagonista, questo è l’accesso più antico della città. E’ tutta in pietra e le pietre, soprattutto quelle che formano l’arcata, sono messe con grande maestria, lo vede anche una come me che non è nessuno in architettura. Ti chiedi come possano star lì, ferme, a testa in giù. Dall’alto, a scendere, sono prima larghe e piatte e poi, diventano tondeggianti o quasi cubiche. Grosse. Immagino pesantissime. Il sole fa fatica ad entrare nel centro di questa galleria. Deve fermarsi prima, forse non è gradito. Per attraversare tutta Porta Sottana, bisogna percorrere parecchi passiSONY DSC. Il sole, non riesce a scaldare l’unico portone sotto di lei. Un portone color mogano che, in alto, su un bellissimo e lucido blasone di ardesia nera come la pece, porta i simboli della chiesa e del paese. Di parecchi di questi stemmi, la Repubblica di Genova, ne volle la distruzione. Originario dello stesso periodo di Porta Sottana è il famoso castello di Taggia sul quale sventola la bandiera del paese. Questo SONY DSCtunnel, è stato rimaneggiato nel corso dei secoli XVI e XVII e, ai tempi, permetteva un comodo collegamento con un’altra fontana situata in questa zona, che dava acqua alla popolazione.  Siamo nel centro storico topini, la vita non era semplice e ancora oggi, bisogna avere gambe buone ma, assaporare tutte queste tradizioni e respirare l’aria di un tempo quotidianamente, ripaga ogni fatica. E ora topi, lo avrete capito, dobbiamo per forza andare a riposare; abbiamo sgambettato anche oggi e abbastanza direi! Se volete, domani vi porterò in un posto nuovo! Un bacione a tutti, la vostra Pigmy.

Conoscere Civezza dirimpettaia della Valle Argentina

Sul montSONY DSCe Faudo convergono i crinali che risalgono le valli Argentina e Prino, che racchiudono  al loro interno anche la valle del San Lorenzo, valle governata dall’alto, dal bellissimo e soleggiatissimo borgo di Civezza. E’ probabile che da questo luogo si raggiungesse soprattutto, proprio la valle Argentina, tramite il passo di San Salvatore e la vicina costa presso la foce del San Lorenzo. E si sa, anch’essa come i paesi della mia valle, fu molte volte invasa e saccheggiata da Turchi e Saraceni. E’ a Civezza che si finisce passando per i miei prati, i miei monti, i miei boschi. Un percorso costiero d’altura la collegava direttamente a Pompeiana, Castellaro, Taggia. Nomi che già conoscete. Leggete cosa si può trovare nel libro di Luciano L. Calzamiglia e Giampiero Laiolo intitolato: Civezza- borgo collinare tra le Valli del Prino e del San Lorenzo  “Ci sono pervenuti gli accordi per l’uso dei pascoli del monte Follia e delle “Terre Comuni”, una estesa zona di prati e di boschi, tra i confini di Carpasio, Taggia e SONY DSCl’Argentina concessa nella prima metà del XIII secolo da conte Oberto di Ventimiglia, signore di Badalucco, alla communitas di Porto Maurizio. Civezza non solo faceva parte di questa comunità, ma è il borgo posto sul principale percorso che conduce a quelle terre, che erano i migliori pascoli, boschi, castagneti e il granaio della comunità. Tale concessione comitale fu duramente contestata per secoli dagli uomini di Montalto e di BadaluccoSONY DSC e di questo contenzioso ci è pervenuta una consistente documentazione relativa a quel territorio e al suo utilizzo. La via di crinale che da Civezza porta a  Santa Brigida e al passo di Vena accresce la sua funzione quando, nel 1259, gli eredi del già citato Oberto, «conte» di Badalucco, tramite Ianella Advocatus, cedono il loro feudo alla Repubblica. Genova organizzò le terre della media e alta valle Argentina in poSONY DSCdesteria, sottoponendola al suo vicario generale della Riviera occidentale residente in Porto Maurizio. Questa via, pertanto, venne ad assumere anche una funzione di collegamento ad uso amministrativo che conservò per i successivi cinque secoli“. E allora andiamolo a conoscere meglio questo paese. Civezza, paese dipinto, vi accorgerete perchè appena ci metterete piede. Siamo nello stesso paese in cui a Natale vi portai a vedere quel meraviglioso presepe, ricordate? E’ un paese bellissimo che mantieneSONY DSC le caratteristiche liguri di uno storico passato e quindi, merita d’esser presentato. Paese particolarissimo. Guardate bene le immagini che vi posto e noterete che le sue stradine, le sue vie, si distinguono ulteriormente dai borghi vicini. Ancora più chiuse, più dritte, molto ben tenute. Civezza si sviluppaSONY DSC in alto a 220 metri sul livello del mare e si svogle intorno a una principale via, lunghissima sua spina dorsale. Baciato dal sole insistentemente e circondato dagli ulivi più folti, esso è stato costruito più nell’entroterra per proteggerlo da chi ne voleva far razzia. Nel 1564 ad esempio, fu saccheggiato dal pirata turco Dragut (famoso anche nel blog della mia amica ligure Miss Fletcher dearmissfletcher.wordpress.com), celebre nella mia Riviera per le sue razzie e rapimenti in vari borghi marinari e persino montani e molti civezzini subirono le più violente angherie di codesto corsaro. Proprio per contrastare il violento fenomeno furono erette le famose cinque torri d’avvistamento del paese, ancora oggi in parte conservate nella loroSONY DSC integralità. E oltre al pirata, che morì un anno dopo aver deturpato questo villaggio, fu la volta nel 1796, durante la Campagna d’Italia, di Napoleone Bonaparte. E oggi Civezza è il paese dei ciottoli, dei carrugi piastrellati da mattonelle rosse e sassi grigi. E’ il paese delle lastre d’ardesia che indicano sempre simpaticamente la via: “Carugiu de bazue” (carruggio delle streghe). Domina, colorato,SONY DSC inconfondibile, con delle tinte liguri molto forti, accentuate. Con i suoi vicoli che non lasciano passare un solo filo d’aria e i suoi gradini. Tanti. A passare per queste strade, come ci dimostrano anche i dipinti che man mano andrò presentandovi, i circensi, i giocolieri e gli acrobati del “Circopaese”, tutti gli anni topini, il primo di maggio. Una delle feste principali assieme al Plenilunio di agosto. Se volete divertirvi, in questi giorni, non vi annoSONY DSCierete di certo considerando anche i bellissimi mercatini dell’artigianato che vi coinvolgeranno. Queste feste si svolgono per tutto il villaggio; e guardate che meraviglia: la piazzetta del Comune, Piazza Marconi con, al centro, la bellissima fontana di pietra e i ciclamini, il B&B – La locanda del gufo -, le case in cerchio, tutt’intorno, i monumenti. E case importanti, come quella di Aurelio Saffi, uomo di Forlì, che è stato un patriota e un politico italiano; un’importante figura del Risorgimento, un politico di spicco dell’ala repubblicana radicale incarnata da Giuseppe Mazzini, diSONY DSC cui è considerato l’erede politico. Nato nel 1819 e morto nel 1890, durante il suo esilio, intorno al 1850, dimorò proprio qui, rifugiato, in questa casa rosa, come testimonia quest’ardesia appesa alla pareteSONY DSC. Un secolo esatto dopo invece, Civezza, subì un significativo spopolamento. Dopo la seconda guerra mondiale, parecchi se ne andarono, chi a cercar fortuna, chi a cercar lavoro, chi a rifarsi una vita. Civezza non venne intaccata in modo brutale dalla guerra e dalle sue armi confronto ad altri borghi della mia provincia ma, ciò bastò a far allontanare da lei, la popolazione.  Solo da una ventina d’anni circa, le persone stanno capendo la sua bellezza e vogliono tornare a conoscerla e viverla ogni giorno. Il monumento dei caduti, davanti all’oratorio di San Giovanni Battista, all’inizio del paese però, riporta comunque una serie di nomi di dispersi e deceduti e, intorno a lui, quattro proiettili di artiglieria pesante, molto particolari, gli fan da cornice. A Civessa, come si dice in ligure, risiede una centenaria scuola elementare statale. Una scuola particolare. Questa scuola elementare è, da decenni, motivo d’orgoglio per l’intera popolazione. Le classi sono uniche e gli alunni di tutte le età stanno assieme. Questo potrà sembrarvi strano ma, il sistema, funziona bene, tanto da diventare una tradizione radicata ormai da decenni. Peccato che, tale istituzione, probabilmente per mancanzaSONY DSC di presenze, stà rischiando la chiusura. Un gran peccato. Oltre alla scuola, una farmacia; un’unicSONY DSCa farmacia a Civezza. Un paese piccolo, di 650 anime. Un’Associazione Culturale, la San Marco, ricavata laddove una volta c’era un antico mulino. In queste ampie sale, sono oggi ospitati oggetti risalenti l’attività contadina e culturale di un passato medioevale ormai scomparso. Un’esposizione visibile durante le feste di cui vi parlavo prima. Questo Forum Polivalente, possiamo chiamarlo, offre anche rappresenSONY DSCtazioni teatrali, esposizioni pittoriche, conferenze e tantissime altre attività solitamente con l’unico scopo di fare della beneficenza. Un’altra cosa carina da vedere qui a Civezza è il passaggio ipogeo, ripristinato nel 2003, con ancora i due originali tronchi dSONY DSCi colonna a inizio percorso, dell’antica parrocchiale del XV secolo. E’ questo passaggio che ci permette di arrivare in cima alla cresta dove un belllissimo panorama, arricchito da piantagioni di ulivo, si prospetta innanzi a noi. Là davanti, proprio di fronte, ecco Costarainera, a destra Torre Paponi e più in su, si sa, Pietrabruna. Ma Civezza è il più vivace di tutti. Gli sportelloni dei contatori disegnati da mani esperte e fantasiose e i muri, guardate, leSONY DSC meridiane, allegria per i nostri occhi. Civezza, circondata da stradine di campagna che ti portano su, in luoghi magici e sconosciuti dai quali volendo si può scendere fino a Imperia – Porto Maurizio. Civezza, circondata da simpatici animali, gli scuri asini e le bianche pecore dal muso nero che brucano tutto il giorno. Civezza che un tempo era sul mare, accanSONY DSCto a San Lorenzo ma poi, come ci informano le prime testimonianze, con la distruzione del villaggio da parte dei pirati di Frassineto, i civezzini decisero di rifare il loro nucleo abitativo molto più in su, in una zona riparata dai colli. Sotto Civezza passa oggi l’Autostrada dei fiori e questo dovrebbe farvi capire la sua posizione, simile a quella della nostra Castellaro. Tutt’intorno a lei le fasce, le tipiche terrazze liguri coltivate, vento e sole, sole e vento, è una pacchia qui lavorare la terra e raccoglierne i frutti. E che frutti. Squisitezze da mettere sulle nostre tavole. E anche l’aria è buona qui: l’aria dei monti e del mare. Insomma a Civezza potete trovare ogni cosa, vi voglio lasciare infatti con un ultima chicca su questo paese, la descrizione di questo paese da parte del nostro scrittore e poeta Francesco Biamonti: “Civezza. Che volete di più? Paese in mezzo agli ulivi e alto sul mare; per arrivarvi si passa in una sinfonia di tronchi di rami; l’orizzonte si apre, oltre che sul mare, su altri paesi dai nomi bellissimi, Pietrabruna, Boscomare, su crinali che se ne vanno lontano, SONY DSCcome melodie su flutti d’argento; le case e le piazzette sono antiche, di un’intimità raggrumata nel vento. C’è un che di sospeso, di dolce, di lieve, una vertigine che viene dalla luce in ascesa. Più su del paese, più su degli ulivi si stende la macchia mediterranea con strade polverose e chiese e sentieri e ovili rosi dai cespugli. La grazia, che sotto era fragile, si fa rude, SONY DSCsi accorda fuori del tempo alla forza del mare. Poiché le prime alture, bisogna pur dirlo, sono le più indifese, di un equilibrio che se si tocca si rompe. Collocata su un costone, arenatavi come una barca, Civezza è fragile e leggera, una nuvola che vi si accosti sembra trascinarla.Basta un palazzo sghembo per offenderla, e una macchina che passi in un vicolo disturba i morti. È un paese che ha bisogno di vivere intatto come un ricordo. Di che sia frutto questa bellezza rimane un mistero: vicoli e cascate di ulivi non bastano a spiegarlo. Che venga dal fatto che ha, sotto, la luce instabile del mare e, sopra, quella più ferma di un paesaggio montano?”. Che altro aggiungere? Venite a Civezza, sarete i benvenuti. Un bacione, la vostra Pigmy.

Santa Rita – tra le due Neviere

Il Cammino del Ghiaccio, dotato di segnaletica in legno, era un’antica mulattiera che permetteva agli abitanti di Taggia e dei dintorni, di raggiungere le Neviere, costruzioni in pietra che raccoglievano la neve e potersi così rifornire di ghiaccio durante le calde estati o per la conservazione degli alimenti. La Neviera dell’Albareo e la seconda grande Neviera; un giorno vi parlerò di loro. L’inizio di questa strada si trova nella parte alta di Taggia, in piazza Santa Lucia, proprio dopo i due ultimi bastioni. Il primo tratto, offre una vista spettacolare su tutta la mia valle che vista da qui, sembra davvero immensa: si può vedere senza difficoltà tutta Arma, laggiù sul mare, tutta Taggia, Castellaro e i monti di Colle D’Oggia, ancora baciati dal sole. Spettacolare. Le montagne che la raccolgono, da una parte e dall’altra. L’orizzonte, se lo si osserva a lungo, assume diverse sfumature. Ci circondano le margheritine e gli asparagi selvatici. Le distese di ulivi sono infinite e le fasce, ordinate come una stanza verde. E il torrente che arriva fin laggiù. Potevamo scegliere. Qui sulla cresta sopra Taggia, potevamo scegliere se salire verso destra, verso i Beuzi e scendere a Bussana o andare verso sinistra, verso l’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco. Saliamo a sinistra. Un luogo magico. Sembra di poter parlare con la foresta. Ancora le auto dei cacciatori, ancora i cani che ululano correndo, avanzando. Si sente grufolare, così pare, sono tanti i suoni. Mille. Prima di introdurci nel bosco di querce e castagni, ricco di ghiande ancora acerbe, ammiriamo la via che stiamo percorrendo. E’ una strada di confine. La vecchia Podesteria di Badalucco e quella di Taggia se la sono sempre contesa. Dall’archivio di quest’ultima, si apprende che probabilmente, una piccola traversa di essa, portava al castello di Campo Marzio, dove poco tempo fa, sono ricominciati degli scavi archeologici. Allontanandosi dal bivio: Beuzi-Albareo, dove c’è il vecchio agriturismo, si raggiunge la località di Santa Rita. E’ una zona fresca e ombrosa. In estate è adatta a fermarsi e sorseggiare un pò d’acqua dissetante. Anche gli animali del bosco vengono a dissetarsi qui. Accanto a lei una pozza d’acqua grande e profonda. Luogo prediletto dei Boy-Scouts che aiutano a tenerlo ancora più pulito. Un pergolato, dei tavolini alcuni di pietra, altri di legno. Delle panche, un barbecue davanti all’edicola votiva con la statuetta della Santa. Il suo vestito nero e tra le mani un crocefisso di legno. Questa zona le venne dedicata per volontà di due partigiani che, rifugiatisi proprio in quel punto, in tempo di guerra, per salvarsi la vita,  si erano affidati a lei in quel momento di difficoltà. Scampati al pericolo, hanno innalzato il piccolo monumento religioso dedicandolo anche a chi non era stato fortunato come loro. Sulla lapide in marmo bianco è scritto infatti: ” Nel ricordo di chi non è più a perenne custodia di questi monti “. In basso a sinistra è visibile la frazione Campi, raggiungibile da un sentiero non segnalato e qui i Lecci verdi come l’Alloro e i Corbezzoli, finalmente maturi, la fan da padrona. Sono dolcissimi. Zona ricca di funghi, di ogni tipo. In alcuni tratti, il Brugo, è l’unica pianta rimasta verde, un manto di foglie rossicce ci fa da tappeto e i rami o sono spogli, o sono color dell’oro. Ecco il sentiero della Grande Neviera, qui a sinistra, dopo la statua, da percorrere a piedi. Si scende. Qui la strada è sterrata e siamo all’inizio dell’Entrà, un termine dialettale che intende definire la fine delle campagne e quindi delle coltivazioni, e l’entrata nel bosco. Non potremmo più godere del panorama come prima, ma quello che incontreremo, proseguendo questa strada è una sorpresa topi, per la prossima puntata. Non perdetela. Un bacione a tutti.

Francesco Biamonti e la sua Liguria

La mia Liguria… anzi, solo una parte di Liguria. Quella dove vivo, quella più aspra, quella di Ponente.

Nella luce distesa tra ulivi e solitudini di rocce arrivò il suono della campana mediana. Varì ne contò i viaggi: erano tre, era per un uomo. Non riusciva a immaginare: non aveva sentito dire che a Luvaira qualcuno fosse sul punto. E lì intorno, negli uliveti, non c’era nessuno a cui domandare. Ma la sera, sceso a Luvaira, seppe ch’era stato il passeur ad andarsene e si recò al suo casolare. Era già cominciata la veglia funebre. Una strana veglia. Stavano tutti fuori della porta; solo una donna era rimasta accanto al morto e, insieme a un fiore dal lungo stelo, proiettava la sua ombra sul pavimento di battuto. Nessuno parlava fuori, sotto le stelle. Poi, accompagnate da uno stormire d’ulivi, frasi a mezza voce: Siamo proprio niente! Bisogna essere preparati! che non facevano rumore. Nelle pause della brezza il silenzio si posava sul silenzio. Nel cuore della notte qualcuno accennò al tempo: al gran secco, all’autunno luminoso. Varì lasciò Luvaira ch’era tardi. Prese una mulattiera che saliva in una gola buia e raggiunse un dosso di pietrischi. Lo aggirò e riprese a salire per le fasce di Aùrno. – Ne abbiamo fatto del cammino insieme, – pensava salendo, – ne abbiamo conosciuto nomadi e viandanti. Eravamo due passeurs onesti, lui di mestiere io a tempo perso. Non abbiamo mai lasciato nessuno di qua del confine -. Adesso andava su fasce d’argilla marnosa con ulivi grandi agitati da una brezza ch’era come un vento. Tra quegli ulivi aveva la sua casa e più in là, protette dagli ulivi e dalle rocce, le colture floreali. – Ne abbiamo fatto del cammino insieme, – tornò a dirsi mentalmente. – Lui adesso viaggia per altre terre: del silenzio, della penombra -. Le colline erano scure, e scure anche le montagne contro il cielo stellato. Solo la Cimòn Aurive aveva i crinali verso il mare toccati da barlumi. S’alzò presto. Ma trovò la terra indurita dal freddo e preferì aspettare il sole prima di mettersi a innaffiare. Con l’acqua quella terra dura avrebbe morso le radici”.

da Vento Largo 1991

Originario di San Biagio della Cima in provincia d’Imperia, due valli più in là, Francesco Biamonti, ci ha lasciato nel 2001 nel pieno del suo vigore creativo e con un incompleto romanzo intitolato “Il Silenzio”. Biamonti e i suoi ulivi. Ogni tanto, a colorare il romanzo, qualche termine occitano, qualche termine francese come i passeurs, i contrabbandieri o meglio, i traghettatori; coloro che aiutavano a sconfinare chi non possedeva documenti. Termini che ci fan sentir lo scritto ancora più nostro. Riconoscete per caso la Liguria nelle sue parole? Non so se per voi è semplice. Per me si. Quasi la bevo e mentre leggo, non posso fare a meno di vedere l’argento delle piante, i muretti a secco delle fasce, il mare che si staglia contro gli scogli. I boschi, i paesi. Questa parte di regione che si scontra con altri popoli. Un’antica Liguria che si strascica dietro la mentalità di un tempo. Una Liguria che sa essere arida o di cuore, chissà come fa a scegliere. Un luogo arcano sospeso tra il mare e un antico entroterra. E come “Vento Largo” anche “Le parole la notte”, “Attesa sul mare”, “L’angelo di Avrigue”. Una narrativa scorrevole e realista, per conoscere la parte più intima di una terra particolare, con le sue tradizioni, il suo modo di pensare. La mia terra. Francesco Biamonti spesso elogianto da Italo Calvino. Uno scrittore che descrive con la poesia.

Ultimi tuffi

Eccoci. Due tuffi ancora da questo magnifico ponte o da questi bianchi scogli e poi, per quest’anno, abbiamo finito. Tra poco arriverà l’autunno e quest’acqua sarà così ghiacciata che toccarla anche solo con la punta degli alluci è impensabile. Andiamo in questo piccolo angolo di paradiso, subito dopo l’inizio della mia valle. E se lo chiamo così, non esagero credetemi. Vi basta guardare queste splendide imamgini. Percorriamo le colline ed è facile impressionarsi nell’osservare le coltivazioni di olivo che ci circondano e i boschi di castagni. Ammiriamo il tortuoso percorso del torrente circondato da piante di acacia e ci distendiamo ad osservare tutto nei pressi di questo lago naturale, sotto a questo ponte. Dietro di lui, si nota la cresta aspra della montagna. E’ un ponte in pietra e cemento ad unica volta. Un ponte antico. Sotto di lui il torrente, l’Argentina, si stringe, ma l’acqua è profonda e qui, sotto la sua ombra, assume un colore come negli abissi. Un blu scurissimo. E’ il ponte infatti che taglia i raggi del sole e non permette loro di penetrare in questo punto. Ma basta spostarsi di poco, vicino al grande sasso, per ammirare un’acqua più verde e più brillante baciata dai raggi che da caldi stanno ormai diventando tiepidi. Il grande masso ambito dai ragazzini più impavidi! Duro, tagliente. Regna sovrano nel bel mezzo del torrente. Questo paesaggio è dato da un’evoluzione morfologica ad opera della natura, ma anche del duro e tenace lavoro dell’uomo
che ha piegato alle proprie esigenze, nel corso dei secoli, un territorio selvaggio ed ostile. In effetti, della valle primordiale oggigiorno non esiste quasi più nulla. L’uomo ha modificato l’acclività dei versanti, realizzando terrazzamenti di muretti a secco per renderli coltivabili, mettendo a dimora alberi di castagno e ulivi, trasformando le cime in pascoli per le greggi e, come spesso vi ho mostrato, costruendo ponti che gli permettevano di attraversare le varie sponde di questa mia tortuosa valle. Nonostante l’ambiente sia stato modificato, anche in maniera radicale in certe zone, dall’azione antropica, la natura continua a dominare ed a proliferare, a testimonianza di come l’uomo possa convivere con essa in modo equilibrato e infatti, accanto a questa opera dell’uomo, non possono passare inosservati il Brugo, il Timo, il Corbezzolo, gli arbusti sempreverdi, le More, il Caprifoglio. Tutti a formare una natura selvaggia e affascinante. E questo è solo uno dei tanti ponti. Ponti aerei ed arditi, antichi e moderni, che assicurano il collegamento con le frazioni più lontane e alcuni, addirittura, con i percorsi diretti in Piemonte. E lui se ne stà lì. Appoggiando alle grandi pietre chiare che lo sostengono da anni. Non è difficile vedere pescatori su di lui. Qui sotto, le trote e altri pesci di fiume, passano numerosi. E proprio sotto quelle grandi pietre, hanno la loro tana. Da come potete capire è apprezzato per diversi scopi Signor Ponte! Ed è apprezzato anche da me, che ora vi lascio e continuo a starmene un pò qua a contemplarlo. Sembra, tra l’altro, che la cosa non gli dispiaccia affatto! Un bacione a tutti, alla prossima!

Da Glori al Santuario “di Lourdes”

Facciamoci ancora una passeggiata topini. Una passeggiata splendida. Breve, di solo un quarto d’ora, ma molto suggestiva. Suggestiva perchè cammineremo in mezzo agli ulivi e ai castagni, suggestiva perchè la natura ci circonderà, ma venite con me, voglio farvela vedere per bene. Siamo di nuovo a Glori. All’inizio del paese la fontana abbellita da questo splendido rubinetto ci riempie le borracce e possiamo metterci in marcia. Subito dopo le ultime case giungiamo su un sentiero che passa attraverso le campagne e gli orti curati del paese. Gli insetti che svolazzano sono molti, qui vicino c’è anche un signore che tiene le api e loro volano allegre sui mille fiori che costeggiano la stradina. L’unica strada che c’è e che ci porterà fino a un santuario che rappresenta il santuario della Madonna di Lourdes molto famoso nella mia valle. Una rappresentazione quasi uguale alla statua del più famoso santuario francese. Guardate, da qui possiamo già vederlo, scorgerlo tra il verde delle piante. Solitario ma bellissimo. E tra poco lo raggiungeremo. Continuando a camminare possiamo notare sorgenti d’acqua fresca e un vero e proprio torrente che riusciamo ad attraversarlo grazie a un ponticello. Questa è la strada che porta anche a Carpasio, su per i monti, per quattro chilometri. I profumi di timo, rosmarino e maggiorana si mischiano e un buonissimo odore ci avvolge. Tantissima è la menta a bordo strada e strofinandola con una mano, il naso si riempie di freschezza. Ma eccoci giunti al piccolo ponte di legno. Possiamo attraversare Rio Fontanili passando sulle pietre incastonate per formare la pavimentazione. Pietre posizionate una per una. Qui c’è una piccola cappelletta e una lastra di ardesia riporta una dedica ad un giovane morto a causa dell’alluvione del 2000 che aveva disastrato parecchio la mia valle. La lapide dice così : “Dedicato alla memoria di Ozenda Lorenzo, deceduto all’età di 34 anni il 6 novembre 2000 in località Ugello, a causa dell’alluvione che distrusse altresì il ponte preesistente. La popolazione pose. Glori 5 luglio 2003″. Mi faceva piacere e mi sembrava doveroso ricordarlo. Qui c’è anche un piccolo praticello e un tavolo di legno per soffermarsi e ascoltare il rumore dell’acqua che scorre. E guardate quanti fiorellini di campo ci circondano! In questo punto la vista è bellissima perchè come dal paese vedevamo la chiesa, ora, possiamo invece ammirare Glori da distante in tutta la sua bellezza. Un paesino fantastico per non parlare del panorama. Ora, abbiamo da percorrere ancora un piccolo pezzo. Questo sentiero a forma di ferro di cavallo finisce poi in una radura dove è stato eretto appunto il santuario ma, passa per qualche metro, anche in mezzo al bosco di castagni. Per terra c’è ancora qualche vecchio riccio che la pioggia non ha portato via. E’ dopo questo passaggio sotto agli alti alberi e le fronde che ci fanno ombra che, a preannunciarci il luogo religioso, c’è una bella croce di ferro con il volto di Cristo scolpito che domina su tutta la valle. Intorno a lei, in latino, scritte di speranza. Siamo arrivati. Il cielo è terso e alcuni uccellini ci tengono compagnia. Ecco il santuario chiamato proprio di Nostra Signora di Lourdes, meta ambita non solo da tanti fedeli della Valle Argentina ma anche da pellegrini che arrivano fin qui da ogni dove. Persino il Vescovo viene spesso a benedire questo luogo ricordando le apparizioni mariane. Alto, devo dire che è veramente bello. Siamo a 600 metri sopra il livello del mare e il posto è stupendo anche solo per il verde che ci circonda. Ora possiamo rilassarci, sederci sulle panchine e goderci il panorama. Possiamo mangiare un panino, saltare sull’erbetta tenera, giocare sul prato…. (cadere dai muri!). Questa passeggiata è stata bellissima. Zampettate tranquilli ora, io sgattaiolo a preparare un altro post e se un giorno riuscirò ad entrarci dentro, ve lo presenterò ancora più minuziosamente. Buon proseguimento, la vostra Pigmy!

Glori, un mucchietto di case

Glori è un piccolo paese della Valle Argentina. E’ un piccolo paese tutto ammucchiato. Si può girare solo a piedi. Tra il labirinto dei suoi carruggi, salendo e scendendo gradini di pietra e cemento, non si può certo passare in auto. Glori sa di felicità, di casa. Per raggiungerla si sale, si sale, si sale. In realtà si arriva a 590 metri circa sul livello del mare. E’ poco confronto ad altri paesini della mia valle, ma è così immediata quest’elevata altitudine che ti sembra proprio di toccare quasi il cielo. E il panorama da lassù è fantastico. Meraviglioso. Una vasta parte della mia valle, si offre ai nostri occhi. E, il panorama che vedete, è il punto in cui sarebbe dovuta comparire la diga a ricoprire tutto, che vi avevo raccontato tempo fa nel post “No alla diga!”. A Glori, a darti il benvenuto ci pensa l’agriturismo “Gli Ausenda”, un caratteristico locale all’inizio del villaggio e a conduzione familiare dove vieni trattato come un signore. Dove se chiedi un bicchiere di vino, di vino te ne danno mezzo litro e dove il caffè viene ancora fatto con la moka. In questo locale si possono degustare i tipici prodotti della mia zona con tanto di sfumatura occitana. Sono i gestori di questo locale e il parroco del paese che tengono nascosta la chiave del Santuario di Glori ma, la particolarità è che la chiave te la danno più che volentieri. Tu vai al Santuario, lo vedi, preghi e poi ritorni indietro a consegnare la chiave. Ti chiedono solo di evitare di accendere candele in quanto, essendo tutto di legno, c’è pericolo d’incendio. Per arrivare a questa chiesa c’è da fare una bellissima passeggiata di circa 20 minuti tra gli ulivi e i castagni. Un simpatico signore, avvicinandosi a me e a topomarito, dopo aver scambiato due parole, ci ha detto -Siete sposati o fidanzati?-, -Sposati-, rispondemmo noi, e lui -Ah! Allora va bene, se siete sposati (in dialetto “mariai”) in venti minuti ci arrivate… da fidanzati invece, non vi sarebbero bastate due ore!-, questo per farvi capire che in certi periodi dell’anno, quando c’è poca gente, la passeggiata risulta essere sufficientemente imboscata. Un vecchietto davvero simpatico. Ci ha anche indicato una discesa di cemento spiegandoci che d’inverno, per passare di lì, deve indossare le mutande di acciaio. Il lastrone di ghiaccio che si forma, lo fa cadere ogni anno e questi resistenti slip lo riparano dalle botte all’osso sacro! Quante risate con questo signore gran tifoso della Milano-San Remo che, poco tempo fa, è passata sul nostro pezzo di mare. Ma a Glori ho incontrato affabilità ovunque. In tante persone. Affabilità, cortesia e ospitalità. Non sempre nei paesi chiusi in se stessi, s’incontrano queste caratteristiche, ve lo posso garantire. E’ anche a Glori che s’incontra la primavera. Gli alberi fioriti sbucano tra i tetti tipici della mia zona. Tetti che ricoprono casette in pietra colorate da geranei parigini vermigli che cadono in voluminose chiome. E’ anche a Glori che si assapora la pace della vita. I suoi carruggi, sembrano grotte e ti pare d’essere in un altro mondo. Le sue coltivazioni sono orti ordinati che colorano la montagna. Ciuffi di Finocchio selvatico, Semprevivi viola e gialli e Scarpette della Madonna, fanno parte di una flora classica della mia valle e a Glori, se ne trovano a volontà. E sempre dedicate alla Madonna, ovviamente, come già sapete, oltre ai nomi dei fiori, delle bellissime cappellette a bordo strada come questa. In questo paese non sono molti gli abitanti, una quarantina appena e si conoscono tutti. Tante sono le case estive invece, spesso, abitate da tedeschi e francesi che arredano queste dimore, dentro e fuori, in modo molto originale. Passeggiando, ci sono lastre di lavagna attaccate alle case che raccontano di Glori. Ne svelano i segreti e danno ricche informazioni. Questa, che vi ho fotografato, ad esempio, indica quello che vi dicevo prima riguardo l’altitudine di questo villaggio che appartiene al comune di Molini di Triora. A proposito di lastre e pietre, sopra a questo borgo medievale un’insieme di tumuli e massi, si dice, indichi la caduta di signori liguri periti in una battaglia contro i Romani avvenuta proprio in questi luoghi nel 180 a. C. Siamo sull’Alpe di Baudo una cima che rimane proprio dietro Glori per andare nella vicina frazione di Fontanili. Da questo versante, se non avessimo i monti davanti, potremmo vedere Carpasio, il paese del quale vi ho parlato tante volte. Ma continuiamo la nostra perlustrazione per Glori. Una cosa che mi ha colpito molto ad esempio, è stata la piazzetta della chiesa. Avete presente quelle enormi piazze, con tutti i portici intorno, che si vedono nelle grandi città? Ebbene, immaginatevi la stessa cosa, ma in miniatura. E’ stupenda. Una piazzetta piccolissima larga un metro e lunga due, con tutti i porticini ai lati e la chiesetta che regna indisturbata. Una chiesa meravigliosa, che non è il Santuario di cui vi parlavo prima con, all’interno, la copia della Madonnina di Lourdes; questa è la chiesa del paese, circondata da case e fiori. La chiesa del paese è piccola, come la sua piazza e quando suonano le campane i rintocchi sembra di averli in casa. Si, Glori è così, è un paesino tutto ammucchiato. Le case sembrano messe una sull’altra. Classica tattica in tempi di guerra per poter sconfiggere il nemico o, per meglio dire, giocare sul suo non conoscere il luogo e sentirsi come intrappolato in un labirinto. Glori mi ha affascinato tantissimo. L’unico rumore che ho sentito era il ronzare degli insetti. Felici, con tutto questo nuovo nettare che ha portato la primavera! Vi consiglio davvero di venirlo a conoscere questo borgo. La sua pace vi ritempra e la sua bellezza appagherà sicuramente i vostri occhi. L’avrete certamente capito da questo post. La mia missione quindi per oggi è finita. Io vi abbraccio e vi lascio. Devo andare a preparare la prossima topoavventura-argentina. Uno squittissimo a tutti dalla vostra Pigmy.

Voci precedenti più vecchie

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