Storie di carbone e carbonai

Poco tempo fa vi ho postato un articolo sui forni e i fornai della mia Valle ( https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/01/09/storie-di-forni-e-carbonai-della-valle-argentina/ ) accennando al carbone e soprattutto all’attività dei carbonai. Anche questo era un mestiere diffuso, fino a non molto tempo fa. Si parla di circa sessanta anni fa, per l’esattezza.

Questi topi, in pratica, erano in grado di trasformare la legna in carbone vegetale e… udite udite… persino il mio topononno è stato uno di loro!

Dovete sapere che dalle mie parti non esisteva carbone fossile, il combustibile si produceva direttamente dalla legna dei boschi. A Ciabaudo e in tutta la Valle Oxentina c’erano diversi carbonai, ma in generale in ogni paese della mia zona che possedesse una grande quantità di alberi si produceva il carbone, come accadeva su, ai Beuzi, e intorno al pozzo della Neviera dell’Albareo si possono vedere ancora oggi sei carbonaie.

Montalto era uno dei paesi che commercializzava maggiormente il carbone nostrano.

L’arte del mestiere consisteva nel tagliare legna, di cui la Valle Argentina non è certo sprovvista, e trasportarla in uno o più spiazzi pianeggianti e aperti. Qui veniva accatastata in carbonaie e si innescava il processo di combustione lenta, il quale portava alla carbonizzazione, dunque alla trasformazione di un composto organico come la legna in carbone. Bisognava sorvegliare giorno e notte la carbonaia per 5 o 6 giorni per ottenere, a partire dai 30-40 quintali di legna iniziali, fino a 8 quintali di carbone. Un processo lento, dunque.

Era un lavoro che si svolgeva in gran parte dalla primavera all’autunno.

carbone legna2

Pensate un po’ che bravi, questi miei convallesi!

Ma cos’è una carbonaia? Ve lo spiego subito. La parola “carbonaia” intende significare due termini. La “carbonaia” intesa come tecnica di creazione del carbone (come vi ho spiegato poc’anzi) e la “carbonaia” come struttura che trasforma la legna in carbone. Si tratta, cioè, di una cupola o un cono, solitamente parecchio grande e alta, nella quale  la legna bruciava molto lentamente, semi soffocata e muta.

Questa operazione tradizionale consisteva un tempo in quello che era uno dei fabbisogni e delle risorse appartenenti al settore primario della Valle, pertanto tutto il meccanismo era coadiuvato da scrupolose regolamentazioni, gabelle e multe in caso di disguidi.

Il carbone ottenuto veniva messo in sacchi e trasportato poi dai carrettieri nei vari paesi per essere venduto.

Si dice che un buon carbone dovesse cantare, cioè fare tanto rumore, in pratica  scoppiettare. Ovviamente era il tipo di legna a produrre un carbone migliore, ma anche il carbonaio doveva essere bravo nel suo lavoro, controllando il cumulo di terra e legna al fine di far passare la minor quantità di ossigeno, durante i giorni della bruciatura e del consumo, dove un fumo grigio segnalava troppa umidità, e un fumo meno denso e più chiaro indicava invece un ottimo lavoro.

I nostri carbonai convallesi erano comunque avvantaggiati (lo dico sorridendo) da un legno fantastico del quale la Valle Argentina ne era, e ne è, generosa: Ulivo, Frassino e Quercia sembrano essere i migliori. Vi risulta?

Penso di avervi detto tutto quello che conosco su questo antico mestiere, ma ditemi: voi avevate dei topononni carbonai?

Un bacione fumoso, dalla vostra Topina carbonaia.

 

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Qui e là attorno a Aigovo e Carpenosa

Si arriva presto ad Aigovo e a Carpenosa, compagni da una vita. Pungenti come l’aria frizzantina che li accarezza, gentili come la pace che regna su di loro. Dal mare si tratta solo di quindici/venti minuti di strada. Sono due frazioni attorniate dai monti della mia Valle che tutti conoscono, situati subito dopo l’abitato di Badalucco.

Sopra di loro c’è San Faustino, un altro piccolo borgo che dall’alto del suo esistere, si guarda negli occhi con Glori.

Aigovo e Carpenosa, “il bivio”, dove arriva la SP 21bis, luoghi che divennero celebri qualche tempo fa, quando c’era l’intenzione di chiudere la strada per costruire una grande diga. Come raccontai in questo articolo,  venne realizzata un’altra strada, superiore, comunque utilizzata ancora oggi nonostante al lago artificiale non diedero mai il – Via! -.

Aigovo e Carpenosa, inseparabili, sono la porta di accesso per Agaggio Inferiore e, mostrando meno case di quest’ultimo, più paese. Hanno da offrire tanta natura bagnata dal Torrente Argentina che, nelle sua discesa a curve cieche, si mostra impetuoso e quasi trasparente. Molti, però, sono anche i tratti in cui si allarga, raddrizza e si mostra in tutto il suo splendore. Con i suoi fondali di ciottoli e tane, la sua sabbia grigia, i suoi massi chiari, le sue sfumature verdi come la giada.

Tanti i colori delle piante, in qualsiasi stagione, perché numerose sono le specie. E molte di loro stanno aggrappate alle rocce sotto strada.

Anche alcune dimore si trovano a strapiombo sul fiume ma non c’è molta distanza tra loro e quell’acqua fredda come il ghiaccio.

Un fiume attraversato un tempo da ponti in pietra, antichi, lunghi e stretti, oggi ricoperti dalla natura a imitare sentieri perduti nel bosco.

Qui, in questa umida conca della Valle Argentina. Passaggio obbligatorio per chi sale e per chi scende. Passaggio che collega il mare alle montagne.

Aigovo e Carpenosa, la brezza in mezzo ai monti pettinati. Le aperture del terreno, coltivate a vigna, fin dove si perde lo sguardo. Il verde vispo delle terrazze ordinate e lo spogliarsi degli alberi da frutta. Gli spazi vellutati, come prati a bordo strada.

I casoni che riportano a tempi che furono e, tutt’intorno, il creato sovrastato da un cielo limpido. Tinte bruciate al sole, spente dalla bruma, accese dalla stagione. I mutamenti della natura sono ben visibili qui, dove gli occhi possono viaggiare in lungo e in largo nei dintorni di questi luoghi, zona d’arrivo della strada antica.

I campi coltivati, il bosco selvatico e, col naso all’insù, ecco le cime dei monti che si mostrano austere e ci abbracciano. Come i cedri attorno alla piccola Chiesa di San Faustino, così chiamata proprio come la manciata di case sopra la nostra testa, sul crinale a Ovest.

Siamo a 626 mt s.l.m. e, alcuni tratti che possiamo guardare, hanno già qualcosa di selvaggio.

Qui, un sentiero che porta verso San Zan (San Giovanni) condurrà fino a Monte Ceppo, passando per Colla Bracca. Dovrò farlo un giorno questo tour e portare anche voi.

Ora, però, mi godo ancora questa pace, questa flora e questa atmosfera che solo Aigovo e Carpenosa sanno regalare. Come sanno regalare anche un delizioso torrone, proprio tipico di questi borghi. Ma questa è un’altra storia e sarà un altro articolo.

Un bacio topi!

Angoli di Valle – Molini, Triora, Langan

Ci sono delle zone, nella mia Valle, che permettono di vivere momenti indimenticabili solo lasciandosi ammirare.

Quante volte impazziamo meravigliati dalla bellezza della scenografia di un film? Quante volte vorremmo essere in quei luoghi che stiamo vedendo e invidiamo gli attori? Quante volte pensiamo che non sia possibile che esista davvero tanta meraviglia su questo pianeta?

Ebbene topi, oggi voglio mostrarvi degli angoli della Valle Argentina che trasportano direttamente sul set di un film fantasy dove, soltanto per una questione di sfortuna, non sono riuscita a immortalare uno gnomo o una fata dei boschi. Li chiamerei: fantangoli se non vi dispiace.

Non siamo in Irlanda e nemmeno in Scozia, siamo sempre qui, vicino al mio mulino, in un piccolo spicchio della Liguria di Ponente. Gironzoliamo precisamente tra il paese di Molini, quello di Triora e poi andiamo ancora più su, verso Langan. Siamo nei boschi e negli abitati precedenti alla zona denominata “Alta Valle Argentina”, dove la natura è meno aspra e accoglie nel suo modo unico.

Guardate. Queste immagini parlano da sole. Ovviamente tanto splendore è dato anche dall’atmosfera. Un’atmosfera che la mia Valle può mostrare in autunno. Un po’ di bruma per il mistero, un goccio di umidità per lo scintillio e toni caldi per colorare l’ambiente come farebbe un pittore capace.

La mancanza del vento rende tutto più stabile e immobile in modo da poter essere maggiormente visto e percepito. Proprio così: percepito. Non si può infatti non entrare dentro a tanta arcana natura con tutti noi stessi, che siamo umani o animaletti.

Un fascino che lascia stupiti e fermi, proprio come lui.

L’aria è statica, preponderante. Avvolge tangibilmente e si vive uno degli abbracci più belli che si possano ricevere: quello di Madre Terra.

Ogni volta che in questo periodo esco alla ricerca di qualche ghianda da mangiare, rimango affascinata e rapita da questo palcoscenico che sa di mistero e devo poi affrettarmi a fare ritorno in tana. Il buio arriva presto in questa stagione circondando il mio mondo. I rami degli alberi diventano arabeschi che disegnano strane e bizzarre figure contro il cielo e alcuni animali notturni, come i rapaci, rendono il tutto ancora più incredibile. Da pelle d’oca. Sicuramente, uno di questi giorni, vedrò sbucare da dietro un tronco Harry Potter. Tutto sembra un segreto, un posto enigmatico da perlustrare lentamente.

Il manto di foglie a terra, morbido e bagnato, attutisce i rumori e il silenzio regna sovrano.

Per chi non vede con i propri occhi, pare impossibile possano esistere luoghi così in una regione d’Italia e invece è tutto reale, anche se magico e fantastico, ed è tutto vivibile, assaporabile e tutto mio.

Se volete seriamente vivere un film, cari topi, abbandonate il divano, la televisione e le casse stereo. Mettetevi un comodo paio di scarpe alle zampe e venite qui.

Gli abitanti del Piccolo Popolo vi stanno aspettando, in autunno, nei dintorni di Molini, di Triora e di Langan, sempre nella Valle Argentina.

Un bacio elfico a voi.

Via Camurata e il quartiere Sambughea

Topi, la festa di Halloween è già passata, ma oggi ho da raccontarvi una storia che mette davvero i brividi. Munitevi di coraggio, perché ve ne servirà per attraversare i luoghi che voglio mostrarvi in questo articolo.

Siamo a Triora, il paese più misterioso della mia bella Valle.

Vi ho parlato spesso delle sue meraviglie nascoste e delle dolorose vicende che si susseguirono qui, ma c’è una cosa che ancora non vi ho raccontato.

Seguitemi, entrate con me dentro il paese. Percorrendo tutta la via principale, si giunge alla piazza Beato Reggio, quella con lo stemma di Triora raffigurato al centro del pavimento lastricato. Alla nostra sinistra c’è la chiesa della Collegiata, sorta – così si dice – su un antico tempio pagano.

Alla nostra destra, invece, ci sono i tavoli colorati del Ricici Caffè e del Cocò Café. Le persone qui si siedono a sorseggiare qualcosa in compagnia, scambiandosi due chiacchiere.

Dirigendoci verso i portici, imbocchiamo la via che ha inizio sulla destra. Il suo nome è già tutto un programma, topi miei. Si chiama Via Camurata e c’è una leggenda che spiegherebbe il motivo particolare e spaventoso dietro questo appellativo.

Via Camurata - Sambughea - Triora

Una targa arrugginita ci comunica dell’accesso a un quartiere molto suggestivo, quello della Sambughea, “dove il borgo mostra i suoi più genuini aspetti”, così cita l’insegna.

Credo non ci sia niente di più vero, topi, perché ci troviamo nel cuore nascosto di Triora, quello che non si spiega facilmente agli occhi dei turisti. Era – ed è ancora – il limite più basso della città, il suo confine, ed è rimasto uno scrigno dai mille misteri.

La via Camurata è buia, coperta da volte più o meno alte, raramente intervallata dalla vista del cielo. I lampioni la illuminano notte e giorno, si respira un’aria molto suggestiva. Si procede in discesa, mentre non si può fare a meno di notare che il borgo, che mostrava il suo volto più allegro e giocondo in Piazza Beato Reggio, qui fa trapelare una faccia assai diversa, cupa e ombrosa.

Il silenzio pervade ogni cosa, non c’è traccia degli schiamazzi dei bambini, delle voci lontane della televisione, né del chiacchiericcio delle persone che fanno comunella davanti ai negozietti di souvenir.

Si ode il fruscio del vento, lieve, ma costante, come se ci trovassimo nel bosco. Gli uccelli cinguettano in lontananza, la loro eco, però, qui sembra meno gioiosa. Ovunque c’è odore di pietre umide, a tratti si percepisce quello tipico delle cantine.

La maggior parte delle case di questa via sono abbandonate, in rovina, sembrano grotte, talmente sono buie. Il tempo pare essersi fermato a decenni, forse secoli fa, come avvolto da un terribile incantesimo.

Via Camurata - Triora3

Persiane rotte e scardinate, infissi usurati dal tempo, porte ricoperte di ragnatele, piume di uccello sui muri e vetri rotti alle finestre la fanno da protagonisti in questo scenario surreale.

Sembra di sentire cigolare i cardini al vento, ma è solo suggestione. Ci si accorge che qualcosa non va, si percepisce.

Stando alla leggenda di cui vi parlavo prima, questa via racchiuderebbe segreti terribili.

Pare, infatti, che un anno in cui la peste si fece particolarmente feroce, la gente ammorbata che viveva in questa via e resisteva tenacemente alla malattia senza voler spirare per ricongiungersi al Creatore, venisse murata ancora viva all’interno delle abitazioni.

Non mi credete? Lo so che è difficile e che penserete che io abbia alzato un po’ troppo il gomito, ma sembrerebbe vero, a giudicare da quello che ho potuto vedere nel mio tour. Guardate!

La via, tutta, è costellata di porte evidentemente murate. Ce ne sono a bizzeffe, alcune nascoste, altre più irriverenti nel mostrare il loro passato, ma sono numerose, è impossibile non notarle.

Come se ciò non bastasse, ad accrescere la tetraggine dell’atmosfera che qui si respira sono alcuni soffitti delle volte che fanno da tetto alla via.

Triora - Via Camurata

Forse dalle foto si nota poco, ma sono neri come la pece, perché questo quartiere fu interessato anche da un devastante incendio, forse lo stesso appiccato dai nazisti nel luglio del 1944 e che interessò in particolar modo Molini di Triora.

Insomma, non ci si stupisce che questa stradina sia rimasta disabitata per tantissimo tempo!

Sotto la Via Camurata scorre un altro carruggio, altrettanto suggestivo: la Via Sambughea, dalla quale il quartiere trae il suo nome. Anche qui una leggenda ne spiega l’appellativo. In seguito all’abbandono della zona, pare che tutto il quartiere sia stato invaso dai sambuchi, piante che, tra l’altro, sono considerate tra le più care alle streghe.

Anche qui il tempo sembra essersi fermato, ma qualche coraggioso abita ancora tra queste pietre affastellate le une sulle altre.

Gli scorci che si vengono a creare sono stupendi, a metà tra l’abbandono e il recupero. Casette rustiche curate da mani sapienti si alternano a ruderi pericolanti, che paiono tenuti insieme solo dalle tenaci radici dell’edera.

In Via Camurata sorgono ben due Bed&Breakfast: La Stregatta e Casa Grande. Nelle vie adiacenti, invece, ce ne sono altri due, La Tana delle Volpi e Ai Tre Cantici. Sapete dove andare, se volete sostare qualche giorno a Triora per attraversare gli scorci più suggestivi che il borgo nasconde.

Qualcuno di voi topi sa dirmi di più riguardo queste due vie e le porte murate? Son solo leggende per spaventare i topini, o in esse c’è un fondo di verità? Fatemi sapere!

Io vi saluto, adesso. Ho i brividi ai baffi, con tutto questo parlare di misteri.

Un bacio terrificante dalla vostra Prunocciola.

 

La nebbia a gl’irti colli

In Valle Argentina le stagioni si susseguono e si rincorrono più vistosamente che in città. La Natura, qui da me, offre spettacoli spesso unici e gli stessi paesaggi sono sempre diversi, spesso sembrano adattarsi agli stati d’animo dei viandanti, soprattutto se tra quei viandanti ci sono io, lo ammetto.

La mia Valle è bellissima in tutte le stagioni, ormai lo sapete: che ci sia la pioggia, la neve o la nebbia non importa, Lei è sempre meravigliosa e vestita di un abito nuovo e sgargiante.

loreto valle argentina autunno

Ogni giorno è diverso in questa Valle incantata e magica, anzi no, che dico?! Per tutte le castagne! Ogni ora riserva le sue sorprese!

Adoro la Valle in Estate, sapete tutti che è la mia stagione preferita, ma anche l’Autunno non scherza. In questo periodo i colori degli alberi che si preparano al freddo sono pittoreschi e creano spettacoli a dir poco meravigliosi. Qualche volta, poi, il cielo viene a far visita alla Terra, baciandola e carezzandola con le sue volubili figlie: le nuvole! Che terra selvaggia e aspra, la mia… tutto è Natura nuda, semplice e schietta. Tra timide cascate, monti che sfiorano il cielo, paesini nascosti e alberi dai mille colori, è un posto degno di una delle tante fiabe tradizionali che ci venivano raccontate quando eravamo topini abbracciati alla mamma o alla nonna.
Oggi metto al collo la mia topo-reflex, prendo la topo-mobile e me ne vado a scattare qualche foto in giro per la mia bella Valle. Superata Triora, mi fermo al Ponte di Loreto e… guardate che scatti!

valle argentina autunno nebbia

loreto triora nebbia
torrente argentina autunno

Le nuvole basse avvolgono i monti, cambiando forma di secondo in secondo, di minuto in minuto. L’umidità è palpabile e la nebbiolina leggera rende ancora più vivi i colori delle foglie tremule e instabili appese agli alberi. Le tane qui intorno sembrano un rifugio davvero accogliente in una giornata come questa, i camini sbuffano fumo, chissà che calduccio lì!

triora valle argentina nebbia

Adoro l’odore della legna bruciata che si spande nell’aria e avvolge chi passeggia nelle vie, chi percorre le strade… è un odore evocativo, un profumo che mi trasporta in un mondo tutto mio. La stessa sensazione mi è offerta dalla nebbia: misteriosa, incorporea eppure prepotentemente presente. Aleggia tra gli alberi come un fantasma e ogni volta che me la ritrovo accanto, ogni volta che serpeggia tra le mie zampe carezzandomi con il suo gelido alito le orecchie e la coda, mi fa sentire in pace, in un mondo dove esiste solo la Natura e dove tutto diventa possibile.

Gli alberi che si sono già spogliati del loro manto, per accogliere il Generale Inverno, protendono i loro rami verso il cielo e, data l’umidità, qualche gocciolina d’acqua si posa su di essi, formando tanti piccoli cristalli appesi ai rami.

alberi autunno
In un modo o in un altro, gli alberi la fanno sempre da padroni in questi luoghi: in Inverno il loro intrico di rami ci trasmette la nostalgia per la bella stagione, quasi ci intimorisce in modo reverenziale, ricordandoci di fare silenzio per non disturbare la Natura che sta dormendo e riposando dopo le randi fatiche estive. In Estate invece, i rami sono colmi di foglie fresche, verdi e brillanti, che ci offrono riparo dal caldo e trasmettono gioia ed euforia a chi si ferma sotto di essi.

Insomma, un vero spettacolo la Natura della mia Valle! Non mi stancherò mai di descriverla e dipingerla con le mie parole per voi, perché ogni volta che mi reco nei luoghi che tanto amo e conosco così bene, riesco sempre a trovarli diversi e mi sorprendo per ogni cambiamento che la Natura offre al mio sguardo di topina.

Detto questo, topi miei, scendo dalle nuvole (purtroppo) e vi saluto, sperando che questo piccolo articolo d’Autunno vi abbia regalato l’atmosfera ovattata della nebbia.

La Siberia di fianco alla Valle Argentina

Giunti alla fine di questa torrida estate sento già molti di voi acclamare e attendere con fiducia il freddo che tanto amate.

A proposito di questo, mi sembra doveroso portarvi alla conoscenza di un luogo, di fianco alla Valle Argentina, che solo il nome fa venire i brividi. Sì, sì, proprio i brividi! I brividi del gelo.

Oggi, infatti, vi porterò a visitare una piccolissima Valle che la gente del posto, già da molti anni, chiama Val Siberia. Sono stati i nostri anziani a nominarla così.

Potete già capirne il motivo. Fredda, umida, stretta.

Scende da Bajardo (la vedete la neve? Eh!), posizionato in cima alla Val Nervia, e raggiunge il mare attraverso Via Goethe e Via Peirogallo di Sanremo.

Giunti in cima a queste strade, eccola stagliarsi di fronte a noi in tutta la sua lunghezza, passando sotto il viadotto dell’Autostrada dei Fiori e subito i monti si presentano senza permettere ulteriore visuale.

Nonostante il clima poco ospitale che la governa, soprattutto in inverno, sono diverse le persone che qui vivono e che ne sopportano le ghiacciate correnti che si formano proprio a causa della sua morfologia; dove le abitazioni non sono state costruite è il verde a regnare.

Il nome Val Siberia gli venne dato anni fa, quando la gente si accorse che in questo luogo, al di sotto dell’Ospedale Borea, c’era sempre qualche grado in meno rispetto alle altre zone limitrofe.

Siamo tra la Val Nervia e la Valle Armea, in un’appendice dell’entroterra ligure in cui difficilmente il cielo appare senza nuvole.

Siamo di fianco alla Valle Argentina, verso Ovest, per l’esattezza.

A circoscrivere l’inizio di questa Valle è Via Giovanni Pascoli, che in inverno, dal suo versante a Occidente, vede presto il sole calare.

Fortunatamente, la formazione di questo territorio permette agli amanti del fresco di godere, anche durante estati afose, di brezze e venti che attenuano il caldo eccessivo, ma purtroppo l’umidità è così significativa da riuscire a perdurare nonostante tutto.

In Val Siberia la natura, espressa prevalentemente dai fiori, è sempre in ritardo. Glicine, Ipomea, Convolvolo, Ginestra… tutto giunge dopo, quando dalle altre parti sta già sfiorendo o, da diversi giorni, si è presentata puntuale.

Anche frutta e verdura si comportano allo stesso modo. E i pomodori si possono raccogliere tranquillamente fino alla fine di agosto.

Val Siberia è particolarmente silenziosa, soprattutto nella mattinata e nelle ore della siesta. Una pace quasi surreale l’avvolge, durante la quale non si percepisce il minimo rumore.

E allora, lamentosi della calura, siete contenti che proprio qui vicino potete godere di un freezer a portata di zampa?

Ah! E ovviamente non devo dimenticare di dire che… dalla Val Siberia si vede anche il mare!

Ora che vi ho spiegato dov’è, potete anche andare: preparate le valigie, l’inverno non tarderà a giungere, ma io non vi seguirò, ho già abbastanza freddo nella mia splendida Valle!

Un tremante Squit!

L’Elicriso Bracteato – Ricordati di splendere

Da quando l’ho messo davanti alla mia tana, topi miei, mi chiedo come io abbia fatto prima senza il suo splendore! L’Helichrysum Bracteatum, conosciuto anche come Xerochrysum, è comunemente chiamato fiore di carta o fiore di paglia.

Il suo nome ha derivazione greca e latina, dove ‘elios‘ sta per Sole e ‘chrysor‘ significa oro. Si tratta di una pianta ornamentale appartenente alla famiglia delle Asteracee,  originaria dell’Australia, che fiorisce dalla primavera all’autunno.

Elicriso Bracteato - fiore di carta

L’Elicriso Bracteato può essere coltivato nei giardini rocciosi, ma anche in vaso, e a quest’ultimo tipo di coltivazione si adatta particolarmente, viste le sue dimensioni ridotte. I fiori sono persistenti e al tatto fanno uno strano effetto: sembrano secchi, quasi di cartapesta. Se al vederli, infatti, sembrerebbero dai petali carnosi e succulenti, si resta sorpresi dalla sensazione che questi fiori provocano alla nostra pelle, toccandoli. Pare quasi un controsenso! Proprio per questa sua insolita caratteristica, viene utilizzato per composizioni e ornamenti, dato che il fiore, anche da secco, non perde la vivacità del colore e non avvizzisce. In passato veniva utilizzato anche nei bouquet e nei pot-pourri.

Forma cespugli rigogliosi, gli steli dell’Elicriso sono eretti, fieri. Si protendono verso il sole con fierezza per ricevere il bacio dei suoi raggi. Le foglie di questa pianta sono allungate, di un verde quasi tendente al grigio.

Elicriso bracteato - fiore di carta2

Guardate con quanta bellezza si schiudono a noi i suoi fiori, ammirateli! I petali esterni sono di un giallo particolare, quelli più interni, invece, formano come un bottone di un arancione acceso che ha tutta l’aria di essere una regale corona. Il mio Elicriso, per lo meno, attinge alla tavolozza dei colori caldi e solari, ma può averne di diversi: dal rosso al bianco, dal rosa al vermiglio.

Elicriso bracteato - fiore di carta3

Ama il clima mite, per cui ben si sposa con le zone costiere mediterranee. Mettetela al Sole e vedrete che meraviglie vi regalerà! Ma, attenzione: riparatela dal freddo, perché mal lo sopporta. La temperatura nei suoi dintorni non deve scendere sotto i 10°C. Uh, quanto ci somigliamo, io e l’Elicriso! A noi si addice la stagione che piace tanto anche alle lucertole, quella in cui poter fare una grande scorpacciata di vitamina D.

Se volete vederla prosperare, non dimenticate di annaffiarla. E’ vero che ama il caldo e non le piace avere le radici all’umido, ma anche il terreno troppo secco la danneggia. Datele da bere acqua fresca, dissetatela quando vedete che il terriccio sotto le sue foglie inizia a diventare arido e asciutto. Se proprio non volete farle mancare nulla, aggiungete al terriccio un po’ di sabbia: impedirà alle radici di marcire e di far morire la pianta. Mi raccomando, non lasciate che l’acqua ristagni nel sottovaso, perché l’Elicriso è soggetto agli attacchi di funghi, nocivi per la pianta.

Eliciriso bracteato - fore di carta4

Topi, vi consiglio di metterne uno davanti alla vostra tana, perché… udite, udite! Tiene lontane le zanzare. Ebbene sì, è una pianta amica che ci offre protezione, oltre che bellezza.

Pare che i sacerdoti dell’antichità decorassero gli altari con i fiori di Elicriso, proprio per la sua caratteristica di mantenere la sua vitalità e, pertanto, il suo apparire immortale.

Chi porta in dono un Elicriso intende farsi ricordare per sempre. Che romantico, non trovate? La leggenda legata a questa pianta narra che un giorno un giovane dovette partire, lasciando così sola la sua amata. Prima della partenza, tuttavia, le donò un mazzetto di Elicriso, con la speranza che quei fiori le rammentassero del suo amore per lei. La piantina, mossa a compassione dall’amore travagliato dei due, si mise in testa di non sfiorire più, cosicché la fanciulla potesse sempre ricordarsi del suo giovanotto. Da quel momento, l’Elicriso divenne immortale, portatore di un messaggio bello e genuino come il ricordo.

Elicriso bracteato - fiore di carta 5

Ricordati di te, ricordati chi sei. Questo ci racconta l’Elicriso, un promemoria un po’ diverso rispetto a quello della leggenda. Questo fiore pare conoscere il proprio valore e non vergognarsi di mostrarlo al mondo. Si dona agli occhi altrui senza pretendere nulla in cambio, divulgando luce e bellezza.

L’Elicriso ci rammenta, con il suo eccentrico splendore, di non scordarci mai di brillare, di vivere, di gioire, di godere di tutto ciò che abbiamo intorno. Il suo colore e il suo portamento ricordano che il Sole è di tutti e che ogni giorno possiamo fare nostri i suoi raggi. Ma non è finita qui, topi miei. Ci sussurra alle orecchie un messaggio ben più grande: ricordati di splendere, sempre! Non importa se fa freddo, se il caldo è soffocante, se una parte di te viene recisa o calpestata: tu splendi. E’ questo il suo dono più prezioso per noi. Ci offre l’esempio dell’immortalità cosicché, guardandolo e imitandolo, possiamo diventarlo anche noi.

Un bacio di carta dalla vosra Pigmy.

Verde come lui

Il Muschio topi. Appena lo si intravede si pensa al Nord, all’umidità, all’ombra. In effetti quando nasce e dove nasce e il perchè nasce è proprio dovuto a questi fattori. Tanti sono i punti nella mia Valle ricchi di questa erba che si scontra con SONY DSCpiante più provenzali, per noi tipiche, e capaci di vivere nella siccità, arrampicate per i massi, come: il Timo, l’Origano, il Biancospino, la Lavanda.

E’ soffice, morbida ma anche molto pregiata. Ricca di sali minerali e idratante. Sfatiamo il mito che può essere utile solo per fare il presepe di Natale, anche se molto adatto. Avete mai pensato, ad esempio, che può servire anche per tenere in fresco gli alimenti? Carico di fredda acqua, e avvolto sopra il sacchetto contenente il cibo o le bevande, è un ottimo, anche se temporaneo, frigorifero naturale. Così facevano i nostri vecchi quando trasportavano le merci per la Via del Sale, fino in Piemonte. Appartiene alla famiglia delle Bryopsida e il suo vero nome è Bryophyta, la razza più comune SONY DSCquantomeno. Ce ne sono di tante tipologie, pensate, ben 24.000. Sono tantissime. Fa parte di quelle piante che nutrono, difendono e arricchiscono il sottobosco ed è un utile nascondiglio e habitat perfetto per quegli esserini minuscoli che popolano i piedi degli alberi. Esserini che noi nemmeno vediamo. Questo tipo di flora è definito – non vascolare – rispetto alle altre piante in quanto manca di strutture vascolari completamente differenziate e lignificate. L’assorbimento e il trasporto dell’acqua e dei sali della terra, infatti, entrano all’interno di essa grazie ad un circuito capillare come quello SONY DSCdel nostro strato epidermide (il primo strato della cute) e interessano tutta la superficie della pianta. Esse sono anche strutture di sostegno e rendono le sue foglie e i piccoli rametti sodi e turgidi. Di Bryophyta ne esistono di molti tipi, come vi dicevo prima, dalla più piccola, che non raggiunge nemmeno il millimetro di altezza, alla più grande, ma non italiana, che arriva fino ai 70 centimetri.

Il Muschio è così bello accarezzarlo con il palmo della mano e, in campo estetico, è molto efficace nel trattamento della pelle seborroica; è un sebonormalizzante, disinfettante, tonico e rivitalizzante. Ha SONY DSCinoltre proprietà antisettiche poichè contiene iodio e quindi impedisce o rallenta lo sviluppo di virus e batteri. Si può infatti mettere anche sulle ferite per evitare la formazione di infezioni e anticipare la guarigione. Senza contare che c’è gente alla quale il Muschio ha letteralmente salvato la vita. Coloro che si sono, ahimè, dispersi nella Tundra, ambientazione fantastica e quasi surreale, si sono alimentati grazie ad esso e, sempre grazie ad esso, hanno potuto ingerire sali minerali e oligoelementi utili al nostro organismo e per la sua sopravvivenza. E possiamo forse dimenticarci delle leggende legate a questa particolare pianta? Certo che no.

Nella mitologia alpina, ad esempio, esso serviva a nascondere la gobba schiena delle Anguane, figure acquatiche protettrici dell’acqua e di ogni sua fonte, simili alle Ninfe con piedi di gallina, di anatra o di capra, gambe squamate e con una schiena rovinata. Il Muschio era la loro veste e così si mimetizzavano nei boschi. Come oggi fanno i nostri soldati durante le missioni speciali. Verde come lui. C’è solo lui. Chiaro o scuro che sia. Intenso.

Il Muschio, una pianta importante da accarezzare che abbraccia gli alberi, la terra, le pietre, l’asfalto. Una pianta indispensabile per varie ambientazioni.

Un bacione verde topini.

M.

Nord e Sud

Vi ho parlato tempo fa delle mucillagini e del muschio che si forma sui tronchi degli alberi nel bosco.

Ebbene, quando ero una topina cucciola, topopapà mi portava sempre nei boschi con lui. I sabati e le domeniche, erano dedicati a questa sua passione che mi ha trasmesso con facilità. E’ lui che mi ha insegnato tanto di questi magnifici luoghi pieni di misteri e splendide creature. Ricordo, come se fosse ieri, che spesso m’insegnava a non perdermi. Si sa, il senso dell’orientamento in noi donne spesso, ammettiamolo, lascia un po’ a desiderare, o per lo meno è quello di cui sono convinti i maschietti e, mio padre, ha cercato di ricorrere subito ai ripari. A cinque anni, già mi sentivo chiedere “Bene, da qui Pigmy, come facciamo ad andare a casa?”. Quando mi poneva questa domanda eravamo nel bel mezzo di una foresta di Faggi tutti uguali, e io, che avevo percorso l’andata giocando con le farfalline e inseguendo le lucertoline, ne sapevo assai ora di come si poteva far ritorno alla dimora perduta. Lo guardavo allora con gli occhi sbarrati. Non capivo, le prime volte, se stava scherzando o se si era perso davvero e mò… Ciao!… E chi ci trovava lì?

Erano quelli i momenti in cui mio papà m’insegnava alcuni trucchetti. Osservare bene all’andata ad esempio. Cosa che può sembrare banale ma è la principale di tutte. Un tronco abbattuto, un fiore particolare, una tana, una pietra dalla strana forma. Oppure, creare noi stessi dei segnali. Intrecciare dei rami e lasciarli ben visibili. Legare ad un albero un elastico per capelli o un pezzo di stoffa. Poi c’è anche chi intaglia i fusti o, come Pollicino, fa cadere delle briciole per terra (che immediatamente verranno ingurgitate da qualche animaletto!).

Una delle cose principali per mio padre era insegnarmi a riconoscere anche il Nord e il Sud. Per prima cosa si poteva guardare il sole. Nel caso in cui ovviamente non abbiate con voi la bussola (e io e papà, di bussole, non ne avevamo di certo). Il metodo che permette di orientarsi con il sole è che, nel nostro emisfero, che è il Boreale, il sole proietta un’ombra che, alle ore dodici è esattamente in direzione Nord. Questa cosa è ovviamente da sapere. Se piantate un palo in terra, all’alba, verso le sei del mattino, l’ombra sarà in direzione Ovest perché il sole sorge a Levante cioè a Est. Al tramonto invece, verso le diciotto-diciannove, l’ombra indicherà l’Est poiché il sole tramonta a Ponente, cioè a Ovest, e così via. Ma come si fa a guardare il sole nella macchia più scura di un bosco dove nemmeno un misero raggio caldo riesce a penetrare? Non si può. E quindi? E’ molto semplice. Ci aiuteranno gli stessi alberi.

E si. Il Nord preannuncia umidità. Ombra. Il Sud è più secco invece. E potrà sembrarvi incredibile ma una sola pianta, anche dalla piccola circonferenza di 50 centimetri, sente questa differenza. Sarà per questo che da un lato sarà ricoperta di muschio e, toccandola con la mano, la sentiremo fredda e quasi bagnata, mentre, dalla parte opposta il suo tronco è pulito, asciutto e la corteccia pressochè secca, molto più inaridita.

Se ci guardiamo intorno vedremo che tutti gli altri alberi sono così.

Il lato rivestito di mucillagini è il Nord, il lato pulito è il Sud.

La stessa cosa vale per le rocce del sottobosco ma essendo meno rialzate e completamente all’oscuro, spesso vengono ricoperte dal muschio interamente.

E’ per questo che finora sono sempre riuscita a far ritorno alla tana e potervi scrivere i post. Se un giorno non mi vedrete più, non sarà solo perchè sono finita nel cestino della vostra spazzatura, potrebbe anche essere che il muschio se n’è andato in pensione e… io mi sono persa nel bosco!

Un bacione!

M.

L’antica chiesetta di San Bernardo

E ora, topi, dopo piante e animaletti, torniamo a girovagare un po’ per la Valle.

Oggi andiamo di nuovo poco sopra il piccolo abitato di Andagna, saliamo dopo “la croce” ed eccoci davanti all’antica chiesetta di San Bernardo.

Davanti a lei, un secolare Ippocastano si erge altissimo, facendo ombra alle due panchine sottostanti.

Questa chiesa è molto antica e vorrei portarvi a visitarne l’interno, perchè merita davvero.

L’essenza di questo edificio religioso racchiude quella di molti abitanti della mia Valle, quelli di un tempo. Il suo aspetto è rude, aspro, solido… ma dentro, tutte le pareti sono ricoperte di affreschi meravigliosi. Anche noi Liguri dell’entroterra siamo un po’ come lei: sembriamo fatti tutti d’un pezzo, diffidenti e schivi, ma a conoscerci… ah! Quante bellezze si celano dentro di noi!

Gli affreschi, dicevo, risalgono al 1436. Si tratta di opere di pittori di cui oggi i non esperti come me non ne conoscono i nomi, ma sono davvero bellissime. I dipinti rappresentano Gesù, pontefici e regnanti, ma anche i vizi e le virtù.

Alcuni volti sono stati cancellati e subito c’è stato chi ha parlato di mistero. Le pareti, in realtà, sono davvero antiche e l’umidità purtroppo regna sovrana qui.

Il pavimento è in lastre di Ardesia, una pietra ampiamente usata in tutta la mia Valle.

Questo santuario del XV secolo, d’estate è la meta di vecchine che amano fare una passeggiata tra le campagne e poi sedersi per riposare. Nel frattempo si fermano a raccogliere la Menta, il Timo e l’Origano a volontà. Un tempo invece, sotto al suo portico, potevano riposare viandanti e pastori e trovavano ristoro persino all’ombra del grandissimo Fico d’India che, di anni, ne ha molti!

Quando si arriva qui, oltre a godere della pace che c’è, si può ammirare anche un bellissimo panorama. Infatti si vede da lontano tutto il paese di Andagna e parte della vallata.

I topini possono divertirsi sugli scivoli e sulle altalene che sono state  posizonate su un praticello proprio di fronte a San Bernardo.

La celebrazione di questo Santo, patrono appunto dei viandanti, si svolge d’estate e parecchia gente deve rimanere all’esterno, perchè la chiesetta ha dimensioni davvero esigue, è intima e raccolta. L’altare è dimesso, spartano: una croce, un muretto di pietra e, dietro, un dipinto di Cristo, nient’altro. Solo per la messa vengono posti dei mazzi di fiori su di esso.

Circondata da prati e da monti, San Bernardo risulta essere un bellissimo luogo religioso campestre. Non si può non fermarsi a rimirarla se si ci passa davanti per andare in cima alle montagne di Drego e di Rezzo.

Quante estati ho passato davanti a lei, con gli amici, seduti su quelle panchine! Di giorno davamo fuoco alle foglie secche dell’Ippocastano, sperimentando i raggi del sole che passavano attraverso una lente d’ingrandimento, e alla sera invece, ci inventavamo storie terrificanti, così traumatiche da aver paura a fare ritorno da soli al paese. All’epoca, non c’erano cellulari e i lampioni scarseggiavano per quelle stradine. Che bellissimi ricordi! E oggi San Bernardo è ancora là, piccola, ma sempre imponente.

Domina dall’alto della sua collina e il giorno della sua festa la processione parte proprio da lì e scende fino in paese. E’ un punto di riferimento, un’antichissima bellezza.

 

Spero tanto sia piaciuta anche a voi e, se vi capiterà di passare da queste parti, visitatela con attenzione. Fermatevi a rimirare il paesaggio e, in poco tempo, sarete circondati dalle  farfalline bianche che vivono sui fiori intorno al santuario, mettono molta allegria.

Un abbraccio, la vostra Pigmy.

M.