Il coraggio e l’unione della Valle – Un racconto sulla diga

Topi, della diga tra Glori e Badalucco ho già parlato molto qui sul blog, soprattutto in questo articolo https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2011/10/17/no-alla-diga/ ma oggi voglio riportarvi un racconto nuovo.

Sapete bene, ormai, che la mia è una Valle che ha ispirato e continua a ispirare scrittori. Ho avuto il piacere di conoscere Anna Maria Acquista e Maddalena Garibaldi, autrici del libro “A Riva Ligure… tra ricordi e sapori di un tempo”. In questo testo hanno parlato anche della Valle Argentina e, in particolare, della diga. La loro è una raccolta di episodi realmente accaduti, scritti con l’intento di tramandarli nel tempo alle nuove generazioni e suscitare ricordi nelle generazioni passate, ecco perché oggi mi ritrovo qui a riportare le loro parole. Nel loro testo potete trovare anche alcune ricette tradizionali dei luoghi di cui vi parlo spesso, come lo stoccafisso alla Baaucogna e la Sardenaira, per cui è un libro davvero simpatico da portarsi in tana.

A Riva Ligure - Maddalena Garibaldi e Anna Maria Acquista

Ma adesso, topi, eccovi qui il loro racconto di un episodio emblematico che ha coinvolto e unito sotto la stessa causa paesi di mare e di montagna come non era mai accaduto prima di allora: anche questa è Valle Argentina!

… Era veramente cominciata nel 1963.

«Oh, che vento freddo oggi, questo novembre su preannuncia rigido, proprio come ho sentito al notiziario» pensierosa dall’alto della collina, la nostra Quercia ripensa a quelle poche parole udite alla radio: “Disordini in Valle Argentina”.

I suoi pensieri vengono interrotti da un insolito trambusto: «Cos’è tutto questo vociare, stamattina? Non sembra il solito chiacchiericcio di chi va al mercato dei fiori».

Una voce più alta delle altre le giunge stridula: «Sciù Scindicu, cume a lè andaita vei a Baauccu? (Signor Sindaco, com’è andata ieri a Badalucco?)».

La voce è quella di Gancetto di Prai, che si rivolge all’amico Bruno, Sindaco di Riva Ligure, che in quel momento attraversa la piazza brandendo trionfante il giornale “L’Eco della Riviera” con le ultime notizie.

«Sentita qua» dice Bruno. «Siamo finiti sulla stampa nazionale» ed euforico commenta al capannello che attorno a lui di sta formando: «Sentite che titolone: “Sospesi i lavori per la diga di Glori”. E’ stata dura, ma ce l’abbiamo fatta… calmi, vi leggo tutto l’articolo.»

Pochi erano quelli che sapevano leggere, ma tutti ascoltavano con attenzione. E Bruno, fiero, inizia la lettura: “E’ bella la Valle Argentina, in questo martedì d’autunno.Le foglie degli alberi con i colori gialli e rossi, che tanto piacquero a Francesco Pastonchi, vivificano il paesaggio, lo rendono variopinto, palpitante, attraente come un quadro d’autore entro una cornice dorata…

Verrebbe voglia di fermarsi serenamente, ma purtroppo il tempo stringe e bisogna correre veloci sull’asfalto bagnato, salendo di tornante in tornante verso la diga, dove migliaia di persone sono radunate per manifestare contro la mancata sospensione dei lavori.” Avete ascoltato che belle parole? Ma la battaglia deve ancora cominciare.» dice Bruno. «Sapete che da quattro anni è in atto questa lotta, uniti ai valligiani contro la costruzione di una diga altamente pericolosa per i nostri paesi. Ora siamo compatti nell’intercomitato anti diga ancor più dopo la catastrofe del Vajont»

No alla diga - A Riva Ligure - Anna Maria Acquista e Maddalena Garibaldi

Mentre Bruno riprende fiato, Gabriele è lì tra i contadini, attento, ascolta, poi alza la mano: «Scusa Sindaco, cos’è ‘sto Vajont?».

Bruno si ferma e spiega: «Quel disastro enorme che è successo il 9 ottobre di quest’anno. Tonnellate d’acqua della diga del Vajont sono piombate sulla gente del paese di Longarone, distruggendo ogni cosa. Ben più di duemila persone spazzate via dalla furia delle acque. Noi non vogliamo fare la stessa fine.»

«Ci avete ragione, Bruno» grida Gabriele con tutto il fiato che ha in corpo. «Giusto, andate avanti, è una battaglia da combattere fino in fondo.»

Segue un coro: «Siamo tutti con voi!»

Il sindaco, accalorato dall’interesse dei suoi concittadini, prosegue il racconto: «Ieri è stato il giorno decisivo, con lo sciopero generale: tutti i negozi, le scuole, gli uffici chiusi, anche il prete di Badalucco… tutti uniti a dimostrare il grido di LA DIGA NON S’HA DA FARE, pronti a morire per questo, per l’avvenire della nostra Valle e dei nostri figli.»

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Bruno legge a voce sempre più alta per farsi ascoltare dalla gente che, sempre più numerosa, si avvicina.

«Più di quattromila persone e io ero là con loro. Pacifici, ma decisi, i dimostranti non si sono fermati neanche all’arrivo degli agenti in completo assetto da guerra, giunti da Genova per l’occasione. I valligiani, per niente intimoriti, hanno continuato l’assedio.»

La lettura dell’articolo viene interrotta da un applauso. Poi Bruno riprende: «Noi sindaci abbiamo comprato chili di pane da distribuire a tutti i dimostranti e alle loro famiglie ormai isolate dalle barricate e sfiancate dalla stanchezza di notti insonni. Da ben quattro anni opponevano resistenza sul campo per impedire il proseguimento dei lavori. Erano giunti persino a compiere attentanti dinamitardi. Ora, finalmente, forti del coinvolgimento di tutti i paesi della montagna e del mare, urlavano a gran voce la loro rabbia, quando da un megafono giunse l’ordine da Roma di sospendere subito i lavori. La battaglia era vinta. Le urla di gioia riecheggiavano in tutta la valle.»

Terminata la lettura dell’articolo, un applauso spontaneo scoppia tra i presenti, che sempre più numerosi gridano: «Evviva il nostro sindaco, bravo Bruno!».

Dal folto del gruppo alcuni si avvicinano al primo cittadino e battendogli pacche sulle spalle ribadiscono la loro gioia: «Bravo, Bruno: tu eri lassù, eri in prima fila con i dimostranti, hai combattuto anche per le nostre famiglie. Ci hai salvato da un pericolo che pendeva sulle nostre teste. Grazie a te, ora possiamo dormire sonni tranquilli.»

Bruno, inorgoglito da tanto fervore, sorride e stringe mani, felice che per la prima volta la cooperazione abbia portato risultati fino ad allora insperati.

Il progetto della diga fu definitivamente abbandonato e il nostro territorio salvato dallo stravolgimento.

Il pericolo fu per sempre scongiurato.

E vissero tutti felici e contenti!

torrente Argentina

Ringrazio Anna Maria e Maddalena per avermi permesso di riportare il loro racconto in questo articolo, io vi saluto e vado a zampettare all’asciutto per voi!

Squit!

Il culto Mariano nella Valle Argentina

E’ molto sentito nella mia Valle, cari topi, ormai lo sapete anche voi. Ovunque si vada, si è sempre affiancati e protetti da una raffigurazione della Vergine Maria, una Madonna che tiene in braccio il suo bambino, che apre le mani devota o, a mani giunte, prega. E’ una Madonna pura e immacolata nella sua veste bianca o azzurra, è scalza con la sua regale corona a cingerle il capo.

La troviamo in ogni forma e dimensione. Statue, quadri, dipinti… piccola o grande che sia, viene posizionata ovunque, in ogni angolo: sui muri delle case, nelle crepe delle rocce, dentro a tronchi cavi di alberi o sotto grotte come a Lourdes, e una leggenda vuole che nessuna pianta rampicante possa avvinghiarvici e coprire così la candida Signora. I fiori, però, veri o finti, non mancano mai e c’è sempre, anche nei luoghi più sperduti, qualche vecchietta che, miracolosamente, riesce ad andarli a cambiare di tanto in tanto e ad accendere un lumino. Come se non bastasse, anche diversi santuari prendono il suo nome e le attribuiscono proprietà sempre diverse: Madonna della Neve, Madonna del Ciastreo, Nostra Signora della Pace, e così via.

La Madonna è l’immagine stessa della Chiesa, venerata e onorata in lungo e in largo. Per gli abitanti della mia Valle, poterla pregare è un privilegio, una coccola alla quale ci si concede volentieri.

Se la sua immagine non c’è, sembra che manchi qualcosa. Lei era lì anche nel periodo della guerra, unica boa in un mare di dolore, sofferenza e sangue. E pensare che alcuni sostengono che questo culto  fosse totalmente assente alle origini del Cristianesimo e che sia stato inventato di sana pianta per motivi di convenienza politica. In realtà, i dati storici e la passione sempre testimoniata, ci presentano una realtà diversa alla quale si può credere, composta da fedeltà pura.

Il falegname la intaglia nel legno così come il muratore le crea una cappella in cemento e mattoni. Ma forse è sbagliato chiamare questa devozione culto. Direi che è semplicemente una grande forma di rispetto. Dal punto di vista teologico e storico, si sa, la sua opera di mediazione tra Dio e gli esseri umani si spiega con l’investitura che ricevette da Gesù sulla croce, un compito da portare a termine e senza fine, quando venne donata agli uomini la sua bellezza e bontà per farli sentire più vicini a Lui. Soprattutto dopo quella che il cattolicesimo reputa l’ascensione di Gesù, Maria rimase il punto di riferimento per la comunità dei credenti. E in Valle Argentina sono anche tante le feste Mariane, realizzate prevalentemente durante il periodo estivo, come tanti sono i luoghi delle mille Bernadette Soubirous. Passeggiare nella mia Valle vuol dire anche questo, topi: ammirare queste opere dell’uomo, opere eterne che da sempre lo accompagnano e lo tengono per mano. C’è chi si è anche offeso, perché solo Dio deve essere onorato, e nessun altro. E c’è chi la pensa come vuole. Io credo che, al di là dei nostri personali pensieri, al di là dei nostri Credo e di ciò che si può considerare, vedere tanta gioia, meticolosità ed entusiasmo in queste costruzioni, non possa fare che piacere e compagnia e, perché no, magari donare un senso di unione. Se si guardano queste immagini, si può vedere come trapeli da esse tanta voglia di realizzarle bellissime.

M.

 

No alla diga!

Vi avevo raccontato, parlandovi di Colle Melosa qualche post fa, della diga di Tenarda, quel lago artificiale in alta montagna che è stata costruita qualche anno fa.

Ebbene, dovete sapere che quella non doveva essere la sola diga della Valle Argentina, ma fortunatamente, e grazie all’unione di tanti uomini, è rimasta l’unica. Ora vi racconto il perchè.

Era il 1964 e una nuova strada, nella nostra valle, era stata costruita appena sopra Badalucco, un paese di circa duemilacento anime all’epoca. C’era già una strada, bella, asfaltata, perchè costruirne un’altra, più alta e più larga? Semplice, la prima, sarebbe stata sommersa, insieme a tutto il resto, da una grandissima diga. L’acqua avrebbe coperto ogni cosa, arbusti, case, torrente, boschi di castagni, noccioli, susini, recinti di animali, coltivazioni. Sotto di essa, i paesi e le frazioni come appunto Badalucco, Oxentina, Fraitusa e probabilmente la stessa Taggia, sarebbero letteralmente spariti o avrebbero subito gravi danni qualora essa avesse inondato la valle.

Il 9 ottobre del 1963, e quindi stiamo parlando di pochi mesi prima, la diga del Vajont aveva appunto causato quasi duemila morti travolgendoli con le sue acque, qualsiasi sia stato il motivo.

La gente era terrorizzata. Non poteva permettere tale costruzione. Fu così che, tutti gli uomini, di tutti i paesi, uniti, si misero d’accordo e partirono, chi a piedi, chi con il suo motocarro, armati di forcone o bastone per fermare la distruzione di uno dei luoghi più belli, intorno a noi, oltre che per proteggere il proprio paese e la propria casa; la propria vita.

Mio nonno, era in prima linea, guidava l’ape con tutti gli amici nel carro, dietro, seduti.

La polizia davanti a lui. Si marciava a passo d’uomo e mentre si camminava si gridava tutti in coro “Avanti… oh… ooh… oooh… Avanti… oh… ooh… oooh…”.

Racconta che, se solo qualcuno avesse provato a lanciare un sassolino, sarebbe scoppiato il finimondo. L’atmosfera era tesa e spessa, l’aria si poteva tagliare con una lama. C’erano già stati episodi spiacevoli. La gente del posto aveva dato fuoco ad una ruspa e ad un camion della ditta costruttrice ma, tutto ciò, non era servito a nulla.

Quel giorno, per la terza volta, i costruttori si videro venire incontro mille e ancora mille uomini più determinati ancora, più decisi, come mai erano stati prima, di salvare la loro Valle. E quella volta ci riuscirono. Il loro numero era impressionante, arrivavano dai paesi sotto e da quelli sopra, la diga che volevano costruire era davvero enorme, avrebbe sommerso un intero quarto di valle. Bastò il loro esserci, la loro unione, la loro protesta.

Nessuno si fece male, non accadde nulla di sgradevole ma, la diga, non si costruì più.

La ditta abbandonò il luogo, fin dallo stesso giorno iniziò a smontare parte delle loro attrezzature e tutto tornò come prima. Anzi, quasi tutto.

Nella mia valle ora, per salire a Molini di Triora ad esempio, puoi scegliere se prendere la strada di sotto, più all’ombra, più fresca e costeggiare il torrente o la strada di sopra, più calda, più larga, passare sotto il ponte e fare qualche curva in più.

Il tempo è il medesimo, solo che sopra puoi divertirti nella raccolta di fiori, timo, origano e finocchietto selvatico, nell’altra riempirti le ceste di ghiande, castagne e tarassaco.

Le piante verdeggianti sono ancora lì e si colorano di toni più caldi in questa stagione, le case e la vecchia trattoria esistono ancora e da percorrere a piedi è una bellissima passeggiata. Questo grazie ai nostri uomini e alla loro vittoria.

In parte, anche grazie al mio nonno che quando mi racconta questa storia, sorridendo per sdrammatizzare, mi dice ” Se saremu truvai Baarùccu in ta mainna!…” (Ci saremmo trovati Badalucco nel mare!).

L’unione fa la forza!

M.