Paolo Rossi racconta il Lupo e i suoi segreti

Amato, odiato, temuto, frainteso… E’ lui, il Lupo, ed è tornato a popolare le alture della Valle Argentina, così come quelle di altre zone della Liguria e delle regioni limitrofe.

E’ un animale intelligente e schivo, la sua presenza si avverte ed è testimoniabile, ma non si lascia vedere facilmente. C’è chi ne ha udito gli ululati a Sella di Gouta, in Val Nervia, ma anche a Realdo; qualcuno lo ha scorto al Passo della Mezzaluna e le sue tracce sono presenti numerose anche nella foresta di Gerbonte e a Cima Marta.

Paolo Rossi Wolf Photographer - lupo4

Incrociare i suoi occhi, dicevo, non è facile. Lo sa bene Paolo Rossi, che ha fatto della fotografia dei Lupi un lavoro coronando il suo sogno. L’ho incontrato a Badalucco, durante la sua conferenza intitolata “Il Lupo e i suoi segreti”, ed è stato emozionante poter vedere questo animale attraverso i suoi scatti e alle sue parole. Paolo effettua appostamenti principalmente nell’entroterra di Genova e sull’Appennino Ligure. Sono zone che si discostano un po’ dalla mia Valle, è vero, ma in fondo i Lupi non sono molto diversi gli uni dagli altri.

Conoscere il Lupo attraverso le parole e gli occhi di chi lo ha visto davvero è appassionante. Io che sono una topina sapevo già molto sul Lupo, però Paolo ha reso più salde le mie conoscenze e ha permesso a molti altri di vedere questo animale per quello che è: un essere fiero e molto intelligente che, a dispetto di tutto ciò che si è detto e creduto di lui, continua a vivere facendosi beffe di chi cerca di intercettare i suoi passi.

Paolo Rossi Wolf Photographer - lupo

Paolo resta appostato per ore, talvolta tornando negli stessi luoghi per giorni e anche così l’incontro con lo sguardo d’ambra non è affatto assicurato. Dorme in tenda, in modo da essere sul campo nelle ore cruciali per l’avvistamento: il crepuscolo e l’alba. Cerca un luogo sottovento, piazza la fototrappola per monitorare le ore notturne, mentre di giorno si ferma in un posto ben studiato e attende, in silenzio e immobile. La sua non è una vita così diversa dai soggetti preferiti della sua macchina fotografica: anche lui, come il Lupo, deve essere paziente e restare immobile per molto tempo. E’ esposto alle intemperie e tutti noi topi liguri sappiamo quanto possa essere inclemente il tempo di montagna, di qualsiasi stagione si tratti. Vento e freddo penetrano nel midollo, soprattutto quando si raggiungono certe altitudini (parliamo di 1000-2000 metri sul livello del mare), ma la passione è più forte, ed è quella a spingere Paolo ad attendere con la sola compagnia della fotocamera, pronto a scattare all’occorrenza.

La maggior parte delle volte, racconta Paolo, si hanno a disposizione pochissimi e fugaci secondi per un click, e non è detto che quell’unico scatto concesso da Sua Maestà il Lupo venga bene come si vorrebbe. Eppure bisogna saper trarre il buono anche da quegli istanti, cogliere l’attimo fa parte del gioco per chi lavora nella fotografia.

Paolo Rossi Wolf Photographer - lupo2

Il Lupo ha un olfatto infallibile e questo rende ancor più difficile il suo avvistamento: ben prima di aver visto l’essere umano, il Lupo ne avverte l’odore e si fa attento, guardingo e più silenzioso. E’ schivo nei confronti degli uomini, si tiene a debita distanza da loro e, a differenza di quanto alcuni credano, non attacca. Preferisce di gran lunga allontanarsi, poiché è memore delle continue persecuzioni che l’uomo ha perpetrato nei secoli passati nei suoi confronti. Sì, topi: il Lupo, come tutti noi animali del bosco e del pianeta, ha una propria memoria genetica. Vale a dire che nelle sue cellule e nel suo DNA si trasmettono messaggi forti e chiari che si traducono pian piano in istinti e comportamenti innati trasmissibili di generazione in generazione. Il messaggio che scorre nelle vene del Lupo è quello di tenersi alla larga dagli esseri umani. Obbediscono a questo ordine della loro memoria persino quando hanno fame, e i Lupi la soffrono, a differenza di quanto si possa pensare.

Paolo Rossi Wolf Photografer - lupo7

Se a un branco o a un esemplare in dispersione dovesse capitare di avvicinarsi ai centri abitati e di cacciare una preda, nel caso in cui venisse disturbato durante il pasto – vuoi da un rumore improvviso, uno sparo, un odore, una voce – abbandonerebbe seduta stante il banchetto e non tornerebbe più a finire il lavoro iniziato per timore di mettere a repentaglio la propria vita. Piuttosto che morire sotto un colpo di fucile, preferisce resistere ai morsi della fame e attendere una nuova preda in un luogo più sicuro.

Ecco perché il lavoro di Paolo assume un grande valore, in un contesto come questo. Nonostante si sia detto davvero di tutto sul Lupo, si conosce ancora troppo poco; è un animale elusivo, incarna alla perfezione lo spirito delle zone selvagge e persino gli studiosi non hanno ancora fatto luce su alcuni dei suoi comportamenti.

Paolo Rossi Wolf Photographer - lupo6

L’osservazione del Lupo in natura ha permesso di scoprire che la lealtà di questo animale nei confronti del proprio branco è tale che, se un membro della famiglia resta ferito o nasce con una menomazione fisica, gli altri si preoccupano per lui non facendogli mai mancare da mangiare, aspettandolo durante la marcia e non abbandonandolo. Potete crederci, topi? E’ la verità!

L’esperienza di chi, come Paolo, lavora sul campo è molto preziosa. Si osservano le tracce, si ammira da lontano questo splendido animale, rispettando i suoi spazi e le sue regole, in un luogo in cui l’uomo non è padrone, ma ospite e viaggiatore. Si cercano occasioni per stabilire con lui un flebile contatto visivo che dura un secondo e si è consapevoli che il signore indiscusso delle montagne è lui, il Lupo.

Oltre a organizzare conferenze e mostre fotografiche per divulgare tutto quello che ha imparato in anni di esperienza, Paolo tiene anche workshop in natura, invitando chi è interessato a muoversi insieme a lui sulle tracce del Lupo. Fotografa Lupi selvaggi che non sono stati avvicinati in alcun modo, nel suo lavoro non si serve di esche per attirare gli animali e non frequenta le zone di rendez-vous né quelle in cui sa essere presenti cuccioli e tane di Lupo per rispettare il più possibile la loro natura selvaggia.

Paolo Rossi Wolf Photografer - lupo8

Nonostante la sua estrema attenzione, però, un anno fa gli è capitato per un caso fortuito di imbattersi in un cucciolo di Lupo che, non avendo la prudenza dell’adulto, era incuriosito dalla presenza di un essere umano. E così, tenendosi a qualche metro di distanza, osservava il suo fotografo con sguardo vivace e orecchie attente. Che emozione deve essere stata!

Paolo Rossi Wolf Photographer - lupo3

Gli scatti più belli degli anni trascorsi sulle tracce del Lupo sono stati raccolti in un album fotografico intitolato “Incivili”, anche grazie al quale Paolo sostiene il proprio lavoro. Se volete conoscerlo meglio e seguire i suoi appuntamenti vi consiglio di visitare il suo sito www.paorossi.it e di tenere d’occhio anche la pagina Facebook de La Topina della Valle Argentina, perché presto ci saranno aggiornamenti.

A questo punto non mi resta che salutarvi, topi.

Un ululato per voi dalla vostra Pigmy.

N.B.: Le foto presenti nell’articolo sono state gentilmente concesse dall’autore, che ne detiene i diritti. I Lupi ritratti non abitano nel nostro Ponente, ma nell’entroterra di Genova e sull’Appenino Ligure. Ringrazio Paolo Rossi per la sua disponibilità e per aver organizzato, insieme al Comune di Badalucco, un evento tanto interessante e utile per tutta la Valle Argentina.

Annunci

I miei monti

Le stagioni vanno e vengono, topi miei, com’è giusto che sia, ma ogni Primavera è diversa dall’altra, così come ogni Estate, Autunno e Inverno.

Gironzolando in lungo e in largo per la Valle, non ho potuto fare a meno di notare i cambiamenti della Natura intorno a me. Quei monti che ora sono di un verde smeraldo molto acceso fino a una manciata di settimane fa erano protetti da una coperta candida, soffice e spessa. Quasi non ci si crede!

monte Faudo

E come cambiano, i colori… La mia Valle è una vera tavolozza d’artista, nessuna sfumatura viene dimenticata da Madre Natura.

Nella stagione in cui ci troviamo, le montagne sono verdi, dicevo. Si notano i toni diversi degli alberi, si distinguono su uno stesso versante latifoglie e conifere, ma il confine non è netto. Si mescolano in modo perfetto e armonioso, come in un quadro del puntinismo.

Quando giunge l’Estate con le sue giornate aride e roventi, tutto inizia a sbiadire, assumendo i toni di una foto color seppia. I pascoli alti si stancano del tanto brucare del bestiame, divengono color paglierino, e anche il verde sui clivi si affievolisce e poi, pian piano, si spegne.

montagne realdo valle argentina

In Autunno tutto si riaccende; che colori, topi miei! Non ce la farei a descriverli tutti, neppure in un libro: oro, vermiglio, verde, senape, arancione… ognuno con le sue sfumature. Anche nel periodo autunnale si distinguono i diversi alberi sulle montagne, ma in questo caso altro che puntinismo! I monti paiono mosaicati, ogni pianta è una tessera mutevole, cangiante.

montagne valle argentina

Con l’Inverno tutto si spegne di nuovo, persino i sempreverdi perdono il loro vigore. Il marrone della terra prevale, tuttavia, se la neve scende copiosa come quest’anno… che spettacolo, topi! I rilievi montuosi somigliano a panna montata, oppure a pandoro ricoperto di zucchero a velo. I paesini di pietra diventano allora soggetti di cartoline che farebbero invidia a quelle di mete più ambite, come il Trentino o la Valle d’Aosta.

Sono i miei monti, non posso non amarli. Li adoro in ogni stagione e voglio farveli conoscere più da vicino. Non tutti, perché non basterebbe un blog intero, ma almeno quelli che ho frequentato negli ultimi mesi.

Quello che vi mostro qui sotto è il Gerbonte con i suoi 1727 metri di altezza, e scusate se è poco. Fiero, imponente, lo si vede da Triora, da Realdo, da Verdeggia, ma anche da Colle Melosa. Lo notate, il suo sgargiante abito autunnale?

Monte Gerbonte

Poi c’è il mantello bianco di Monte Ceppo. C’è silenzio, lassù, è il posto ideale per ascoltare il vento. Soffia forte, è un luogo esposto, ma che panorami! Ci troviamo a 1505 metri sul livello del mare. La cima glabra di questo monte è riconoscibile tra mille. Ci sono affezionata, sapete? E’ la prima, piccola vetta che ho conquistato, ormai anni fa, per questo ha un posto speciale nel mio cuore.

Monte Ceppo

Dirigendoci a Passo Teglia (1385 m.s.l.m.), poi, si dispiega davanti a noi un panorama notevole, che spazia dal Mar Ligure alle cime del Toraggio (1973 m.s.l.m.) e del Pietravecchia (2038 m.s.l.m.). Pare strano, ma è proprio così. E’ una peculiarità della Liguria, forse poche altre zone italiane godono di scorci e viste pari a quelle dei luoghi in cui vivo. Ogni posto ha i propri vanti, quello del Ponente ligure è l’avere una grande varietà di ambienti in uno spazio relativamente circoscritto.

passo teglia

Continuando il nostro tour, ci innalziamo sul Monte Grai (2012 m.s.l.m.) e allora qui, topi miei, inizio a sciogliermi dall’emozione. Guardate che dipinto perfetto! Ci troviamo esattamente a metà tra le valli Nervia e Argentina e, a fare da divisore, vediamo il Lago artificiale di Tenarda. E’ un luogo indescrivibile, sembra di poter abbracciare gran parte del Ponente con lo sguardo. Si vede chiaramente il Monte Trono (776 m.s.l.m.), sulle cui pendici è adagiata Triora. E poi, laggiù, il Passo della Mezzaluna (1454 m.s.l.m.) è ben pronunciato.

monte grai - lago tenarda - valle argentina - val nervia2

Le montagne che abbracciano la mia Valle e le fanno da cornice sono bellissime, sono sicura che converrete con me. Ogni volta che mi trovo in luoghi così alti e solitari mi sembra di toccare il cielo con un dito e di assaporare la vera essenza della vita che scorre. Quando si guardano le cose dall’alto, tutto assume una prospettiva nuova e quei giganti di roccia che, visti dal basso, incutevano quasi timore, dalla cima di una vetta appaiono come amorevoli protettori di un luogo che, se non esistessero, sarebbe assai diverso.

Io vi saluto, topi! Un abbraccio montuoso dalla vostra Pigmy.

Il Ponte di Mauta

Che meraviglia, topi miei!

Qui nella mia Valle ci sono tantissimi ponti, sono antichi, veri e propri monumenti storici che resistono con tenacia allo scorrere del tempo, e spesso ve ne ho parlato.

Oggi voglio farvi conoscere meglio il Ponte di Mauta, proprio sotto quello gigantesco e colossale di Loreto.

ponte di mauta triora loreto

E’ romanico e il suo arco è lungo ben sedici metri. Sopra di esso svetta il capolavoro di architettura moderna che dal 1960 è divenuto uno dei simboli della Valle Argentina. Prima del ponte di Loreto, a essere usato era quello di Mauta, immerso nel bosco e invaso da rampicanti che lo incorniciano tutto, come fosse un quadretto. Sotto di lui scorre in gole profonde il torrente Argentina. Non si può descrivere la bellezza di questo luogo, il cuore palpita dall’emozione guardando in giù, affacciandosi dal basso parapetto per raggiungere con lo sguardo l’acqua scura che scende impetuosa a valle, con innumerevoli giochi d’acqua, curve e sfumature. L’Argentina pare contorcersi, è facile rassomigliarlo a un serpente che striscia via, lontano. La natura rigogliosa pare voler proteggere il ponte e il corso d’acqua, li abbraccia, impedendo di godere appieno della loro vista.

torrente argentina forra grognardo ponte mauta

Un tempo era temuto, questo luogo. Il bosco era ritenuto la dimora di creature malvagie, demoni e streghe. Qui la vegetazione si faceva – e si fa – più fitta e quel torrente scuro per via della luce del sole che fatica a sfiorarlo divenne con facilità il luogo prediletto per le congreghe delle bàzue. Più in basso del ponte di Mauta, dove l’Argentina si incontra con il Rio Grognardo, si forma una conca d’acqua celebre e conosciuta come Lago Degno. Ve ne ho già parlato altre volte, per cui non mi soffermerò a farlo ancora.

E’ un luogo suggestivo, uno dei più belli della mia Valle, non esagero! In questa stagione, poi, credo dia il meglio di sé in quanto a colori.

Qui convergono le mulattiere del Langan, in un antico sentiero che permette di raggiungere addirittura le Cime di Marta e il Monte Gerbonte. Fino agli anni Sessanta del Novecento – non molto tempo fa, quindi – il Ponte di Mauta rappresentava l’unico collegamento con Cetta e passaggio per raggiungere la vicina Val Nervia e la Francia. Sono percorsi ancora oggi praticabili, di cui il ponte è un crocevia. Risalendo il sentiero poco prima di esso, si può giungere a Loreto, tornare a Triora, oppure andare avanti per Creppo, Bregalla, Realdo e Verdeggia. Proseguendo, invece, si giunge a Cetta oppure a Molini di Triora.

Un ponte importante, insomma, anche se oggi è stato quasi dimenticato per il suo cugino più moderno. Eccolo qua, il contrasto tra i due: il parapetto di pietra del vecchio confrontato col cemento in lontananza del nuovo. Che strano effetto fa, non trovate?

ponte di mauta e ponte di loreto

Il Ponte di Mauta è conosciuto, invece, da chi pratica canyoning nei torrenti della Riviera dei Fiori, uno sport che consiste nella discesa a piedi di corsi d’acqua che scorrono in gole strette e modellate nella roccia, formando cascate. Da Loreto, infatti, un cartello  esplicativo sulla Forra Grognardo riporta tutte le regole e le caratteristiche del percorso torrentistico, segno della grande frequentazione del luogo da parte di appassionati.

Nei pressi del ponte è stata posta una lapide a ricordo di un giovane che qui perse la vita per via di una caduta accidentale che gli fu fatale. Per la precisione, su di essa si legge:

A Roberto Moraldo di anni 17 da caduta mortale decedeva il 14.09.1927. I genitori e parenti inconsolabili posero.

lapide ponte di mauta

Eh, topi, bisogna fare attenzione alle pendenze di questa zona, purtroppo. Lo strapiombo è notevole, non lo si può negare, intimorisce per la sua profondità. Un tempo non era sicuramente difficile che questi incidenti accadessero, ma oggi, per fortuna, sono facilmente evitabili e, con la giusta prudenza, possiamo godere del panorama mozzafiato che questo angolo di Valle Argentina offre ai nostri occhi.

Vi mando un vertiginoso saluto!

La vostra Pigmy.

 

Un Festival alternativo: da San Romolo a Monte Bignone

L’autunno è una delle stagioni più colorate che ci sia, a differenza di quanto si possa pensare, e io, di colori, ne ho visti davvero molti nella passeggiata che sto per raccontarvi.

Partiamo una domenica mattina presto, molto presto.

Saliamo sulla topo-mobile, ma questa volta non andiamo in Valle Argentina, passeggeremo piuttosto sopra Sanremo, la città dei fiori tanto famosa per il suo Festival. Quello che voglio mostrarvi oggi, però, è un Festival diverso, un tripudio di colori e profumi che si trova lontano dal centro abitato.

Con qualche curva, iniziamo la salita verso San Romolo, e veniamo subito colti di sorpresa dall’alba, col suo sole rosso fuoco a illuminare il porto di Sanremo. È una palla gigante color del sangue, la foto è solo un pallido riflesso della sua bellezza.

alba San Remo

Dopo la pausa obbligata per qualche scatto, riprendiamo a salire.

Visto che il tempo a nostra disposizione non è molto, per questa volta decidiamo di non lasciare la macchina a San Romolo, ma di proseguire ancora un po’ sulla strada per Perinaldo. Una volta parcheggiata la macchina a bordo strada, imbocchiamo il sentiero dalla tagliafuoco, sulla sinistra, e iniziamo a salire.

Se in un primo momento la strada si presenta in falso piano, ben presto la pendenza si fa più evidente. Preparatevi, perché dovremo salire un po’.

Entriamo nel bosco. Intorno a noi ci sono Castagno, Pino silvestre, Leccio, Quercia, Acero, Nocciolo e Agrifoglio. La vegetazione di latifoglie è intervallata da spazi di cielo aperto e in quei punti è la macchia mediterranea ad avere la meglio.

Intorno a noi è tutto un ronzare di mosche, sembra quasi inizio estate, e la giornata è molto calda per essere autunno inoltrato.

Continuando a camminare, ci troviamo di fronte a un incrocio: da una parte c’è il sentiero per Baiardo, che scende alla nostra sinistra, a destra c’è un sentiero segnalato ma che non si sa dove conduca e dritto davanti a noi c’è quello che dobbiamo imboccare e che ci porterà su, a Monte Bignone.

La vegetazione si fa fitta, sembra quasi voler escludere la presenza dell’uomo e forse, in effetti, è proprio così. I rami degli arbusti ci vengono addosso, impigliandosi nel pelo folto della nostra pelliccia e trattenendoci i pantaloni. Eppure, attraversato quel breve tratto di naturale ostilità, il sentiero diventa più bello, si apre e continua a inoltrarsi nel bosco. La Natura è cresciuta così per un motivo, mi viene da pensare, per effettuare una sorta di selezione naturale già da principio e permettere solo ad alcuni di godere delle bellezze che ci saranno più avanti.

E le bellezze arriveranno eccome, parola di Pigmy!

Il sentiero continua in salita, a tratti anche ripida e scivolosa, bisogna prestare attenzione. Il terreno è coperto da uno spesso strato di foglie e, dove non sono presenti in grande quantità, è sabbioso. Le scarpe faticano a trovare la giusta presa su quel pavimento naturale, ma con un po’ di pazienza e perseveranza si sale.

Rimaniamo estasiati dai massi di dimensioni enormi che circondano il sentiero, hanno forme tutte da scoprire, ma di questo parleremo un’altra volta.

A tratti la bellezza del bosco lascia lo spazio a panorami mozzafiato. Davanti a noi si staglia il monte Caggio tinto con la tavolozza dei colori autunnali. Si scorgono la Val Nervia e i centri abitati di Perinaldo e Apricale, riusciamo a spingere lo sguardo al monte Toraggio e poi, tornando ad accarezzare con gli occhi la costa, vediamo persino la vicina Francia con la sua prima cittadina, Mentone! Se, poi, ci voltiamo di nuovo verso monte, in lontananza si vede persino la Valle delle Meraviglie, uno spettacolo del quale non si gode certo tutti i giorni! A fare da cornice a questo spettacolo è il mare nostrum, azzurro e infinito. Si rincorre con il cielo, tanto che non si riesce più a distinguere chi sia l’uno e chi l’altro.

Proseguendo nella nostra salita, troviamo bacche di corbezzolo coloratissime e una miriade di castagne, che sembrano cadute apposta per noi. Tiriamo fuori dallo zaino un sacchetto e iniziamo a raccoglierle, assicurandoci che le camole non se ne siano già appropriate. Mentre procediamo, ci imbattiamo in un punto del bosco particolarmente rumoroso… È tutto uno spezzare, un frusciare, un rotolare.

Tac.

Fruuuuuush.

Pata-tum-tum-tum.

«Che cos’è?»

«Non lo so… un cinghiale? Un capriolo?»

Ben presto arriva la risposta: sono i ricci dei castagni che si spezzano dal ramo e  cadono al suolo rumorosissimi, sembrano delle bombe!

Con il sole che splende sopra le chiome degli alberi, non  abbiamo pensato a portare un ombrello, per cui non abbiamo modo di ripararci da quella pioggia di spine. Allora non ci resta altro da fare che chiedere al bosco di porre attenzione a noi poveri visitatori, e lui, padre paziente, ci ascolta. Ci dona castagne succulente, ma i suoi ricci non ci sfiorano neppure per un momento, per cui procediamo senza intoppi.

Quando ci fermiamo per alzare lo sguardo, il soffitto arboreo è d’oro puro, brilla, scintilla, ondeggia al tocco del vento leggero e noi rimaniamo estasiati.

Lungo il cammino si sente l’onnipresente ghiandaia, ne udiamo il canto e ne troviamo persino le piume. Guardate che colori stupendi e preziosi!

piume ghiandaia

Eppure le sorprese non sono ancora terminate.

Un nido abbandonato e caduto a terra è lì, sul sentiero, poggiato su una roccia. È affascinante osservarlo, riflettere sulla tecnica che hanno gli  uccelli per costruire un cerchio perfetto come questo.

E poi, più su, sempre più su, sentiamo profumo di funghi…

Non crediate, però, che siano solo loro a spandere la loro fragranza, perché più avanti, tra spicchi di cielo e carezze di sole, possiamo sentire l’odore balsamico e rigenerante del Pino, così forte da aprire i polmoni.

Arriviamo infine a Monte Bignone con la meraviglia negli occhi, accolti da un tappeto di crochi e da un tetto di foglie di quercia.

Per oggi ci fermiamo qui, ma le sorprese continuano!

A presto, topini.

Vostra Pigmy.

 

 

 

Belenda, Belenos, Belin!

Il post di oggi è luminoso, anzi, luminosissimo!

Il titolo è tutto un programma, sembra una formula magica, vero? Be’, in un certo senso è di magia che tratterà, ma la smetto di tenervi sulle spine e inizio a raccontarvi.

Recentemente ho iniziato a interessarmi ai toponimi della mia zona – e no, nel caso in cui ve lo steste chiedendo, questa volta i topi non c’entrano niente! – e ho scoperto delle cose davvero interessanti che voglio condividere con voi.

Vi siete mai chiesti, cari miei amici liguri, da dove provenga l’imprecazione da noi più utilizzata? Ve lo spiego subito, belin! Prima, però, mi tocca fare una premessa importante.

colle belenda

Sul confine tra le valli Nervia e Argentina c’è un colle che si chiama Belenda, di cui vi ho già parlato nel post “Da Loreto a Colle Belenda tra castagni e betulle”. Lo stesso nome, però, appartiene anche a un’altra altura, situata tra le valli Nervia e Roia. Questi luoghi erano frequentati fin da tempi remoti dagli Antichi Liguri, quelli che subirono, pare, le influenze dei Celti. Non è un caso che la radice “Bel-” si ritrovi in vari luoghi delle nostre zone (il monte Abellio nell’intemelio, per esempio).

I Celti veneravano una divinità maschile che fu assimilata dai nostri antenati Liguri, il dio Belenos (o Belanu), che può essere tradotto come “il brillante”. Si tratta di una divinità legata alla luce e, di conseguenza, al sole. Tuttavia, Belenos il Brillante non era solo questo. Era collegato a tutto ciò che aveva bisogno di luce per prosperare, per cui era la divinità dell’agricoltura e dell’allevamento, presiedeva le stagioni e “illuminava” l’intelletto degli uomini per guidarlo a nuove invenzioni e innovazioni. Belenos aveva una consorte, i cui nomi sono molti, ma il significato è uno solo: “la più brillante”. Belisana, Belisma, Belenda… comunque la si voglia chiamare, a lei erano sacri il fuoco e la scintilla della creazione.

Che coppia… divina, non trovate?

Ebbene, non è certo un caso che molti siano ancora oggi i riferimenti a queste due figure, che influenzarono la vita dei liguri così tanto che l’eco di quel culto si sente ancora oggi. Come? Nell’intercalare tanto usato e tanto amato da tutti, dai monti al mare, da ovest a est: belin!

Oggi ha assunto il significato di un’imprecazione, che assimila questa parola all’organo riproduttivo maschile. Ma cosa c’entra quest’ultimo con Belenos? Ebbene, un tempo l’uomo primitivo aveva una concezione della vita ben diversa dalla nostra. Sapeva che il maschile e il femminile si univano per dare origine a una nuova vita e riproducevano questo anche in natura. Per ottenere un buon raccolto, dunque, ecco che conficcavano simbolicamente nel ventre della Madre Terra una pietrafitta o un bastone, assimilandolo al fallo maschile. Molte sono le simbologie legate al culto della fertilità della Terra, non starò qui a spiegarvele tutte, ma il nostro beneamato belin sembra derivare proprio dalla divinità luminosa tanto cara ai nostri antenati. È come se, nelle nostre frasi, nei nostri proverbi e nel nostro quotidiano richiamassimo ancora a noi l’energia di Belenos e di sua moglie, a ricordarci che la Luce è Vita.

Belin, s’è fatto tardi! Non mi resta, dunque, che mandarvi un brillante e luminoso saluto.

Vostra Pigmy

 

 

 

Da Loreto al Colle Belenda tra castagni e betulle

Cari topini, anche oggi partiamo per una nuova avventura, andiamo nelle vicinanze di Triora. Questo dovrebbe già farvi capire che non potrà trattarsi che di un percorso magico, ma questa volta le streghe non c’entrano niente.

Siamo ancora una volta in autunno. Imbocchiamo il ponte di Loreto, dopo l’abitato triorese, e proseguiamo sulla strada. Dopo un paio di tornanti, sulla destra troviamo dei cartelli che indicano l’inizio del nostro percorso.

Parcheggiata la topo-mobile a bordo strada – messa in modo che non dia fastidio, perché sulla strada e sul sentiero transitano mezzi agricoli per via delle case di agricoltori e pastori nelle vicinanze – siamo pronti a imboccare il sentiero che porta a Case Goeta, Colle Belenda e Colle Melosa.

Cominciamo già in salita, ma questo è solo l’inizio: dovremo salire, salire e ancora salire per raggiungere la nostra destinazione. Avete messo abbastanza acqua nel vostro zaino? Guardate che ne servirà tanta, eh! Bene, allora cominciamo.

castganoVeniamo subito accolti da un suggestivo bosco di castagni, in autunno hanno colori stupendi: l’oro si mescola al verde, sembra quasi di camminare nel mondo del Mago di Oz. Qualche metro dopo l’imbocco del sentiero, scorgiamo una casa (vi avevo detto che questa zona era abitata!): sebbene il percorso sembri procedere dritto, dobbiamo stare attenti e fare una svolta a sinistra. Non ci sono cartelli a segnalarcelo, ma guardando bene tra la vegetazione possiamo scorgere i segni bianchi e rossi orizzontali dipinti sui tronchi degli alberi, pronti a guidarci verso le meraviglie che vedremo.

Saliamo, allora, sempre in mezzo ai castagni. Man mano la salita si fa più importante, il bosco più fitto. E che colori, topini! Sono indescrivibili e impossibili da fotografare nel modo giusto, ma tutto intorno a noi è un’esplosione di giallo intenso, rosso corallo (“Ma come, in montagna?”, direte voi. Ebbene sì!), verde smeraldo, castano… E i profumi che stuzzicano il naso rendono tutto più suggestivo.

Il suolo è un mare di foglie, le zampe ci affondano dentro e ci si sguazza volentieri. E quante castagne! Sono una più bella e succulenta dell’altra, ma oggi le lasciamo a qualcun altro, non abbiamo tempo di fermarci a raccoglierle, perché dobbiamo continuare a salire.

Mentre passeggiamo, non possiamo fare a meno di accorgerci dell’antica presenza dell’uomo in questi territori: ovunque, nel bel mezzo del bosco, ci sono maixei (muretti a secco) e ruderi di antiche abitazioni. Che ci si creda o no, questi luoghi erano abitati e conosciuti, non è difficile pensare alla ricchezza che potevano offrire il terreno e gli alberi circostanti. I generosi castagni, infatti, erano chiamati “alberi del pane”, talmente erano (e sono) apprezzati dai liguri, e con i loro frutti si poteva fare davvero di tutto!

Incastonato in un nodo del tronco di uno dei tanti castagni, troviamo un piccolo omaggio alla Natura: un volto disegnato nella pietra. Sembra uno spiritello silvano, l’albero lo avrà gradito.

spirito silvano2

Più avanti, dopo una svolta, spicca davanti a noi un grande castagno; sembra una mano gigantesca che rivolge il palmo verso di noi per salutarci, la vedete anche voi?

castagno2

Tutto, intorno a noi, è fonte di meraviglia. Sono molti gli alberi caduti al suolo, alcuni sono davvero dei vecchi giganti abbattuti dalla forza della natura, ma la vita non muore, continua. Dai tronchi riversi al suolo nascono funghi e nuove piante, che attecchiscono sulla vecchia corteccia. E le foglie non sono mai rivolte verso il basso, ma su, in alto: anelano al sole, al cielo, alla Vita. E così dovremo fare anche noi, prendendo esempio da loro, ma questa è un’altra storia.

Nel bosco, di tanto in tanto, spiccano i tronchi alabastrini delle Betulle. Sono altissime, eppure si muovono leggere al passaggio del vento. Le loro chiome ondeggiano, le foglie tremano e sembrano quasi salutarci con gioia. Ha una chioma spettinata, la betulla, o almeno così la vedo io. É un albero a dir poco straordinario, possiamo dire che sia un po’ come una mamma; si prende cura del terreno su cui mette radici e lo prepara per una pianta possente, forte e stabile: la Quercia. Se quest’ultima riesce a prosperare, è proprio grazie alla materna e leggiadra Betulla.

Betulle

Stiamo salendo da un po’, quando iniziamo a vedere le case nel bosco. Com’è strano pensare alla vita di un tempo e confrontarla alla nostra frenetica e tecnologica modernità! Pietra su pietra, queste abitazioni sono ancora qui, suggestive e perfette. Solo gli interni sono crollati, qualche volta anche il tetto di ciappe di ardesia ha dei cedimenti, ma la struttura resta intatta, resiste alle intemperie e all’incuria. Non un solo grammo di cemento è stato gettato sulle pareti, ma si reggono bene, come se fossero alberi anche loro.

Ancora più avanti, un cartello ci invita a fare una deviazione e noi non possiamo fare a meno di avventurarci nella direzione indicata, perché… be’, c’è bisogno di dirlo? La foto parla da sola!

Grande Castagno

Si sale un pochino e infine ci si arriva, e il Vecchio Castagno è davvero maestoso, così tanto da incutere un timore reverenziale.

Grande Castagno2

È proprio altissimo, non se ne vede la fine, perché la sua chioma è ampia e rigogliosa. Giriamo intorno a lui, meravigliati, e ci vuole un po’ per fare tutto il giro. Chissà quanti anni avrà! Sarà sicuramente secolare. Una panchina naturale è stata ricavata da una delle sue propaggini, crollata al suolo, e noi ci fermiamo a riflettere e a godere della sua pace e protezione per un po’, poi riprendiamo il sentiero maestro. Siamo a 1015 metri sopra il livello del mare quando raggiungiamo la prima tappa della nostra gita, Case Goeta.

Proseguendo ancora un po’, sempre in salita, il bosco si apre e ci ritroviamo nei pressi di un ampio prato che offre una vista mozzafiato sui monti circostanti. C’è un albero di mele che spande la sua fragranza nell’aria, è un profumo dolce, intenso e viene voglia di cogliere un frutto dai suoi rami per sentirne lo zucchero sulla lingua, ma sono troppo maturi, ormai, non ne vale la pena. Qui prevale la macchia mediterranea, c’è la lavanda, ancora fiorita nonostante non sia più il suo tempo, e poi il timo, la ginestra, il ginepro. Davanti a noi svetta il Gerbonte, l’aria è tersa e calda, nonostante la stagione.

Monte Gerbonte vista panoramica

E allora decidiamo di fermarci lì a pranzare con qualche fetta di pane di Triora, accompagnato da un po’ di formaggio. Era il pranzo ideale di pastori e contadini, e lo è ancora oggi per alcuni, tra queste montagne.

Rifocillatici, riprendiamo il cammino. La vegetazione cambia rapidamente e nel bosco, adesso, padroneggiano il Nocciolo, l’Acero e il Rovere.

La salita si fa più ripida e si arriva a gradini naturali di roccia. Sono massi più grandi di noi e hanno forme che affascinano e rapiscono. Arriviamo, dunque, a un nuovo spazio aperto e da qui riconosciamo Triora, il Passo della Mezzaluna e il Monte Faudo.

Valle Argentina

Concediamo ai nostri occhi di riempirsi di tanta bellezza e poi continuiamo a salire. Colle Belenda è vicino, a dircelo è un cartello.

Colle Belenda

Ancora una volta, la vegetazione si trasforma: il bosco non è più fitto e luminoso, ma rado e scuro. Il terreno è nudo, solo pochi aghi e qualche pigna lo ricoprono. Non ci sono quasi più latifoglie, intorno a noi svetta solo il Pino Silvestre. E che profumo balsamico! L’aria è fredda, siamo saliti bruscamente di quota e si sente.

Il sentiero serpeggia in falso piano, finalmente possiamo riposare un po’ i muscoli stanchi, e a tratti tornano a farci compagnia le latifoglie colorate dalla tavolozza autunnale.

Colle Belenda2

Infine, non ci pare vero, raggiungiamo la nostra destinazione e arriviamo a Colle Belenda, a 1383 metri sul livello del mare! Siamo in un punto mediano tra le Valli Nervia e Argentina.

Fa freddo, si gelano le guance, la punta del naso e le dita, ma siamo contentissimi. Potremmo proseguire sulla strada carrozzabile per Colle Melosa, ma ci fermiamo, perché la discesa sarà faticosa al pari della salita, e per oggi possiamo dirci soddisfatti!

Un saluto nebbioso,

la vostra Pigmy.

Note tecniche del percorso:

  • Livello: escursionistico
  • Dislivello: 727 mt

Dislivello sentiero

  • Chilometri percorsi: 8,4 km circa.
  • Durata: 5 ore circa con le soste, 4 ore a passo sostenuto senza soste.