La spettacolare fioritura dei Rododendri sul Saccarello

Allora Topi,

intanto, per cominciare bene questo magnifico tour, dovrete tener presente una cosa: ogni immagine che vedrete di questo post, contenente delle macchie scure di vegetazione sul verde brillante dei monti, immaginatela completamente… rosa!

Rosa! Sì! Perché oggi vi porto sulla cima più alta della Liguria, sul Monte Saccarello, a 2.202 mt di altitudine per mostrarvi le straordinarie fioriture dei Rododendri selvatici che ricoprono gran parte dei pascoli di queste montagne.

Uno spettacolo unico e dalla bellezza indescrivibile del quale si può godere durante i mesi di Maggio e Giugno.

Infatti, come vi anticipavo, molti Rododendri non erano ancora sbocciati quando ho fatto le foto e non è che posso salire sul Saccarello tutte le settimane (!) quindi… con un po’ di fantasia, come vi ho suggerito, colorate di rosa quei cespugli non ancora in fiore. Oppure, zampe in spalla, recatevi di persona nel – paese delle meraviglie -!

In realtà non troverete distese infinite di questi fiori sulla cima di questo monte ma, naturalmente, tutto intorno e sulle sue pendici.

Sono su un confine. Da una parte posso ammirare la bellissima Val Tanarello, i paesi di Monesi e Piaggia e le dolci sfumature che li circondano, dall’altra parte posso provare vertiginose sensazioni osservando la Valle Argentina, più severa ma altrettanto splendida e i paesi di Verdeggia, Realdo e Carmeli.

Nonostante il mio anticipo, posso comunque mostrarvi questa tinta sgargiante che ha già iniziato a manifestarsi rendendo questo ambiente fantastico.

Permettetemi di descrivervela.

I miei occhi e il mio cuore non vedono l’ora di condividere con voi questo spettacolo!

Nel momento in cui i Larici si rivestono di tenerissimi aghi impalpabili, colorati di un verde molto chiaro e parecchi animali fanno capolino dopo il lungo letargo invernale, ecco che assieme alla Genzianella, ai Botton d’Oro, al Camedrio Alpino e al Non Ti Scordar Di Me, i Rododendri (Rhododendron ferrugineum) iniziano pian piano a sbocciare.

Il nome scientifico di questo splendido fiore riporta al rosso del Ferro e, infatti, le loro foglie, in alcuni periodi dell’anno, appaiono di color ruggine.

Il Rododendro è la pianta preferita dai Galli Forcelli o Fagiani di Monte, i quali si nascondono dentro a questi cespugli per poi uscire all’improvviso facendo spaventare chiunque stia camminando sereno per i sentieri montani.

Questo fiore ha un significato davvero importante: simboleggia il riuscire a intravedere le insidie e gli inganni della vita e, eventualmente, di chi ci circonda e crediamo erroneamente totalmente onesto.

Questo messaggio deriva da alcune specie di Rododendro che sono tossiche ma nessuno lo direbbe mai vista la loro bellezza che abbaglia.

Questo è il momento in cui i Grifoni fanno ritorno da paesi lontani e sorvolano l’intera Catena Montuosa del Saccarello ora vestita di rosa.

Passeranno qui tutta l’estate e la loro presenza contribuisce a rendere queste vette davvero speciali.

La statua del Redentore è immersa tra pascoli colorati e panorami che lasciano senza fiato. In estate, questi pascoli sono vissuti dai greggi che i pastori portano in alta quota e il cibo, a quel bestiame, non manca di certo.

Il rosa non è l’unico protagonista di questa bellezza.

I profili di queste montagne sono spettacolari.

Le rocce bianche, le conifere ritte come soldatini, gli uccellini festosi.

Questo angolo di mondo è ovviamente stupefacente anche in inverno ma in primavera, con tutte quelle tinte vivaci, si mostra come una fiaba.

Percorrendo i crinali dal Saccarello a Cima Garlenda si cammina su un morbido tappeto di velluto. Questa tenera erbetta è una leccornia per i Camosci che vivono qui e non aspettavano altro.

Ma questa è terra anche di predatori che non giungono solo dal cielo come le Aquile Reali che, in primavera, mirano ai piccoli Capretti… bensì anche da terra. Sono i Lupi.

Terra bella e selvaggia.

Qui la natura pullula di vita… di nuova vita e questa rinascita è palpabile sotto ogni suo aspetto.

Questi monti parlano e raccontano di quanta bellezza c’è a questo mondo e non si può rimanere indifferenti davanti a tanto splendore.

Ogni volta che vengo qui mi sento fortunata. E’ come essere in un luogo terapeutico che fa del bene al fisico e allo spirito.

Perciò… no… sicuramente non posso venire quassù tutte le settimane, perchè la Valle Argentina voglio farvela conoscere tutta quanta… ma di certo, questa è una zona che mi vede spessissimo sgattaiolare tra i suoi prati infiniti.

E spero tanto che vi sia piaciuto sgattaiolare con me.

Vi aspetto per il prossimo magico luogo nel quale vi porterò. Nel frattempo, se potete, seguite il mio consiglio: non perdetevi queste fioriture! Andate a godervele dal vivo.

Un bacio, la vostra Topina.

La Madonnina di Nonna Amalia

Cari Topi,

sapete bene che della mia Valle amo raccontare qualsiasi cosa persino le vicissitudini e le avventure di chi ci ha preceduto.

Alcuni fatti mi intrigano parecchio e mi incanto sempre ascoltando certe testimonianze. Per questo mi fa piacere condividerle con voi.

Oggi andremo sopra l’abitato di Corte e, più precisamente, in una zona chiamata “Loggia”.

E’ un luogo bellissimo che permette l’accesso al cuore della Valle Argentina e ci si trova velocemente alle pendici di tutti i monti principali della Catena Montuosa del Saccarello.

Sarà una strada ben tenuta, ampia e sterrata, a portarmi qui.

Una strada che percorro sempre, circondata da piccoli uccellini, Corvi e Cuculi.

Da qui si raggiunge anche Rocca delle Penne, uno sperone roccioso assai noto nella mia zona. Vissuto da Lupi, Cinghiali e Caprioli.

E’ una zona selvaggia. Non aspettatevi sentieri facili da percorrere, molto spesso si avanza grazie agli “sbreghi”, cioè i tagli, che creano gli animali al loro passaggio. Tagli che non sono adatti a tutti.

Nella conca, in cui ci si trova alla fine dello sterrato principale, prima di inerpicarsi su per le montagne, si nota un bel casone il quale è stato costruito anticamente proprio sulle rive del torrente.

Ricordate tutti cosa è accaduto la notte tra il 2 e il 3 Ottobre del 2020 vero? Esatto, una tremenda alluvione, creata dalla tempesta Alex, ha distrutto tantissime case, strade e boschi della Liguria di Ponente, senza risparmiare la Valle Argentina.

La Foresta dei Labari, che si trova esattamente sotto “Loggia” non sembrava neanche più lei. I grandi massi bianchi si erano spostati rotolando via, gli alberi caduti, i sentieri perduti. Tutto era franato.

In quel luogo si poteva ben vedere il devasto di una Natura che spaventa chiunque.

Persino il pastore perse la stalla, molti animali subirono le conseguenze di quella violenza; io stessa, al sicuro nella mia tana, ero spaventatissima ma, quel casone, che come ripeto è esattamente sul torrente, non subì alcun danno.

Com’è stato possibile?

Quando ho parlato con il proprietario di quello che era accaduto, guardando la devastazione che regnava attorno a noi in un silenzio disarmante, tra un sorriso e uno sguardo d’intesa mi ha indicato una piccola cavità proprio di fronte a quella dimora, dall’altra parte del grande rio.

Nemmeno lui sa se sia possibile o no ma gli piace affettuosamente credere che, forse, il merito è anche di quella statuetta che brilla nell’oscurità della grotta.

Una splendida Madonnina bianca e azzurra se ne sta lì dentro, protetta dalle pareti rocciose a sorvegliare quella casa a lei cara.

Cara perché, questa Madonnina, apparteneva alla nonna del proprietario: Nonna Amalia.

Una donna molto buona, la quale era affezionatissima a quella statua e la teneva in camera da letto.

Vi svelerò anche un piccolo segreto su questa straordinaria Nonnina… è persino stata ospite del – Maurizio Costanzo Show -! Si! Da non credere!

Il nipote e io abbiamo molto di cui parlare mi sa…

Quando Nonna Amalia morì, i nipoti non se la sentirono di buttare quella rappresentazione di Maria e quindi decisero di posizionarla in quel pertugio con lo sguardo rivolto verso il casone.

Beh… pare proprio che il loro gesto li abbia premiati e soprattutto salvati. La Madonna, o forse proprio Nonna Amalia, hanno protetto quel luogo caro.

Un luogo che è come una tappa obbligatoria. Non si può passare di lì senza rivolgere uno sguardo a quella piccola grotta tra i massi.

Questi racconti mi emozionano sempre, non c’è niente di più bello che riportare alla luce ciò che è stato nel cuore di chi ancora vive con noi.

Ora però devo lasciarvi, ho ancora molto da sapere su Nonna Amalia e su tante altre storie della mia Valle che voglio condividere con voi.

Vi mando quindi uno squitbacio e vi aspetto per il prossimo racconto!

La vita di Rio Infernetto

Al di sopra delle porte dell’antico Monte Gerbonte (1727 mt) tra le falesie di una delle zone più impervie dell’Alta Valle Argentina, nasce un Rio al quale sono molto affezionata in quanto attraversa luoghi splendidi del mio mondo e seguirlo è sempre una meraviglia.

Nasce tra rocce severe, accarezzando scogli grigi, ma il suo percorso offre poi scenari davvero particolari che ogni volta mi incantano.

Sono diversi tra loro, a volte dolci e morbidi, a volte rudi e spogli ed è difficile far ritorno alla propria tana quando si è nei pressi delle sue acque che rapiscono l’animo.

Si tratta di Rio Infernetto che taglia il sentiero dei Parvaglioni (e cioè dei Larici Monumentali della Foresta del Gerbonte) dando vita ad una natura florida e spettacolare.

Ma ci sono punti in cui attraversa rocce aguzze e sporgenti, austere e taglienti.

Le attraversa placido, con le sue acque linde, per poi tuffarsi in cascatelle impetuose come a dare maggior vita a se stesso e al Creato che lo circonda.

Lo si può infatti incontrare calmo, a formare pozze, oppure vivace, mentre allegramente scavalca grandi massi, sorpassa ponti, si infila in canali di pietra e bagna rive.

Rio Infernetto è tutto questo e anche di più.

Splendido, in qualsiasi stagione dell’anno.

Il punto che preferisco è il suo arrivo dove forma una piccola laguna che in estate è abitata dai Gerridi (i Ragni d’acqua) e le Libellule.

Una laguna cangiante, dalla bellezza che lascia senza fiato sia in estate che in inverno.

Qui l’acqua è così trasparente che si può vedere il fondale e diverse piante scendono a cascata a far da cornice.

Le rocce le danno una forma circolare ed è come essere in un piccolo paradiso.

Il silenzio avvolge, rotto soltanto dal canto di qualche uccellino cordiale.

Trovo molto divertente il modo di fare di questo rio.

In alcuni tratti luccica al sole come a volersi far ammirare in tutto il suo splendore, altre volte invece appare cupo, sembra voler nascondere qualche misterioso segreto che solo chi lo ama profondamente può scoprire.

Sa nutrire ma anche proteggere.

Grazie a lui, molta natura viene alimentata e sono tante le esistenze che prendono vita grazie al suo scorrere perpetuo.

Fiori di ogni tipo spuntano per primi già nei mesi ancora freddi per lasciare poi il posto a quelli più grandi e colorati dell’estate.

Un ciclo che si ripete manifestando la bellezza della Natura.

Enormi foglie sembrano ninfee e molte creature del bosco si abbeverano mentre lui scende a Valle sereno.

Le rane depongono le loro uova nei suoi piccoli laghetti. A loro basta un palmo di acqua e, in certi punti, Rio Infernetto è proprio la tana ideale per anfibi e rettili acquatici.

Anche il Gambero di fiume adora questo piccolo torrente perché offre nascondigli adatti alla vita che conduce questo raro crostaceo d’acqua dolce. Raro perché, purtroppo, non ce n’è più una quantità come un tempo ma qui, gli esemplari rimasti, riescono ad ottenere il loro habitat ideale per vivere e riprodursi.

Amano infatti nascondersi e avere angolini bui dove stare tranquilli e adorano anche una certa vegetazione.

A proposito di questo il Rio Infernetto cambia persino colore sapete?

Il muschio e le alghe gli conferiscono sfumature uniche.

Ci sono zone in cui la sua acqua sembra azzurra come il cielo e nei suoi abissi diventa blu cobalto… ma in altri punti invece è verde come gli smeraldi.

Le rocce si specchiano in lui grazie alla sua limpidezza.

Nascendo tra le alte vette che circondano Borniga, osservando i Bastioni rocciosi del Monte Gerbonte, non può certo inquinarsi.

Lì tutto è arido, pulito, roccia pura, ricca di minerali.

Luoghi in cui un tempo vivevano uomini primitivi in profonde grotte e, oggi, queste montagne, sono vissute solo dagli animali più agili e selvatici.

Dove passa Rio Infernetto tutto è selvatico.

E’ sicuramente una delle parti più selvagge della Valle. L’Alta Valle Argentina. Ed è di una bellezza mozzafiato.

Questo rio incontra il Torrente Argentina poco prima del paese di Creppo.

Al di sopra di alcune delle sue incredibili forre si può vedere gran parte della vallata manifestarsi a Sud, verso Loreto, e il panorama è incredibile.

Dona libertà, senso dell’infinito. Permette di vedere le mie amate montagne.

Sono sempre felice quando giungo nei pressi di questo torrentello.

E’ la vita che si mostra e illumina il mondo.

Fa questo effetto anche a voi vero?

Ma ora vi mando un bacio Topi!

Ci vediamo alla prossima meraviglia della Valle! A presto!

Sul selvaggio Bric dei Corvi

Pronti per il selvaggio Topi?

Ottimo, perché oggi vi porto in un luogo davvero “barbaro” anche se, ovviamente, stupendo!

No, tranquilli, non è difficile da raggiungere. E’ il mondo che mostra ad essere severo, arido, ricco di alte falesie, di grandi rocce nude, di burroni, di arbusti intricati… è un pezzo di Valle che lascia senza fiato per via di quella Natura incredibile, austera e meravigliosa al tempo stesso, abbracciata da panorami mozzafiato.

Andiamo sul Bric dei Corvi… nessun nome fu più azzeccato.

Il Corvo Imperiale è un grande uccello nero molto presente in Valle Argentina e sorvola le più alte vette.

Tra questi faraglioni e pietraie, dove i rapaci più impavidi ricercano cibo e gridano nell’azzurro del cielo, i Corvi accompagnano con il loro gracchiare la mia passeggiata.

Su Bric dei Corvi ci si arriva direttamente da Borniga facendo poca strada oppure, come ho fatto io, da Borniga si scende prima a Bric Castellaccio e si risale a Bric dei Corvi percorrendo un anello.

Ho preferito fare così per allungare il mio cammino, osservare più meraviglia e passare tra gli antichi ruderi di Borniga Sottana, un’antica frazione che oggi non esiste più, ma è bello vedere dove vivevano un tempo i nostri predecessori e osservare dove costruivano i terrazzamenti che gli permettevano di coltivare, di tenere il bestiame e riporre provviste per uomini e animali.

Inoltre, posso a lungo godermi il mio caro Monte Gerbonte che regna sovrano in quello spendore, mostrando la sua imponenza e la sua secolare foresta.

Da Bric Castellaccio, dopo aver osservato una Sella (Tholos) e cioè un riparo d’altri tempi simile ai Nuraghi sardi, ai Trulli pugliesi o alle Casite dell’Istria, inizio a salire percorrendo un sentiero pietroso e aperto che mi dona una vista spettacolare sull’Alta Valle Argentina.

Passo anche sotto a qualche Roverella ma cammino per lo più in spazi aperti dove il sole di questa bellissima giornata mi scalda anche la coda.

Come al solito, qualche Cincia e qualche Fringuello, incuriositi dal mio passare, mi cantano dolci canzoni da sopra i rami.  

I ruderi della vecchia Borniga posso vederli subito affacciandomi da un crinale che fa venire i brividi. La Valle sembra molto profonda da qui ed è come toccare il cielo con un dito.

Le fasce sono pulite si contraddistinguono bene.

Sono delle linee, perfettamente orizzontali, sulla montagna. L’erba è chiara in questa stagione e le pietre dei muretti fuoriescono da quelle tonalità ancora invernali proponendosi agli occhi di chi guarda.

Continuo a salire avvicinandomi a quella parete tratteggiata. Le costruzioni in pietra mostrano una forma cubica e non sono piccole. Alcune sono anche unite tra di loro.

Sopra la mia testa c’è invece la nuova Borniga e io la sto raggiungendo per poi salire sul Bric dei Corvi.

Passo per un sentierino stretto sorpassando rocce nude che sovrastano arbusti.

Tra di loro si nascondono le prime Lucertoline coraggiose che cercano di scaldarsi dopo la stasi invernale. Sono furbe e veloci anche se ancora assonnate.

Bric dei Corvi appare frastagliato come un diamante grezzo che ancora deve essere lavorato.

La vetta del Bric (1260 mt) è inconfondile. Il mio amico Harald Philipp, noto biker (mtb) della Valle Argentina, ha posizionato su di lui delle colorate bandierine tibetane rendendo quel luogo ancora più affascinante.

Una colonna di pietre a forma di cupola arricchisce quello che oggi appare come un sereno santuario di preghiera e tutto infonde calma e pace.

Mi incanto guardandomi attorno.

La sella di Collardente si palesa con la sua fila di alberi messi ben in riga. Sembra la cresta di un gigante con i capelli a spazzola. E’ bellissima.

Davanti a lei il Saccarello e poi il continuo della Catena Montuosa principale della mia Valle.

Molti dei miei monti sono qui, attorno a me.

Posso anche vedere Bric Castellaccio, lo spunzone di roccia sul quale mi trovavo prima. Rimane in basso adesso e, da qui, ne posso vedere la forma a panettone.

Altri denti rocciosi si innalzano nel vuoto, sono appuntiti, nudi e mostrano tutta la severità delle rocce più dure.

Sono in un luogo bellissimo, quasi mistico, e intendo godermelo fino in fondo.

Quindi… me ne starò un po’ in questo silenzio adesso.

Vi mando un bacio, ci vediamo al prossimo articolo!

Squit!

Particolari emozioni tra i ruderi di Drondo Inferiore

Che meraviglia! Che meraviglia! Oggi Topi vi porto in un luogo che considero fantastico!

Molte volte vi chiedo di seguirmi in zone della Valle che raccontano di una vita passata che non esiste più. Spesso si tratta di avvenimenti militari, leggende legate alla stregoneria, il significativo operato di personaggi religiosi ma, oggi, tutto questo non c’entra.

Non c’entra perché questa volta andiamo a vivere “semplicemente” quella che era la vita in Valle Argentina fino agli anni del dopoguerra. Una vita fatta di contadini, terrazzamenti, la quotidianità di un tempo, il sole, le case di pietra…

E che sensazioni indescrivibili ci aspettano!

Credetemi… non posso non immaginare una donna, con la sua pitocca scura e u fudà (il grembiule) infornare del buon pane nel forno comune, non posso non immaginare un uomo uscire al mattino per dirigersi nei suoi campi; piedi che affondano in questo tappeto di foglie secche e ricciolute, sacchi di patate riposti nelle caselle, grida di richiamo da una fascia all’altra che echeggiano per tutto il fondovalle.

E’ impossibile non fantasticar su tutto questo e sapete perché? Perché andiamo a Drondo Inferiore cari amici! E questo significa fare un salto in un passato che poche volte si mostra così evidente.

Drondo Inferiore, oggi completamente disabitato e riconoscibile solo grazie ai ruderi rimanenti, è una piccola frazione di Creppo che sorge nei pressi delle pendici del Monte Gerbonte.

Siamo in Alta Valle Argentina e il termine – Inferiore – ci fa capire che sicuramente c’è anche una parte più sopra chiamata – Superiore – e infatti è proprio così. Di quest’ultima zona resta però davvero pochissimo, per questo vi porto prima qui, in zona Sottana. L’altro Drondo ve lo farò conoscere un’altra volta.

Per arrivare in questo nucleo fantasma serve prendere il sentiero che scende dalla strada principale subito dopo Creppo oppure, proprio da Creppo, prendere la mulattiera che và verso il torrente e si congiunge poi con questa stradina in mezzo al bosco nella quale camminiamo oggi.

Si tratta di un bosco meraviglioso. Faggi, Noccioli e Abeti mi circondano ma sono, senza ombra di dubbio, i maestosi Castagni secolari ad attirare maggiormente la mia attenzione. Non bastano cinque uomini per abbracciarli sapete?

Sì, alcuni sono davvero enormi e rinfrescati da Muschio e Felci.

Altri invece sono molto vecchi, secchi e sono stati attaccati da funghi e parassiti. Sulla loro corteccia generosa zampettano insetti di ogni tipo e parecchi uccelli e roditori hanno costruito la loro tana.

E’ un bosco magico. La Primavera esulta attraverso Violette, Anemoni e Primule e il sentiero è pulito e pianeggiante. Adatto a chiunque.

Tutti quegli alberi sembrano schiere di soldatini messi in fila e, grazie a diverse indicazioni, capisco che da qui posso dirigermi in diversi luoghi.

Potrei andare sulla vetta del Gerbonte o a Borniga, potrei tornare verso Creppo e ammirare il suo ponte antico oppure, come ho detto, proseguire per Drondo attraversando il Rio Infernetto che mi accompagna strada facendo.

Il suono delle sue acque che scorrono sembra a volte silenziato dal canto degli uccelli vivaci che vivono in questa fitta macchia e non stanno zitti un secondo!

Santa Topa, non riesco neanche a scrivere con il baccano che fanno… Vabbè, tanto lo sanno che li adoro e se ne approfittano…

Picchi, Cince, Ghiandaie e Fringuelli se la cantano allegri che è un piacere ma, più avanti, risalendo verso i confini a Nord della Valle, lasceranno il posto a Gheppi, Poiane, Falchi e persino ai Bianconi nella giusta stagione.

Anche Drondo ha un suo ponte e devo attraversarlo per arrivare alle case ma, qui, una sosta è d’obbligo.

L’acqua che scorre sotto di lui è quieta e passa tra grandi massi brillando sotto il sole.

E’ un ponte in pietra così come le fasce che posso iniziare a intravedere.

L’edicola di una Madonnina avvisa che si sta giungendo a un centro abitato dove, un tempo, poteva ricevere preghiere da chi, ogni dì, le passava davanti.

Anche in muretti che racchiudono queste coltivazioni sono in pietra e, immediatamente, mi faccio domande sulla fatica che è stata consumata per poter avere da mangiare.

Passo sopra a quell’arco sospeso nel vuoto. Ora il sentiero si modifica leggermente.

Dei grossi gradini di pietre e radici mi conducono un po’ più su e la vista di alcuni vecchi ripari mi fa procedere con sempre più entusiasmo. Ci sono quasi.

Attorno a me il verde nuovo gareggia con il marrone dell’autunno scorso che l’inverno non è riuscito a spegnere.

Salgo ancora una rampa, sorpasso qualche tronco sceso che forma portali e…. eccomi!

Le prime case di Drondo si mostrano davanti a me sul ciglio di un corridoio calpestato chissà quante volte, in passato, da chi qui viveva.

Alcune porte sono aperte e io sono elettrizzata.

Ci sono delle inferriate alle finestre, alle poche rimaste, e molti oggetti dentro e fuori queste costruzioni.

Pare che qui la gente abbia vissuto fino alla Seconda Guerra Mondiale ma la presenza di pali della luce e cassette delle lettere indicano anni decisamente più recenti.

Anche la fantasia dei rivestimenti sembra la classica degli anni ’70.

<< E’ permesso?! >> domando a quello che sembra essere il nulla ad un primo sguardo. Non posso entrare perché quelle dimore sono parecchio distrutte e malconce ma posso affacciarmi ai loro usci e non vorrei dar fastidio a Pipistrelli o Merli che si sono appropriati di queste costruzioni.

Letti in legno, a una piazza e mezza come si usava una volta… damigiane, piastrelle, scarpe, armadietti dei medicinali… c’è di tutto e c’è anche tanta tanta natura che adesso ha preso il sopravvento.

L’edera si aggrappa a quei muri con tenacia mostrando tinte vivide e venuzze quasi fosforescenti.

Ma da chi sono state toccate quelle pietre prima del suo nascere? Da un anziano che si appoggiava per riposare prima di riprendere il suo cammino? Da un bimbo che giocava a nascondino con i suoi compagni? Da una signora che ci sbatteva contro la sua ramazza per pulirla?

Grandi alberi sono nati all’interno di questi bareghi (ruderi) e hanno distrutto intere pareti.

I Rovi si sono presi la briga di riattivare il DNA di quel terreno indebolendo così le strutture dell’uomo e la maggior parte dei tetti sono crollati mostrando grosse travi di legno che sembrano in bilico.

Mi faccio largo in mezzo a quella vegetazione e salgo scalini tra le case.

Dove una volta c’erano finestre ora ci sono semplici aperture dalle quali i raggi del sole non faticano ad entrare.

Avrete notato che vi ho nominato il sole già diverse volte e adesso vi spiego il perchè.

Una delle cose che più mi ha rapita, pur conoscendo bene l’intelligenza dei miei predecessori, è proprio osservare come i borghi venivano costruiti in base alla presenza della Grande Stella.

Prima e dopo l’abitato di Drondo il bosco è fitto e la strada curva verso fondovalle costeggiando il rio.

Tutto è ombroso, umido… alte rocce delineano il passaggio di piccole cascatelle, il ghiaccio in certi punti persiste… ma non qui a Drondo, non qui dove sorgono le case che vengono baciate dai raggi del sole per lungo tempo durante la giornata.

Eh… mica stupidi i nostri avi!

Continuo a salire tra quelle rovine e giungo a quella che era la costruzione più importante di un’intera borgata: il Forno.

E’ piccolo ma splendido. Realizzato con mattoni pieni e cemento.

Oggi alcune piante lo stanno ricoprendo ma lui continua ad esistere perfetto e intatto.

Salendo per la stradina che passa dietro a questo forno si possono raggiungere Drondo Superiore e Borniga mentre continuando per il sentiero si arriva sulle rive del Rio Infernetto.

Diversi terrazzamenti pianeggianti, un tempo coltivati, mi accolgono. Ci sono parecchi alberi anche qui. Le punte più tenere dei loro piccoli rami appaiono rosicchiate, probabilmente sono tanti i Caprioli che frequentano questo paradiso.

Oltrepassando quelli che erano gli orti di Drondo giungo al rio e alzando gli occhi al cielo posso ammirare le alte falesie della mia Valle. Sono spettacolari e abitate da numerosi Camosci.

Avanzo ancora e, dopo essere scesa, adesso risalgo. Mi guardo intorno, sono nel bel mezzo di un territorio incredibilmente selvaggio. Il Gerbonte si staglia davanti a me, ci sono delle grotte tra le rocce nude e poi ginestre, foglie dorate, sassi bianchi.

Starei qui per ore ma, per oggi, il mio topotour è giunto al termine. Devo far ritorno in tana.

Girandomi per tornare posso vedere Creppo. Da qui non l’avevo mai visto. E’ bellissimo. Una manciata di case sul crinale di una montagna.

Non è lontano. Posso raggiungerlo in poco tempo.

E allora, con un goccio di dispiacere, lascio questo luogo antico e disabitato ma ancora pieno di vita. Una vita sottile da percepire.

Grazie Drondo per le belle emozioni che mi hai regalato nonostante il silenzio (assai apprezzato) che ti avvolge.

Però voi adesso non restate fermi a fare i patetici, dovete prepararvi per la prossima passeggiata che percorreremo a breve.

Su su! Forza… andate a sistemarvi che arrivo e partiamo!

Squit!

Monte Corma – la Natura che avvolge

Oggi Topi sconfiniamo un pochino…

Andiamo su un monte che si trova sul confine della Valle Argentina ma è in realtà già in Val Nervia.

Andiamo sul Monte Corma.

Non è considerato altissimo ma raggiunge i 1.556 mt. con la sua vetta boschiva e frastagliata ed è davvero particolare.

Avete voglia di un contatto “ravvicinato” con la Natura senza faticare troppo? Volete vedere da vicino Funghi, Insetti, Piante, panorami e quant’altro? Questo è il posto che fa per voi.

Per raggiungerlo serve arrivare a Colla Melosa. Il Monte Corma è il rilievo che vedete proprio dietro il noto Rifugio Franco Allavena.

Attorno a lui si sviluppano altri rilievi, come Colle della Sella, sui quali Gracchi e Camosci conducono la loro vita in totale libertà tra rocce nude, boschi di Larici e antichi sentieri militari.

In Base alle annate potete trovare molta neve, d’inverno, da queste parti.

Da Molini di Triora basta seguire le indicazioni per Carmo Langan e una volta raggiunto il bivio “Pigna – Colla Melosa” occorre salire appunto verso Melosa, a destra.

Siamo vicini alla Diga di Tenarda e, di fronte a noi, si stagliano il Monte Toraggio, con le sue guglie aguzze (1.973 mt) il Monte Pietravecchia, un monte assai antico (2.038 mt) e il Monte Grai che lo si riconosce bene con il suo Rifugio del C.A.I. incastonato quasi in cima alla vetta (2.012 mt).

E’ un sentiero che costeggia il Rifugio Allavena a condurre sul Monte Corma.

Un sentiero pianeggiante e adatto a chiunque, persino ai Topini.

L’erba soffice posso percepirla bene sotto le zampe e la terra mi accoglie ricca di ciuffi che delineano il sottobosco.

Le conifere mi circondano e, alla fine dell’estate, qui, si può persino trovare qualche Amanita Muscaria conosciuta anche con il nome di Ovolo Malefico. E’ appariscente ma velenosissima, fate attenzione.

Il rosso delle bacche di Sorbo selvatico è l’unico colore che ravviva in questo corridoio.

Questa zona è spesso umida a causa della nebbia e della foschia che possono sorgere anche durante i periodi più caldi, salendo dall’abisso che circonda il Monte.

Gli alberi sembrano enormi spade conficcate nel terreno. Spade dalle else ben adornate, spade di antichi giganti e grandi Re.

I Licheni, assai presenti sulle cortecce di queste alte piante, che hanno il compito di mantenere l’idratazione della pianta, non fanno molta fatica a svolgere il loro lavoro.  

Una volta raggiunta la cima del monte si ha una visione spettacolare sul Toraggio e sul Pietravecchia ma è molto pericoloso affacciarsi da qui anche se il panorama chiama.

Il dirupo è formato da rocce, arbusti e rovi che possono tradire.

Si può vedere anche il Vallone dei Camosci, così chiamato proprio per via della presenza di queste splendide creature che vi ho nominato prima ma, come ho già detto, è bene essere molto prudenti.

Meglio starsene al di qua della staccionata, nella radura, o seduti su questa particolare panchina in legno che permette di godere della pace e dell’atmosfera tranquilla che avvolge questo luogo.

Un’atmosfera resa davvero particolare soprattutto dalla presenza di numerosi formicai che assomigliano molto a quelli che si possono trovare sul Monte Gerbonte.

Si tratta di formicai veramente grandi. Incredibilmente grandi. Spesso a forma di cupola.

Le Formiche, se non erro, appartengono alla specie Carpentiere (Camponotus ligniperda). Sono enormi anche loro. Con il torace rosso e la testa e il ventre neri.

Gli aghi dei Pini e la terra diventano i materiali principali per costruire queste grandi tane… decisamente più grosse della mia!

Su di loro c’è un viavai impressionante. Lo sapete che pare ci siano all’incirca 1.000.000 di Formiche per ogni essere umano sul Pianeta Terra? Sì! E pare anche che il peso di tutte le Formiche del mondo equivale al peso della popolazione umana mondiale. Questi dati sono stupefacenti ma qui, sul Monte Corma, posso iniziare a capire cosa significhino questi calcoli.

Ho davanti ai miei occhi delle quantità eccezionali di questi insetti.

Non abbiate comunque fastidio o timore. Se ne stanno pacifiche accanto ai loro formicai. Saranno altri gli insetti che verranno a curiosare per vedere chi siete… ma sono innocui – Parola di Topina -.

D’altronde, sul Monte Corma, il sottobosco è veramente molto ricco.

Il Monte Corma offre passeggiate in tranquillità adatte a tutta la famiglia e offre anche soste all’interno del bosco per ristorarsi della bellezza che circonda.

Alcuni tronchi sembrano troni adatti a Topine Regine e quando si sta seduti lì, nel silenzio, non è difficile scorgere qualche Poiana appollaiata sui rami più alti di quei Larici che fanno ombra.

Infatti, ora… io mi riposerò un po’ ma voi no! Preparatevi immediatamente per il prossimo tour perché sarà magnifico e in Valle Argentina!

Io vi mando un topobacio e vi aspetto…

Case Carmeli: un nido in Valle Argentina

Si ritorna a viaggiare per la mia splendida Valle e a scoprire luoghi magici dal profumo antico che affascina e lascia di stucco. Come ad essere in un’altra dimensione.

Sono incantata e non vedo l’ora di condividere con voi questa gioia. Non accadeva da tanto tempo, visto il mio lungo letargo… abbiate pazienza… però, ora, seguitemi perché un posto fiabesco vi attende per mostrarsi in tutta la sua umile ma attraente bellezza.

Un posto che non vi concederà di venir via tanto facilmente, vi terrà nel suo morbido abbraccio silenzioso e ricco di meraviglia.

Sotto la più nota Realdo, borgo caratteristico e assai suggestivo dell’Alta Valle Argentina, affacciato a strapiombo sulle falesie che incorniciano Rio Sant’Antonio, c’è una piccola frazione che non ha nulla da invidiare alle altre.

E’ circondata dalla pace e da Castagni secolari, da orti ben curati e al di sotto di lei scorrono le limpide acque del Torrente Argentina che ne ravviva l’anima.

Sono a Case Carmeli Topi! E oggi vi porto con me in un tour mozzafiato!

A circa 1.000 mt s.l.m., in un angolo appartato della mia Valle, sboccia un gruppetto di case prevalentemente in pietra, un tempo nido di parecchie persone che si dedicavano soprattutto alla raccolta delle castagne da vendere verso la costa.

Terrazze pianeggianti e pulite, abitate da grandi Castagni, circondano questo minuscolo paesino e accoglievano molti anni fa i mulini dove quei frutti venivano lavorati e trasformati in farina.

C’è persino un campo da bocce sotto l’ombra di questi alberi. Un campo da bocce come se ne vedono molti nei dintorni dei borghi della mia Valle.

Sgattaiolo sopra a quelle foglie che adesso, durante la fredda stagione, dopo essere cadute in autunno, scrocchiano sotto le mie zampe. Un terreno ben diverso da quello che poi troverò tra le dimore, realizzato in ciappe di ardesia come i tetti antichi che qui ancora sorgono.

Tra i terrazzamenti spunta un’edicola bianca dedicata alla Madonna che, negli anni, ha ricevuto diversi restauri. Il culto mariano, nella mia Valle, è sempre presente e mai viene dimenticato.

Man mano che mi avvicino al mucchietto di case sono ora gli orti con la terra arata e soffice ad accogliermi. Orti piccoli ma numerosi e importanti.

Sembrano sistemati da poco e, non so perchè, mi mettono allegria.

Queste piccole distese scure fanno capire che esiste, tutt’oggi, una quotidianità.

Ebbene, che ci crediate o no, da circa tre anni, a Case Carmeli vivono un’arzilla coppietta e un signore che hanno deciso di ripopolare questo luogo anche se, umilmente, raccontano di essere una quantità assai scarsa. Io invece ne sono felicissima e quel numero, considerato “povero” da loro, mi sembra già una ricchezza!

Fino a qualche anno fa, infatti, Carmeli era completamente disabitato. Le persone utilizzavano le loro seconde case solo in estate. E lo fanno ancora ma, oggi, qualcuno ci vive tutto l’anno e ha persino disposto delle – Case Vacanze – per accogliere eventuali ospiti.

Ora, come vi ho preannunciato prima, cammino su questa pavimentazione storica realizzata dalla mano di uomini che costruivano ogni cosa.

Se alzo il muso verso l’alto posso vedere case splendide, ancora ben curate. Verande, balconi e travi riempiono i miei occhi. E non mancano i messaggi di “Benvenuto” vicino alle porte d’ingresso. Qui, sono tutti cordiali.

Arrivati a Case Carmeli ad accogliervi saranno i padroni del paese e cioè gattini dall’espressione furba che lì vivono felici e liberi formando una simpaticissima gang. Sono abbastanza socievoli ma anche guardinghi e io, che sono un Topo, devo dire che apprezzo il loro osservarmi da lontano e avvicinarsi con estrema cautela.

A dire il vero, arrivando dalla stradina principale, comoda e asfaltata, la prima cosa che vedrete sarà una fontana in pietra, con una tettoia in legno.

Si tratta di una fontana dedicata a Edoardo Alberti, un anziano muratore della Valle Argentina, nato a Realdo e considerato una memoria storica.

Poi ecco lo svolgersi del borgo. Il sole lo bacia ovunque.

Illumina anche gli attrezzi per coltivare, le ringhiere che proteggono, le canne e i bastoni che servono nelle campagne.

Gli arnesi sono appoggiati ai muri. Alcuni sono arrugginiti mentre altri sembrano essere stati sempre usati. C’è davvero di tutto: seghe, rastrelli, imbuti, mestoli, vanghe, carriole…

Solo alcuni carruggi restano in ombra. Sono carruggi brevi, fatti di scale e antri.

Diverse porte in legno conducono a delle cantine.

Al posto della ringhiera, una grossa corda è utilizzata come scorrimano. Per non cadere. I gradini sono ripidi in effetti.

Troviamo ancora qualcosa dedicato alla Vergine Maria accompagnato da una frase assai conosciuta nel mio mondo: “Oh passegger che passi in questa via volgi lo sguardo a salutar Maria”.

A volte si legge anche: “Oh pellegrin che passi da ‘sta via, non ti scordar di salutar Maria”… il significato non cambia.

A Carmeli ci sono una piccola piazzetta, aiuole e vasi ovunque, staccionate e… i miei adorati monti tutt’intorno.

Al di sopra di quei tetti, laggiù in fondo, posso ben vedere, stagliati contro il cielo, la statua del Redentore e il Monte Saccarello che svettano sopra Verdeggia, ultimo paese della Valle Argentina.

Così vicina alle mie montagne, questa frazione, regala scorci davvero particolari e penso riesca a farlo in ogni stagione dell’anno essendo già bellissima in inverno, periodo dai colori più spenti e opachi.

Sulle rive del piccolo rio che costeggia Carmeli da un lato, cioè Rio Paves, la Natura è già desta e vispa pur essendo gennaio. Quei raggi luminosi rendono tutto più tiepido e piacevole.

Alcune Lucertoline corrono sulle pietre adesso calde e, con sorpresa, noto persino la presenza di qualche Cincia Bigia abbastanza rara da vedere.

Appare simpaticissima con il ventre bianco e tondo come una pallina e il caschetto nero sulla testa. Il suo “Tciùùùù”, che emette di continuo, mi fa alzare lo sguardo verso il cielo terso e sotto ai balconi degli edifici adiacenti al rio.

Chi alloggia qui ha davvero una splendida vista su un gran pezzo di Valle! Un panorama da invidia! Forse anche la Cincia, dall’alto dei rami spogli, si sta godendo questo spettacolo.

Decido di continuare a guardare meglio e più da vicino quelle case. Le viuzze sono poche ma permettono di raggiungere ogni abitazione.

Non ci vuole molto a girare per tutta la borgata ma sono diversi i punti in cui soffermarsi ad osservare, annusare e immaginare il passato.

Le scale non mancano e sono tutte circondate da erba e fiori che stanno nascendo per festeggiare, in largo anticipo, la primavera.

Intorno a Carmeli, infatti, ci sono già le Violette, la Veronica e tantissime Primule a regnare con il loro giallo che spicca tra quelle tinte marroni.

Queste Primule, nate qua e là, circondano anche il vecchio lavatoio. Oggi di acqua non ce n’è più nelle sue due vasche ma lui è ancora lì, in memoria di mestieri antichi che incuriosiscono.

L’acqua la si può comunque ottenere dalle varie fontanelle che ci sono sparse per il paese. Piccole ma molto caratteristiche.

Anche il lavatoio, raggiungibile grazie ad un breve sentiero, è circondato dai Castagni e da quelle terre silenziose.

Siamo molto vicini alle cave d’Ardesia dell’Alta Valle e la presenza di questa pietra protagonista è assai nota anche qui. I portali, le vie, i gradini, i tetti… tutto la esalta. La si può vedere grezza oppure lavorata.

In Valle è la Regina nera della Natura!

Alcune case hanno più di un piano e parecchie sono state restaurate anche se l’atmosfera è rimasta quella di un tempo.

La maggior parte delle volte sono stati utilizzati materiali naturali per i restauri, come la pietra e il legno. Questo fa sì che il borgo resti affascinante e riporti ai tempi dei nostri nonni.

Notare il fumo di una stufa uscire da un camino e sentire odore di legna nell’aria è stato poi un vero tocco magico che ha completato quella bellezza.

Tra quegli edifici si continua ad affacciarsi sulla Natura che è davvero vicina e sfiora i muretti a secco e le strade. Non solo le rocce severe ma anche i fitti boschi sono proprio a un passo dalle dimore.

Partendo dalla costa, in un’oretta scarsa, si giunge dove il tempo si è fermato.

Ritrovo persino la Lunaria, che qui abbonda. Quando ero ancora una cucciola, la mia Topononna la usava essiccata per abbellire la nostra tana e la chiamava “Le Monete del Papa”.

Non vorrei più andar via da qui ma so che ho ancora tanto da scoprire e tanto da scrivere sulla Valle Argentina quindi mi devo incamminare verso la via del ritorno.

Non perdo l’occasione di guardarmi ancora intorno, come a voler immagazzinare tutto nei miei ricordi e immortalare con lo sguardo quella meraviglia, oltre che con la mia fida macchina topografica.

Quelle case, quelle piccole finestrelle con le persiane in legno chiaro… è come se mi salutassero e mi dessero appuntamento alla prossima…

Persino una Poiana viene a dirmi << Arrivederci! >> volando quieta, sulla mia testa, nel cielo azzurro di questa indimenticabile giornata.

Case Carmeli è un posto che tornerò a frequentare perchè mi è davvero piaciuto molto. E anche salendo a Realdo, o a Verdeggia, o a Borniga non si può non fare una tappa qui.

Ci si passa proprio davanti!

Saluto questo luogo che mi ha accolta splendidamente e a voi prometto che ci vedremo presto per il prossimo tour!

Restate con gli scarponi nelle zampe mi raccomando!

Ciao Carmeli e… a presto Topi!

Squit!

L’Incidente del Junker JU 88 sopra Rocca Barbone

Cari Topi,

finalmente ritorno a scrivere, con immenso piacere, dei luoghi che amo e degli avvenimenti che li riguardano. Ho pensato di ricominciare con un post che da parecchio volevo pubblicare.

Tempo fa vi raccontai di un fatto eccezionale accaduto nella mia Valle il 28 giugno del 1942.

Da come avrete già capito dalla data siamo nel tempo della Seconda Guerra Mondiale e il fatto del quale vi raccontai qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/05/20/lincidente-aereo-contro-rocca-barbone-o-quasi/ tratta di un insolito incidente aereo avvenuto sopra la famosa Rocca Barbone; chiamata da noi della Valle Argentina – Rocca Barbun -.

A quel tempo scrissi un articolo in base ai racconti di un caro topoamico ma, col passar dei mesi, parlando con un altro topo della mia zona, venni a scoprire ulteriori precisazioni sull’accaduto.

Ricapitolando: un aeroplano, più precisamente un bombardiere bimotore ad ala bassa, siglato JUNKER JU 88, costruito dall’azienda tedesca Junkers GmbH intorno agli anni ’30, andò a schiantarsi sopra a Rocca Barbone, più o meno tra le falesie di Garlenda e del Cimonasso. Cioè contro la Catena Montuosa del Saccarello che abbraccia la fine della mia Valle.

Rocca Barbone, come già vi avevo spiegato, è un dente anomalo che cresce al di sotto dei crinali più alti di questo tratto della Liguria di Ponente.

Il pilota, convinto che la Rocca fosse l’ultima altezza da superare, non si accorse che, al di sopra di essa, altre montagne lo stavano attendendo e, ahimè, andò a schiantarsi proprio contro quei crinali impervi.

Il fatto è che vi raccontai che c’era appunto soltanto il pilota. Ebbene, non fu così! I membri dell’equipaggio erano ben quattro. Anzi… tre di sicuro, perché vennero trovati i loro corpi ma l’aereo era a quattro posti e difficilmente non venivano impegnati tutti in quei frangenti.

Questa testimonianza giunge proprio dalla gente di Realdo che si precipitò sul luogo dell’incidente individuando i tedeschi nemici ormai privi di vita.

Ma cosa accadde quando molte persone della Valle, oltre ai realdesi, si recarono in quel luogo? Accadde che – tutto quel materiale – non era certo da buttare via. Siamo in tempo di Guerra Topi, non dimenticatelo, ogni cosa poteva essere o poteva diventare una vera ricchezza.

Alcune parti del velivolo finirono (e ci sono tuttora) nel Museo della Resistenza di Costa (Carpasio) ma altre parti vennero prese e lavorate dalla povera gente che, con quelle, si costruì attrezzi e arnesi per la propria quotidianità.

Si tratta di materiale ottimo, lamiere difficili da trovare e se alcune parti di quell’aeroplano divennero delle porte, altre divennero coperchi per pentole.

Le pentole dei nostri nonni.

Non solo, all’interno di quell’abitacolo si trovarono anche diversi oggetti come: proiettili, sacche, lucchetti… e tutto poteva tornare utile a chi non aveva niente.

Mi sono sentita di precisare questo racconto perché è per noi della Valle davvero un fatto insolito e incredibile. Tenendo anche conto che i fatti riguardanti una Guerra lasciano sempre un gusto particolarmente amaro in bocca.

Ciò non toglie ch’io sia contenta di avervi potuto raccontare, in modo più preciso, questo fatto e per farlo ho utilizzato la splendida conoscenza di Francesco Barucchi che è anche il proprietario delle foto che vedete nell’articolo.

Un uomo che ringrazio tantissimo perché, sulla Valle Argentina, conosce davvero tanti avvenimenti e aneddoti inerenti soprattutto a un tempo che fu e che sarebbe un gran peccato andasse a finire nel dimenticatoio. Quindi tengo molto a questa amicizia.

Io, dopo avervi dato queste precisazioni, vi lascio le immagini da osservare perché vado a preparare un altro post per voi!

Alla prossima e vi prometto che il nuovo articolo parlerà di cose più allegre.

Uno squit bacio!

La foto del velivolo è stata presa da Wikipedia.

Un Ponte per la Pace – in Terra Brigasca

Cari Topi,

forse non tutti sapete che, in Valle Argentina, due paesi, quelli più in alto, verso il confine con la Francia e il Piemonte, sono considerati – brigaschi -. In realtà sono tre perché bisogna tener conto anche di Borniga ma quelli più grandi e più abitati (seppur abbastanza solitari) sono Realdo e Verdeggia, belli e amati.

Alcuni storici dichiarano, però, che Verdeggia non appartenne mai alla cultura brigasca ma essendoci un po’ di disordine in questo mi sento di citare entrambe le versioni. Non dimentichiamoci che, a quanto pare, le radici sono comuni per entrambi i paesi ma, come ben sapete, io non sono uno storico bensì un’allieva sempre vogliosa di imparare.

Da quello che ho capito, la confusione nasce per il fatto che Realdo apparteneva a Briga, prima di passare a Triora nel 1947, mentre Verdeggia è sempre appartenuta a Triora.

Con diversi villaggi, non liguri, come Carnino, Piaggia, Briga e altri, formano l’ultima comunità di terre brigasche esistente. Una comunità assai unita un tempo, unita soprattutto da un linguaggio, il noto dialetto brigasco, diverso da altre parlate e che oggi, purtroppo, si va perdendo.

Si tratta di un dialetto definito “occitano” ma, anche qui, ci sono contrasti in quanto parecchi linguisti affermano che non ha nulla di occitano ma si tratta di un antico linguaggio ligure alpino.

Nonostante questa unione e le loro usanze, nonostante la loro cultura, apprezzata e portata avanti negli anni con orgoglio, si narra che, tra storie reali e qualche leggenda, Realdo e Verdeggia abbiano vissuto un tempo di litigi che li ha visti separarsi al punto da detestarsi come si conviene.

Pare che il tutto sia nato per una questione di terre e confini, in un tempo dove la terra era l’unica fonte di nutrimento e reddito, sia per quel che riguardava la coltivazione sia per i pascoli.

E allora potete ben immaginare cosa accadeva quando, ad esempio, una fanciulla di Realdo si innamorava, corrisposta, di un baldo giovane di Verdeggia. I due poverini potevano vedersi soltanto di nascosto, magari di notte, e magari tra quei boschi meravigliosi che circondano questi due borghi. Sono diversi, infatti, i sentieri che uniscono queste due frazioni passando tra la macchia più fitta.

Un astio che è andato avanti negli anni e, ancora oggi, tra lo scherzo e la realtà, pur avendo mentalità decisamente più aperte, c’è chi fa notare che se si elargisce qualcosa a Realdo, occorre darlo anche a Verdeggia, fosse anche solo un complimento. Me ne guardo bene, infatti, io, a scrivere apprezzamenti soltanto a uno dei due! (Sorrido…).

Stiamo parlando di due villaggi davvero particolari, simili tra loro ma anche assai differenti.

Mentre uno è arroccato e incastonato tra le falesie più severe dell’Alta Valle Argentina, mostrando un carattere rude e sprezzante del pericolo, l’altro si lascia abbracciare dal verde più intenso che c’è, attraverso i profili morbidi della sua personalità. Mentre uno appare impavido e solenne, sull’orlo di un dirupo profondo e brullo, l’altro mostra dolcezza e sensibilità adagiato su un letto smeraldino.

Non è assolutamente così. Le doti descritte le hanno entrambi ma, all’apparenza, sembra proprio di poter godere di tantissime qualità differenti accoppiandoli assieme. Non per niente, uno si chiama Realdo che deriva da “Re Alto” e il nome dice tutto, l’altro invece si chiama Verdeggia che deriva da “Verdeggiante” e, anche in questo caso, il nome è totalmente esplicito.

Per favore, state zitti e non dite assolutamente quale preferite dei due altrimenti succede un quarantotto!

E insomma che questi luoghi magici e storici han litigato dispensandosi screzi a vicenda per molto tempo e restando divisi anche nel loro essere più antico e tradizionale.

Restarono divisi fino al momento in cui decisero, per la gioia di tutta la Valle, di fare la pace. Questo momento fu talmente importante che si decise di far qualcosa per renderlo significativo e ricordato nei tempi a venire.

E cosa poteva esserci di meglio di un Ponte per rimarcare questo giorno solenne?

Ebbene sì, Topi, un vero Ponte venne realizzato proprio prima del bivio che conduce sia a Realdo che a Verdeggia continuando la strada principale in modo da attraversare il Torrente Argentina. A questa struttura venne ovviamente conferito il nome di “Ponte della Pace”. Mai nessun termine fu più adatto.

Come se non bastasse, proprio dal bivio, venne persino posizionato un grosso masso a reggere una targa in memoria del lieto evento. Una targa che recita così (vi traduco quello che è scritto in lingua originale):

Realdo e Verdeggia uniti da tradizioni, modi di fare e parlata a Briga, Morignole, Piaggia, Upega, Carnino e Viozene (sarebbero gli altri paesi brigaschi, non liguri, che vi citavo prima) in ricordo, al segno di Pace, nell’antica origine Occitana

Pensate quindi, questo momento, quanto fu significativo.

E che luogo stupendo è questo. Il Ponte, breve e diritto, vive tra una vegetazione florida.

Il grande masso è sempre circondato da tante Farfalline.

Se si alzano gli occhi al cielo si può vedere il Monte Saccarello che sovrasta Verdeggia e si nota anche la bellezza austera di Rocca Barbone.

E’ piacevole ritrovare con lo sguardo i monti dai quali siamo abituati a lasciarci abbracciare.

Questo Ponte, oggi asfaltato, passa sopra al torrente rigoglioso, giovane, dalle acque fresche e limpide.

La quiete del luogo è rotta proprio dal rumore delle sue cascatelle che però, naturalmente, non disturbano affatto, anzi… Al di sotto di questa struttura, si possono anche notare diverse pozze d’acqua che, placide, bagnano cespugli e massi chiari.

Il canto degli uccellini più piccoli è vivace mentre il volo delle Poiane che sorvolano questa zona è silenzioso e lento.

Lento come lo scorrere del tempo che qui non ha fretta. Sia Realdo che Verdeggia, infatti, sono due paesi dove è assai facile ritrovare il benessere, la serenità e la gioia per la vita e per la Natura. Siamo appena sopra i 1.000 mt s.l.m. e anche l’aria che si respira diventa complice di uno star bene totale.

E allora, insomma, che Pace fu. Tutti lieti quindi. Un avvenimento che appartiene alla storia della Valle Argentina e che dovevo assolutamente raccontarvi.

Qui, vicino al grande masso, c’è anche una panchina, quindi io mi siedo e mi riposo mandando un bacio pacioso a tutti. Mi sento molto mediatrice.

Non starò molto, ho da scrivere altri articoli sulla mia splendida Valle che, ogni giorno, da come vedete, mi regala sorprese e nuove cose da scoprire, perciò, riposatevi anche voi perché presto si parte per altre avventure.

Squit!

Il bacio argentato della Luna

Molto spesso, di notte, la Luna passa sorvolando le mie splendide montagne e ad ognuna di loro regala il suo bacio d’argento.

In una Valle chiamata “Argentina” è naturale pensare ad un bacio argentato e brillante dato da questo importante satellite. L’unico satellite naturale della Terra.

E’ un bacio lungo che, a volte, dura anche fino al mattino ed è una meraviglia restare ad ammirarlo. E’ un fenomeno che, quando accade, affascina sempre non trovate? Tutto appare più… magico.

Le foglie degli alberi diventano come luminescenti e l’erba appare rilucente.

Si possono persino sentire le voci dei monti che sussurrano parole d’amore a questa Luna, la quale li accarezza al suo passaggio. Offrono a lei dediche affettuose e sembra quasi vogliano elevarsi ancora di più, verso il cielo, per raggiungerla.

Come se lei capisse i loro sforzi, si abbassa fino a sfiorarli, ed è proprio in quel momento che si rimane estasiati dall’immagine che assieme regalano.

Sono i miei monti e sono ancora più belli del solito visti in quella situazione e innamorati.

Incorniciati da un cielo che mostra le sue tinte più belle.

I loro stessi colori cangianti. In base alle stagioni. E poi lei, la Luna, la Regina del momento. La bellezza fatta a sfera, o a falce, sempre colma di fascino.

Talvolta enorme.

Leggera e imponente allo stesso tempo.

Pallida ma ben visibile.

Che momenti unici e meravigliosi.

E’ grazie a lei se alcune sere posso inoltrarmi nel bosco. Un faro naturale che rende tutto surreale quando si avvicina alla macchia scura. Ma posso vedere bene i miei sentieri.

La Luna… che da sempre governa maree, mutazioni, eventi, cicli…

Un tempo venerata dai popoli più antichi e poi studiata da chi, grazie a lei, poteva comprendere l’evolversi perpetuo di Madre Terra.

Mi sento ricca e fortunata quando posso partecipare, anche solo con lo sguardo, a questi eventi.

La mia Valle preziosa diventa ancora più suggestiva e infinitamente bellissima.

E’ giorno… ma è come se la Luna non se ne volesse andare. E’ come se volesse restare lì, vicina a quelle vette che io cerco di conquistare.

E’ giorno ma è come se la Luna volesse accompagnare il Sole per scaldare e illuminare maggiormente.

Evidentemente anche lei ama quelle montagne quanto me.

Non è più notte, potrebbe andar via, invece resta. Insiste. E io ne sono ben lieta.

Il Gerbonte, il Carmo dei Brocchi, il Frontè… tutti che si apprestano a ricevere quel tocco lieve di labbra candide e sacre. Le luminose labbra della Luna. E tutta la Valle risplende!

Che bei momenti. Momenti che ho voluto condividere con voi amici Topi.

E vi assicuro che, ogni volta, seppur già vista, è come se fosse la prima volta.

Ora, mentre mi lascio baciare anch’io dalla Luna, inizio subito a scrivere un altro articolo per voi. Mi sento ovviamente molto ispirata davanti a questo spettacolo.

Continuate a seguirmi quindi… un bacio argentato a voi!