Andagna che si mostra e accoglie

E’ bella Andagna, sapete? Sa di buono, di gente piacevole, di buon cibo, di allegria.

Ad Andagna gli Andagnin ci tengono allo stare insieme, al giocare, all’organizzare feste ed eventi.

Andagna

Lo sapete cos’è Andagna? E’ uno dei paesi della mia Valle, e io personalmente lo porto nel cuore. Ho passato la mia infanzia ad Andagna, quando ero ancora una piccola topina e, ancora oggi, ogni tanto, mi vede tornare.

Siamo a 730 mt s.l.m. e, durante gli inverni più freddi, qui nevica! Nelle serate agostine si è obbligati comunque a indossare il golfino, nonostante le splendide e calde giornate. Siamo a 730 mt d’altitudine e già si respira un’aria nettamente diversa rispetto ai paesi più bassi. Pura, fresca e che trasporta i profumi della legna o dei fiori in base alla stagione.

vie andagna

Molti pensano che il suo nome derivi dalla frase “Un posto dove andare”, che nel mio dialetto si direbbe “In postu dund’andà” ma, in realtà, il suo nome ha a che fare con due Sante molto care al paese: Santa Bega e Santa Gertrude. E, da come si può leggere sul sito di Andagna, dalla frase latina “Andanie apud septem ecclesias beatae Beggae viduae sororis sanctae Geltrudis” è stato creato appunto “Andagna”.

Il primo posto sul quale poggiare le zampe, una volta giunti ad Andagna, è la Croce. Un luogo così chiamato perché qui sorge una grande croce di ferro denominata “Croce del Porto” al centro di un piccolo prato. Una fontanella, dalla quale sgorga acqua freddissima ma preziosa, è stata costruita proprio accanto a essa. Qui siamo ad un bivio molto famoso.

fontana Andagna

Continuando a salire si arriva alla piccola Chiesa di San Bernardo e, ancora oltre, a quella di Santa Brigida per dirigersi poi verso Drego, Rezzo e riscendere a Imperia godendo di una vista mozzafiato. Andando dritti, invece, per la strada in sanpietrini che la nota Croce osserva ogni giorno dall’alba al tramonto, si entra nel centro del paese, dove ad accoglierci, vicino alla grande piazza, c’è la Chiesa di San Martino, una struttura religiosa ormai non più agibile a causa di un violento terremoto che la semi distrusse alla fine dell’800.

san martino andagna

In questa piazza, fino a qualche anno fa, regnava il più grande Ippocastano ch’io abbia mai visto e faceva ombra gradita a tutti gli abitanti.

ippocastano

La Chiesa principale che oggi ad Andagna raccoglie i fedeli durante le messe e gli eventi più importanti è la Chiesa della Natività di Maria Vergine, che è anche la patrona del paese.

andagna

Andagna sa di villaggio e si sviluppa verso l’alto come il guscio a chiocciola di una lumaca. Per giungere in cima si può passare dalla strada esterna e curva che permette di vedere in lontananza il paese di Corte, con il suo Santuario poco distante. E’ una strada asfaltata e offre edicole e gelsi, fiori e tornanti sinuosi. Proprio per questa via, molti anni fa, mi attraversò sfiorandomi le zampe una piccola biscia dai colori fosforescenti. Era gialla e verde e presumo la si potesse vedere anche al buio, tanto era sgargiante. Dal centro del borgo, invece, si passa sotto i carruggi, dove l’aria si fa più frizzantina, l’ombra oscura le case e, tra le pietre degli archi, dei gradini e dei contrafforti nascono minuscole margheritine.

carruggi Andagna

Come gli altri paesi della Valle Argentina è stato costruito anche lui in questo modo, a scopo difensivo. I Barbari, infatti, riuscirono a saccheggiare totalmente il primo abitato di Andagna, leggermente più piccolo di questo, il quale sorgeva proprio dove ora si trova la Croce del Porto.

Diverse vie, infatti, mostrano solchi a lisca di pesce per permettere alle persone di non scivolare e per lasciar fluire l’acqua a causa della ripida discesa che percorrono. Si fatica ad arrivare lassù, alle ultime case, ma ne vale la pena.

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Da lì parte un sentiero che attraversa il bosco ed è una meraviglia soprattutto in primavera ed estate, dove si possono ammirare tantissime specie di farfalle. Questo sentiero porta alla Chiesetta di Santa Brigida e agli antichi lavatoi e ritempra, palesando la natura più pura.

Andagna sentiero

Andagna passò dalle mani dei Benedettini, che diedero molto al paese, ai Conti di Ventimiglia come altre borgate di questa parte di Liguria. Fino al 1650 circa, anno nel quale riuscì a ottenere una totale indipendenza persino dal paese più conosciuto e rinomato, Triora, al quale Andagna apparteneva a livello comunale.

Ad Andagna i bambini possono giocare nel piccolo parco dove altalene e scivoli fan divertire, mentre gli adulti non perdono l’occasione di fare qualche partita a bocce nei campi sotto la piazza, poco prima della via che porta al Cimitero.

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Tutt’intorno si sviluppano le famose terrazze che accolgono le coltivazioni grazie alla loro tenuta attraverso i muretti a secco. Un tempo erano in molti, in paese, ad avere conigli, capre e galline e, in queste fasce, si raccoglieva anche l’erba da dare a queste bestiole. Nei pressi di Andagna, infatti, c’è erba ovunque tranne di fronte. Di fronte a lei si apre lo spettacolare scenario di monti meravigliosi che spesso stagliano i loro profili contro i colori accesi dei tramonti.

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Ho molto altro da dirvi di questo piccolo pezzo di paradiso, un borgo di pastori e contadini, ma non posso svelarvi tutto in un solo articolo. Perciò, continuate a seguirmi topi, Andagna ci aspetta ed è sempre pronta ad accoglierci.

Un bacio da qui!

 

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Storie di carbone e carbonai

Poco tempo fa vi ho postato un articolo sui forni e i fornai della mia Valle ( https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/01/09/storie-di-forni-e-carbonai-della-valle-argentina/ ) accennando al carbone e soprattutto all’attività dei carbonai. Anche questo era un mestiere diffuso, fino a non molto tempo fa. Si parla di circa sessanta anni fa, per l’esattezza.

Questi topi, in pratica, erano in grado di trasformare la legna in carbone vegetale e… udite udite… persino il mio topononno è stato uno di loro!

Dovete sapere che dalle mie parti non esisteva carbone fossile, il combustibile si produceva direttamente dalla legna dei boschi. A Ciabaudo e in tutta la Valle Oxentina c’erano diversi carbonai, ma in generale in ogni paese della mia zona che possedesse una grande quantità di alberi si produceva il carbone, come accadeva su, ai Beuzi, e intorno al pozzo della Neviera dell’Albareo si possono vedere ancora oggi sei carbonaie.

Montalto era uno dei paesi che commercializzava maggiormente il carbone nostrano.

L’arte del mestiere consisteva nel tagliare legna, di cui la Valle Argentina non è certo sprovvista, e trasportarla in uno o più spiazzi pianeggianti e aperti. Qui veniva accatastata in carbonaie e si innescava il processo di combustione lenta, il quale portava alla carbonizzazione, dunque alla trasformazione di un composto organico come la legna in carbone. Bisognava sorvegliare giorno e notte la carbonaia per 5 o 6 giorni per ottenere, a partire dai 30-40 quintali di legna iniziali, fino a 8 quintali di carbone. Un processo lento, dunque.

Era un lavoro che si svolgeva in gran parte dalla primavera all’autunno.

carbone legna2

Pensate un po’ che bravi, questi miei convallesi!

Ma cos’è una carbonaia? Ve lo spiego subito. La parola “carbonaia” intende significare due termini. La “carbonaia” intesa come tecnica di creazione del carbone (come vi ho spiegato poc’anzi) e la “carbonaia” come struttura che trasforma la legna in carbone. Si tratta, cioè, di una cupola o un cono, solitamente parecchio grande e alta, nella quale  la legna bruciava molto lentamente, semi soffocata e muta.

Questa operazione tradizionale consisteva un tempo in quello che era uno dei fabbisogni e delle risorse appartenenti al settore primario della Valle, pertanto tutto il meccanismo era coadiuvato da scrupolose regolamentazioni, gabelle e multe in caso di disguidi.

Il carbone ottenuto veniva messo in sacchi e trasportato poi dai carrettieri nei vari paesi per essere venduto.

Si dice che un buon carbone dovesse cantare, cioè fare tanto rumore, in pratica  scoppiettare. Ovviamente era il tipo di legna a produrre un carbone migliore, ma anche il carbonaio doveva essere bravo nel suo lavoro, controllando il cumulo di terra e legna al fine di far passare la minor quantità di ossigeno, durante i giorni della bruciatura e del consumo, dove un fumo grigio segnalava troppa umidità, e un fumo meno denso e più chiaro indicava invece un ottimo lavoro.

I nostri carbonai convallesi erano comunque avvantaggiati (lo dico sorridendo) da un legno fantastico del quale la Valle Argentina ne era, e ne è, generosa: Ulivo, Frassino e Quercia sembrano essere i migliori. Vi risulta?

Penso di avervi detto tutto quello che conosco su questo antico mestiere, ma ditemi: voi avevate dei topononni carbonai?

Un bacione fumoso, dalla vostra Topina carbonaia.

 

1, 2, 3… Cetta!

Cetta è così, topi: un gruppetto di casette deliziose, così tanto da non averne mai abbastanza di tanta bellezza… E allora si va avanti e camminando si scopre che c’è una seconda Cetta, e poi una terza, e forse anche una quarta, una quinta…

Cetta

Un tempo ognuna di queste borgate rispondeva a un nome tutto suo, soprannomi che oggi si perdono un po’ nella memoria dei più anziani e di coloro che sono già scomparsi. Riecheggiano tra i muri di pietra, alcuni segnalati ancora da cartelli, come a voler ricordare questa dolce distinzione. Rielli, Cetta, Bacin, Poggio, Patatee, Fundu, Chiesa… così pare si chiamassero questi minuscoli centri abitati uniti dal bandolo di una stradina bianca di cemento.

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E tra uno scrigno di pietra e l’altro troviamo spazi aperti, mentre la stradina costeggia ora un vecchio lavatoio, ora una minuscola cappella, ora un’area giochi per i più piccini.

Cetta è così, non c’è niente da fare: bisogna gustarsela un sorso alla volta, pian piano, con la curiosità negli occhi di chi segue quella strada e non sa cosa troverà alla prossima curva, ma desidera vedere fin dove arriva, fin dove porta.

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Un luogo magico come molti della mia Valle, ma qui sono tanti i cartelli che ce lo annunciano senza pudore alcuno.

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Ci sono angolini curati, tenuti con un amore che si percepisce, nonostante non ci sia nessuno nei dintorni e le finestre siano tutte sprangate dalle persiane.

porta cetta

Piccoli giardinetti dal gusto inconfondibilmente artistico costellano l’intero gomitolo di case, ci sono fiori dai colori sgargianti anche adesso che è inverno e la neve è scesa a ricoprire col suo candore i monti dei dintorni di Cetta.

Ci sono piante grasse a ogni angolo e ogni giardinetto ha il suo tratto distintivo, come accade anche con le case. Si nota la cura, si percepisce l’affetto.

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Trapela dai campanelli che assumono forma di ranocchi o di altre bestioline, dalle decorazioni con materiali di riciclo, trasuda dalle tende di pizzo alle finestre, che paiono merletti di brina.

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Siamo a 774 metri sul livello del mare, a due chilometri circa da Triora, di cui questa frazione fa parte. Sotto di noi scorre giocondo il Rio Grognardo, affluente dell’Argentina, tra gole strette e sinuose. Sopra di noi, invece, svettano i monti di Colle Langan, tutto è natura qui, tutto è pace e silenzio.

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Solo il vento osa parlare in certe giornate e gli rispondono i cardini cigolanti di vecchie finestre affacciate sul vuoto, i campanelli tintinnanti degli scacciapensieri appesi alle tettoie e il fruscio delle fronde ormai spoglie.

Ma qualcuno osa mostrarsi, persino in giornate gelide e taglienti come quella che vi mostro in queste foto. Son i gatti del paese, che ci accolgono come amici di vecchia data e ci accompagnano facendoci da veri Ciceroni, pretendendo in cambio di comparire in ogni scatto, e io li accontento.

E non ci sono solo loro, che come guardiani osservano dai punti più alti e strategici il nostro passaggio. Tanti sono i merli, affaccendati a procurarsi il cibo, e con loro le ghiandaie e altri piccoli pennuti che becchettano ovunque, alla ricerca di cibo per sopravvivere all’inverno rigido.

fringuello

Là, nei pressi della chiesetta, c’è una casa con le imposte e la porta d’ingresso tinte di azzurro. Rimango un po’ a guardarla, con il suo volto pallido.

porte azzurre partigiani - cetta

La colorazione turchese era un segno distintivo importante, nella mia Valle, in tempo di guerra. Indicava, infatti, tramite un codice sconosciuto al nemico, che in quella casa i Partigiani erano ben accolti. Quante cose hanno visto, queste pietre! Quante storie raccontano ancora…

E proprio lì, accanto alla chiesa e di fronte alla casa, c’è una parete di roccia sulla quale si aggrappano con tenacia alcune piante. E subito, all’istante, trovo l’analogia tra di essa e la mia terra, una terra aspra e all’apparenza ostile sulla quale riescono a mettere radici le piante più tenaci: gli uomini che per tanto l’hanno abitata, amata, coltivata.

Cetta è così, topi: un tuffo tra il verde del bosco e l’azzurro del cielo che ispira poesia. Ve ne parlerò ancora, la nostra gita non finisce qui, ma per oggi è tutto.

Un poetico squit a tutti!

Piazza Duomo – tra l’antico Palazzo Boeri e la Chiesa Parrocchiale Barocca

A Badalucco, tra l’antico Palazzo Boeri e la Chiesa di Santa Maria Assunta e San Giorgio, prende vita ogni giorno Piazza Duomo.

Si tratta di una Piazza molto bella (, non ci crederete, ma è anche famosa) che permette di vedere la facciata principale della Chiesa, dalla lavorazione meravigliosa, e alti palazzi che affascinano e ti fanno sentire piccino.

Ma venite con me, vi spiego come arrivarci.

Dal centro del paese, e cioè da Piazza Marvaldi Antonio – Partigiano, prendiamo la via in ciottoli che affianca la grande chiesa, chiamata appunto Salita alla Chiesa.

Si fa presto a respirare un’aria diversa, impregnata di storia e antichità. Lungo questa salita si incrociano dei tipici carruggi molto caratteristici, come Via Cecilia, dove lo sguardo si perde tra volte di pietra, massicci portoni e piante appese alle pareti esterne di case umide, ma ben curate.

Da qui si può già notare Palazzo Boeri, un alto e nobile edificio, importantissimo per questa Piazza e per il borgo.

Si dice addirittura che in questa costruzione finisca, nei sotterranei, la discesa di un cunicolo segreto che permetteva la fuga a chi viveva nel Castello di San Nicola. Il Castello di San Nicola, posto in cima al monte che sovrasta Badalucco, poteva essere attaccato dai nemici, ma un tunnel collegato all’antico Palazzo sottostante dava la possibilità di scappare velocemente, tuffandosi giù per quella specie di scivolo e finendo dritti dritti in Piazza Duomo, attraversando dall’interno tutto il monte. Ovviamente da lì non si poteva certo risalire, ma Salita Boeri, piccola erta via omonima al Palazzo, consentiva la risalita quando il pericolo cessava.

E guardate: appesa a questa grande costruzione c’è ancora l’insegna dell’ “INTERURBANO AUTOMATICO”… non se ne vedono più molte, vero?

In Piazza Duomo batte il sole e qualche amico se lo acchiappa tutto volentieri. Ma….? Mi sta facendo la linguaccia? Screanzato! E dire che vado d’accordo pure con i gatti nonostante il mio essere topo. Bah, probabilmente aveva solo questo splendido sole negli occhi. Voglio sperare…

A Badalucco ci sono zone in cui il sole non entra nemmeno grazie a un gioco di specchi, tanto sono buie e nascoste.

Un cartello, attaccato a una delle case attorno a questo piazzale, spiega il tour bellissimo che vi raccontai anch’io, tempo fa: l’Anello della Madonna della Neve. Una passeggiata suggestiva e assolutamente da percorrere, tra piante di corbezzoli, brughi e roverelle per giungere poi a godere di un panorama mozzafiato.

Piazza Duomo risulta colorata grazie anche alle tinte dei muri delle case. Si tratta di quelle classiche liguri, che colorano i borghi di questa regione. Alcuni colori li abbiamo già visti attraverso alcune opere in Salita alla Chiesa; colori che mettono allegria e stupiscono.

Qui c’è persino una Madonnina protetta da sbarre e un cancello e circondata da tante piante e fiori.

M’incanto a vedere la facciata principale di questa chiesa parrocchiale. È in stile barocco risalente alla fine del 1600. Una vera meraviglia. Statue, tinte tenui, intagli… un vero spettacolo.

E quanto è alta! Anche il suo campanile è altissimo, ho quasi male al collo a forza di stare con il muso all’insù! Ma il suo punto di forza sono le colonne sovrapposte.

Si tratta di un edificio religioso assai importante. Pensate che in esso sono custodite opere del Maragliano, appartenente alla scuola del Bernini.

Da Piazza Duomo si può prendere Via Marco Bianchi, trovarsi così davanti al Municipio e inoltrarsi nel cuore del centro storico del borgo.

Non è una piazza enorme, ma è raccolta e intima. Sa di buono, di paese, di gente amica. Un punto di ritrovo per le persone, servito anche da esercizi pubblici e luogo nel quale festeggiare determinati avvenimenti. Ad esempio, so che spesso diventa sede di diversi concerti e la notte di Natale, dopo la messa di mezzanotte, è proprio qui che i badalucchesi e altra gente che giunge dalla vallata possono gustare una squisita e corroborante cioccolata calda tutti insieme.

Ma non posso concludere l’articolo senza farvi leggere prima una chicca scritta tempo fa da sanremonews, che ha intervistato l’architetto italiano Stefano Boeri, nipote di un uomo originario di Badalucco. Leggete qua che cosa rappresenta Piazza Duomo:  “Badalucco, Piazza Duomo tra le agora internazionali. L’architetto milanese Stefano Boeri ne parla”

Vi rendete conto? Si sa, sono molti i luoghi della mia Valle che quando entrano nel cuore non ne escono più e questo ne è un tipico e importante esempio.

Bene topi, direi che ora posso salutarvi. Mi intrufolo nel centro storico, perché ho intenzione, in futuro, di farlo conoscere anche a voi.

A presto! Un bacio da una delle piazze più conosciute della Valle Argentina.

A Colle d’Oggia tra pascoli, boschi e caselle

Topi, lo so che vi lamenterete per il freddo, ma se vi coprite bene vi porto con me su un sentiero molto bello. Pronti? Possiamo andare, allora? Bene.

Oggi andiamo oltre Carpasio. Non siamo esattamente in Valle Argentina, ma nella sua succursale, la piccola e suggestiva Valle Carpasina.  Proseguiamo oltre l’abitato di Carpasio fino a raggiungere Prati Piani prima e Colle d’Oggia poi. E’ considerato già territorio imperiese, e la Valle Arroscia è davvero a due passi.

Questo luogo fu teatro di violenti scontri durante il secondo conflitto mondiale, anche dei cartelli ce lo ricordano, riportando la memoria agli anni della Resistenza. Qui, come in altri angoli della mia Valle, i nazisti trucidarono barbaramente giovanissimi partigiani. Eppure a vedere oggi questi luoghi viene istintivamente da pensare alla pace che qui si respira. Siamo a 1167 metri sul livello del mare, e si sente! Solitamente in questa stagione non è raro che ci sia la neve da queste parti, ma quest’anno il terreno è ancora asciutto, l’erba ormai secca e color paglia ricopre ogni cosa come fosse un tappeto. E’ una zona di solito molto ventosa, ma oggi veniamo risparmiati dalle lame affilate del vento che qui sa soffiare in modo prepotente.

colle d'oggia pascoli

Lasciamo la topo-mobile in uno spiazzo e iniziamo a camminare sul sentiero che si dirige verso il Faudo. Siamo letteralmente circondati dalle mucche, belle, pasciute, con quei loro occhioni dolci e scuri che suscitano subito un grande affetto. Brucano l’erba, ce n’è in abbondanza, e si curano di noi quel tanto che basta ad assicurarsi che non siamo nemici.

mucca

Oh, topi! Ce n’è veramente tantissime! Un’intera mandria scampanellante sparpagliata nel bosco di pini e nei pascoli dai colori ormai spenti.

mucche carpasio

E che panorami, da quassù! Il bosco è rado, intervallato da macchie arbustive, per questo permette ampi scorci sulle valli limitrofe, su quei rilievi montuosi che spesso divengono protagonisti dei miei racconti, e lo sguardo giunge fino al mare, sconfinato all’orizzonte. Anche la volta celeste è ampia, si cattura con gli occhi un angolo di eternità.

colle d'oggia valle carpasina

Si cammina per lo più in cresta e non è difficile imbattersi nelle caselle, alcune ancora ben conservate. A volte si ha quasi l’impressione di essere in Sardegna o in un paesaggio ben più nordico, talmente paiono fuori dal nostro solito contesto. Eppure le caselle rappresentano un’architettura assai diffusa, qui in Liguria, come vi ho già detto in passato.

casella ligure

Il sentiero è di facile percorrenza, ma… ehm… oggi è occupato da ingombranti presenze.

mucche colle d'oggia

Guardatele, guardatele e ditemi che non vi fanno sorridere, con quel loro sguardo sazio e rilassato. Se ne stanno in fila indiana lì, sul sentiero, riposando con gusto dopo aver fatto una grande scorpacciata di erbe di montagna. Talmente rilassate da non curarsi dei viandanti che stanno sul sentiero, ci guardano, mantengono gli occhi puntati su di noi senza mai perderci di vista, ma non si spostano.

mucca colle d'oggia

Le ho fotografate da tutte le angolazioni, perché le adoro con quella loro aria paciosa che trasmette serenità. Purtroppo ho dovuto fare lo zoom ed ero con il topo-smartphone, per cui perdonate la bassa qualità degli scatti.

mucche colle d'oggia2

E a furia di far foto a loro, ho fatto tardi sul sentiero e non sono riuscita a concluderlo: ormai il sole sta calando e scende qualche leggero fiocco di neve, converrà che ritorniamo in tana, topi. Ma non c’è nessun male, in tutto ciò: significa che avrò altro materiale per un nuovo articolo, un nuovo racconto zampettante! Siete contenti? Io sì!

Un squittio, anzi no: un muggito felice per voi!

 

Da Sanson a Forte Colle Alto… e i pascoli attorno

Oggi, topi, saliamo in alto, potete vederlo dalla strada che vi mostro qui sotto, perché andiamo in un luogo davvero incredibile. Siamo infatti a 1.883 mt sul livello del mare in un luogo molto suggestivo sotto ogni punto di vista: storico, edile e naturalistico. Oggi andiamo a visitare la Caserma Difensiva Centrale del Colle di Tenda, costruita tra i pascoli più incontaminati, verso la fine del 1880. Passeremo, però, dalla Valle Argentina.

Sono diversi i Forti a costituire l’intera Batteria:

Forte Colle Alto, Forte della Margheria, Forte Taborda, Forte Pernante, Forte Giaura e Forte Pepino.

Noi andiamo in quello più grande di tutti, chiamato anche Forte di Colle Alto, dove si dava appoggio alla Fanteria Mobile durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il silenzio qui è assoluto e, a volte, è presente anche una leggera nebbiolina che rende tutto più misterioso e antico.

In effetti mi duole dirlo, ma alcuni punti dell’architettura non dureranno più molto tempo. Stanno crollando, tuttavia qui ogni più piccolo mattone e ogni più piccola pietra rendono il tutto ancora molto affascinante. Un’architettura a pianta poligonale e immensa! E non lo dico perché sono piccina! Lo è davvero! Molto, molto grande. Il tutto costruito, come vi dicevo, con mattoni pieni e pietre ricavate da una Cava non molto lontana da qui.

Questo Forte è appartenuto al territorio italiano fino agli anni 1945/46 passando poi ai francesi dopo il Trattato di Parigi, ma prima di essere “consegnato”, venne spogliato di tutto ciò che poteva cedere e tutto quello che si poteva eliminare, come: porte, persiane, travi, finestre, arredamento, armi, munizioni… per questo oggi appare ancora più nuda del previsto e nulla, se non le mura, può raccontare di quei giorni di molti anni fa.

Le mura ci dicono dove esistevano le camerate, le cucine, i bagni. Ci mostrano le feritoie da cui i fucilieri sparavano e i sotterranei nei quali si mantenevano provviste, si rinchiudevano per breve tempo scomodi personaggi o si sgattaiolava in varie direzioni, senza essere visti, pur non essendoci tracce di bunker. Attaccati ai muri, dei grossi anelli di ferro servivano per legare a essi i buoi e sono presenti ancora oggi tra una pietra e l’altra.

All’interno delle mura perimetrali, in mezzo a quello che oggi è un prato con tanto di Tarassaco e Trifoglio, c’è una larga strada che collega le due porte principali un tempo chiuse da grandi e pesanti portoni. Per questa strada si può vedere la grande fontana, le scale che portano ai piani superiori, gli abbeveratoi per i cavalli. Alzando lo sguardo si vedono alcuni piccoli ponti che collegano una parte della struttura all’altra. Accanto alle due grandi entrate, le pareti sono semicircolari, come bastioni tagliati a metà, e dotate anch’esse di feritoie per sparare e per permettere ai fucilieri di osservare ogni angolatura della zona esterna.

Le pareti più lunghe e denominate mura perimetrali, invece, ci mostrano i resti di alcuni balconi dove solidi travi di cemento tenevano su questi terrazzi dai quali si poteva osservare tutto il circondario.

Il vento a volte non lascia scampo, siamo in una zona alpina completamente aperta, dove tra i verdi colli si intravedono stradine bianche che portano agli altri Forti. Sono pochi gli alberi, c’è solo qualche abete, mentre i prati appaiono infiniti e, nella giusta stagione, sono tante le simpatiche marmotte che si possono incontrare.

Ma come si fa ad arrivare fin qui? Be’, gli itinerari sono diversi. Io vi consiglio di avviarvi per una delle nostre famose Vie del Sale che si trova dopo Triora, nella mia splendida Valle, e precisamente alla Baisse de Sanson. Scendere poi verso il versante francese e dirigersi verso La Brigue. Grazie a questo percorso si può accedere anche al bellissimo e incredibile Santuario di Notre Dame des Fontaines, non male da visitare e ricco di arcane leggende (o storie vere) che lo riguardano. Proseguire poi per Colle di Tenda. La strada è a tratti asfaltata, a tratti sterrata, mentre a Sanson ci si inoltra nel fiabesco bosco di Col Linaire, assolutamente da vedere.

Ci si ritrova così, arrivando alla Caserma, esattamente sulla cresta spartiacque tra la Valle Roya e la Val Vermenagna tra le due conosciute gallerie che percorrono l’interno del monte.

Durante il periodo estivo, una volta giunti intorno a questi luoghi, nel Parco Naturale del Marguareis, si può sostare al Rifugio Don Barbera su Colle dei Signori aperto però soltanto da giugno a ottobre.

Be’, direi che anche oggi un bel giretto ve l’ho fatto fare, ora non mi resta che riposare le mie stanche zampette mentre a voi, invece, consiglio di mettervi subito in viaggio verso questi luoghi magnifici. Ehm… proprio subito magari no… in questa stagione, con la neve, è un po’ difficile passare per certe strade e valichi. Dovrete aspettare la primavera topi oppure…. beh, oppure buona avventura!

Squit!

Qui e là attorno a Aigovo e Carpenosa

Si arriva presto ad Aigovo e a Carpenosa, compagni da una vita. Pungenti come l’aria frizzantina che li accarezza, gentili come la pace che regna su di loro. Dal mare si tratta solo di quindici/venti minuti di strada. Sono due frazioni attorniate dai monti della mia Valle che tutti conoscono, situati subito dopo l’abitato di Badalucco.

Sopra di loro c’è San Faustino, un altro piccolo borgo che dall’alto del suo esistere, si guarda negli occhi con Glori.

Aigovo e Carpenosa, “il bivio”, dove arriva la SP 21bis, luoghi che divennero celebri qualche tempo fa, quando c’era l’intenzione di chiudere la strada per costruire una grande diga. Come raccontai in questo articolo,  venne realizzata un’altra strada, superiore, comunque utilizzata ancora oggi nonostante al lago artificiale non diedero mai il – Via! -.

Aigovo e Carpenosa, inseparabili, sono la porta di accesso per Agaggio Inferiore e, mostrando meno case di quest’ultimo, più paese. Hanno da offrire tanta natura bagnata dal Torrente Argentina che, nelle sua discesa a curve cieche, si mostra impetuoso e quasi trasparente. Molti, però, sono anche i tratti in cui si allarga, raddrizza e si mostra in tutto il suo splendore. Con i suoi fondali di ciottoli e tane, la sua sabbia grigia, i suoi massi chiari, le sue sfumature verdi come la giada.

Tanti i colori delle piante, in qualsiasi stagione, perché numerose sono le specie. E molte di loro stanno aggrappate alle rocce sotto strada.

Anche alcune dimore si trovano a strapiombo sul fiume ma non c’è molta distanza tra loro e quell’acqua fredda come il ghiaccio.

Un fiume attraversato un tempo da ponti in pietra, antichi, lunghi e stretti, oggi ricoperti dalla natura a imitare sentieri perduti nel bosco.

Qui, in questa umida conca della Valle Argentina. Passaggio obbligatorio per chi sale e per chi scende. Passaggio che collega il mare alle montagne.

Aigovo e Carpenosa, la brezza in mezzo ai monti pettinati. Le aperture del terreno, coltivate a vigna, fin dove si perde lo sguardo. Il verde vispo delle terrazze ordinate e lo spogliarsi degli alberi da frutta. Gli spazi vellutati, come prati a bordo strada.

I casoni che riportano a tempi che furono e, tutt’intorno, il creato sovrastato da un cielo limpido. Tinte bruciate al sole, spente dalla bruma, accese dalla stagione. I mutamenti della natura sono ben visibili qui, dove gli occhi possono viaggiare in lungo e in largo nei dintorni di questi luoghi, zona d’arrivo della strada antica.

I campi coltivati, il bosco selvatico e, col naso all’insù, ecco le cime dei monti che si mostrano austere e ci abbracciano. Come i cedri attorno alla piccola Chiesa di San Faustino, così chiamata proprio come la manciata di case sopra la nostra testa, sul crinale a Ovest.

Siamo a 626 mt s.l.m. e, alcuni tratti che possiamo guardare, hanno già qualcosa di selvaggio.

Qui, un sentiero che porta verso San Zan (San Giovanni) condurrà fino a Monte Ceppo, passando per Colla Bracca. Dovrò farlo un giorno questo tour e portare anche voi.

Ora, però, mi godo ancora questa pace, questa flora e questa atmosfera che solo Aigovo e Carpenosa sanno regalare. Come sanno regalare anche un delizioso torrone, proprio tipico di questi borghi. Ma questa è un’altra storia e sarà un altro articolo.

Un bacio topi!

Angoli di Tibet a Borniga, in Valle Argentina

Lo so che voi umani state mugugnando da un po’ perché quest’anno è scesa poca neve (almeno per ora) e che fa più caldo del normale, ma dal mio punto di vista da Topina posso dirvi che la cosa non è sempre negativa. Per esempio, se ci fosse stata la neve, oggi non avrei potuto portarvi fin quassù, in questo piccolo angolo di Tibet della mia Valle.

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No, non sono impazzita e non ho mangiato troppo panettone! State a sentire quello che ho da raccontarvi.

Avete presente quelle belle e terse giornate che abbiamo avuto a cavallo tra dicembre e la prima settimana di gennaio? Bene. Una di quelle giornate limpide col cielo tanto azzurro da fare invidia al mare, decido di esplorare un po’ la mia Valle per voi. Parto da vera esploratrice, facendo persino una sosta al Ricicì di Triora, con un panino da favola ben farcito e poi mi dirigo con la topo-mobile fino a Loreto, poi salgo ancora.

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Arrivo a Realdo, ma non è ancora il momento di lasciare la mia Passepartout a bordo strada. Mi lascio alle spalle l’abitato e proseguo, fino a giungere alla mia destinazione: Borniga.

borniga

Siamo in terra brigasca, topi, a circa 1300 metri sul livello del mare, e qui si può godere della natura in tutto il suo splendore. E’ un privilegio essere qui in questa stagione, perché quando scende tanta neve la strada diventa inagibile, le casette del borgo restano chiuse per tutto l’inverno, per riaprire le persiane solo in Primavera, quando si risveglia anche la natura tutt’intorno.

Borniga – Burnighe in dialetto – appare come una terrazza sulla Valle, la sua vista è così ampia che spazia dal Saccarello, la cima più alta della Liguria, fino al Faudo.

borniga panorama

I veri protagonisti di questo borgo abbarbicato sui monti, però, sono il Gerbonte, che svetta con la sua cima proprio davanti all’agglomerato di casette in pietra, e Cima Marta insieme al Grai, imbiancati come pandori coperti di zucchero a velo.

borniga gerbonte cima marta

E’ il regno dei corvi, dei rapaci, di caprioli, camosci e cinghiali, che qui scorrazzano liberi e quasi indisturbati. Il borgo non è abitato, in queste tane vengono saltuariamente topi con famigliole o topi stranieri a godersi le vacanze e, lasciatemelo dire: è proprio il posto migliore in cui rilassarsi!

A Borniga tutto parla di infinito. Le ginestre verde brillante che fanno da contrasto all’erba secca e vecchia. I Pini, che solo a guardarli pare aprano i polmoni per permetterci di respirare ancor di più tanta abbondante meraviglia. Il panorama che fa sentire piccoli dinnanzi al creato, così fulgido nel suo semplice splendore. Ogni cosa pare avere una sua voce, qui. Una voce che parla attraverso il silenzio, il lieve fruscio del vento, e che racconta la pace di un luogo per trasmetterla allo spirito.

Borniga è incastonato tra prati pianeggianti e larghe terrazze, lo incorniciano le creste montuose delle Alpi Marittime, abbastanza lontane da permettere al borgo di godere del generoso abbraccio del Sole, ma anche abbastanza vicine per farlo sentire protetto.

C’è ancora il forno di paese ed è funzionante, con la legna accatastata con ordine e gli attrezzi riposti con cura. E c’è quella panchina, là, nel cuore di un prato con vista su tutte le montagne, fino al Faudo, e pare quasi di riuscire a vedere persino il mare. E’ stato un giovane atleta tedesco a costruirla, così come sue sono le bandierine tibetane disseminate tra gli alberi e sugli speroni di roccia. Che pace, che tranquillità!

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Ecco perché sembra quasi di essere sull’Himalaya, topi. C’è un sentiero che si inoltra nella macchia mediterranea costellata di Pini Silvestri che conduce a Bric Corvi. E’ breve, e io vi consiglio di seguirlo, perché ne vale davvero la pena.

bric corvi borniga

Si cammina in cresta e si affaccia sulle falesie rocciose che lambiscono i dintorni di Borniga. Non poteva esserci nome migliore per un luogo così, dove pare davvero di volare sulle ali di un corvo e di potersi aggrappare alle rocce come fanno le aquile prima di riprendere quota.

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E poi si giunge a destinazione, ce lo dice una torretta di pietre decorata con le bandierine che svolazzano al vento e spargono le loro preghiere di benedizione, come da tradizione.

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Qui, topi, sembra per un attimo di essere davvero dall’altra parte del mondo, ma ancora una volta siamo sempre qui, nella mia Valle, un piccolo Universo che racchiude mondi interi, un lembo di terra che dal mare arriva alle Alpi, capace di raccontare storie provenienti da ogni dove.

falesie valle argentina

E con questo, vi saluto.

Un bacio dal sapore d’infinito per voi da Borniga!

Forni e fornai dell’antica Valle Argentina

Con il freddo dell’Inverno ormai sopraggiunto ho pensato di raccontarvi qualcosa di caldo.

Siamo ormai abituati ad avere il forno nelle nostre tane, ma non è sempre stato così, ovviamente. Nei borghi della mia Valle esistevano uno o più forni e lì ci si recava per cuocere il pane e tutte le altre squisitezze. Il forno rappresentava uno dei fulcri della vita di un borgo, perché fungeva da collante tra gli abitanti, che qui vivevano momenti di condivisione.

forno in pietra

Eh sì, topi, si cucinava in compagnia in questo spazio comune, in alcuni borghi è utilizzato ancora oggi il forno di paese in occasioni particolari, come accade a Realdo.

Perché il forno, in fondo, nelle giornate fredde invernali pareva una madre accogliente, con l’abbraccio delle sue mura calde.

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Le donne erano solite recarsi al forno nella tarda mattinata e portavano con loro i  caratteristici pani rotondi, che venivano contrassegnati da una lettera, da una sigla oppure da un timbro.

I pani venivano stesi sulla pan-oia, una tavola di legno, e venivano poi infornati servendosi dell’infornavuia, una pala sempre di legno. Ma non credete che il fornaio facesse questo lavoro gratuitamente, nossignori! Com’è giusto che fosse,  egli tratteneva per sé un pane come compenso.

forno fornaio

I panettieri e le panettiere, ossia i fornai e le fornaie, avevano il compito di cuocere bene le astrochee, ossia le torte e le focacce che venivano portate ai loro forni. Dovevano contare prima i pani portati dalle singole persone e poi dovevano restituirli ben cotti e seguendo il numero consegnato. Se ciò non avveniva, il fornaio doveva pagare ben trenta soldi di ammenda!

E dopo i pani, si cucinavano le torte di verdure, chiamate paste, e quelle dolci, fino ad arrivare a cuocere persino le verdure ripiene. Riuscite a immaginarvi i profumi che si spandevano nell’aria, topi? A me sale già l’acquolina!

L’atmosfera, poi, era davvero gioiosa. Ci si scambiavano racconti e battute spiritose mentre i bambini schiamazzavano lì attorno.

La ricetta del pane rotondo è sconosciuta, pare che si sia provato a riprodurlo anche in altri luoghi, ma senza ottimi risultati.

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A Triora c’erano quattro forni pubblici e tre sono stati chiusi circa un secolo e mezzo fa. C’era quello chiamato “di Davide”, nel quartiere della Sambughea, un altro dove ora sorge la grotta di Lourdes e il terzo nell’omonima strada, tra la Cava e la Carrèia, oggi intitolata via Roma. Infine, quello che più resistette e chiuse per ultimo fu quello di via Dietro la Colla, funzionante dal 1930, in epoca recente sostituito dal moderno panificio.

forno antico

A procurare la legna per il forno era l’affogavue, incaricato di accatastare  le scuve, fascine di ginestra dei carbonai, e legna di diverse dimensioni. Per questo lavoro riceveva un pane ogni quindici cotti, oppure quattro soldi.

E con questo, spero che il mio articolo vi abbia scaldato le zampe e i cuori, io vado a infornare un po’ di pane e a sfornare nuovi articoli per voi.

A presto!

Prunocciola

Le vigne di Aigovo

Non possiamo certo dire di essere nelle Langhe, cari topi, ma guardate quanta meraviglia abbiamo nel nostro piccolo! Non sono forse stupende queste vigne, qui ad Aigovo? Guardate i colori, ammirate l’ordine! Che splendore!

Filari sgargianti e ben delineati. Complimenti a chi coltiva tanto ben di Dio!

Ce ne sono ovunque, soprattutto a bordo strada e, a volte, anche qualche unica pianta qua e là.

Sotto a uno splendido cielo, nell’apertura tra i monti, e lo sguardo vigile della località di San Faustino, queste vigne si mostrano in tutta la loro bellezza, riempiendo il paesaggio di foglie, frutta e profumo a seconda della stagione.

Riposano pacate osservando la Valle e le creste montuose sopra di loro. Si trovano infatti alla base di montagne che appaiono pompose, ricoperte completamente da alberi di molte specie: castagni, noccioli, roverelle, larici… Riposano nella totale tranquillità di questi luoghi.

È un piacere osservarle. Mettono di buon umore.

Sotto di loro il terreno è verde e aperto. Pianeggiante o appena scosceso.

Rametti striminziti, foglie larghe e stropicciate. Pali a sorreggere. Grappoli di varie forme e misure. Tronchi nodosi e grigi.

La strada le taglia e rende unica questa passeggiata, bella da percorrere sia a piedi che in auto.

Siamo ad Aigovo, una piccola frazione della Valle Argentina. Una meta conosciuta che apre le porte al cuore della Valle, subito dopo Badalucco. Appena sopra i 600 mt s.l.m., le vigne se la cavano ancora alla grande. E, in questa conca, spesso il clima è umido. Ma  l’ambiente è aperto e il sole ha il suo tempo per scorrere.

E quanto verde c’è! Che bellezza!

La dolcezza dei chicchi attira gli insetti e sono tante le bestioline che si possono incontrare qui, e sono anche assai indaffarate. Molte di loro sono alate e riposano lasciandosi accarezzare le ali dal venticello. Ali leggere, piccole, che iniziano a tremolare come veli.

I ragni la fan da padroni tra un filare e l’altro, possono davvero costruire splendide ragnatele. Hanno tutti gli appoggi che desiderano.

Ma anche merli e tordi non disdegnano l’ambiente e può capitare spesso di vedere un loro nido appoggiato alle vigne.

Le vigne di Aigovo, zampettando tra i colori e la pace.

Un bacetto a voi!