Fronté, Garlenda, Garezzo… che tour!

Ai confini di valli meravigliose, in mezzo a pascoli e pietraie, tra animali e fiori, respiriamo un’atmosfera magica e la bellezza esagera, quasi incontenibile, davanti ai nostri occhi.

Avete letto il titolo di questo articolo, avete letto nomi, avete letto di un tour… un’escursione che ora faremo insieme e, attraverso la quale, potrete conoscere un mondo che forse solo Heidi ha visto (oltre a me!). Io sono assieme a Topo amici, la compagnia giusta non manca mai e, assieme, ci divertiremo sicuramente.

Cosa sono il Frontè, il Garlenda e il Garezzo?

Il Frontè è un alto monte della mia Valle, come già vi avevo raccontato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/15/ancora-in-alto-sul-monte-fronte/ e oggi sarà per noi il punto di partenza perché, cari Topi camminatori, una volta raggiunta la sua splendida vetta e aver goduto del panorama che regala bisogna preoccuparsi anche di scendere e tornare in tana.

Non occorre dispiacersi perché si potranno vedere ulteriori scenari meravigliosi che la Valle Argentina regala in ogni suo angolo.

Con lo sguardo possiamo abbracciare anche la Valle Arroscia, dirimpettaia dell’Argentina, i suoi paesi come Monesi e Piaggia ma possiamo scorgere anche il noto Monte Saccarello e la maestosa e conosciutissima statua del Redentore.

Persino il Rifugio Sanremo è visibile.

Non solo. È piacevole osservare attentamente ciò che rimane di diverse strutture Napoleoniche. Si capisce anche da qui che sono grandi e servivano da caserme. Ce ne sono su diversi crinali e, oggi, di loro, rimangono soltanto le pareti laterali e divisorie.

Le guardo incuriosita immaginandomi soldati e battaglie su quelle distese infinite che oggi, fortunatamente, parlano solo di quiete e gioia.

Appena si inizia a scendere ci si imbatte felici in un branco di cavalli selvaggi dai colori del manto assai rari. Uno sembra d’argento, luccica quasi. Altri sono biondi ed eleganti, altri ancora sfoggiano delle tonalità di un marrone che poche volte si vede se non in natura.

Alcuni di loro mi si avvicinano, mi annusano le zampe anteriori. Sono grossi, muscolosi, non altissimi ma robusti. Hanno lo sguardo dolce e curioso allo stesso tempo.

Dopo qualche scatto a tanta meraviglia si decide di proseguire e uno di loro ci segue per qualche metro.

Ci avviciniamo al Passo di Garlenda (2015 mt) e i monti di fronte a noi palesano un ambiente stupendo. Pascoli in discesa di un verde vivace, massi bianchi, gruppi di alberi che sembrano posizionati da mano sapiente, quella del creato ovviamente.

Per raggiungere Colle del Garezzo, là dove siamo diretti, dobbiamo prendere un sentiero tra sassi e ciuffi d’erba che scende parecchio.

 Se fatto a salire bisogna essere allenati.

Alcune pietre hanno forme e posizioni buffe;  rare sono le zone d’ombra esistenti grazie a qualche “custo” e piante solitarie.

È sotto una di queste piante che uno dei miei amici decide di fermarsi per scattare qualche foto al panorama. Si allontana da me ammirando le ricchezze del suolo come i colorati fiori e quello che lo circonda.

La sua passione per le foto lo trattiene diversi minuti e mentre lo aspetto decido di osservare attentamente alcuni insetti bizzarri che si nutrono del nettare di quei fiori.

È in quel momento che vengo attaccata anch’io, come i cavalli incontrati prima, da un Tafano sbruffone che decide io sia la sua colazione. Maleducato e indisponente.

Avendo però già raccontato questa mia disavventura qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/22/la-topina-e-il-tafano-vanaglorioso/ tralascerei tale nefasto ricordo e andrei avanti sia nel racconto sia fisicamente, a scendere, per raggiungere l’ambito Colle.

Avendo scollinato siamo ora davanti ad un altro spettacolo: quello dei profili dei miei monti e possiamo godere di tanto verde in questa stagione incontrando altri nuovi amici.

Continuiamo a scendere facendo attenzione a dove mettiamo le zampe. I lunghi e resistenti fili d’erba, coriacei come spighe, e le pietre nascoste, possono castigare.

Una volta raggiunta la strada sterrata e più grande, ossia siamo arrivati al Garezzo, si va verso Passo della Guardia dove abbiamo lasciato la macchina per poter così raggiungere Triora e tornare al Mulino.

Questo sentiero che abbiamo appena fatto lo si percorre all’incirca in un’ora e un quarto a salire. A scendere, ovviamente, molto meno.

Essendo giunta non mi resta che salutarvi lasciandovi ammirare le immagini che ho scattato per voi e che forse non rendono giustizia al luogo ma posso assicurarvi che è come vivere un sogno.

Un bacio dal Colle Topi! Vi aspetto per la prossima escursione.

Pruni Kandmon e il mistero dei volti di pietra

Topi, guardate che col post di oggi non c’è da scherzare. Roba da far rizzare i baffi a qualsiasi topo, cittadino, campagnolo o muntagnin che sia.

Nella mia Valle ne è successa un’altra e non posso assolutamente ignorarla, d’altra parte è da un po’ che si verificano tali strani fenomeni, per cui è proprio giunto il momento di parlarne. Ecco, dunque, che torno a vestire i panni della vostra svela-misteri preferita.

Oh, siate pazienti, Santa Ratta! Un po’ di attesa la devo pur creare, no?

Bene. Ora, visto che ci siamo scaldati a dovere, posso rivelarvi che da qualche tempo, zampettando in lungo e in largo per la valle, mi è capitato spesso di imbattermi in oggetti misteriosi di cui già alcuni topi di mia conoscenza mi avevano parlato…

volto di pietra

Capita, infatti, che camminando nel bosco e seguendo sentieri ben tracciati, si scorgano tra le radici sinuose o nei nodi di certi alberi dei piccoli volti di pietra intenti a osservarci.

Sono pietre per lo più triangolari, quasi identiche nella forma e nelle dimensioni. A differire è il motivo che le decora, sempre molto essenziale, ma con colori diverse.

spirito-silvano2

Gli occhietti di queste creature paiono proprio osservarci mentre passiamo, qualche volta si trova addirittura una famigliola di queste pietre accoccolate nell’incavo della stessa radice.

Ne ho incontrate nei luoghi più diversi, da un versante della valle all’altro… ma non finisce qui, perché il mistero è ben più fitto di così, altrimenti che Pruni Kadmon sarei?

volto di pietra2

Si dà il caso che tali pietre non restino sempre nello stesso punto. Facendo lo stesso sentiero a distanza di tempo, si noterà facilmente che il visetto di pietra che una volta se ne stava ai piedi di un determinato albero non ci sarà più. Quindi se ne deduce che vengano rimosse, oppure spostate. Ma chi si prenderà la briga di fare tutto questo lavoro, topi? Chiunque sia, ha una costanza da fare invidia a certi autovelox mobili della vicina Val Roya!

volto di pietra3

E vi dirò di più: c’è chi dice che, percorrendo lo stesso sentiero nella medesima giornata, il volto di pietra che c’era all’andata non si trova più da nessuna parte al ritorno. Roba da far vibrare la coda e i baffi, per tutte le ghiandaie e le gazze ladre! Per conto mio, posso invece testimoniarvi in tutta sincerità un fatto curioso che è accaduto a me: la faccia rocciosa che avevo visto all’andata l’ho ritrovata anche al mio ritorno, ma… insieme a lei, sotto altri alberi, c’erano dei suoi parenti pietrosi che non c’erano al mattino! E vi assicuro che quel giorno ero stata bene attenta a tutte le radici del sentiero in questione.

volto di pietra4

Non si sa cosa rappresentino. Verosimilmente, credo siano raffigurazioni di spiritelli naturali, ma potrebbero anche essere delle gentili offerte agli spiriti della foresta da parte di chi crede in essi. I luoghi in cui vengono posti i volti non sono scelti a caso, o almeno non sembrerebbe. Gli alberi vengono selezionati con cura, li si può trovare in particolare tra le radici di altissimi Faggi e imponenti Castagni.

volto di pietra radici

Se ne stanno lì, incastonate come in un anello, a seguire i passi dei viandanti. A chi zampetta strappano sicuramente un sorriso di stupore dal sapore di fiaba, allietando le escursioni di grandi e piccini che immagino meraviglie di ogni sorta, dietro queste curiose faccette.

Il mistero non è risolto, topi, resta aperto. Chissà che qualcuno di voi non possa aiutarmi a capirci qualcosa di più.

Vi saluto con la promessa di continuare a indagare. Al prossimo aggiornamento!

La Stella Alpina, principessa dei monti

Oggi ho proprio voglia di vantarmi, topi. Oh, sì! Ho voglia di vantarmi perché nella mia stupenda Valle Argentina vive una pianta molto, molto speciale, un fiore assente in tutto il resto della Liguria, ma qui da me cresce eccome! E si trova solo qui per giunta, non ho forse motivo di vantarmi, quindi?

Sto parlando di lei, di chi altri se no? La Stella Alpina, topi!

Conosciuta anche come Edelweiss, che significa “bianco nobile”,  il suo nome scientifico è Leontopodium alpinum e fa parte della famiglia delle Asteraceae. Il nome latino significa letteralmente “piede di leone”, perché i suoi capolini somigliano molto alla zampa del felino re della savana. Fino alla seconda metà del XIX secolo era chiamata “fiore di lana” per il suo aspetto candido e morbido, ma altri sono i nomignoli che le sono stati attribuiti, uno più bello dell’altro: stella del ghiacciaio, stella d’argento, fiore immortale delle Alpi e regina dei fiori di montagna sono i più belli.

E’ un fiore prezioso che raggiunge al massimo i 30 cm di altezza, anche se in Valle Argentina si presenta più piccola rispetto a quelle del vicino Piemonte.

Le sue gemme vengono protette dalla neve nei mesi invernali, e lei se ne sta lì, sotto la morbida e fredda coperta, ad attendere che giunga il momento di far brillare i suoi fiori e le sue foglie, coperte da una sottile peluria, che le rende quasi traslucide come la superficie della luna. La lanugine che la ricopre si ispessisce a seconda dell’intensità del sole, quasi a volersi proteggere dai raggi dell’astro che fa da padre al nostro pianeta. In verità questa indispensabile peluria le serve per opporsi alle perdite d’acqua: infatti è essenziale per la sua sopravvivenza mantenere l’umidità al suo interno, cosa che sarebbe assai difficile altrimenti, visto che cresce in luoghi aridi ed esposti alla furia del vento.

E’ originaria dell’Asia, nella fattispecie dei monti aridi delle sue regioni, infatti anche qui da noi cresce bene a certe altitudini, dove neppure gli alberi arrivano più a dare ombra al suolo.

E’ così bella e preziosa che l’Austria l’ha effigiata sulle sue monete da due centesimi di euro e qui da noi è una specie protetta, vietato raccoglierla.

A essa sono legate diverse leggende, una delle quali mi è stata raccontata da Nonna Desia:

«Ratin, avvicinati. Voglio raccontarti la storia della stella alpina che mi è stata raccontata in tempo di guerra da qualche soldato venuto da lontano» ha detto, e io sono stata ad ascoltarla più che volentieri.

«Un tempo c’era una montagna che soffriva di solitudine. Se n’era fatta una malattia e piangeva tutti i giorni in silenzio. Abeti, Faggi e Rododendri la guardavano afflitti e desolati, perché nessuno di loro sapeva come fare per risollevare il morale alla montagna triste. Chiesero alle Pervinche e alle Querce, ma anche loro si addoloravano per lei, impotenti. Tutte queste piante, infatti, avevano radici piantate al suolo e non era possibile per loro muoversi e accorrere in suo aiuto. Se la montagna avesse continuato così, nessun fiore sarebbe potuto sbocciare sui suoi bei pendii, nessun colore avrebbe allietato le giornate primaverili ed estive e le mucche e gli animali che vi pascolavano avrebbero avuto ben poco di cui nutrirsi.

Accadde però che nel cielo le stelle si accorsero del dolore della montagna. Una sera, le nuvole si dissiparono e una stella s’impietosì e decise di scendere sulla Terra per dare un’occhiata. Scese, scese e si avventurò per i sentieri della montagna triste, ne attraversò i crepacci, ne accarezzò le rocce nude con la sua luce e giunse sull’orlo di un burrone. Lì tirava un vento gelido che fece tremolare la stella, che s’impaurì: forse sarebbe morta di freddo, lontana dalla sua accogliente casa celeste, e si pentì di averla abbandonata per un luogo così inospitale. Proprio quando pensava di essere spacciata, la montagna le venne in aiuto. Era grata alla sua luce per esserle amica, e così la avvolse con le sue mani rocciose, creando intorno a lei una candida peluria lanosa. Infine, la strinse a sé per impedirle di cadere nel baratro, dandole radici tenaci con le quali aggrapparsi al terreno. Quando il sole fece capolino dalle creste dei monti vicini, il nuovo giorno salutò la prima Stella Alpina.»

«Che storia meravigliosa, Nonna Desia!»

«Hai visto, ratin? A volte ricordo ancora qualcosa di interessante!»

Un’altra storia racconta invece che un uomo, per dare prova alla sua amata della nobiltà dei suoi sentimenti, si avventurò nei luoghi più impervi delle montagne rischiando la sua stessa vita per cogliere una Stella Alpina da donare all’innamorata. Ecco allora che il fiore divenne simbolo anche dell’eroismo.

A essa si attribuivano poteri magici, tra cui quello di scacciare gli spiriti che attaccavano il bestiame provocando infezioni alle mammelle, se bruciata come un incenso.

Oggi la Stella Alpina è addirittura coltivata per abbellire giardini rocciosi, ne esiste persino una qualità che profuma di limone, ma a mio parere la sua resa migliore la offre lassù dove pochi osano arrivare, col volto baciato dal cielo e le radici aggrappate a una terra spesso inospitale.

In natura conta una trentina di specie e non è costituita da un unico fiore, ma da un’infiorescenza formata da diversi fiori di numero variabile raggruppati in più teste, dette capolini. Questi ultimi sono raccolti a loro volta in gruppi di foglie bianche, che poi sono quelle che erroneamente vengono considerate i petali del fiore; si chiamano brattee e sono disposte intorno ai capolini fioriti a formare proprio una stella.

Pare che questo fiore sia giunto fino alle nostre zone dall’Asia durante una delle ere glaciali che fecero rabbrividire il mondo in passato. Fiorisce da luglio a settembre, poi la sua luce si spegne e di lei restano le radici, pronte ad affrontare gli inverni rigidi della montagna. E, a proposito di questo, sembra delicata, ma in realtà il suo aspetto inganna, topi! Bisogna pensare, infatti, che questa piantina deve essere in grado di sopravvivere e resistere a condizioni assai avverse, come neve, ghiaccio, vento. E allora Madre Natura le ha fatto dei doni meravigliosi: alle sue radici ha regalato la capacità di resistere alle raffiche d’aria più forti, alle foglie ha offerto la virtù di regolare l’umidità interna della pianta in base alle condizioni esterne, e alle brattee ha concesso una struttura tale da proteggere la pianta dai raggi ultravioletti. Mica roba da ridere eh! La Natura, quando fa le cose, le fa in grande stile!

E allora mi viene da pensare che Madre Natura abbia donato proprio alla mia Valle l’onore di essere incoronata dalla Stella Alpina come a omaggiare le genti dei miei luoghi che, come lei, tanto hanno sofferto e patito le avversità del clima montano e che tenaci hanno resistito alle intemperie della vita e di un terreno difficile da coltivare.

Con questo io vi saluto topi! Vado a scovare un altro articolo per voi da far brillare in questo blog. Un bacio stellare a tutti.

La Topina e il Tafano vanaglorioso

Sì beh, mi rendo conto che parlarvi di un Tafano e non avere neanche una mia foto di lui è una figura un po’ barbina da parte mia ma, il signorino, di cui a breve vi parlerò, antipatico fino al midollo, non si è nemmeno lasciato fotografare. Avrei tanto voluto immortalare le sue sfumature blu e verdi, metallizzate, che brillavano sotto il sole (l’unica cosa che aveva di bello) ma non mi ha permesso neanche questo.

Fatemi raccontare come andò la mia avventura con Tafano che, a tutti i costi, volle il suo momento di gloria.

Una splendida mattina di sole, dopo aver sceso il crinale del Monte Frontè, passando dal Passo di Garlenda per raggiungere Colle del Garezzo, mi resi conto, come spesso mi accade in Valle Argentina, che tante erano le cose da fotografare in quanto bellissime. Anche Topo Fotografo, che era con me, ebbe la mia stessa idea e decise di allontanarsi di qualche metro da dove eravamo per scattare fotografie alla meravigliosa flora di quel luogo assai colorata.

Le zone d’ombra erano rare pertanto andò a imboscarsi in mezzo a un gruppetto di alberi che permettevano di percepire un po’ di frescura.

Eravamo su un terreno che scendeva ripido, tra massi chiari e ciuffi d’erba, un sentiero in cui Madre Natura offre tanti doni profumati.

Io decido di aspettare, il mio compagno di escursione sul cammino, ammirando diversi insetti che, laboriosi, si cibavano del nettare dei tanti fiori colorati e, proprio mentre sono incantata a guardare lo svolgersi di quelle attività naturali, un presuntuoso Tafano (maschio – buongustaio) decide di venirsi a nutrire attraverso lo sfruttamento di una mia zampa.

La “puntura”, che in realtà è un risucchiamento, è assai dolorosa, me ne accorgo subito e lo scaccio da me velocemente.

Mai nessun animale e neanche nessun insetto, per chiudere un insieme, si era permesso una tale sfacciataggine nei miei confronti. Ma non è finita qui.

Albagioso come pochi e determinato a succhiarmi la linfa vitale peggio di un vampiro energetico, l’audace moscone continuava a venirmi appresso per farmi succhiotti come un adolescente alle prime armi. Ebbene, dovete sapere che le femmine del Tafano (Tabanidae) pungono e succhiano mentre i maschi succhiano soltanto senza perforare.

<< Sciò! Sparisci! >> gridavo agitando le zampe per mandarlo via.

Cercavo di farmi sentire da lui ma anche da Topo amico che, probabilmente, sarebbe accorso in mio aiuto contro quell’insistente spasimante ma era troppo impegnato ad ammirare la beltà del luogo e quelli, lo so, sono momenti in cui anche arrivasse una tigre mi direbbe << Aspetta un secondo, stai ferma, scatto ancora due foto e arrivo >>. Mpf! Che vita dura quella della Topina!

Insomma che, da sola e indispettita, stavo iniziando ad arrabbiarmi sul serio. La zampa mi faceva male e un piccolo borlo rosso/violaceo la stava colorando. Davvero mi chiedo come si sia permesso quel tipo. Che strafottenza quelli che vivono in cima ai monti!

Decido di spostarmi. “Forse sono in casa sua e gli sto dando fastidio” penso. Niente. “Mancu pu u belin!” come si dice palesemente da noi, di cuore, di pancia, quando qualcosa non trova la fine.

L’indisponente e arrogante insetto mi seguiva agguerrito.

Sentii ad un tratto una vocina urlare << Sei mia!!! >> e, poco dopo, a quella frase, se ne aggiunse un’altra << Ragazzi!!! All’arrembaggio!!! >>.

Infatti, il signorino, chiamò degli amici e, dopo pochi secondi, ne avevo ben tre che mi ronzavano attorno. Sto brutto mostro peloso disgraziato!

Tirai fuori dal mio amatissimo – zaino delle meraviglie – una giacca e inizia a farla svolazzare in aria sbattendola di qua e di là per cercare di tener lontano lui e i suoi due compari. Avvicinandosi si sarebbero presi una bella giacchettata sulla testa e forse avrebbero capito la lezione.

Quando Topo amico resuscitò d’in mezzo ai tronchi immaginò fosse il caldo a farmi fare tutta quell’aria nell’aria. In pratica, nonostante la mia disavventura, venni scambiata per una pala eolica e quando con quasi le lacrime agli occhi e una voce tremula, nel tentativo di fargli più pena possibile, gli feci vedere cosa mi aveva combinato quel Tafano cornuto, lui semplicemente mi rispose << Sì, hanno punto anche me >> come se niente fosse, con nonchalance; si mise di nuovo in marcia passandomi davanti.

Con gli occhi a fessura lo seguii con sguardo minaccioso senza rendermi conto che avevo smesso di agitare la giacca come uno sbandieratore. I Tafani se ne accorsero e ricominciarono l’attacco.

Decisi pertanto di sgattaiolare il più velocemente possibile verso Topo Fotografo e continuare a scendere assieme a lui.

Oggi, è passato ben un mese da quel ciucciotto che mi ha fatto il tracotante Tafano ma, nonostante il tempo, porto ancora i segni di quell’”amore criminale”.

Forse ha ragione Topo Fotografo a dire che non era un Tafano normale ma un Tafano tatuatore! Ora che lo so, la prossima volta mi porto dietro quantomeno un disegno più carino da farmi tatuare sul corpo!

Poco prima, io e Topo amico, avevamo incontrato dei cavalli selvatici che, poverini, avevano molti Tafani sulla schiena e sul viso. Ora posso comprendere il fastidio che danno e anche il dolore che provocano!

I nostri vecchi, proprio rivolgendosi a questi animali, dicevano che per uccidere un cavallo, di Tafani, ne bastano sette. Forse era solo un modo di dire ma significava far comprendere quanto fa male un loro morso e io posso assicurarvi che non è piacevole per niente!

Vi mando un bacio meno violento di quello che ho ricevuto io Topi! Alla prossima (dis-avventura).

photo di flickr.com

Ancora in alto – sul Monte Frontè

Placido e imponente, il Monte Frontè (2.152 mt), se ne sta tra la Valle Argentina e la Valle Arroscia simboleggiato da una Madonna bianca a grandezza naturale.

È un monte che offre ospitalità a diverse specie di flora e di fauna, ben visibili, percorrendo il sentiero tra i pascoli che lo taglia e conduce alla sua vetta.

Una vetta tra le nuvole…

Io appartengo alla Valle Argentina e quindi partirò da qui. Da Triora. Arriverò al Passo della Guardia, oltrepasserò il Colle del Garezzo e il suo tunnel e, subito dopo questo, voltandomi a sinistra, noto il percorso che mi permetterà di raggiungere la cima di questo monte chiamato un tempo Monte Frontero.

Vi parlo di una cima ben visibile già da altri luoghi della mia Valle e che tutti conoscono.

Appartenendo alla Catena Montuosa del Saccarello lo si può notare spesso, stagliato contro il cielo, in mezzo ad altri profili montuosi.

Immediatamente, tra quei pascoli infiniti e incontaminati si notano mucche e vitelli ma anche diverse marmotte, affaccendate e attente si muovono su quei prati.

Che grasse sono! Se immobili, si possono facilmente scambiare con i massi chiari di quel territorio ma quando si muovono sono buffissime con tutta quella ciccia che ballonzola su e giù ad ogni loro passo.

In questa stagione il Monte Frontè è ricoperto da un verde sgargiante e su questo morbido tappeto smeraldino possono nascere fiori di rara bellezza e tanti colori che, dolcemente, accolgono svariati insetti e piccoli uccellini.

Pare impossibile pensare che un tempo, tanti tanti anni fa, era un ghiacciaio.

Ho persin avuto la fortuna di immortalare un bellissimo Culbianco e signora.

Guardate che vanitoso: si girava di qua, e poi di là, e poi mostrava il retro. Voleva essere fotografato da ogni parte senza sapere quale fosse il suo lato migliore.

Continuando a camminare su questo sentiero adatto a tutti, anche se l’ultimo pezzo si presenta un po’ in salita, si può ammirare un panorama splendido. Si può vedere tutta la Valle Argentina e tutti i suoi monti dal primo all’ultimo.

Molte volte, in questo luogo, capita di trovarsi davanti ad uno spettacolo singolare e cioè quello di essere al di sopra delle nuvole e sentirsi sopra al mondo.

Siamo a 2.200 mt d’altezza e pare proprio di vivere l’atmosfera di Avalon dove un mare di nubi sovrasta la vallata ma se si guarda in su si può vedere un cielo terso totalmente azzurro.

E’ bellissima, vista da qui, Rocca Barbone. Se ne vede bene la cima e si vede anche la strada che abbiamo percorso a piedi.

Com’è suggestiva da quassù in alto! Con quegli alberelli sopra che sembrano soldatini.

Ancora pochi passi e si raggiunge l’ambita Madonna, costruita nel 1953 e con lo sguardo rivolto verso il mare.

La sua espressione è dolce ed è innalzata su muri di pietra che l’avvicinano ancora di più al cielo.

Attaccate a quei muri sono diverse le memorie di chi ha realizzato tale capolavoro a quell’altezza.

Il riposo è meritato prima di scendere e si può godere di una pace incredibile e un panorama meraviglioso che raddoppia in quanto, giunti qui, si può ammirare la Valle Arroscia, i paesi lontani di Monesi e Piaggia e il Monte Saccarello preceduto dalla nota statua del Redentore.

Alcuni cavalli selvatici dai colori singolari e splendidi rendono il tutto ancora più meraviglioso.

Firmo sul quaderno dei ricordi protetto all’interno del muretto da una copertura in latta. Voglio poter dire che anch’io sono stata qui e simboleggiare questo evento. Dopodiché mi preparo a scendere.

Passerò dal Passo di Garlenda e raggiungerò nuovamente il Colle del Garezzo facendo così un percorso ad anello e osservando altre meraviglie ma tutto questo vi aspetta in un altro articolo.

Continuate a seguirmi quindi, sono persino stata punta da un tafano… non vorrete certo perdervi una cosa così?

Un bacio altissimo, purissimo e levissimo a tutti voi.

E tu che verso fai?

Topi, quello che ho oggi per voi è un articolo simpatico e curioso.

Sono sicura che già lo saprete: ogni bestiolina ha il suo modo di comunicare con il mondo circostante, il proprio linguaggio, e allora oggi voglio farvi conoscere i versi degli animali che popolano la Valle Argentina, perché sono certa che alcuni di voi non li conosceranno tutti.

In questa stagione, anche se ancora per poco, i nostri bei luoghi sono rallegrati dai garriti delle Rondini. Se ne vanno di tetto in tetto, compiono voli acrobatici e intanto garriscono al cielo la loro euforia.

Quando la Rondine, ahimé, abbandonerà le valli e le coste delle mie zone per andare in luoghi più caldi, sarà più facile scorgere il Pettirosso. Sapete che verso fa questo piccolo pennuto? Chioccola!

pettirosso1

Un altro uccellino che si scorge più facilmente con l’autunno e la fredda stagione è il Codirosso e lui, non ci crederete mai, ma ciarla a tutto spiano.

Spostandoci dalla campagna al bosco, forse saprete che le foreste della Valle Argentina sono abitate dal Picchio. Strano ma vero, il suo verso è la risata!

Sugli alberi se ne sta appollaiato anche l’Assiolo, talvolta lo si sente chiurlare addirittura molto vicino alle tane degli umani, persino sulla costa. Il Gufo invece, più schivo del suo cugino, bubola e soffia nella notte. Della Civetta son proprio gelosa: squittisce come me che sono una topina, poteva trovarsi un verso più originale, vi pare? Guarda un po’ se doveva rubare proprio il mio, tsk! Un altro suo verso è lo stridio, perché uno non le bastava, vanitosa!

Altra creaturina alata notturna è il Pipistrello, sono sicura che tutti avrete sentito i suoi stridii quando sopraggiunge il crepuscolo.

C’è poi lo Scricciolo, il nostro ricici, che con la sua statura davvero minuta se ne va in giro ticchettando.

Il Passero, che abita in tutta la Valle e frequenta con spavalderia anche le città costiere, cinguetta spesso in compagnia di Colombi e Tortore, che invece grugano, gemonotubano in continuazione.

tortore

Anche Capinere e Cinciallegre cinguettano di ramo in ramo, ma sono meno cittadine del loro cugino Passero.

Il Beccaccino è raffinato, topi, il più romantico di tutti: il suo verso è il bacio, tenero lui!

E ora passiamo ai quadrupedi, che ne dite? Guardate che ne ho di belle anche su di loro, eh! Pronti?

Il Capriolo dagli occhioni dolci fa un verso strano, a sentirlo non si direbbe appartenere a un esserino all’apparenza esile e slanciato come lui: eppure rantega e abbaia, tant’è che per chi non è esperto può essere scambiato quasi per un cane un po’ roco.

cucciolo cinghiale

Il grufolare dei Cinghiali lo conoscete, ne sono sicura, e anche il suo grugnire, tipico anche dei maiali da cortile.

La mia amica Marmotta se ne sta vicino ai pascoli più alti, là dove le Mucche muggiscono negli alpeggi, e lei invece fischia a più non posso ogni volta che ha sentore di pericolo.

A fischiare è anche la Poiana, mentre il Biacco soffia e Corvi, Cornacchie, Gazze e Ghiandaie crocidanogracchiano per avvisare il bosco di presenze estranee.

Comare Volpe, invece, guaiola o guaisce. Che dire, poi, dei Furetti e di tutti i loro familiari? Fanno un verso che ha un nome stranissimo, topi, potpottano!

volpe

Il Coniglio emette zigolii, mentre il Tacchino si accoda al furetto per stranezza: il suo verso si chiama gloglottio o gorgoglio. Il chiocciare delle Galline e il canto del Gallo lo conoscete meglio delle vostre tasche, riempie sempre i pollai e le zone campagnole, ma forse non sapete che del Gallo si dice anche che chicchiricchia.

gallo

La sponde dell’Argentina, poi, offrono posticini accoglienti per le Anatre: le si sente crocchiare e insieme a loro starnazzano le Oche e gridano i Gabbiani.

E poi la mia Valle è tutta un bombire di Api, il loro ronzio è lo stesso che accomuna anche i Bombi, le Vespe, i Calabroni e molti altri insetti alati.

Insomma, topi, da Nord a Sud, da Ovest a Est, la mia Valle è tutta un gran chiacchierare in mille lingue diverse. Spero di avervene fatte conoscere di nuove!

Io adesso vi saluto, vado a squittire un po’ di qua e di là, in cerca di un nuovo articolo per voi. Baci!

 

Strade e stradine in lungo e in largo per la valle

Cari topi avventurieri, vi parlo sempre della mia Valle e di come io la giri in lungo e in largo zampettando da Nord a Sud, da Ovest a Est, ma poche volte vi ho raccontato di altre incredibili protagoniste dei miei luoghi, essenziali e senza le quali gironzolare sarebbe molto più difficile, se non impossibile!

strada drego andagna1

Sto parlando delle strade, ovviamente!

Be’, una cosa la vorrei proprio dire: per chi desidera imparare a guidare bene, la Liguria è sicuramente un’ottima palestra (e qui me la ghigno un po’). I poveri turisti che in questa stagione si avventurano sulla costa e sui miei monti sono spesso in difficoltà per le strade tortuose, strette e ripide di questi posti, e vorrei vedere! Non è certo semplice guidare in certi luoghi scoscesi, basta allontanarsi anche di poco dalla costa per imbattersi in qualche strada strettissima, a doppio senso di marcia (alternato, ovviamente) con un muro a secco da una parte e lo strapiombo dall’altra… roba per stomaci forti, insomma.

strada badalucco

Eppure, nonostante i mugugni, i “Belin!” e i “Santa Ratta!” che escono spontanei dalla bocca, le strade di campagna sono preziose per tutti i topi amanti del verde.

strada drego andagna

Ci sono strade che iniziano asfaltate e poi finiscono per attraversare il bosco più fitto, diventando sterrate.

strada beuzi

Ci sono strade piane, ma sempre un po’ curve per accarezzare le forme di un territorio sinuoso, a tratti aspro.

strada Realdo

Ci sono strade coperte di cemento a lisca di pesce per non far scivolare chi vi si avventura.

E ancora ci sono strade con una pendenza tale che a scenderle sembra di stare sulle rapide di un fiume, mentre a salirle si sfida la forza di gravità e ci si sente un po’ caprette e un po’ stambecchi.

Ma vedete? Anche questo è territorio, anche questa è cultura, quella di un luogo che si affaccia sul mare come uno dei più bei terrazzi panoramici.

strade liguri

E queste stradine di montagna sono talmente preziose che conducono fino al Saccarello, il monte più alto della regione, proprio qui, alle spalle del mare.

Sono sempre oggetto di discussioni, soprattutto nella brutta stagione, quando le frane le interrompono, e nella bella stagione perché hanno bisogno di essere pulite molto spesso dalla natura rigogliosa che subito le invade.

Quelle più impervie si ricoprono di uno spesso strato di ghiaccio o di neve, tanto che ci si può transitare solo a piedi servendosi di ciaspole oppure con topo-mobili adatte.

strada neve melosa grai.jpg

Ma come faremmo senza di loro?

A vedere certe case abbarbicate sui versanti dei colli ci si chiede spesso come ci sia finita una tana umana lassù. Forse con l’elicottero? O con qualche stregoneria? Ovvio che no, topi: su queste stradine si porta anche il materiale edile, su e giù e giù e su. Fino a qualche decennio fa si portava addirittura coi muli, ma oggi ci sono ruote e carrozzerie adatte ad affrontare certe pendenze. Noi Liguri ci ingegniamo sempre, sappiamo trovare le soluzioni più pratiche ai nostri problemi, lo abbiamo imparato dai nostri avi e da un territorio che è per noi una mamma generosa e severa al contempo.

strada panoramica passo teglia

Per cui, in conclusione, io vorrei davvero ringraziare con tutti i miei baffi, le mie orecchie e la mia codina sorcina tutti quei topi che si sono adoperati a creare ogni centimetro di strada, sia essa sterrata o asfaltata, in piano o in pendenza, e a quelli che oggi le mantengono decorose perché senza di loro la mia valle non sarebbe la stessa.

E adesso vi saluto, vado in esplorazione per voi!

Un  abbraccio sterrato.

“Due estati, un inverno”

Topi, quello di oggi è un articolo un po’ fuori dal comune.

Sapete che mi piace parlarvi degli scrittori della mia terra o che ne cantano le lodi nei loro scritti, per cui eccomi di nuovo qui a presentarvi un progetto particolare di cui fa parte anche la mia amata Valle Argentina.

Lo scrittore Marco Uggé, approfittando dell’appartamento che i familiari possiedono ad Arma, nel 2007 è venuto nel Ponente ligure per restaurare la parrocchiale di S. Sebastiano, ad Artallo. Lo scrittore e decoratore è rimasto in Riviera ben tre anni e sapete bene tutti che, una volta messo piede in questo lembo di terra che è la Liguria, difficilmente si può dimenticare l’accoglienza del mare giocondo e l’abbraccio delle sue montagne. Nel suo periodo di permanenza nei luoghi di cui vi parlo sempre nei miei articoli, Marco ha scoperto al contempo proprio il Mar Ligure grazie alla pesca in apnea e le Alpi Marittime insieme alla mia amatissima Valle Argentina. Tornato nella bassa lodigiana da cui già proveniva e avendo intessuto amicizie qui in terra ligure, Marco ha inventato la storia contenuta in “Due estati, un inverno”.

mar ligure bussana

Ma vediamo di conoscere qualcosa di più riguardo la sua storia.

Tanto per cominciare, topi, il romanzo di Marco Uggé fa parte di un progetto editoriale moderno ideato da Bookabook, una casa editrice che prima di pubblicare i libri dei suoi autori attua delle campagne di crowfunding: gli autori selezionati dalla casa editrice devono raggiungere 200 preordini in 100 giorni delle loro opere, conquistando quindi la fiducia di 200 lettori. Acquistare in prevendita il romanzo di Marco significa dunque puntare sull’autore e permettergli di realizzare il suo sogno, quello di vedere effettivamente pubblicata la sua storia. Trovate tutte le informazioni al riguardo sul seguente sito: https://bookabook.it/libri/due-estati-un-inverno/

SONY DSC

Intanto, visto che si parla di posti che conosco, vi lascio dei brevi estratti dal suo testo.

“Alle prime luci del mattino, da uno sperone a picco sul mare, un uomo possente ma dai modi gentili si godeva la brezza marina, mentre con la solita meticolosa cura andava occupandosi di un piccolo angolo di paradiso.

giardino piante grasse

A ridosso del promontorio, dove la via tra Arma e Bussana s’eleva nel punto più alto, una curva pare voler far prender fiato alla strada ormai stanca d’inerpicarsi su per la costa. In questo angolo ritagliato tra cielo e mare, Alceste aveva piantato un piccolo giardino mediterraneo o meglio, come spesso accade tra gli amanti, lui l’aveva trovato… o forse era il giardino che aveva trovato lui; ad ogni modo era nata una simbiosi tra questo omone dai modi gentili e la terra baciata dal sole e sferzata dal mare. Così, insieme alle piante di aloe, erano spuntati cactus, crassule, euphorbie ed altre varietà della macchia mediterranea.

pianta grassa

[…] Era una mattina come tante, una di quelle mattine che spesso ti regala la Riviera di Ponente in estate.

 

Il mare calmo per quanto permetta l’esposizione costiera della zona, era animato da infiniti bagliori di luce che riflettevano lo smuoversi di piccole onde; la marea in entrata permetteva catture ed a queste pensava Luca mentre col motorino sfrecciava verso la darsena di Arma.

mare arma di taggia

Nella sua mente gli auspici per una buona pesca erano stimolati dal solito profumo che le mattinate ponentine ti regalano a piene mani; solo chi ha vissuto qui per qualche tempo capisce di cosa parlo: è un misto di salsedine, sabbia, olio, fiori, il tutto sferzato e rimescolato dall’aria frizzante delle Alpi Marittime che si scontra e si miscela con quella del Mar Ligure.

mare bussana

[…] Lo scoglio di Bussana è una zona costiera del paese omonimo che, a poche centinaia di metri da Arma, fa parte in realtà del comune successivo. Posto all’estremo ovest del golfo di Arma stesso, si erge su un terrapieno naturale di roccia modellata nel tempo dai venti e dalle mareggiate. Gli elementi, come la mano possente di uno scultore, hanno staccato un grande masso che franando in epoche remote nel mare ai piedi del faraglione, lo ha ben coronato come un puntino sulla i.

Per concludere, ecco anche la trama di “Due estati, un inverno”:

Estate 2015. Quale mistero si nasconde a bordo della Tristana, yacht a vela abbandonato nella rada tra Arma di Taggia e Bussana di Sanremo? E chi ha ucciso a colpi di pistola il povero Mario Acquarone, pescatore subacqueo trovato morto sulla spiaggia di Costa Balena? A questo e ad altri interrogativi saranno costretti a rispondere Luca D’Arrigo, Luca Risso e Michele Fantoni, tre giovani amici inseparabili, con la passione per la pesca in apnea. In questo luogo della spensierata stagione che si aspettavano, i tre dovranno districarsi in una complicata e pericolosa avventura che, oltre a vederli protagonisti, li confronterà con uno spregiudicato trafficante d’armi e un gruppo di spietati ex-mercenari. La vicenda copre l’arco temporale di due estati e un inverno e ha come palcoscenico la suggestiva Riviera Ligure di ponente, col suo sole perenne, il suo mare sempre blu e quel cielo che nel mare si rispecchia, così tanto grande e così tanto azzurro da sembrare finto.

SONY DSC

Che ne pensate, topi? Non vi sembra interessante? Resto sempre molto affascinata dal modo di vedere il mondo in cui vivo da parte di scrittori e artisti che decidono di omaggiare la mia terra.

Io adesso vi saluto, vado a leggere qualche nuova avventura da raccontarvi.

Un saluto dalla vostra topo-lettrice Prunocciola.

Tante bellezze dalla Mezzaluna al Praetto

Oggi parto da un luogo meraviglioso.

Sono nel bel mezzo della mazzaluna, conca disegnata dal Monte Arborea e Cima Donzella, conosciuto appunto come Passo della Mezzaluna o anche Colle della Mezzaluna e mi dirigo verso i Prati di Corte.

Sono arrivata qui passando per la bellissima e mistica foresta di Rezzo, una faggeta che lascia senza fiato e sa di misterioso e fiabesco, chiamata anche “Bosco delle Fate”.

Giunta sul posto è soprattutto Carmo dei Brocchi a darmi il benvenuto in tutta la sua bellezza. Da una parte mostra il bosco e dall’altra il prato, apparendo così come mezzo capelluto e mezzo calvo. Forma un tutt’uno con Monte Arborea e appartiene anch’esso al disegno del Passo protagonista. So che sotto di lui c’è il Ciotto di San Lorenzo, luogo al quale sono affezionata e che ho vissuto molto, e quindi sorrido.

Intraprendo un sentiero stretto e pulito con attorno prati, pascoli e pietraie sulle quali non è difficile notare Camosci, come non è difficile poter osservare un panorama fantastico che mi permette di vedere tantissimi altri monti.

Il Toraggio, il Pietravecchia, il Grai, il Gerbonte, Carmo Gerbontina e anche il Bego, verso la Francia, con ancora la neve a coprirlo.

Non ho neanche iniziato la mia escursione che due Camosci decidono di salutarmi in un modo alquanto insolito. Venendomi quasi addosso in pratica. Li vedo scendere veloci dalla cresta di un montagna e dirigersi verso fondo valle. Mi passano a pochi metri di distanza, piccola come sono, per fortuna non mi hanno investita, altrimenti mi avrebbero fatta arrivare ad Arma nel giro di un baleno. Dovrebbero calmare la loro enfasi ma li capisco… sono sempre molto felici di vedermi. Io, comunque, mi sono emozionata tantissimo ma tanto proprio. Muovevano l’erba come un vento impetuoso e il fruscio era forte, impossibile non sentirlo.

Questa passeggiata, al di sotto di Località Sciorella, è adatta a tutti e porta verso una piccola radura chiamata “Praetto” circondata da un verde vivace che lascia abbagliati.

In questo periodo dell’anno sono tantissimi i fiori spontanei che rendono ancora più suggestivo questo luogo e tanti i canti degli uccelli: Passeriformi, Galli Forcelli, Cuculi… è difficile ma divertente provare a riconoscerli dal canto.

Dopo essere passata sotto a Noccioli, Faggi e Carpini il panorama si apre ancora e mi mostra i paesi di Andagna, Triora, Molini, Cetta e Corte incastonati sui colli con i loro cimiteri e i loro santuari.

Ora, alla mia destra, una catena montuosa che si snoda verso Nord-Ovest, mi consente di osservare Monte Monega e la sua croce simbolica ma anche il Colle del Garezzo.

Tutto qui è florido e lussureggiante. Si vedono i Casoni nei Prati di Corte, antichi rifugi ancora oggi utilizzati, e la Località più bassa chiamata Case Loggia.

Il sentiero sul quale zampetto è comodo e accessibile a tutti basta avere scarpe idrorepellenti, in quanto, può capitare di dover attraversare rii o sorgenti in base al periodo.

Incontro sulla mia strada una bellissima Mucca tutta bianca. È un po’ spaventata dalla mia presenza e quindi, anche se incuriosita, decide di andarsene per poi fermarsi e guardarmi da lontano. Un Topino che fa scappare una Mucca! Questa devo proprio raccontarla.

Non si possono non ammirare i fiori che vi nominavo prima. Ogni colore si palesa davanti ai miei occhi con tutte le sue sfumature e anche ogni tipo di petalo è pomposo e felice di lasciarsi ammirare.

Sono impressionanti il Trifoglio e l’Ortica. Il primo ha fiori alti e enormi rispetto al normale. Sembrano grossi pon pon dai colori decisi. L’erba urticante, invece, ha foglie grandi quanto una mia zampa! E attorno a lei altri minuscoli fiorellini piccoli come puntini.

E poi ancora: Non Ti Scordar Di Me, Veronica, Scarpetta della Madonna, Botton d’Oro, Camenerio, Pigamo, Acetosella, Valeriana Rossa… grandi, piccoli, alti, bassi… un trionfo di tinte stupende. Anche loro emozionano, sembra di essere in una cartolina. Persino il verde è cangiante.

Qui, gli insetti, stanno davvero alla grande. Possono cibarsi di ogni ben di Dio!

Nel bel mezzo del Passo della Mezzaluna sono diversi i sentieri che prendono il via ma potete fidarvi che, qualsiasi decidete di scegliere non vi lascerà scontenti.

In questo periodo i pastori sono saliti con i loro greggi e non è difficile incontrare Pecore, Capre e Mucche, quest’ultime sempre molto protette dai Tori, muscolosi e attenti, ai quali è bene non rompere le scatole.

Io vado a riposare ora, voi aspettatemi per la prossima escursione.

Un bacio verdeggiante a voi.

Incredibili avventure sopra Cima dell’Ortica

Oggi ho pensato di portarvi in un luogo che apre gli occhi su distese infinite e verdi pascoli.

Oggi ho pensato anche che, se non avessi avuto la macchina topografica con me, non avreste potuto credere al mio entusiasmo ma posso dimostrarvi il mio Eden attraverso le immagini. Vi dico solo che ero talmente emozionata da dimenticarmi persino di fare la mia pausa caffè a metà mattinata… e ho detto tutto.

Cammineremo sulle creste dei monti e saremo circondati dalle cime più belle della Valle Argentina ma non è finita qui. Amate gli animali selvatici? E… gli spaventi? Ehm… E le avventure? Bene, ho capito che vi piace il programma e allora forza! Partiamo! Si va sopra a Cima dell’Ortica!

Dopo Triora si prosegue verso Passo della Guardia e poi ancora verso Colle del Garezzo. Parcheggiata la topo-mobile si inizia a zampettare verso il Tunnel del Garezzo di cui spesso vi ho parlato.

Dobbiamo andare dall’altra parte di questo breve traforo.

Sono assieme a Topo Fotografo e Topo Condottiero e proprio mentre osservo, con aria serena, la cima del Monte Frontè (2.152 mt) sopra il mio muso, simboleggiata dalla sua Madonnina, qualche Camoscio spunta dal di sotto dirigendosi correndo verso il punto che stavo ammirando.

Anche Topo Fotografo inizia a correre per poterli immortalare nella loro arrampicata. Lo lascio andare da solo per non rovinargli il momento con qualche mio <<Uh!>>, <<Oh!>>, <<Belli!>>, <<Guarda!>> e quindi lui, dopo diversi passi, si ritrova a parecchi metri davanti a me.

Metri che mi regalano una prospettiva terrificante quando uno dei Camosci, arrancando agilmente, fa cadere un masso grande quanto un cocomero che a me sembra diretto proprio sulla testa del Topo amico. Da quell’altezza, e a quella velocità, sembrava un enorme proiettile e ho immaginato il peggio. Mi blocco. Avevo Topo Fotografo in posizione, masso a mezz’aria e Camosci volteggianti sopra. Un’immagine per il concorso “Big Picture Natural World Photography Competition” ma ero così atterrita che l’ultimo pensiero fu quello di fare – click! -.

Bene, finito il tutto, si prosegue, mentre il mio piccolo cuore sensibile cerca di riprendersi. Topo Fotografo aveva ben visto che quella pietra era distante da lui pertanto sgambettava con giubilo verso il tunnel mentre io, invece, avevo ancora le ginocchia molli.

Un Orbettino, lucertola senza zampe (sì, è una lucertola) innocua di montagna, giace defunta in mezzo alla strada ma non sono ofidiofobica e quindi non svengo. La lasciamo lì, qualche rapace se ne nutrirà.

La bellezza del panorama mi distrae ma la pioggia e il vento forte, che nella galleria sembra un vortice, quasi ci obbligano a stare bassi, camminando curvi, e passato il tunnel si sceglie il sentiero a destra protetto dagli alberi.

È in quel momento che Topo Fotografo sente il verso di un Gallo Forcello e decide di andarlo a catturare con il suo obiettivo. Mentre cerchiamo di capire in quale Rododendro il pennuto si nasconde, un’Aquila Reale spunta dal colle e ci viene incontro. Non ho avuto neanche il tempo di stupirmi per il chiacchiericcio del Fagiano di Monte (altro nome del Gallo) che, un’altra grande emozione, stava già sorvolando verso di me avvicinandosi sempre di più.

Una splendida e austera Aquila Reale ci oltrepassa guardandoci con il suo occhio acuto. La mia professionalità incredibile da birdwhatcher la scambia per l’impavido Galletto e invece no, è proprio lei, la Regina della Montagna.

Passa lenta, elegante, potente. Si lascia fotografare da una parte e dall’altra, il mio cuore batte forte ma, dopo qualche scatto, non c’è tempo da perdere, non dimentichiamoci del Gallo!

Decidiamo di salire in cresta a Cima dell’Ortica per scorgerlo da sopra ma lui prevede la nostra mossa e s’innalza in volo assieme ad un compare con il quale stava discutendo animatamente.

I due Galli li ho invece scambiati per due Gazze ma, fortunatamente, con me c’è sempre Topo Fotografo altrimenti avreste nozioni di avifauna che Linnaeus si ribalterebbe nella tomba.

Ora siamo nei pressi di Monte Monega (1.882 mt)

Il vento è così impetuoso che Topo Condottiero si rifiuta categoricamente di salire sulla sua vetta che ha un’umile croce di ferro piantata a terra.

Il mio sguardo può comunque aprirsi su un paradiso terrestre. Vedo da qui Carmo dei Brocchi al quale sorrido.

Vedo i paesi di Andagna e Triora, uno di fronte all’altro, in mezzo alle nuvole e in mezzo a un verde cupo e vivido. Vedo anche più giù, fin sulla costa, fino al mare e le città, anche se c’è foschia.

Ci accovacciamo quindi dietro a dei massi per ripararci e nuovi spettacoli si aprono davanti a noi. Per prima cosa… quel Tutto.

Meraviglioso… pascoli verdi, distese infinite, cornici di monti solenni ci abbracciano dove la natura mostra tutto il suo splendore trionfando.

Un Camoscio bruca vicino a uno dei Casoni di Corte, proprio sopra a Case Loggia e, qualche attimo dopo, altri Camosci, scendono in fila da una scarpata.

Sono in alto. Vedo tutto da qui. Vedo le due parti del traforo e tutta la mia Valle.

Allodole e Prunelle svolazzano allegre spuntando all’improvviso.

Un rapace (che non chiedetemi cos’era) color nocciola, ci offre il suo particolare volo a spirito santo.

Con tutti quegli uccellini intorno, ricordo la canzone che intonava Cenerentola alla sera quando, anni fa, lavorai per la Walt Disney Production e mi infilarono in quella fiaba con altri topi – I sogni son desideri… di felicitaaaaa’!… -. Ah! L’animo romantico mi esce raramente ma quando arriva… arriva!

Estasiati e arricchiti da quello splendore possiamo decidere di far ritorno ma, dopo pochi passi, Topo Condottiero mi suggerisce di rallentare e sgattaiolare accucciata come un topo in trincea. Aveva ben ragione.

Appena scavalcata la colla, un gruppo di Camosci, a pochi passi da me, stava beatamente intento a prendersi il sole.

I bovidi mi vedono, mi guardano come a dire << De chi ti sei a fia??? >> (classica espressione della zona) e poi iniziano a scendere. Che meraviglia! Così vicini non li avevo mai visti. Corrono leggeri come piume trasportate dal vento. Alcuni hanno grandi pance, femmine incinte probabilmente, e questo mi fa sperare di poter presto vedere qualche tenero cucciolo. Sono incantata.

Topo Condottiero segnala a Topo Fotografo quella bellezza e gli scatti si sprecano alla grande ma non facciamo a tempo a rimirar quello splendore che i Camosci si moltiplicano proprio come a volerci fare un regalo.

Colmi di gioia ci porteremo in tana tante immagini e quindi tanti ricordi.

Il cuore pieno della nostra terra. Un’escursione bellissima. Facile da percorrere per chiunque ma ricca di piacevoli sorprese.

Ora, però, devo riprendermi un attimo. Non è stato facile superare tutte queste emozioni. Fatemi riposare che tra poco si riparte per una nuova avventura… no stop.

Un bacio emozionatissimo a voi.