Neve e poi sole – dal Passo di Collardente al Colle del Garezzo

La mia Valle è bella anche per questo. Come succede in diversi luoghi, in alcuni punti della Valle Argentina, il sole e la neve fanno a gara per vedere chi arriva prima.

Solitamente la Bianca Signora ha la meglio davanti a Cavalier Sole, che prima la lascia scendere in candidi fiocchi assieme a Messer Vento, e poi arriva lui per renderla ancora più brillante.

Per questo, oggi, vi racconto di un clima davvero particolare che ho vissuto durante una splendida giornata di metà aprile. In primavera quindi!

In montagna, certi avvenimenti climatici accadono spesso, ma la primavera porta sempre a pensare a un tempo mite. Inoltre, sono bastati duecento metri di passeggiata per cambiare tutto.

Mi trovavo al Passo della Guardia e andando verso Collardente la fredda neve mi pungeva il viso, andando verso il Garezzo un sole caldo, invece, ritemprava. Ho persino visto nevicare col sole. Uno spettacolo bellissimo. Come luccicavano quei fiocchi contro la luce solare!

Tre Passi, in fila, uno accanto all’altro, uno più bello dell’altro.

Passo della Guardia era l’ago della bilancia. Alla sua destra, a Passo Collardente, era inverno. Alla sua sinistra, a Passo del Garezzo, era estate.

Da una parte ero imbacuccata come un eschimese, dall’altra in maglietta.

E che natura splendida si mostra a me che cerco di osservare tutto quello che mi circonda.

Di qua, mentre gli occhi si posano sul Passo della Nocciola laggiù in fondo, sulle case della Columbera e sulla Caserma di Vesignana, bacche di Rosa Canina e Helleborus foetidus se ne stanno spenti, con poca vita ed esuberanza, accettando quelle stille ghiacciate.

Una piccola Cinciarella squote le sue piume e spruzza gocce sugli aghi di pino mentre una bruma abbastanza spessa le permette di confondersi tra i rami.

Sulla strada, la precedente neve non è ancora stata calpestata e si possono vedere impronte di ungulati (così vi faccio vedere che me ne intendo). Probabilmente un Capriolo.

Un pezzo l’ho percorso, ora è il caso ch’io mi vada a riscaldare verso il Garezzo e le case dei pastori.

Qui la temperatura cambia. Tutto è bianco, ma posso spogliarmi. Alcune slavine sono presenti e rendono più difficoltoso il passaggio.

Il paesaggio è reso ancora più suggestivo dalla presenza di alcuni Camosci che si rincorrono sulla neve o stanno fermi in gruppo. Anche alcuni rapaci arricchiscono il cielo, terso di tanto in tanto, o passaggio di nuvole che viaggiano veloci.

I sentieri limitrofi non si vedono, sono coperti dalla neve che lentamente si scioglie sotto il calore dei raggi e il rumore del gocciolio accompagna la mia passeggiata.

In certi punti non si può proprio passare, occorre attendere la bella stagione ma gli occhi e il cuore sono comunque appagati da una vista spettacolare e una natura incontaminata, mozzafiato.

Facendo ritorno al Passo della Guardia non posso non rimanere incantata da Sua Maestà Rocca Barbone, sempre lì, austera, placida, dalla falesia severa che ospita nidi di uccelli affascinanti.

Penso sia meraviglioso vedere i propri luoghi nelle varie stagioni. I loro cambiamenti offrono ogni volta un palcoscenico diverso e anche l’atmosfera cambia, così come il proprio sentire.

Ogni volta è come se fosse una nuova esperienza, un luogo incantato nel quale non si è mai stati, nonostante in realtà si conoscano a memoria quelle bellezze.

Che sensazioni incredibili. E con l’animo leggero faccio ritorno in tana.

Un bacio quattrostagioni a voi!

Ad Abenin, nel tempo dei lupi

Ah, topi… che terra, la mia! Una terra di artisti, di anime sensibili che hanno prodotto capolavori più o meno conosciuti. La Valle Argentina che da tempo mi impegno a farvi conoscere è stata prediletta come sfondo perfetto per varie ambientazioni, sono diversi gli scrittori che l’hanno immortalata nelle pagine uscite dalla loro penna. Calvino, Biamonti, Montale… ormai li conoscete. Ma ce n’è uno ben più vicino, nostro contemporaneo, che ha saputo descrivere certe zone della Valle e certe vicende in un modo così particolare e vivido da farmi venire un fremito dal cuore alla punta della coda!

Sto parlando di Giacomo Revelli, autore taggese del libro “Nel tempo dei lupi. Una storia al confine”. Be’, credetemi se vi dico che vale la pena di leggerlo.

Nel tempo dei lupi - Giacomo Revelli

Ambientato nei dintorni di Realdo, a fare da sfondo alle vicende che vedono Guido Valperga come protagonista c’è lei, la natura in tutta la sua potente bellezza, la stessa che elogio sempre nei miei articoli. Ma oggi non voglio essere io a parlare, vorrei che vedeste Borniga, Abenìn, il Gerbonte con gli occhi di Giacomo Revelli, che ha saputo intrappolare tanta bellezza in un libro.

Ma non si è limitato a questo, nossignori! Ha anche trattato tematiche molto belle, attuali e importanti che invitano a riflettere, soprattutto gli esseri umani che – lo so benissimo – frequentano il mio blog. E allora eccomi qui a darvi qualche assaggio delle sue parole. Sono andata sui luoghi del romanzo per voi a scattare qualche foto e mostrarvi la bellezza selvaggia dei luoghi descritti dall’autore.

Valle Argetina - Realdo - Abenin

Il romanzo inizia con Guido Valperga, il protagonista, che viene incaricato di piazzare un’antenna per il wifi in alta Valle Argentina e più precisamente nei pressi di Abenin, dopo l’agglomerato abitativo di Borniga. Il capo dell’azienda per cui lavora gli ha ordinato di piazzare l’antenna a Barëghë d’r bola, una zona impervia e pericolosa, lontana da occhi indiscreti e segnata da crepacci e strapiombi.

E’ un posto brutto – ripeté il vecchio – c’è una scarpata, uno strapiombo. Già una volta, anni fa, sono andati a prendere uno che era caduto giù. C’è un sentiero, ci portavamo le bestie malate. Ma è pericoloso, da solo con ci può andare. E nessuno la può accompagnare”.

“Beh, pài… cheicün ër li sëria…” (Be’… qualcuno ci sarebbe)

“E chi?”

“Cul… ën l’Abenìn.” (Quello… ad Abenìn)

“Chi? ‘R ni i a ciù nësciüni lasciù!” (Chi? Non c’è più nessuno lassù!)

“Ma sì! Cur mesagée… com ‘r së ciama…” (Ma sì, quello zoticone… come si chiama…)

“Chi? Chi ti diju? Giusé Burasca? (Chi? Chi dici? Giusé Burasca?)

“Certu! Ee” (Certo!)

“Ma va! Sëra mort!” (Ma va, sarà morto!)

“Ma nu! Miliu, ‘r figl’ de Lanteri, ër l’à vist a faa de fascine ën lë bosch damùnt de cave.” (Ma no! Emilio, il figlio di Lanteri, l’ha visto fare delle fascine nel bosco sopra la ceva)

Guido, torinese abituato alla vita e ai ritmi cittadini e dipendente dalla tecnologia, si ritrova così ad affrontare un viaggio alla ricerca di qualcuno che possa guidarlo tra i monti e i sentieri della Valle Argentina. I suoi passi lo condurranno ad Abenìn, dove dovrà affidarsi ad altri per portare a compimento il proprio lavoro, senza poter utilizzare apparecchi elettronici, i quali nelle zone impervie dell’alta Valle non captano i segnali della rete.

Abenin

“Ad Abenìn non c’era nessuno, nemmeno il vento. La conca era immersa nel silenzio profondo, di quelli in cui, camminando, si sentono le pietre parlare coi sassi. Le poiane volteggiavano nell’aria immobile. Una cornacchia tagliò radente le cime e scomparve. C’era qualcosa di fragile. Trovare l’unica casa abitata di Abenìn non fu difficile. Ce n’erano un gruppetto, fatte di sassi grigi messi uno sopra l’altro, incastrati e impastati di terra, invasi dai muschi. Erano basse e anguste, con poche o nessuna finestra, un buio così pesto all’interno da impedire il respiro. Gli usci, bassi e stretti, avrebbero costretto all’umiltà qualsiasi visitatore che non fosse stato un bambino.”

Abenin

Ed è qui che avviene l’incontro tra Guido e Giusé soprannominato da tutti Burasca per via del suo carattere tempestoso. Guido deve restare ad Abenìn per poco tempo, ma… be’, non sta a me rivelarvi la trama del romanzo e i suoi colpi di scena, topi, ma chissà se alla fine riuscirà a montare la sua antenna e se Giusé Burasca lo aiuterà nell’impresa!

Guido finirà per trovare amici (e nemici) inaspettati e metterà in discussione ciò che ha sempre creduto di se stesso. “Nel tempo dei lupi” è un romanzo che ha una grande profondità, nonostante l’apparente semplicità della trama. Ma continuiamo a camminare sulle parole dell’autore…

edicola Abenin - Realdo

“Ad Abenin, in cima alla collina, c’è un’edicoletta con una croce e vicino un abete. Lì la strada spiana dopo la brusca rampa che sale dal Pin. Dentro c’è una Madonna e una bottiglia di coca con dei fiori appassiti. E’ un buon posto se si ha da pregare. Quando Guido ci arrivò, era un monumento di ghiaccio e di silenzio.”

Abenin - Realdo

“La neve si posava sulle fasce d’erba e lentamente le coricava, come un mantello. I dirupi, i burroni, le cicatrici della montagna apparivano ora più serie e profonde. File di muretti ordinavano i gradoni della conca e delimitavano la strada e le case. Alcuni erano gonfi, ingravidati dal tempo. Altri avevano già ceduto e vomitato nel terreno il loro magma di sassi. Altri resistevano fieri, chiusi, perfetti… ma per quanto ancora?”

Abenin - Realdo2

Che poesia, che parole! Non sono la sola a elogiare questa valle antica e fiera.

E nel romanzo è l’anziano Giusé Burasca, allevatore dai modi burberi e schietti, a insegnare indirettamente a Guido un modo di comunicare nuovo per lui, un linguaggio semplice e più diretto rispetto a quello portato dalla modernità e dalle antenne nell’era degli smartphone. E alla fine anche Guido, forse, riuscirà a far parte di quella natura che dapprima gli era apparsa ostile e distante…

lichene

“Riconosceva i larici, li distingueva uno dall’altro dalla forma del tronco o dai muschi che ne ricoprivano la corteccia. La montagna cominciava a parlargli. La piramide del Gerbonte, le colline di Abenìn non erano più il muto scenario in cui misurare un campo elettromagnetico; capiva finalmente la loro indole. Un lato dolce, con i fianchi della montagna che abbracciano le quattro case, il pontetto per il paese, come in un piccolo presepe, e poi poggi stretti, ma comodi, scalati dai muretti ordinati di sassi. Un lato severo, selvatico, con il dirupo e la valletta spezzata nel baratro: un ciuffo d’erba e poi più nulla, la valle giù, aperta, con qualche pino che si aggrappava alle rocce.”

abenin gerbonte

Ma c’è un altro personaggio in questo libro di cui non vi ho ancora parlato: una lupa, muta spettatrice degli eventi. Silenziosa, selvaggia e misteriosa, con la sua presenza sconvolgerà ogni certezza di Guido e Giusé. (Per la foto seguente ringrazio il fotografo Paolo Rossi, al quale avevo dedicato il seguente articolo qui sul blog: “Paolo Rossi racconta il lupo e i suoi segreti“).

lupo

“La lupa non sembrava avere problemi: proseguiva decisa qualche metro avanti a lui. Guido non vedeva altro che la bestia davanti a sé che ogni tanto si voltava a guardarlo. Ma cosa voleva dirgli? Dove voleva portarlo? La seguì fino ad abbandonare la radura dei larici. Si trovò così immerso completamente nel bianco. Non era cieco, ma la vista gli era assolutamente inutile in tutto quel bianco. La lupa era un’ombra grigia davanti a lui. […] Era qualcosa di profondamente diverso rispetto all’uomo. Tra lui e lei, là fuori, non c’erano solo alberi, erba e colline, ma anche tutto ciò che fa tuonare le nuvole, il vento che le muove, il buio, la notte, il gelo. Cose che oggi, quotidianamente ignoriamo, persi nel rumore di fondo. Quella lupa era arrivata come dal passato, percorreva sentieri che altri lupi prima di lei avevano percorso e si trovava davanti i nemici di sempre, come se anche il tempo ad Abenìn fosse tornato indietro. Ma ora, dove si trovava? Nel tempo dei lupi o in quello degli uomini?”

Il lupo, quello straordinario mammifero ormai sulla bocca di tutti, è tornato a popolare le zone selvagge della mia Valle, ormai lo sapete. E’ un essere schivo, che si fa beffe dell’uomo, e nel libro Revelli usa un motto semplice e schietto per definire questo animale libero fiero: l’è ‘r louv l’animàa ciù furb! (E’ il lupo l’animale più furbo).

Abenin - Realdo - Gerbonte

Il sottotitolo di questo libro è “Una storia al confine”. Revelli parla molto di confini nella sua opera: il confine tra l’Italia e la Francia, dove le vicende sono ambientate; il confine tra antichità e modernità, tra umanità e bestialità, tra civiltà e zone selvagge e incontaminate. Si sente il confronto tra i confini, quelli reali e immaginari che l’uomo ha creato, quelli ai quali la natura non obbedisce perché le leggi umane non hanno validità assoluta su tutto e sfuggono al suo controllo, a differenza di quanto egli stesso tenda a pensare.

Valle Argentina Realdo

Siamo in terra brigasca, dove in passato si consumarono battaglie sanguinose e di cui ho già avuto modo di raccontarvi molte volte, qui sul blog. Sono luoghi che hanno visto scontrarsi italiani e francesi in numerose occasioni, proprio perché questa sembra ancora oggi terra di nessuno, dove ogni cosa è possibile e dove le leggi umane faticano ad arrivare.

E ancora oggi qui, sulle montagne che vi mostro in queste mie immagini e tramite le parole di Giacomo Revelli, gli sms, il web e i social network non arrivano. Qui tutto è autentico, non ci sono schermi a fare da tramite. E quello che l’autore vuole farci vedere è che le sofisticate tecnologie odierne arrivano ovunque, ma l’unico ripetitore che non riescono a toccare è il più importante: quello del cuore.

Sentiero Colle Sanson Valle Argentina

Una terra, questa, che sta pian piano riconquistando il suo lato selvatico e selvaggio, là dove la presenza antropica si limita ormai a sporadiche e occasionali occupazioni, limitate al periodo estivo. Ci si sente ospiti, qui, non di certo padroni, e Revelli lo ha descritto molto bene.

Abenin - Realdo - Valle Argentina

Con delicatezza e semplicità, riporta in vita gli antichi conflitti tra uomini e lupi, riapre vecchie ferite non ancora rimarginate e fa riflettere su due mondi distanti e vicini al contempo – quello umano da una parte e quello animale dall’altra – che viaggiano paralleli senza (quasi) mai incontrarsi. Una storia che invita al rispetto, a sentirsi padroni soltanto di se stessi e ad aprire gli occhi per incrociare lo sguardo con quello del lupo.

Adesso vi saluto, topi. Torno a zampettare in zone selvagge per voi. Un ululato a tutti!

 

A Colle d’Oggia tra pascoli, boschi e caselle

Topi, lo so che vi lamenterete per il freddo, ma se vi coprite bene vi porto con me su un sentiero molto bello. Pronti? Possiamo andare, allora? Bene.

Oggi andiamo oltre Carpasio. Non siamo esattamente in Valle Argentina, ma nella sua succursale, la piccola e suggestiva Valle Carpasina.  Proseguiamo oltre l’abitato di Carpasio fino a raggiungere Prati Piani prima e Colle d’Oggia poi. E’ considerato già territorio imperiese, e la Valle Arroscia è davvero a due passi.

Questo luogo fu teatro di violenti scontri durante il secondo conflitto mondiale, anche dei cartelli ce lo ricordano, riportando la memoria agli anni della Resistenza. Qui, come in altri angoli della mia Valle, i nazisti trucidarono barbaramente giovanissimi partigiani. Eppure a vedere oggi questi luoghi viene istintivamente da pensare alla pace che qui si respira. Siamo a 1167 metri sul livello del mare, e si sente! Solitamente in questa stagione non è raro che ci sia la neve da queste parti, ma quest’anno il terreno è ancora asciutto, l’erba ormai secca e color paglia ricopre ogni cosa come fosse un tappeto. E’ una zona di solito molto ventosa, ma oggi veniamo risparmiati dalle lame affilate del vento che qui sa soffiare in modo prepotente.

colle d'oggia pascoli

Lasciamo la topo-mobile in uno spiazzo e iniziamo a camminare sul sentiero che si dirige verso il Faudo. Siamo letteralmente circondati dalle mucche, belle, pasciute, con quei loro occhioni dolci e scuri che suscitano subito un grande affetto. Brucano l’erba, ce n’è in abbondanza, e si curano di noi quel tanto che basta ad assicurarsi che non siamo nemici.

mucca

Oh, topi! Ce n’è veramente tantissime! Un’intera mandria scampanellante sparpagliata nel bosco di pini e nei pascoli dai colori ormai spenti.

mucche carpasio

E che panorami, da quassù! Il bosco è rado, intervallato da macchie arbustive, per questo permette ampi scorci sulle valli limitrofe, su quei rilievi montuosi che spesso divengono protagonisti dei miei racconti, e lo sguardo giunge fino al mare, sconfinato all’orizzonte. Anche la volta celeste è ampia, si cattura con gli occhi un angolo di eternità.

colle d'oggia valle carpasina

Si cammina per lo più in cresta e non è difficile imbattersi nelle caselle, alcune ancora ben conservate. A volte si ha quasi l’impressione di essere in Sardegna o in un paesaggio ben più nordico, talmente paiono fuori dal nostro solito contesto. Eppure le caselle rappresentano un’architettura assai diffusa, qui in Liguria, come vi ho già detto in passato.

casella ligure

Il sentiero è di facile percorrenza, ma… ehm… oggi è occupato da ingombranti presenze.

mucche colle d'oggia

Guardatele, guardatele e ditemi che non vi fanno sorridere, con quel loro sguardo sazio e rilassato. Se ne stanno in fila indiana lì, sul sentiero, riposando con gusto dopo aver fatto una grande scorpacciata di erbe di montagna. Talmente rilassate da non curarsi dei viandanti che stanno sul sentiero, ci guardano, mantengono gli occhi puntati su di noi senza mai perderci di vista, ma non si spostano.

mucca colle d'oggia

Le ho fotografate da tutte le angolazioni, perché le adoro con quella loro aria paciosa che trasmette serenità. Purtroppo ho dovuto fare lo zoom ed ero con il topo-smartphone, per cui perdonate la bassa qualità degli scatti.

mucche colle d'oggia2

E a furia di far foto a loro, ho fatto tardi sul sentiero e non sono riuscita a concluderlo: ormai il sole sta calando e scende qualche leggero fiocco di neve, converrà che ritorniamo in tana, topi. Ma non c’è nessun male, in tutto ciò: significa che avrò altro materiale per un nuovo articolo, un nuovo racconto zampettante! Siete contenti? Io sì!

Un squittio, anzi no: un muggito felice per voi!

 

Via Camurata e il quartiere Sambughea

Topi, la festa di Halloween è già passata, ma oggi ho da raccontarvi una storia che mette davvero i brividi. Munitevi di coraggio, perché ve ne servirà per attraversare i luoghi che voglio mostrarvi in questo articolo.

Siamo a Triora, il paese più misterioso della mia bella Valle.

Vi ho parlato spesso delle sue meraviglie nascoste e delle dolorose vicende che si susseguirono qui, ma c’è una cosa che ancora non vi ho raccontato.

Seguitemi, entrate con me dentro il paese. Percorrendo tutta la via principale, si giunge alla piazza Beato Reggio, quella con lo stemma di Triora raffigurato al centro del pavimento lastricato. Alla nostra sinistra c’è la chiesa della Collegiata, sorta – così si dice – su un antico tempio pagano.

Alla nostra destra, invece, ci sono i tavoli colorati del Ricici Caffè e del Cocò Café. Le persone qui si siedono a sorseggiare qualcosa in compagnia, scambiandosi due chiacchiere.

Dirigendoci verso i portici, imbocchiamo la via che ha inizio sulla destra. Il suo nome è già tutto un programma, topi miei. Si chiama Via Camurata e c’è una leggenda che spiegherebbe il motivo particolare e spaventoso dietro questo appellativo.

Via Camurata - Sambughea - Triora

Una targa arrugginita ci comunica dell’accesso a un quartiere molto suggestivo, quello della Sambughea, “dove il borgo mostra i suoi più genuini aspetti”, così cita l’insegna.

Credo non ci sia niente di più vero, topi, perché ci troviamo nel cuore nascosto di Triora, quello che non si spiega facilmente agli occhi dei turisti. Era – ed è ancora – il limite più basso della città, il suo confine, ed è rimasto uno scrigno dai mille misteri.

La via Camurata è buia, coperta da volte più o meno alte, raramente intervallata dalla vista del cielo. I lampioni la illuminano notte e giorno, si respira un’aria molto suggestiva. Si procede in discesa, mentre non si può fare a meno di notare che il borgo, che mostrava il suo volto più allegro e giocondo in Piazza Beato Reggio, qui fa trapelare una faccia assai diversa, cupa e ombrosa.

Il silenzio pervade ogni cosa, non c’è traccia degli schiamazzi dei bambini, delle voci lontane della televisione, né del chiacchiericcio delle persone che fanno comunella davanti ai negozietti di souvenir.

Si ode il fruscio del vento, lieve, ma costante, come se ci trovassimo nel bosco. Gli uccelli cinguettano in lontananza, la loro eco, però, qui sembra meno gioiosa. Ovunque c’è odore di pietre umide, a tratti si percepisce quello tipico delle cantine.

La maggior parte delle case di questa via sono abbandonate, in rovina, sembrano grotte, talmente sono buie. Il tempo pare essersi fermato a decenni, forse secoli fa, come avvolto da un terribile incantesimo.

Via Camurata - Triora3

Persiane rotte e scardinate, infissi usurati dal tempo, porte ricoperte di ragnatele, piume di uccello sui muri e vetri rotti alle finestre la fanno da protagonisti in questo scenario surreale.

Sembra di sentire cigolare i cardini al vento, ma è solo suggestione. Ci si accorge che qualcosa non va, si percepisce.

Stando alla leggenda di cui vi parlavo prima, questa via racchiuderebbe segreti terribili.

Pare, infatti, che un anno in cui la peste si fece particolarmente feroce, la gente ammorbata che viveva in questa via e resisteva tenacemente alla malattia senza voler spirare per ricongiungersi al Creatore, venisse murata ancora viva all’interno delle abitazioni.

Non mi credete? Lo so che è difficile e che penserete che io abbia alzato un po’ troppo il gomito, ma sembrerebbe vero, a giudicare da quello che ho potuto vedere nel mio tour. Guardate!

La via, tutta, è costellata di porte evidentemente murate. Ce ne sono a bizzeffe, alcune nascoste, altre più irriverenti nel mostrare il loro passato, ma sono numerose, è impossibile non notarle.

Come se ciò non bastasse, ad accrescere la tetraggine dell’atmosfera che qui si respira sono alcuni soffitti delle volte che fanno da tetto alla via.

Triora - Via Camurata

Forse dalle foto si nota poco, ma sono neri come la pece, perché questo quartiere fu interessato anche da un devastante incendio, forse lo stesso appiccato dai nazisti nel luglio del 1944 e che interessò in particolar modo Molini di Triora.

Insomma, non ci si stupisce che questa stradina sia rimasta disabitata per tantissimo tempo!

Sotto la Via Camurata scorre un altro carruggio, altrettanto suggestivo: la Via Sambughea, dalla quale il quartiere trae il suo nome. Anche qui una leggenda ne spiega l’appellativo. In seguito all’abbandono della zona, pare che tutto il quartiere sia stato invaso dai sambuchi, piante che, tra l’altro, sono considerate tra le più care alle streghe.

Anche qui il tempo sembra essersi fermato, ma qualche coraggioso abita ancora tra queste pietre affastellate le une sulle altre.

Gli scorci che si vengono a creare sono stupendi, a metà tra l’abbandono e il recupero. Casette rustiche curate da mani sapienti si alternano a ruderi pericolanti, che paiono tenuti insieme solo dalle tenaci radici dell’edera.

In Via Camurata sorgono ben due Bed&Breakfast: La Stregatta e Casa Grande. Nelle vie adiacenti, invece, ce ne sono altri due, La Tana delle Volpi e Ai Tre Cantici. Sapete dove andare, se volete sostare qualche giorno a Triora per attraversare gli scorci più suggestivi che il borgo nasconde.

Qualcuno di voi topi sa dirmi di più riguardo queste due vie e le porte murate? Son solo leggende per spaventare i topini, o in esse c’è un fondo di verità? Fatemi sapere!

Io vi saluto, adesso. Ho i brividi ai baffi, con tutto questo parlare di misteri.

Un bacio terrificante dalla vostra Prunocciola.

 

Da Verezzo ai prati di San Giovanni

Lo so che la mia Valle sarà gelosa del post che sto scrivendo, ma oggi vi porto a conoscere un posto che non si trova nella Valle Argentina, bensì nelle zone immediatamente limitrofe.

Se c’è una cosa che di solito ci invidiano tutti della Liguria, è la sua caratteristica di essere a metà tra i monti e il mare, e spesso percorrendo sentieri dell’entroterra si può osservare la distesa d’acqua che lambisce la costa, mentre si danno le spalle alle Alpi.

Ebbene, un giorno d’autunno prendiamo la topo-mobile e allontaniamoci dai miei luoghi, ma non tanto, eh!

Arriviamo fino a Verezzo, frazione di Sanremo, e lasciamo la macchina proprio davanti alla chiesetta di Sant’Antonio.

Mi perdonerete se non farò tante foto, questa volta, ma ho le zampe ghiacciate. Tira un’aria così fredda che si fatica a tirarle fuori dalle tasche, figurarsi a scattare fotografie!

Comunque, dicevo, dalla chiesa imbocchiamo la mulattiera visibile sulla strada e, inerpicandoci, arriviamo su una strada asfaltata che sale ancora tra bellissime villette. Presto l’asfalto si trasforma in cemento, e il cemento in pietra. Si raggiunge così un’altra mulattiera, contornata dalla vegetazione di tipo mediterraneo, dalle campagne curate da mani sapienti e da case di agricoltori.

Il percorso prosegue tutto al sole, non ci sono alberi ad adombrare il sentiero. Lungo il cammino ci imbattiamo nella Ginestra, nel Cisto, nel Timo, in cespugli rigogliosi di Ginepro. E poi, di tanto in tanto, ecco spuntare Querce, Mandorli, Pini e Ulivi.

Si sale sempre, senza fermarsi mai, e la presenza delle mucche è evidente, bisogna fare attenzione a dove si mettono le zampe, se non si vuole finire dritti dritti nella… busa!

Più si va in alto, più la vista diventa mozzafiato. Se volgiamo lo sguardo verso l’interno, possiamo vedere le antenne di Monte Bignone, ma guardando verso sud veniamo invasi dal colore del mare, che oggi è blu intenso, specchio perfetto del cielo terso. E poi si scorgono Sanremo, la Valle Armea, Bussana, Castellaro, da una postazione più elevata possiamo vedere anche Arma di Taggia.

Verezzo

Tornando con lo sguardo verso l’entroterra, riconosciamo il Monte Faudo.

Salendo, la vegetazione si fa più brulla e i Grilli saltano allegri in mezzo all’erba, ormai quasi del tutto secca.

Poi, a un tratto, il sentiero si fa più pianeggiante, la pendenza diminuisce drasticamente. Si procede in mezzo alle Ginestre, i cui rami spogli si impigliano allo zaino, alla giacca e ai capelli. Anche il Rovo si fa spazio in questo ambiente, bisogna fare attenzione a non lasciare che prenda confidenza con noi, perché potrebbe graffiarci le guance, le zampe e lacerare i nostri vestiti. Si sale ancora un po’, ma questa volta la salita è più dolce che in precedenza. Ed eccoci arrivati ai prati, bellissimi, quasi sconfinati, in mezzo ai quali si stagliano ruderi di costruzioni antiche come il tempo e alberi solitari di maestosa bellezza.

Verezzo1

Continuando a camminare in mezzo alle distese erbose, dove pascolano le Mucche, grufolano i Cinghiali e dove passano anche i Cavalli, ci dirigiamo verso la pineta che si vede sulla cresta, poco più in alto rispetto a dove ci troviamo.

E, una volta arrivati, le meraviglie da assaporare non sono poche.

prati Verezzo

Tappeti di pigne ricoprono il terreno e un Pino Silvestre trasuda resina dalla corteccia, si vede anche a distanza. Guardate la meraviglia di questa colata d’ambra!

Sebbene la perdita della resina dalla corteccia non sia un buon segno per la pianta, non possiamo che rimanerne affascinati.

Più avanti ci fermiamo a mangiare un boccone con lo sguardo rivolto al mare, ma facciamo in fretta, perché il vento è forte quassù, non si riesce a rimanere fermi a lungo. Dopo mangiato, proseguiamo il sentiero per pochi istanti e ci ritroviamo alla chiesetta rurale di San Zane, San Giovanni. Subito sotto c’è il paese di Ceriana, un cartello indica che è possibile arrivarci, ma oggi non vogliamo proseguire. Da qui si potrebbe arrivare anche a Monte Bignone, ma neppure questo sarà la nostra meta. In lontananza scorgiamo il Toraggio e, sullo sfondo, le cime innevate delle alture cuneesi.

prati di san giovanni ceriana

C’è pace, il profumo della neve arriva quasi alle nostre narici. Il freddo sferza il viso, ci copriamo di più per sentire di meno il suo schiaffo, ma il vento è potente. E allora decidiamo di tornare indietro, contenti per la bella e rigenerante passeggiata, mentre godiamo dell’oro del sole che ci pervade e illumina ogni cosa intorno a noi.

Pigmy

Da Loreto al Colle Belenda tra castagni e betulle

Cari topini, anche oggi partiamo per una nuova avventura, andiamo nelle vicinanze di Triora. Questo dovrebbe già farvi capire che non potrà trattarsi che di un percorso magico, ma questa volta le streghe non c’entrano niente.

Siamo ancora una volta in autunno. Imbocchiamo il ponte di Loreto, dopo l’abitato triorese, e proseguiamo sulla strada. Dopo un paio di tornanti, sulla destra troviamo dei cartelli che indicano l’inizio del nostro percorso.

Parcheggiata la topo-mobile a bordo strada – messa in modo che non dia fastidio, perché sulla strada e sul sentiero transitano mezzi agricoli per via delle case di agricoltori e pastori nelle vicinanze – siamo pronti a imboccare il sentiero che porta a Case Goeta, Colle Belenda e Colle Melosa.

Cominciamo già in salita, ma questo è solo l’inizio: dovremo salire, salire e ancora salire per raggiungere la nostra destinazione. Avete messo abbastanza acqua nel vostro zaino? Guardate che ne servirà tanta, eh! Bene, allora cominciamo.

castganoVeniamo subito accolti da un suggestivo bosco di castagni, in autunno hanno colori stupendi: l’oro si mescola al verde, sembra quasi di camminare nel mondo del Mago di Oz. Qualche metro dopo l’imbocco del sentiero, scorgiamo una casa (vi avevo detto che questa zona era abitata!): sebbene il percorso sembri procedere dritto, dobbiamo stare attenti e fare una svolta a sinistra. Non ci sono cartelli a segnalarcelo, ma guardando bene tra la vegetazione possiamo scorgere i segni bianchi e rossi orizzontali dipinti sui tronchi degli alberi, pronti a guidarci verso le meraviglie che vedremo.

Saliamo, allora, sempre in mezzo ai castagni. Man mano la salita si fa più importante, il bosco più fitto. E che colori, topini! Sono indescrivibili e impossibili da fotografare nel modo giusto, ma tutto intorno a noi è un’esplosione di giallo intenso, rosso corallo (“Ma come, in montagna?”, direte voi. Ebbene sì!), verde smeraldo, castano… E i profumi che stuzzicano il naso rendono tutto più suggestivo.

Il suolo è un mare di foglie, le zampe ci affondano dentro e ci si sguazza volentieri. E quante castagne! Sono una più bella e succulenta dell’altra, ma oggi le lasciamo a qualcun altro, non abbiamo tempo di fermarci a raccoglierle, perché dobbiamo continuare a salire.

Mentre passeggiamo, non possiamo fare a meno di accorgerci dell’antica presenza dell’uomo in questi territori: ovunque, nel bel mezzo del bosco, ci sono maixei (muretti a secco) e ruderi di antiche abitazioni. Che ci si creda o no, questi luoghi erano abitati e conosciuti, non è difficile pensare alla ricchezza che potevano offrire il terreno e gli alberi circostanti. I generosi castagni, infatti, erano chiamati “alberi del pane”, talmente erano (e sono) apprezzati dai liguri, e con i loro frutti si poteva fare davvero di tutto!

Incastonato in un nodo del tronco di uno dei tanti castagni, troviamo un piccolo omaggio alla Natura: un volto disegnato nella pietra. Sembra uno spiritello silvano, l’albero lo avrà gradito.

spirito silvano2

Più avanti, dopo una svolta, spicca davanti a noi un grande castagno; sembra una mano gigantesca che rivolge il palmo verso di noi per salutarci, la vedete anche voi?

castagno2

Tutto, intorno a noi, è fonte di meraviglia. Sono molti gli alberi caduti al suolo, alcuni sono davvero dei vecchi giganti abbattuti dalla forza della natura, ma la vita non muore, continua. Dai tronchi riversi al suolo nascono funghi e nuove piante, che attecchiscono sulla vecchia corteccia. E le foglie non sono mai rivolte verso il basso, ma su, in alto: anelano al sole, al cielo, alla Vita. E così dovremo fare anche noi, prendendo esempio da loro, ma questa è un’altra storia.

Nel bosco, di tanto in tanto, spiccano i tronchi alabastrini delle Betulle. Sono altissime, eppure si muovono leggere al passaggio del vento. Le loro chiome ondeggiano, le foglie tremano e sembrano quasi salutarci con gioia. Ha una chioma spettinata, la betulla, o almeno così la vedo io. É un albero a dir poco straordinario, possiamo dire che sia un po’ come una mamma; si prende cura del terreno su cui mette radici e lo prepara per una pianta possente, forte e stabile: la Quercia. Se quest’ultima riesce a prosperare, è proprio grazie alla materna e leggiadra Betulla.

Betulle

Stiamo salendo da un po’, quando iniziamo a vedere le case nel bosco. Com’è strano pensare alla vita di un tempo e confrontarla alla nostra frenetica e tecnologica modernità! Pietra su pietra, queste abitazioni sono ancora qui, suggestive e perfette. Solo gli interni sono crollati, qualche volta anche il tetto di ciappe di ardesia ha dei cedimenti, ma la struttura resta intatta, resiste alle intemperie e all’incuria. Non un solo grammo di cemento è stato gettato sulle pareti, ma si reggono bene, come se fossero alberi anche loro.

Ancora più avanti, un cartello ci invita a fare una deviazione e noi non possiamo fare a meno di avventurarci nella direzione indicata, perché… be’, c’è bisogno di dirlo? La foto parla da sola!

Grande Castagno

Si sale un pochino e infine ci si arriva, e il Vecchio Castagno è davvero maestoso, così tanto da incutere un timore reverenziale.

Grande Castagno2

È proprio altissimo, non se ne vede la fine, perché la sua chioma è ampia e rigogliosa. Giriamo intorno a lui, meravigliati, e ci vuole un po’ per fare tutto il giro. Chissà quanti anni avrà! Sarà sicuramente secolare. Una panchina naturale è stata ricavata da una delle sue propaggini, crollata al suolo, e noi ci fermiamo a riflettere e a godere della sua pace e protezione per un po’, poi riprendiamo il sentiero maestro. Siamo a 1015 metri sopra il livello del mare quando raggiungiamo la prima tappa della nostra gita, Case Goeta.

Proseguendo ancora un po’, sempre in salita, il bosco si apre e ci ritroviamo nei pressi di un ampio prato che offre una vista mozzafiato sui monti circostanti. C’è un albero di mele che spande la sua fragranza nell’aria, è un profumo dolce, intenso e viene voglia di cogliere un frutto dai suoi rami per sentirne lo zucchero sulla lingua, ma sono troppo maturi, ormai, non ne vale la pena. Qui prevale la macchia mediterranea, c’è la lavanda, ancora fiorita nonostante non sia più il suo tempo, e poi il timo, la ginestra, il ginepro. Davanti a noi svetta il Gerbonte, l’aria è tersa e calda, nonostante la stagione.

Monte Gerbonte vista panoramica

E allora decidiamo di fermarci lì a pranzare con qualche fetta di pane di Triora, accompagnato da un po’ di formaggio. Era il pranzo ideale di pastori e contadini, e lo è ancora oggi per alcuni, tra queste montagne.

Rifocillatici, riprendiamo il cammino. La vegetazione cambia rapidamente e nel bosco, adesso, padroneggiano il Nocciolo, l’Acero e il Rovere.

La salita si fa più ripida e si arriva a gradini naturali di roccia. Sono massi più grandi di noi e hanno forme che affascinano e rapiscono. Arriviamo, dunque, a un nuovo spazio aperto e da qui riconosciamo Triora, il Passo della Mezzaluna e il Monte Faudo.

Valle Argentina

Concediamo ai nostri occhi di riempirsi di tanta bellezza e poi continuiamo a salire. Colle Belenda è vicino, a dircelo è un cartello.

Colle Belenda

Ancora una volta, la vegetazione si trasforma: il bosco non è più fitto e luminoso, ma rado e scuro. Il terreno è nudo, solo pochi aghi e qualche pigna lo ricoprono. Non ci sono quasi più latifoglie, intorno a noi svetta solo il Pino Silvestre. E che profumo balsamico! L’aria è fredda, siamo saliti bruscamente di quota e si sente.

Il sentiero serpeggia in falso piano, finalmente possiamo riposare un po’ i muscoli stanchi, e a tratti tornano a farci compagnia le latifoglie colorate dalla tavolozza autunnale.

Colle Belenda2

Infine, non ci pare vero, raggiungiamo la nostra destinazione e arriviamo a Colle Belenda, a 1383 metri sul livello del mare! Siamo in un punto mediano tra le Valli Nervia e Argentina.

Fa freddo, si gelano le guance, la punta del naso e le dita, ma siamo contentissimi. Potremmo proseguire sulla strada carrozzabile per Colle Melosa, ma ci fermiamo, perché la discesa sarà faticosa al pari della salita, e per oggi possiamo dirci soddisfatti!

Un saluto nebbioso,

la vostra Pigmy.

Note tecniche del percorso:

  • Livello: escursionistico
  • Dislivello: 727 mt

Dislivello sentiero

  • Chilometri percorsi: 8,4 km circa.
  • Durata: 5 ore circa con le soste, 4 ore a passo sostenuto senza soste.

Ancora nella vicina Francia

Oggi vicina, vicina davvero. Siamo a Mentone. WP_20150411_001Praticamente attaccati all’Italia, anzi, ad essere precisa un tempo qui era tutta terra italiana. Oggi non più, per cui si sorpassa il luogo dove una volta esisteva la frontiera e ci si lascia alle spalle il cartello della bella Italie circondato da stellette bianche. WP_20150411_003Lasciamo Ventimiglia e la piccola frazione di Latte per arrivare qui, dove l’atmosfera è diversa, indubbiamente. Non migliore, non peggiore. Diversa. Alla nostra sinistra il mare e una parte di Liguria che si lascia baciare dallo stesso, alla nostra destra invece, questo piccolo paesino che arranca fin sulle prime colline. WP_20150411_004Palazzine ordinate e dai chiari colori sul fronte mare, in bella vista, a lasciarsi ammirare. Annodati vicoli e tinte più calde in quelli che sono i carrugi che si, esistono anche qua. Stradine nodose che avanzano curiose tra case spesse, pesanti, vicine, attaccate le une alle altre. WP_20150411_005Alcuni archi in pietra le uniscono del tutto pur essendo esse di fronte come a specchiarsi in un riflesso. Assomiglia molto ai miei paesini del Ponente però devo dire che i localini, sono ancora più graziosi e invitanti. E quanti tipi diversi ce ne sono! Si può spaziare tra la cucina indiana e quella marocchina o scegliere ottimo pesce fresco come forse siamo più abituati. WP_20150411_006Mi piace conoscere ricette internazionali ma il mio occhio vispo si è posato su una delle tante lavagnette ben esposte fuori a descrivere il menu: “Insalata tiepida di Capesante e Crema di Gamberi”…… sei mia! E non ho sbagliato! Una prelibatezza! WP_20150411_007Tutt’intorno è molto tranquillo, la gente passeggia serena, posso vederla dai vetri trasparenti. Fontane, palazzi e ciotoli rendono la serata romantica e ricca di emozioni. Una bella passeggiata a fine cena è quello che ci vuole per godere di questo bel paesaggio ascoltando le onde che lo accarezzano. WP_20150411_008Giardini ben curati, golosi gelati acchiappa-turisti, vetrine accese e grandi bastioni di un tempo che fu, regalano a Mentone un fascino particolare. WP_20150411_009Le luci soffuse che emanano un arancio chiaro, la rendono persino un pò misteriosa, nella sua eleganza, nella sua quiete. E quanti profumi dalle spezie d’Oriente! Quanti colori! WP_20150411_010Quante lingue diverse si sentono liberarsi nel vento che soffia su questo paese. Un vento che arriva dal mare, che scuote le barche appisolate nel porto e s’intrufola spedito per i vicoli bui. WP_20150411_011Menton dove tutto qui è già francese, ogni cosa, ogni suono, ogni vita. E allora Salut! Vi aspetto per la prossima promenade.

Sole, laghetti, ninfee e paperette

SONY DSCPensavate topi che la mia Valle era solo un insieme di mare, di monti, di fiori e di cielo? No topini, la mia Valle è anche questo, ossia le immagini che vi mostro oggi. Ossia angoli. Angoli magnifici, spettacolari, nei quali passare ore intere. Ambienti meravigliosi nei quali c’è vita. SONY DSCE quanta vita. Pezzi di natura che lavorano insieme: il sole che riscalda, in contrapposizione alle foglie verdi che rinfrescano e fanno ombra. L’acqua che scorre accarezzando i sassi. I fiori che svolazzano o galleggiano e poi loro, i veri protagonisti, le papere, le tartarughe, i pesciolini. SONY DSCE poi ancora, al calar della sera, gracidano le rane col frinire delle cicale. E si liberano in aria le lucciole. Le libellule invece, più diurne, fanno risplendere di mille colori i raggi del sole che le illuminano. E quei riflessi si specchiano nell’atmosfera. Intere famigliole di cuccioli e genitori sempre più protettivi, più dolci e attenti.SONY DSC E c’è chi sbircia, da dietro una foglia, curioso e guardingo, vorrebbe avvicinarsi ma la paura è più forte di lui. Qui nasce l’amore. Sono luoghi in cui ci sentiamo piccoli, molto più piccoli di loro, ma c’è comunque chi scappa tra i giunchi e il bambù. SONY DSCE c’è il sonno, la siesta, quel riposino pomeridiano in cui tutto tace e nulla muove, tutto l’inverso del mattino in cui, anche qui, c’è la frenesia dei preparativi. L’organizzare l’intera giornata. Ci sta chi comanda, bianco come il latte, e chi lavora dietro le quinte, mimetizzandosi con il verde delle piante e del lago.SONY DSC Ognuno parla la sua lingua ma che bellezza vivere tutti insieme! E la mia Valle topini è fatta anche di queste piccole, grandi cose. Piccole, grandi creature. Per vederle, basta fare attenzione e non passeranno inosservate. C’è addirittura chi va a dargli da mangiare e ad aiutarli nei mestieri!SONY DSC Sono angoli preziosi, da mantenere con cura questi. Guai a rovinarli, sono risorse! Pensate al loro valore. Questi sono angoli che volevo farvi conoscere e, a quanto pare, anche loro volevano mettersi in mostra! Tutti si son lasciati beatamente fotografare.SONY DSC Neppure il vento ha osato muoversi in quei momenti. E io mi unisco a queste parti di mondo per mandarvi un sincero augurio di buona giornata. Non può venire qui chi non ha rispetto di questi angoli. Di questi piccoli universi. SONY DSCUn bacione grande, la vostra Prunocciola.

M.

Il cuore della Valle

Se ieri vi ho mostrato la dolcezza di Bregalla e l’armonia del contesto che la circonda, oggi voglio farvi vedere su cosa si affaccia il paesino del quale vi ho parlato.

Dalla sua culla di monti si vede la parte più aspra e più austera, il cuore imperioso e risoluto della mia Valle. Le nude falesie hanno dimensioni mastodontiche, cadono a strapiombo sul torrente. Laggiù c’è un ponte, quello di Loreto, e sopra di esso troneggia il Colle Ventusu . Siamo a 700 metri circa sul livello del mare.

Gli alberi ricominciano a vestire le rocce come ogni anno, rendendo questa gola ancora più cupa. È come se ordinasse ai passanti il rispetto che merita. La strada, le piante, le casupole, i santuari, tutto è così piccolo da far sembrare queste montagne ancora più gigantesche. Gli uccelli sono pochi, ma di notevoli dimensioni; sono per lo più rapaci, li si può osservare mentre girano in tondo puntando la preda.

Lo scroscio dell’acqua che scende dai massi è perpetuo, il fiume è gelido in ogni stagione.

Il cielo qui è di un azzurro intenso, non inquinato dalle città, e l’aria è così pura da far quasi pungere il naso. Il vento fa suonare il suo soffio impetuoso sbattendo contro le pareti di roccia.

Se non li conosci, questi monti sembrano guardiani spietati. Lo scorrere del fiume risuona contro le rocce e solo gli appassionati di mountain bike, arrampicata, alpinismo, trovano il coraggio di sfidarle. A seconda delle stagioni e dei momenti della giornata, il sole scalda di più o non riesce nemmeno a penetrare nella gola profonda. Anche la primavera fa fatica ad arrivare. Il silenzio e il letargo invernale non vogliono abbandonare questi luoghi. Prima, nei villaggi più in basso, c’erano i fiorellini, i germogli e l’insetto che se ne cibava, ora, in questa zona che è considerata già Alta Valle Argentina, la presenza preponderante è quella delle poiane, dei lupi, degli allocchi.

Il profilo delle montagne si staglia contro il cielo. A bloccare la strada è il Monte Saccarello, là dove finisce la Valle Agentina e cominciano la Francia e il Piemonte. Le ombre dei rilievi montuosi si proiettano nella gola, là dove il ghiacci persiste fino a stagione inoltrata.

Guardando da qui questo mondo, mi sento minuta al cospetto della Natura, ma sono sazia: non ho bisogno di nulla. Sembra di riuscire a toccare questa atmosfera, non solo vederla. Mi avvolge come una calda coperta e mi sento serena, mi dona un senso di protezione.

Quanti mondi diversi mi offre, questa ruga del pianeta! E ogni giorno è sempre più bella.

Un abbraccio innamorato dalla vostra Pigmy.

M.

Una giornata sui prati… bianchi!

Non ho mai capito perchè questa località si chiama Prati Piani. Di prati, in realtà, ce ne sono pochissimi e tutti piccoli. E quei pochi che ci sono non sono nemmeno piani, bensì, in discesa. Bah! Non fa nulla, il posto è comunque stupendo.

D’estate, immaginatevi distese immense di verde chiaro. E’ l’erba che ricopre i monti! Ma c’è anche quello più scuro, delle Conifere.

D’inverno, distese… bianche.

Volevo mostrarvi come appaiono le coltivazioni tipiche della Liguria, le cosiddette terrazze, sotto la neve. Sembrano dei giganteschi scalini sporchi di polvere bianca e quello che rimane delle viti, dei piccoli rametti spogli e rinsecchiti, fa quasi tenerezza.

Siamo a circa 1.100 metri d’altitudine e, la temperatura, alle quattro del pomeriggio è a meno 7°.

Il sole sta già per calare ma fortunatamente non c’è vento.

E lui che solitamente, gelido, rovina le giornate fischiando prepotente. Non oso pensare durante la notte a quanto può scendere la temperatura. Il freddo è pungente. Tutto è ghiacciato. I lastroni di pietra, delle montagne che circondano la strada, sono ricoperti da stalattiti di ghiaccio. Sembra che tutto si sia fermato per uno schiocco di dita di Mago Tempo. Vita non ce n’è. Solo le nostre risate si sentono in tutta la Valle. Nemmeno un misero moscerino osa volare di questi tempi. Il silenzio è assoluto. Mi aspetto di sentire gocciolio di neve che si scioglie ma, nulla, nemmeno quello.

Siamo sopra Carpasio per la strada che va a Colle d’Oggia e a San Bernardino ma, se si va giù, verso destra, si può arrivare, pensate, alla città di Imperia.

La neve ricopre ogni cosa. I vecchi ruderi, ricoperti dal suo manto, sembrano ancora più antichi e solitari.

Verso la colonia di Prati Piani, aperta solo in estate ai ragazzi, cerchiamo una distesa ampia di neve. Topino e Topina vogliono rotolarsi e scendere utilizzando lo slittino ma, nonostante il freddo, la neve è troppo soffice e il loro programma svanisce sprofondando in 50 cm di candidi fiocchi ad ogni passo. Pare però che non si siano annoiati nonostante tutto. Con capriole, tuffi e rincorse a tutto andare, si sono divertiti tantissimo. Non aspettavano altro e, la cosa bella, per noi, è che siamo potuti giungere fin qui in solo mezz’ora di macchina.

La mia valle è così. Inizia dal mare che potete vedere nell’immagine qui sotto, offrendo spiagge, sole e attività più cittadine e finisce con la montagna, prima più collinare, e poi più aspra, dove ti regala un ambiente completamente diverso ma pur sempre magnifico. Dipende dai gusti.

E noi, abbiamo passato un pomeriggio meraviglioso.

Mi ha fatto piacere portarvi sulla neve insieme a me, una neve che non poteva mancare qui, dopo aver ricoperto quasi tutta l’Italia, adesso però preparatevi per la prossima avventura.

A presto e state al calduccio, dicono che ne arriverà ancora e che il freddo che abbiamo sentito è ancora nulla confronto di quello che sta per arrivare.

A tal proposito sappiate che, se qualche volta non riuscite a leggermi, è solo perchè mi si sono congelate le zampette.

Aiutoooo! Pigmy.

M.