Pizzo d’Evigno – in mezzo alla pace e al verde antico

Deglio Faraldi è un piccolo borgo sopra San Bartolomeo al Mare (Im) e sarà proprio da qui che partiremo per questa particolare passeggiata, nella quale vi racconterò anche di atmosfere e piante spontanee di questa zona.

Partiremo da qui per raggiungere Pizzo d’Evigno, conosciuto anche con il nome di Monte Torre, 988 mt s.l.m. e avrete capito quindi che, oggi, non siamo in Valle Argentina, ma poco lontano.

Si cammina sui crinali, talvolta aspri, talvolta verdi, sui quali cavalli selvatici pascolano in tutta tranquillità.

Strada facendo si possono incontrare anche antiche costruzioni tipiche della Liguria, chiamate Caselle, e che già vi avevo presentato. Si tratta di piccoli e resistenti ripari che permettono un salto nel passato. Nelle Caselle si trovava protezione dagli eventuali temporali che non davano possibilità di ritorno al paese e si potevano custodire in loro le riserve per tutto l’anno. Sono strutture simili ai Nuraghi sardi, o ai Trulli pugliesi, o ancora alle Casite dell’Istria. Il blocco principale, in tempi ancora più antichi, era denominato Tholos e la più celebre costruzione in questa architettura particolare si dica sia la tomba di Agamennone edificata nel XIII secolo a.C. presso Micene, in Grecia. Il loro diametro può variare e se ne possono trovare modelli con stanze seminterrate. Rare sono invece quelle a due piani. Se la Casella doveva accogliere e proteggere gli animali, era opportuno costruirla con larghe aperture, le stesse che però, impedivano il riscaldamento. Per questo motivo, quando si poteva, la si costruiva con un’unica apertura d’entrata e nient’altro.

Il tetto in terra, in argilla o in ciappe, tipiche lastre di ardesia della mia zona, era realizzato in modo che l’acqua piovana potesse scorrere via e nominato così a semicupola, ma se all’interno della Casella si riteneva opportuno accendere fuochi, bisognava creare una finestrella anche nel soffitto per farne fuoriuscire i fumi. Finestrelle alle quali i Celti, anch’essi abitatori di queste dimore, appendevano i teschi dei nemici uccisi, un po’ per avvertimento, un po’ per scaramanzia: un messaggio per gli ospiti, un’abitudine apotropaica, un simbolo di potere. La Casella è quindi oggi considerata parte integrante del valore architettonico del “paesaggio a fascia” e caratterizzante la geografia anche umana del Ponente Ligure.

Talvolta semi nascosta dalla selva appartenente al luogo, la Casella spunta solitamente tra Brughi resistenti e Pruni selvatici che, in questa stagione, con le loro tonde bacche blu, colorano un paesaggio ruvido costituito da roccia e da una vegetazione brusca di rovi e piante aromatiche.

Il Brugo, saggio e impavido, limita le zone silvestri, avvisando il bosco di non spingersi oltre – potrebbe essere pericoloso -. Il Pruno invece, simbolo di speranza e resistenza alle difficoltà della vita, non si fa problemi, e cresce quasi spocchioso senza darsi un freno.

Salendo attraverso un sentiero abbastanza erto a gradini, si lascia infatti il verde argenteo degli Ulivi che popolano le terrazze e s’incontra quello più spento, quasi grigio, del Timo e della Lavanda che profumano in modo persistente l’aria circostante. Un ottimo disinfettante e un grande digestivo. Queste le caratteristiche principali di tali piante, ma posseggono anche molte altre virtù.

Gli occhi però saranno appagati ugualmente dal verde intenso del Prato dei Coppetti e la macchia che lo circonda. Un verde che, a salire, si staglierà contro l’azzurro intenso del mare e del cielo.

Da qui infatti si possono vedere, in un magnifico panorama di 180°, il golfo di Imperia e quello di Savona con, al centro, la splendida Isola Gallinara che si propone mostrando un lato diverso rispetto a quello che si può notare percorrendo abitualmente la via Aurelia, la principale Strada Statale della Liguria a picco sul mare.

Abituandosi al pungente profumo delle spezie nominate prima, ci si accorge abbastanza difficilmente della presenza della Mentuccia selvatica, dalle foglioline molto più piccole rispetto a quella coltivata o che nasce più vicino alla costa ma, una volta giunti quasi in cima al crinale, un naso ben allenato non potrà non rendersi conto di questo aroma ricco di proprietà benefiche. Sto parlando di una pianta dalle grandi caratteristiche terapeutiche oltre che le sue intonazioni perfette in cucina.

Rinfresca, disinfiamma, rilassa i tessuti degli organi interni, purifica, tonifica la pelle, restringe i pori in caso di seborrea oleosa e aiuta in molti altri modi. Ora, è proprio il suo profumo a riempire le narici di fresco e ci fa dimenticare quello del Finocchietto selvatico incontrato più in basso che cresce voluminoso su tutto il bordo strada adatto ai neonati, in caso di coliche, e alle donne in caso di amenorrea.

More, Fichi e Asparagi selvatici sono altri gustosi prodotti offerti da questa particolare natura che occorre saper apprezzare. Una volta giunti sul crinale e potendo così godere di una vista mozzafiato, ci si ritrova circondati da erbetta fresca e massi bianchi. I monti sembrano pettinati e il sentiero si fa ancora più ripido ma dobbiamo raggiungere la vetta, quindi, con passo deciso e la meraviglia negli occhi, si prosegue.

Ai piedi avremo ovviamente scarponi adatti, altrimenti sarà davvero impossibile partecipare ad un trekking come questo, degno di veri topi avventurosi, senza la giusta attrezzatura. Si consiglia infatti di essere un po’ preparati e abituati a camminare prima di avventurarsi in questo cammino.

Dall’altra parte dei monti si prospettano vallate immense, ricche di piccoli borghi che le colorano.

Se ne vedono tantissimi ma lo sguardo viene presto distolto dalla presenza dei cavalli selvatici, esemplari stupendi, i quali, in tutta la loro bellezza, brucano e si riposano all’ombra dei pochi arbusti presenti.

Da qui si inizia a vedere l’arrivo. La meta finale. Pizzo d’Evigno che, essendo alto come ho detto 988 mt., è stato segnalato con la costruzione di una croce di 12 mt di altezza per raggiungere così i 1000 mt.

Un po’ di fatica ma tanta soddisfazione. A regnare è la pace assoluta. Lo sguardo si perde lontano. La brezza a volte è fredda e colpisce con impeto. Gli insetti, in prevalenza grilli, accompagnano senza disturbare e qui si possono incontrare molti altri topi che hanno deciso di passeggiare come noi o di scalare la cima in mountain bike o con moto da trial. Il divertimento è comunque assicurato e dentro rimane una ricchezza decisamente rasserenante che riempie l’animo.

La discesa, come la salita, risulta leggermente faticosa in alcuni tratti ma ci si annoia di meno cercando di mettere le zampe nei punti giusti aiutandosi con il bastone o i bastoncini da trekking, molto utili per un percorso così.

Stanchi e soddisfatti si ritorna in tana. Abbiamo fatto circa 17 km e, un po’ di riposo adesso, è più che meritato.

Pant! Pant! E un bacio a voi!

Fatine e sorprese verso Lago Degno

So che uno di voi, un umano, un giorno disse “Non è importante la meta ma il viaggio”. Mi sembra si chiamasse Paulo Coelho e, a mio avviso, aveva proprio ragione. Per affermare ciò che ha detto dev’essere, per forza di cose, passato nella mia Valle perché molte volte, io per prima, nel mio girovagare di bosco in bosco per la Valle Argentina, sono rimasta affascinata da luoghi meravigliosi e incredibili quando la mia destinazione era completamente un’altra.

Oggi, topi, voglio portarvi con me proprio in una di queste zone magiche che ho vissuto pienamente mentre mi stavo recando verso il Lago Degno, un lago rinomato e amato dai miei convallesi e da molti turisti.

Inizio a percorrere il sentiero, sopra Molini, che mi porta tra alberi e arbusti di un bel verde acceso. L’atmosfera si fa immediatamente surreale; ci sono abituata, vivendo la natura come un animaletto, ma in quel momento mi sembrava di percepire davvero energie particolari attorno a me.

Saranno stati quel morbido muschio sulle rocce, quelle fronde che si muovevano leggere, quell’ombra fresca, quei tronchi nodosi e scavati e, quelle percezioni, avevano tutta l’aria di essere belle e serene.

Era proprio come se ci fossero delle fate che, nonostante la loro vivacità e le loro tante cose da fare, stavano ad aspettare l’arrivo di qualche anima sensibile che con esse poteva connettersi. Insomma, si percepiva la loro presenza!

In quel momento, mi sono resa conto che null’altro mi sarebbe servito. L’appagamento era totale. Avevo tutto ciò di cui avevo bisogno pur non avendo neppure una ghianda! Avevo Madre Terra, pulsante, vicina a me, avevo la meraviglia delle piccole cose, la pienezza del creato e niente poteva essere più grande.

Molte persone giungono in questo punto volendo a tutti i costi raggiungere la meta prefissata, ma, qui accanto a questo torrente – il Rio Grognardo – a quest’acqua limpida e fresca, a questi massi, a questi rami incorniciati di bellezza, non si può chiedere di più.

Il verde di questo posto è abbagliante, soprattutto in determinate stagioni. Riempie la vista e l’acqua che scorre sotto di esso riflette sagome luminescenti sulle rocce, accompagnando i pensieri con il suo scrosciare. Tutto è pieno di vita, una vita che trabocca da ogni dove.

Ogni tanto il canto di un uccello, persino assai strano, si alterna al ronzio di qualche insetto, ma a prevalere sono i silenziosissimi battiti d’ali delle farfalle. A milioni. Di ogni colore, di ogni forma e grandezza. Riempiono gli occhi e la pace del cuore è assoluta.

Anche i raggi del sole giocano a un andirivieni che incuriosisce e mi chiedo come possa essere tutto così perfetto, come in una splendida orchestra, proprio dove la perfezione non serve e non è richiesta.

Il mio pelo vibra come i fili d’erba accanto. Tutto vibra: il cuore, il respiro, le ciglia. Anche lo strato più superficiale del torrente vibra, creando delle mezzelune tremolanti che incorniciano gli scogli.

E’ la meraviglia. E’ la voglia di vita. Un ponte leggero porta con l’immaginazione a luoghi lontani e sperduti. Alberi fiabeschi sono ricoperti da un muschio che parla di Celti, di gnomi e folletti, che li nasconde e gli fa da moquette. Quei minuscoli fiori rosa sono in realtà così grandi, per me e per loro, da sembrare delle grandi e secolari sequoie colorate.

Il sottobosco è da ammirare, cela una vita tutta sua, un mondo in miniatura dove piccoli esseri tinti annusano, zampettano, si rotolano. Non si è soli. Quell’essenza abbraccia, culla, mi fa sua.

Si diventa parte di lei, una parte così fondamentale dalla quale si percepisce quanto si possa essere un tutt’uno con il pianeta, quanto bisogno si abbia di tutto questo e quanto lui abbia bisogno di te. Qualsiasi essere tu sia.

La miglior medicina per tutti i mali, una panacea, qualora se ne avesse bisogno. E se ne ha sempre bisogno.

E allora, volevo dirvelo. Volevo dirvi che quel giorno non ho raggiunto il Lago Degno – anche perché al momento è ancora vietato l’accesso nell’area – ma ho raggiunto tutt’altro. La bellezza del mio mondo. La natura più vera. La pienezza totale. Consiglio anche a voi di passare qualche minuto del vostro tempo, seduti su una di queste pietre, ad assaporare quello che vi circonda. Il suo potere vi accompagnerà per molti giorni dopo.

Parola di Topina! Squit!

L’Albero della… cacca!

Fermi tutti! Mi preme avvisare che non voglio offendere nessun tipo di pianta, cari Topi, però… potrà anche farvi ridere, ma nella mia Valle c’è un albero seriamente chiamato “Albero della Merda”. Non mi credete? Lo trovate persino su internet dal momento che questo è divenuto proprio il suo nome!

Scientificamente, invece, si chiama Ailanthus Glandulosa o Altissima, mentre, per i più educati, assume il semplice nome di Ailanto.

Ovviamente non vive solo nella Valle Argentina ed è molto presente dal mare ai monti, forse perché poco longevo, ma in grado di gettare una ricca quantità di polline e riprodursi sovente. Ma… perché (i genovesi soprattutto) lo hanno chiamato da tempo in questo modo? Gli inglesi, invece, si sono limitati al più fine “stink tree” ossia “Albero della Puzza”. Be’… provate a prendere una sua foglia tra le zampe e a stropicciarla o romperla. Ve ne accorgerete subito appena l’annuserete! Bleah! Che fetore!

Passandoci accanto non ci si accorge di nulla, anzi, è persino molto carino con quelle sue foglie lanceolate e sistemate ordinatamente in righe perfette sugli esili rami.

Così bello da essere giunto in Europa dalla Cina proprio per dare una visuale orientale ed elegante all’Antico Continente.

Anche quando è in fiore è molto piacevole. Le sue infiorescenze a grappolo lo addobbano a festa e appare più colorato del solito. Le foglie nuove, appena nate, hanno un colore diverso da quelle più mature. Sono viola scuro, mentre, le “vecchie” di un verde vivo e intenso.

Le varietà di Ailanthus sono diverse e certe diventano alberi alti e imponenti. Vi farà sorridere che la specie Altissima che vi nominavo prima viene chiamata anche “Albero del Paradiso” o “del Sole” perché svetta verso il cielo.

Senza studi speciali alle spalle, vi sconsiglio vivamente di utilizzare le sue virtù, ma è giusto dire che nella sua terra di origine è stata una delle prime piante a essere citate negli antichi testi di MTC (Medicina Tradizionale Cinese).

Ma torniamo in Valle Argentina, perché c’è una cosa molto importante che dovete sapere su questa pianta. Molti anni fa, in tutta Italia, l’Ailanthus veniva coltivato come habitat per il baco da seta e si trattava di una seta molto particolare e pregiata, oggi dimenticata, prodotta dalla Samya Cynthia il bruco di una falena ancora oggi presente in diverse zone della nostra nazione come anche nei luoghi in cui vivo.

La cosa straordinaria, però, è che questo Albero della Merda in realtà è anche la tana perfetta per tantissimi tipi di Lepidotteri, e quindi Farfalle, non per niente la mia Valle ne è piena ed è uno spettacolo ammirarle svolazzare tutte insieme con le loro ali variopinte e leggere.

Siamo abituati a pensare ai fiori e a dare solo a loro il merito della presenza di numerosi insetti, invece occorre chiedersi dove, allo stato larvale, questa grande famiglia viva e si costruisca la dimora. Ebbene, la risposta è: proprio sull’Ailanthus! O comunque anche su di esso, che è tra le loro piante preferite. Evidentemente sono prive del senso dell’olfatto, queste mie care amiche. Non per niente, il gusto del dolce nettare lo sentono attraverso le zampe, i recettori li hanno proprio lì. Ah, la natura! Rimanendo nell’entomologia, mi preme anche farvi sapere che con l’Ailanto le nostre preziose Api realizzano un miele dolcissimo! No, non puzza per niente, è  anzi molto zuccherino! Strano, vero?

Ma le grandi qualità di questo albero non finiscono qui e continuando a parlarvi della mia terra mi preme dirvi che noi dovremmo ringraziarlo molto. Oh, sì! Vedete, la sua crescita è veloce e le sue radici particolarmente intrecciate, pertanto risulta fondamentale nella tenuta di terreni franosi che, purtroppo, nella mia Valle, esistono. Lui trattiene ed evita il peggio nei terreni più scoscesi e pericolosi per l’uomo e per gli animali. Davvero un portento!

E le sue prodezze non son finite qui. I botanici, ad esempio, non riescono a starci dietro! Si riproduce così velocemente e ovunque che è stata dichiarata addirittura una pianta infestante. Che carattere! Esuberante e non patisce niente.

Cresce presuntuoso persino in città adattandosi ad ogni territorio tra una casa e l’altra.

Che dite? Sapevate tutte queste cose su uno degli alberi più presenti qui da noi? No, vero? Bene, felice di avervele fatte conoscere.

Un bacione puzzoso a tutti!

Una gita a Moneghetti

Quando vi parlai del paese di Perallo in questo post “Perallo, il borgo che ama raccontare” vi dissi che costituiva centro abitato insieme ad altre minuscole frazioni nei suoi dintorni. Una di queste si chiama Moneghetti e oggi vi ci porto, perché merita anch’essa d’essere visitata.

Questo piccolo gioiellino della mia Valle, meno conosciuto, si trova vicino a Molini di Triora. Giunti al campo sportivo di Molini, anziché entrare nel paese, si continua verso sinistra per la strada che porta a San Giovanni dei Prati e a Colle Melosa. Dopo aver percorso qualche metro, circondati dal verde più verde che c’è, per una strada asfaltata e ombrosa che propone anche un incontro con qualche asino, ecco sulla sinistra la deviazione, ben indicata, che porta a Moneghetti.

Si tratta di una strada breve, bella da percorrere a piedi, anche se in leggera salita, godendo del fresco che offre e ascoltando i rumori del torrente sotto strada e della vispa natura.

Le case che compongono questo posto si possono contare sulle dita di una mano e la pace è totale e indiscussa. Alcune dimore sono ruderi in pietra che riportano indietro nel tempo, altre, ristrutturate e più abitabili.

Appena giunta in questa località, mi hanno colpito le cataste di legna e quelle dei grandi tronchi pronti per essere tagliati.

Siamo solo a mezzora dal mare, ma qui fa più freddo che sulla costa e la stufa si accende sempre volentieri… anche per cucinare.

Sì, perché qui si vive ancora come una volta e nell’aria si respirano sovente profumi di corteccia o di pane che escono dai comignoli.

A confidarlo sono le case stesse, dall’impronta assai graziosa, fiabesca e antica. Balconi, fiori, panni stesi, colori, pietra, legno… tutto ci regala un’atmosfera senz’altro particolare.

Moneghetti è un’apertura nel bosco dove acacie, castagni e noccioli fanno festa tutto intorno.

La fitta vegetazione permette agli animali che popolano la macchia di sentirsi protetti e al sicuro pertanto non sarà difficile vederli o sentirne i versi e i fruscii.

I monti che ci circondano aprono il cuore con la loro verde bellezza che si staglia contro il cielo azzurro e su alcuni si possono riconoscere paesi più conosciuti e grandi come Triora.

Lo stupore si accende ulteriormente quando sopra una porta, una vecchia insegna  indica che qui c’era addirittura un’osteria. “Osteria Faraldi”. È proprio vero. Osteria, Tabaccaio, Albergo, Scuola… un tempo in queste frazioni non mancava nulla. Sfido io! Erano ben 600 gli abitanti che le vivevano! Oggi non è più così ed è bellissimo arrivare qui e percepire la vita. Come un ritorno.

Gli occhi che incontri ti scrutano. Risulti uno straniero. Non posso fotografare molto le loro abitazioni. Sono restii. Tra di essi sono come un’unica famiglia, un meraviglioso concetto da difendere, ma basterà far capire loro che si è alla buona e si ammira quel luogo con sguardi interessati per essere accolti e apprezzati con gioia e interesse.

Senza approfittare mai della loro ospitalità.

Moneghetti appartiene al Comune di Molini di Triora e, come lui, si trova a circa 460 mt s.l.m. Un tempo qui si coltivava e la merce si portava a vendere fin giù a Taggia. Oggi è un piccolo paradiso per chi cerca relax e natura.

Mi auguro vi sia piaciuto topini. Squit!

“Au Ciottu” di Corte

Ci sono luoghi della mia Valle che non sono accessibili a tutti, ma… io che sono Pigmy  posso andare dove voglio e sono sempre autorizzata, grazie alla miriade di topoamici che ho, sparsi qua e là, e che mi consentono di visitare le loro terre o i sentieri sbarrati ai più.

E oggi è proprio in un posto come questo che vi porto, “vietato”, cosicché possiate ammirarlo tutti voi.

Sì, lo so che in natura non dovrebbero esserci divieti, ma così è e, nel mondo degli umani, ci si deve adattare. Io sono comunque lieta di aver visto una meraviglia che ancora non avevo ammirato e ringrazio di cuore chi mi ha permesso di godere di tanta bellezza e di tanto appagamento.

Andiamo sopra il paese di Corte, precisamente al Ciotto di Corte. Un tempo, in questa depressione erbosa ricca di Noci e Castagni, venivano raccolti i frutti di questi alberi e portati per la vendita fin giù a Taggia o a Corte stessa. I mestieri di una volta si possono ancora vivere attraverso l’immaginazione e l’atmosfera di queste zone.

La strada è sterrata, ma larga e comoda. Sale senza essere ripida e ci porta fino a trovarci di fronte al Carmo dei Brocchi che sovrasta un altro Ciotto, quello di San Lorenzo. La vista è magnifica, una meraviglia si apre agli occhi e permette al cuore di respirare.

Mi accompagnano le farfalle, molto numerose in questa stagione, che si posano sui fiori. Ognuna ha un colore diverso dall’altra e si posano anche su alcune pozzanghere per bere, presumo. Ci sono la Ginestra, il Pisello selvatico, e le rocce attorno sono coperte di Timo e Lavanda.

In certi punti si può ammirare il paese di Corte dall’alto, tutti quei tetti rossi sembrano appiccicati tra di loro e più in giù, sul Torrente, c’è Molini di Triora  “il Paese dell’Acqua”, chiamato così proprio perché costruito sulle sponde dell’Argentina e del Rio Capriolo.

In alto, invece, c’è la stessa Triora e, dall’altra parte, a sinistra di fronte a noi, ecco Andagna con il suo bosco nel quale si intravede il sentiero che porta alla chiesetta di Santa Brigida.

Sono partita dal Camposanto di Corte, piccolo, intimo e ben tenuto e, percorrendo questa strada, ho seguito anche un pezzo di sentiero che, fino a qualche anno fa, veniva utilizzato anche come pista per la Corsa Podistica che si teneva durante la festa in onore alla Madonna dell’8 di settembre.

Una festa importante, per gli abitanti di Corte, molto sentita. Da qui si può anche raggiungere la Palestra Naturale di Arrampicata “Rocca di Corte” per gli amanti scalatori. La Falesia di Corte, che prende il nome proprio dall’omonimo paese, si offre in tutta la sua verticale bellezza per essere scalata da climbers esperti, essendoci punti pericolosi e su strapiombi.

La sbarra che blocca la strada è il preludio della magnificenza. Non avevo mai visto la mia Valle da questo lato. Posso ammirare i pascoli laggiù in fondo, le vette, alcune dolci altre più aspre e, oggi, alcune nuvolette le contornano come un ricamo.

Le More non sono ancora mature. Se lo fossero, ci sarebbe da mangiare per tutto il tragitto. Ce ne sono tantissime e non mancano nemmeno le Ciliegie e le Prugne.

Questa strada porta anche a una piccola frazione di appena una manciata di case, chiamata Vignago e sono davvero pochi a conoscerla. Sarà però una prossima meta perché è davvero distante e oggi non riesco a raggiungerla. Mi chiedo, però, come si potesse vivere così lontani dal paese un tempo, eppure…

Arrivati al Ciotto, l’atmosfera è stupenda. Grossi tronchi aspettano di essere tagliati e bruciati per riscaldare durante l’inverno ed esorcizzare la temperatura rigida della stagione più fredda, rendendo l’ambiente domestico più confortevole.

Il prato è bellissimo, sotto l’ombra di Noci e Castagni secolari ed enormi che sono ancora lì e ancora donano i loro frutti. Tutto attorno c’è il bosco, più fitto in questo punto, ma comunque suggestivo.

Ci imbattiamo in un casone, dove un tempo si stipavano i frutti della terra e gli attrezzi, e una piccola chiesetta conosciuta come “la Chiesetta du Ciottu”, piccola, ma molto carina, con il tetto in ciappe di Ardesia e il portale dello stesso materiale. Come già vi ho detto più volte, santuari, chiese e edicole religiose non mancano mai nella mia Valle.

Da qui si può osservare molto bene la Valle nel suo termine stesso. Nel senso che si vede chiaramente il vallone compreso tra le due catene montuose che la circondano. Si possono notare anche alcuni piccoli affluenti del Torrente Argentina, che adesso sono in secca, nonostante le numerose piogge di quest’anno. Sembrano grandi arterie dei monti con il loro beige che si staglia in tutto quel verde. Un verde onnipresente.

Questa strada, infatti, è percorribile anche in piena estate, a differenza di altre della Valle, perché offre zone d’ombra nelle quali ristorarsi. Ci sono molti alberi, cespugli e arbusti ai suoi lati. Non è aspra e glabra come l’Alta Valle dei pascoli e degli alpeggi.

Sono tanti, infatti, anche gli uccellini che accompagnano la nostra passeggiata con il loro canto. Qui possono costruire i loro nidi. Si sentono cinguettii di vari tipi e, tutti assieme, formano un coro armonioso.

Come vi ho detto, la strada continua, sale molto più su, ma adesso io mi fermo qui. Mi riposo e mi godo questa natura eccezionale che dona le sensazioni migliori. Sedetevi anche voi accanto a me e ascoltate… osservate… in silenzio… il Tutto.

Vi aspetto per il prossimo tour Topi, a presto!

L’Estate – il tempo dei frutti

Se la Primavera è il tempo dei fiori, l’Estate è quello dei frutti e, fortunatamente, nella mia Valle Argentina, le stagioni si distinguono ancora molto, offrendo ognuna le proprie meraviglie.

Il verde è il colore regnante, un verde acceso che ammalia e anche i doni di Madre Terra sono verdi, per il momento… o almeno quasi tutti.

Oggi vi porto a vederne qualcuno, sono bellissimi e golosissimi. Naturalmente, nella mia Valle si trovano ovunque, perché quelli autoctoni nascono selvatici nei boschi e nei sentieri.

Per conoscerli meglio andrò a trovare Maga Gemma, lei sa tutti i loro segreti e sono sicura che mi racconterà molte cose su questi straordinari regali della natura dei quali io sono ghiotta.

Inizio già a vedere alcune piantine che conosco, sento qualche dolce profumo e vedo le loro tinte sgargianti, che meraviglia! E’ tutto offerto dal pianeta… mi sento grata e ricca! Qui c’è da mangiare per mesi e mesi!

«Pigmy, cara!» esclama una bellissima voce femminile dietro di me. «E’ possibile che pensi sempre a mangiare?!» la maga mi sorride.

«Maga Gemma! Ma come hai fatto a capire che…»

«Oh! Pigmy, suvvia… sono una Maga…» sorride ancora.

Io sono sbalordita da tanta bellezza che mi circonda. Attorno alla casa di Maga Gemma, una stupenda dimora in mezzo al bosco, c’è qualsiasi ben di Dio e, curiosa come sono, inizio subito a gironzolare e a infilare il muso ovunque, rapita da tanto splendore.

«Quelli sono Piselli Pigmy. Tra pochissimo si potranno mangiare.»

Ma che meraviglia! Sono buffi e molto carini, delle piccole palline con le quali si possono realizzare minestroni, contorni, insalate, creme, zuppe…! Mi volto di scatto attirata da altre biglie. Questa volta sono colorate di un rosso fuoco e sono appese a un albero: «Le Amarene!» urlo raggiante.

«Esatto! Più aspre delle Ciliegie ma anch’esse ricche di proprietà.» mi rivela la Maga.

«Davvero?» sono una grande conoscitrice di piante e fiori, ma vorrei che Gemma mi dicesse qualcosa di suo. «Racconta!» la esorto.

«Beh…contengono melanina e quercetina, la stessa sostanza che trovi nelle Cipolle. pensa. Quindi sono antitumorali, ma rilassano e fanno dormire sereni. Ottime contro lo stress. Tu non ne soffri, ma i tuoi amici umani sì!». Ecco, questa cosa non la sapevo.

«Nel dialetto della Valle si chiamano “Agriotti”», dico. «Alcuni frutti assumono nomi davvero strambi. Le Fragole sono “Merelli” e le Albicocche “Miscimì”. Bah!» ridiamo entrambe e continuiamo la nostra gita tra erbe e alberi.

Ecco, una delle poche piante senza fiori e senza frutti, poiché sono invernali. E’ il Kiwi e, per ora, offre una gradevole ombra proprio davanti alla casa di Maga Gemma grazie alle sue foglie larghe e tonde. Il Melo, invece, ha già fatto nascere piccole melette ancora verdi. Saranno aspre anche quando saranno mature, ma succose e buonissime perché contengono un’acidità molto piacevole. Fanno proprio bene, tra l’altro! Queste sono le vere Mele che tolgono il medico di torno, se mangiate ogni giorno!

«Seguimi Pigmy, voglio farti vedere uno spettacolo» mi invita la Maga e, fiduciosa, mi avvio dietro di lei. Mi fa chiudere gli occhi, mi fa fare qualche passo e, quando spalanco il mio sguardo rimango allibita! Neanche qui i frutti ci sono ancora, ma quello che vedo è il loro preludio! Gli Ulivi, alberi quasi sacri per noi liguri, sono completamente bianchi perché ricolmi di minuscoli fiorellini che tra qualche mese saranno Olive, le migliori al mondo: la speciale Oliva Taggiasca. Sono un trionfo di candore, sembrano pieni di lana, di neve! Qui da noi si dice “con la panna”! Appena si sfiorano con le zampe, cadono lievi a terra, perciò è bene non toccarli troppo! Un affascinante manto bianco che incanta.

«E questa invece sai cos’è?» mi dice quella splendida donna. Riconosco il frutto, non sono mica nata ieri, in fondo: «L’Uva Spina!».

«Bravissima! Per chi soffre di problemi all’intestino, questa è un vero toccasana!»

«Oh, sì!» replico. «So che contiene anche tantissima Vitamina A e tantissima Vitamina C,ed è anche molto dolce.»

«Esatto. Ancora poco tempo e sarà pronta anche lei. Questa, come vedi, è la varietà bianca, ma c’è anche quella rossa o violacea.»

«Che splendore!» Ammiro tutto estasiata.

Non posso credere di essere circondata da tanta ricchezza. Neanche a dirlo mi sono fatta una bella scorpacciata di parecchie cose mentre quelle che devono ancora maturare sanno che dovranno attendermi, perché tra qualche giorno verrò ovviamente ad assaggiarle.

Saluto Maga Gemma, la ringrazio e me ne torno alla tana con un bel cestino pieno di tante prelibatezze e, nelle narici, il dolcissimo profumo dei Tigli che mi ha riempito i polmoni. Qualche Zucchino, due Albicocche, un po’ di Pomodori… posso sfamare un reggimento. Ora devo lavare tutto, cucinarlo e farmi un po’ di provviste, quindi vi saluto e vi aspetto per il prossimo tour nel bosco dove andremo a mangiucchiare altre squisitezze, tutte naturali.

A presto Topi! Preparate le dispense!

La Ricchezza della Gazania e i suoi Colori

La guardo mille volte al giorno e ogni volta ne resto affascinata.

La Gazania è, a parer mio, un fiore bellissimo. Lo so, i fiori sono tutti belli, ma se vogliamo discutere “coloratamente” sulla vivacità delle tinte, non la batte nessuno.

Il suo significato, che è quello di ricchezza, deriva proprio dalla lucentezza e decisione delle tinte dei suoi petali, così sgargianti e forti da abbagliare, quasi. In fatto di carica colorata, questa pianta è proprio generosa.

Produce persino tantissimi semi e anche questo dettaglio lo rende uno dei fiori simbolo di benessere e prosperità.

Il suo vero nome è Gazania Gaertn e sarebbe formato dall’insieme dei due cognomi degli uomini che parlarono molto di lei. Il primo, l’umanista Teodoro Gaza, fu quello che la scoprì, mentre il secondo, il botanico Joseph Gaertner, fu colui che la studiò e raccontò di lei e del sollievo al cuore che quei colori, così vividi, riescono a regalare solo guardandoli.

Quello che più mi colpisce della Gazania è il suo interagire con il Sole durante l’arco della giornata. I suoi fiori, infatti, si schiudono solo se baciati dalla Stella Madre, altrimenti, sia di notte, sia in caso di presenza di nuvole, i suoi petali rimangono stretti e avvolti in se stessi, mostrando un fiorellino che sembra secco e striminzito.

Al primo raggio caldo e luminoso, però, guardate che spettacolo!

A causa di questo fatto, viene anche chiamata, in gergo popolare, la “Margherita del Sole” e in effetti somiglia realmente a questo fiore comune. Il suo legame con il Sole è davvero curioso: infatti, la Gazania continua ad aprirsi e chiudersi anche a fiore reciso. Un bel mazzo di Gazanie in salotto perderà bellezza e freschezza se il locale non sarà sufficientemente illuminato o quando si spegnerà la luce per andare a dormire. Al mattino dopo, però, eccolo ritornare arzillo e pimpante (e coloratissimo) proprio come il giorno prima.

E’ un fiore pieno di vita, di luce, di entusiasmo… non vi pare? Mette allegria solo a guardarlo. Stupisce, riempie di gioia. Sa trasmettere bellissime sensazioni.

A parte il soffrire climi troppo rigidi, è una pianta molto robusta che si adegua bene sia in vaso che in terra, ma vuole parecchia acqua soprattutto durante le giornate calde e afose che ama parecchio.

I suoi fiori non profumano, ma, così belli e variopinti, vengono ancora oggi utilizzati nelle cerimonie in diverse parti del mondo soprattutto in Africa, dove la Gazania nasce spontanea. Purtroppo, nei boschi della Valle Argentina in cui vivo non cresce spontaneamente e per godermela devo piantarla nei miei vasi, ma non può assolutamente mancare davanti alla mia tana. In estate, appena metto il muso fuori, al solo vederla, sono già felice.

A voi non fa lo stesso effetto?

I colori attorno a me

Quando si associano i colori alla natura si pensa solitamente all’autunno, ma, ora che siamo in primavera, uscendo dalla mia tana mi rendo conto di quanta meraviglia colorata ci sia attorno a me.

L’autunno offre spettacoli incredibili di tinte accese, infuocate ed energiche, ma cosa vogliamo dire di questo periodo, che dona timide e delicate nuances? Il lilla, il rosa, il giallo, l’azzurro… E dell’estate, ne vogliamo parlare? Con quei tocchi sgargianti di rosso, arancio e blu! L’inverno, poi, regala sfumature più tenui di colori pallidi e gentili che riposano e sospirano.

Sapete bene ormai che io, a malincuore, di letargo ne faccio ben poco, altrimenti poi mi venite a bussare al tronco di castagno per chiedermi nuovi post, ma tutto questo ha anche il suo lato positivo perché ogni giorno dell’anno, ho la possibilità di svegliarmi e riempirmi gli occhi di arcobaleni! Oh sì! Anche tutto questo si chiama “Valle Argentina”!

E i suoi boschi, le sue falesie, i suoi doni, il suo mare, i suoi prati e il suo cielo propongono ogni dì una nuova bellezza. Colori che non solo si vedono, ma si respirano anche! Si percepiscono, si toccano! Sono colori che vivono con me. Non mi soffermerò a elencarvi le varie tinte come il marrone della nocciola, il verde delle foglie e il porpora dei mirtilli, voglio raccontarvi come possono, tali colori, estasiarvi.

Vedete: un conto è ammirarli, un altro è trovarvisi proprio nel mezzo. Io son piccina come una ghianda, a me riesce bene. Immaginatemi scorrazzare tra l’erba piena di fiori variopinti! Potete capire la mia meraviglia! Mi basta sostare sotto al piccolo fiore di un trifoglio per vedere tutto il mondo violetto. E lo sapete che solo di verde ce ne sono infinite tonalità?

Stavo pensando, infatti, che, come vi ho detto molte volte, persino il nome stesso della mia Valle è quello di un colore: “Argentina” da “argento”. Questo argento, però, è associato a un verde, quello degli Ulivi che sappiamo mostrare un verde argenteo quando le loro foglie sono mosse dal vento. Ma, guardandomi intorno, posso notare che questa particolare tinta è data anche dal Rosmarino, ad esempio, e dalla Lavanda, che l’argento lo ricordano parecchio. Per non parlare del brillio dell’Ardesia e dell’Arenaria… altro che argento! Può arrivare ad assomigliare a un luccicante… grigio topo… splendido colore! Vi pare poco?

E volete che vi racconti dei colori delle mie albe e dei miei tramonti? Ah no! Non posso! Solo un poeta potrebbe. Sono così splendidi e meravigliosi che non meritano di essere offesi da parole dal basso pregio perché, credetemi, quando i monti s’incendiano al sole, quando il cielo fiorisce di rosa, quando le nubi arrossiscono e il sole è come una grande arancia sospesa… be’… è tutto veramente meritevole di poesia.

Posso raccontarvi, tuttavia, qualcosa del blu notte che scurisce sopra il mio muso dopo il crepuscolo. Un blu quasi nero, che avvolge il firmamento e si veste di mistero. Un blu scuro che zittisce ogni cosa, che tutto spegne. Tranne le lucciole, che rifulgono beate in alcuni periodi dell’anno. E sono bellissime. A me tengono molta compagnia e mi permettono sempre di far ritorno in tana a qualsiasi ora. Dei minuscoli lanternini contro l’oscurità.

Allora topi? Cosa ne dite? Vi ho convinto a credere che, nella mia Valle, i colori siano grandi protagonisti e che sappiano mostrare anche qualcosa di magico? Lo spero, perché è davvero così.

Per adesso vi mando un colorato sorriso, vado a dipingere un altro post per voi.

Il contatto con la Natura: da Passo della Guardia alla Galleria del Garezzo

Valle Argentina? No. Alta Valle Argentina! Uno dei luoghi più belli della mia valle e, questa volta, si va a piedi per poter apprezzare ancora di più la fantastica e sorprendente natura che ci circonda. IMG-20150626-WA0004Eh… invidia, invidia… dov’è che vi ho portato l’ultima volta? Ah, si! Al mare! Ricordate?! L’acqua limpida, la sabbia calda… si, si… e invece dove siamo adesso? Arriveremo quasi a 1.800 metri s.l.m.! 😀 non arrabbiatevi, seguitemi piuttosto. E ripeto: a piedi! Se per quasi un anno sono dovuta stare ferma, ora mi rifaccio completamente. Il panorama è suggestivo e il luogo surreale. IMG-20150626-WA0003La felicità pura, dovete credermi. Una meraviglia davvero per gli occhi, per la mente, per il cuore. Si lascia la macchina dopo il paese di Triora, appena finisce l’asfalto, e si passa sotto ad una pineta ombrosa che possiede un’atmosfera incredibile. Sembra magica. A tratti, i Pini e gli Abeti si mescolano ai Noccioli che formano boschi interi. A bordo strada, le fragoline di bosco sono numerosissime e si possono fare grandi scorpacciate. Che bello vedere questi puntini rossi tra il verde acceso delle foglie!WP_20150626_001 Ce n’erano tantissime ma ne abbiamo mangiate poche per non portarne via troppe. Ogni volta che vi capita di raccogliere qualcosa in un bosco usate sempre cestini e non sacchetti di plastica e ogni tanto scrollateli in modo che le spore, cadendo, possano dar vita a nuovi frutti. A proposito, portatevi dietro tanta acqua mi raccomando, perchè da qui in poi, se volete fare il mio stesso percorso, l’unica fontanella che trovate non possiede acqua potabile. Si cammina fino al famoso bivio. WP_20150626_007E’ il bivio che porta, a sinistra, a Colle Melosa e a destra invece, dove dobbiamo andare noi, a Monesi e poi al Monte Saccarello. Lo vedrete, non potrete sbagliarvi. Infatti giriamo a destra. Siamo in un punto importante della mia valle. Qui, Piemontesi e Francesi hanno combattuto a lungo per conquistare questi luoghi. WP_20150626_010Per questi sentieri, nell’anno 1794, si è sparso il sangue di molti uomini.  Siamo vicini al sentiero dei Flysch termine svizzero che indica formazioni di roccia complesse costituite prevalentemente da arenarie fini con intercalazioni di siltoso. WP_20150626_008Si possono toccare, sono calde. Alla vista invece austere e possenti. Inutile descrivervi la pace. Ma quanto via vai per gli animaletti durante le ore mattutine! Farfalle, api, calabroni, tafani, uccellini, tutti a ronzare, tutti a cinguettare, tutti a lavorare. Gli insetti si cullano di fiore in fiore. Quanti colori! Solo di margherite ne ho visto di tre tinte diverse: bianche, gialle e viola. Mi è persino capitato di vedere un Sempervivum fiorito, nato spontaneo tra le rocce, con meravigliose sfumature rosa acceso. WP_20150626_002Per ora siamo a circa 1650 metri s.l.m. ma dobbiamo salire ancora. Così tanto che, se una nuvola ricopre il sole, l’aria si fa così frizzantina da obbligarti a indossare la felpa. Il bosco ormai lo abbiamo abbandonato e tutto intorno a noi è ancora più roccioso intorno ma, la strada è sempre sterrata. Ci massaggia i piedi.WP_20150626_003Piano, piano gli alberi si fermano per lasciare posto ai prati e le varie tonalità di verde disegnano ambienti mozzafiato. Nel naso entrano i profumi della Lavanda, una Lavanda più blu di quella che nasce più a valle, del Timo e dell’Origano. E c’è la Melissa, il Sedum Muntano, la Ginestra e il Dragoncello. E ci sono cascate di fiori bianchi incantevoli su tutti i massi nudi pronti ad accogliere le aquile.WP_20150626_012 Speravamo di vederne almeno una ma sarà per la prossima volta. Siamo in uno dei tanti e antichi percorsi denominati “la Via del Sale” dove passavano infatti i mercanti a commerciare il sale a piedi o con i muli. WP_20150626_017Siamo sul confine tra Liguria e Piemonte, tra la provincia di Cuneo e quella di Imperia e, vicinissima a noi, c’è la Francia con le Alpi che si smistano nei vari territori. Sentieri duri per gente tosta. Per esseri che riescono a farcela sempre. Anche la flora è così tenace. Guardate questa piccola piantina di Lavanda dov’è nata. WP_20150626_018Nel bel mezzo di una pietra posizionata per proteggere dal dirupo. Una passeggiata splendida che insegna anche molto se si sa osservare e ascoltare. Mi auguro sia piaciuta anche a voi così come a me.WP_20150626_009Per oggi ci fermiamo, un’altra volta, oltrepasseremo il tunnel e vi porterò nei pascoli verdi. Alla prossima quindi. Un bacione a tutti.

Il Pungitopo…Ahi!

Come direbbe Puffo Brontolone – Io odio il Pungitopo! -.

Mi tocca farlo, devo parlarvi anche di questa pianta, il Ruscus Aculeatus ma, il suo nome più volgare e comune, mi mette i brividi: Pungitopo. Ma perchè chiamarla così? Perchè avercela così tanto con noi piccoli roditori?

Però, sapete com’è, è talmente bella (anche se cattivissima) e talmente utile, che non potevo non citarla. E, se andrete avanti nella lettura, capirete il perchè.SONY DSC Appartiene alla famiglia delle Ruscaceae e offre delle bacche rosse e tondeggianti che si mischiano al verde cupo, lucido e intenso delle foglie dure e pungenti. Grazie a questo bel connubio, la pianta è considerata una delle più belle piante ornamentali da regalare, alla quale è stato dato il merito di presenziare nella festa santa del Natale per abbellire doni o composizioni assieme all’amico Vischio, con il quale però, non sono nemmeno lontani parenti. SONY DSCA Natale, compare ovunque! Persino disegnata sulle tovaglie del pranzo del 25 Dicembre. Il Pungitopo, come non piace chiamarlo a me, è una pianta davvero particolare. Le hanno dato questo nome perchè un tempo, nelle cucine dei Palazzi, veniva messa intorno alle provviste per non farle rosicchiare dai topi (posso assicurarvi che non abbiamo mai rosicchiato nulla; questa è discriminazione!). Quelle sue foglie acuminate ci tenevano ovviamente ben lontani.SONY DSC Dal punto di vista salutare però, il Pungitopo, è molto simile al Mirtillo e a tutti gli altri “frutti rossi” (così chiamati) in grado di rinforzare le pareti dei nostri capillari e migliorare la circolazione sanguigna come il Lampone, il Melograno e la Mora. E’ una pianta ricca di Vitamina P, per questo riesce in questo compito. Inoltre ha un’azione anche diuretica e questo fa si che riesce a pulire ulteriormente il nostro sangue venoso e la nostra circolazione linfatica, da tossine e prodotti di scarto più velocemente. Come assumerla viene deciso dalla persona: in tisane, in sciroppo, in polvere ma, per chi non lo sapesse, vorrei dire che il Pungitopo è considerata nella medicina popolare, proprio per queste doti diuretiche che possiede, la “Quinta Radice” ossia, nella “composizione delle cinque radici” (che sono: il Finocchio, il Prezzemolo, l’Asparago e il Sedano) essa è il quinto elemento come purificatore dell’organismo.SONY DSC Devo essere sincera però, non so se sono messi in ordine di “potere” o meno, non mi sembra. Hanno più o meno la stessa “potenza”. Anche le sue radici sono un vero elisir lassativo e diuretico. Con i suoi semi lasciati essiccare invece e scottati per poco tempo su lastre di pietra, i Greci, ci facevano una specie di caffè, dal sapore molto forte, che bevevano dopo mangiato per digerire mentre, ancora oggi, sono utilizzati crudi, in cucina, i suoi teneri germogli, e credetemi, devono essere davvero teneri altrimenti non riuscirete a mangiarli, sono duri e amari. Come tutte le piante inoltre, il Pungitopo, ha un suo ben dettagliato significato: se a vederlo può sembrare ombroso e dare un impatto negativo, esso è invece l’esatto contrario; la sua resistenza indica infatti la sopravvivenza e, la sua forma, soprattutto quella delle foglie, faceva credere di essere in grado di tener lontani gli spiriti maligni. Per proteggere i morti dall’oscurità infatti, veniva anche posizionato vicino alla salma o tra le sue mani e, le persone al funerale, ne tenevano un rametto in mano. Bruciarlo, e far salire in alto il fumo che portava il suo odore, era come avvicinarsi alle Santità e far capir loro che li stavano pensando e pregando. A volte veniva usato suo fratello ossia il Pungitopo Maggiore, chiamato scientificamente Ilex Aquifolium, nient’altro che il conosciutissimo Agrifoglio (attenzione alle sue bacche però perchè sono tossiche) e, come lui, il Pungitopo è usato molto nella religione Cristiana perchè la sua foglia ricorderebbe la corona di spine del Cristo. In merito all’Agrifoglio c’è una carinissima leggenda mitologica che narra così:

Re Agrifoglio e Re Quercia sono due figure della mitologia celtica che rappresentano le due forze gemelle, ma allo stesso tempo contrapposte, che regnano nell’universo. Sono le forze naturali che permettono il cambiamento stagionale, l’arrivo della luce e dell’estate, o l’arrivo del riposo con la stagione invernale. Il Re Agrifoglio rappresenta la stagione umida, l’arrivo del freddo e dell’inverno. Possiamo immaginarcelo come più anziano e più saggio, collegato anche al riposo ed al sacrificio. Il Re Quercia invece ha una connotazione più dinamica ed attiva: egli rappresenta la forza dell’estate e del Sole nel suo pieno splendore. Queste due forze si sfidano eternamente nel corso degli anni: ad ogni solstizio Re Agrifoglio e Re Quercia si sfidano, perché il tempo possa progredire e la stagione cambiare. Durante il Solstizio d’Inverno è il Re Quercia a prevalere su Re Agrifoglio. Nel momento stesso in cui la forza dell’avversario è al culmine (ovvero è la notte più lunga dell’anno) comincia però il suo declino, lasciando lo spazio al ritorno della luce, del Sole e dell’estate. Il Re Quercia vincerà per permettere che la terra possa nuovamente fiorire e dare frutti. Egli conquisterà anche il favore e l’amore della Dea, con cui si unirà a Beltane e da quell’unione nascerà nuova vita. Al contrario durante il Solstizio d’Estate sarà il Re Quercia a soccombere, perché la Terra possa sfiorire e riposare e prepararsi ad un nuovo ciclo. Possiamo vederle come due facce di uno stesso Dio Cornuto (o Dio della foresta), due facce che rappresentano la dinamica Vita-Morte-Rinascita (o Vita-Morte-Vita) e quindi come un ulteriore riferimento alle forze della natura ed alla ciclicità della vita naturale, materiale, ma anche spirituale. Perché queste forze non moriranno mai per davvero, esse risiedono latenti, aspettando fino al momento opportuno, per tornare quando ci sarà più bisogno di loro. In alcuni miti si dice infatti che la forza che viene sconfitta dimorerà i sei messi successivi nella dimora della Dea Arianrhod. L’importante è che nessuna forza possa mai prevalere sull’altra, poiché questo porterebbe ad uno squilibrio naturale ed alla distruzione”.SONY DSC

Carina vero? L’ho trovata per voi su forumfree.it. E l’Agrifoglio è quello che posso mostrarvi qui. Cresce spontaneo nella mia valle. Come fare a riconoscere L’Ilex dal Ruscus? L’Ilex – Agrifoglio (quello di queste immagini) è più grande, può arrivare fino ai 10 metri d’altezza e la sua foglia è larga con piccolissime spinette sul bordo; il Ruscus, non supera gli 80 centimetri e le sue foglie sono piccole e lanceolate ma, tutti e due, adorano il bosco. Un bacione pungente topi.

M.