Da Verdeggia al Passo della Guardia

Topini, oggi vi porto in un posto della mia Valle tanto bello da togliere il fiato!

Andiamo in Alta Valle Argentina, dove il tempo sembra essersi fermato e dove i ritmi rallentano tanto da farci dimenticare di guardare l’orologio. Siete pronti? Bene, partiamo allora.

E’ ottobre. Ci mettiamo in macchina e saliamo su, sempre più su, superando Triora e il ponte di Loreto. Già da qui possiamo godere di una vista bellissima, la Valle si stringe, e il torrente Argentina scorre in basso. Con l’auto passiamo sotto costoni di roccia che incutono quasi timore da quanto sono grandi, incombono su di noi. Proseguendo sulla strada, arriviamo finalmente a Verdeggia. Scendiamo dall’auto e iniziamo a coprirci: sebbene l’autunno quest’anno sia mite, l’aria è frizzante e fredda, non dimentichiamoci che siamo a un passo dal Piemonte e dalla vicinissima Francia!

Il sentiero parte da qui, dall’inizio dell’abitato di Verdeggia (1092 m), ed è subito segnalato da un cartello. Ci condurrà al Passo della Guardia, a 1461 metri di altitudine.

Zaino in spalla, iniziamo a salire, e subito ci inoltriamo nel bosco.

Verdeggia

Sotto di noi ci sono tappeti di foglie, è uno spettacolo guardarle, perché non sono ancora tutte secche e non hanno perso i loro bellissimi colori. Ecco, allora, che ci ritroviamo a camminare su un mosaico variopinto, dove il verde fa coppia con il giallo, il rosso con il marrone e… e poi c’è il lilla, quello dei crochi che tappezzano il sottobosco per gran parte del tragitto.

zafferanoForse voi non lo sapete, ma da questo piccolo e meraviglioso fiore, molto delicato tra l’altro, si ricava una spezia assai amata dalla nostra cucina: lo zafferano! Ci chiniamo ad annusare la sommità del famoso pistillo e anche così possiamo sentirne il caratteristico profumo.

La mia valle, insieme ai numerosi prodotti caseari, alla lavanda con i suoi derivati e ai golosissimi funghi, è rinomata anche per la produzione di zafferano: la vendita al pubblico avviene nella vicina Triora, ma arriva anche – pensate un po’ – a Sanremo, sulla costa! Infatti, potete trovarlo da Sfusa, la spesa senza imballo.

Oltre all’uso culinario, che tutti noi conosciamo, gli stigmi dello zafferano vengono usati nella medicina popolare. Infatti, rinforza l’organismo, regola il flusso mestruale, rinvigorisce e attiva il sistema nervoso e vascolare e favorisce la digestione. Un vero toccasana, insomma!

Tra le altre piante che ci accolgono, mentre continuiamo la salita, possiamo distinguere querce, noccioli e castagni, dei cui frutti si nutrono scoiattoli e altri piccoli animali. I gusci restano vuoti sul terreno, ma siamo fortunati: riusciamo a trovare una nocciola ancora intatta. L’assaggiamo e la sua freschezza e il suo sapore non hanno niente a che spartire con quelle che troviamo nei supermercati! Squit! Una vera squisitezza!

Quando le chiome degli alberi consentono una vista più aperta verso quello che ci circonda al di fuori del bosco, riusciamo a scorgere il Monte Saccarello, vediamo persino la statua del Redentore che domina la Valle.

fronté

Il nostro percorso è accompagnato dai versi gracchianti e allarmati delle ghiandaie che, insieme a corvi e cornacchie, sono i guardiani della foresta. Non c’è passo che non venga segnalato da loro e per i cacciatori rappresentano una vera scocciatura, dato che mettono in fuga gli animali avvisandoli della presenza dell’uomo. Quando la ghiandaia tace, intorno a noi è tutto un cinguettare di cince: non si curano di noi, sono laboriose sugli alberi, impegnate nelle loro faccende. Questo bosco, dove possiamo osservare anche il bellissimo pino silvestre, è popolato anche da caprioli, cinghiali, volpi e persino lupi, ne scorgiamo le tracce in più punti.

Avanzando sempre in salita, il sentiero si interrompe più volte da rivoli d’acqua pura che crea polle e cascatelle. La superficie dei torrenti è coperta di foglie, sembra quasi di potervi camminare sopra.

Verdeggia

Con un’ultima salita nel bosco, ci ritroviamo a svoltare sull’altro versante: da questa parte è soleggiato, fa molto caldo e ci fermiamo per toglierci il maglione e godere del panorama.

Valle Argentina

La vegetazione è cambiata bruscamente: ci troviamo immersi nella macchia mediterranea, bassa e arbustiva. Sulla nuda roccia mettono radici piante di timo, ancora profumatissimo, e poi la lavanda e la ginestra ormai sfiorite. Più avanti troviamo cespugli di ginepro, è il suo periodo balsamico, ma oggi non siamo interessati a raccoglierlo.

Ci sono i ruderi di una vecchia abitazione e un cartello indica “Case di Quin”. Di fronte a essa, un’edicola votiva recita: Capeleta dï Cuin anfaita ‘n l’an 2006 (Cappelletta di Cuin, costruita l’anno 2006).

Il sentiero, adesso, è più pianeggiante, a tratti in lieve discesa, e ci permette di far riposare le gambe godendo della vista sulla valle sottostante e sulla corona di monti che ci circonda. Riusciamo a individuare il Gerbonte e, poco sotto, scorgiamo la borgata di Borniga.

Il sentiero attraversa antiche e ripide fasce e, alla nostra sinistra, è fiancheggiato dai cosiddetti maixéi, i muretti a secco per i quali la mia terra è tanto famosa. Si tratta – ne abbiamo già parlato in passato – di piccoli capolavori di ingegneria: le pietre vengono accatastate le une sulle altre, incastrate con grande cura, e sono appoggiate in lieve pendenza al terreno retrostante. È una vera e propria arte messa in pratica fin dai tempi più remoti, sono rimasti in pochi, oggi, a conoscerne i segreti.

Procedendo, ci troviamo nuovamente di fronte ai ruderi di una vecchia abitazione. L’ortica infesta le rovine, riconosciamo anche qualche pianta di artemisia. Ci fermiamo ad ammirare la maestria con la quale è stato costruito questo casone: non ci sono mattoni né calce, solo pietre poste l’una sull’altra seguendo regole precise e antichissime.

Anche qui è presente un’edicola votiva, la Capëleta dë Barbun. Quella che abbiamo rimirato, infatti, è la Casa di Barbone, ce lo indica un cartello. Siamo a 1309 metri sopra il livello del mare.

case barbone valle argentina

Proseguiamo, manca ormai poco alla meta. Davanti a noi si staglia, con tutta la sua imponenza, Rocca Barbone. Le foto non le rendono giustizia, ma è una parete di roccia spettacolare, con il suo colore chiaro fa contrasto con il blu intenso del cielo, guardate che meraviglia!

rocca barbone valle argentina

Entriamo nuovamente nel bosco, umido e ombroso, e siamo invitati da un cartello a fare una piccola deviazione. Cogliamo l’invito e… Topini, che bellezza! L’acqua sgorga dalla roccia, siamo testimoni di questo spettacolo: la sorgente del torrente Barbone. Acqua fresca, limpida, sacra.

Torniamo sul sentiero maestro, a tratti soleggiato e a tratti all’ombra delle chiome degli alberi, e ogni nostro passo è osservato da lei, Rocca Barbone, sempre più vicina.

rocca barbone valle argentina2

Tronchi caduti e spezzati offrono scenari insoliti: formano piccole caverne, tane per animali di dimensioni ridotte. Alcuni alberi sono sradicati, ne possiamo osservare le radici ancora aggrappate a zolle di terra. È un microcosmo che non si vede certo tutti i giorni!

Con poche, ultime salite, giungiamo alla meta: il Passo della Guardia. E qui, topini, la vista è mozzafiato, sembra di essere in paradiso! Riconosciamo la galleria del Garezzo, il Monte Monega, l’inconfondibile Passo della Mezzaluna, il Monte Faudo, poi gli abitati di Triora, Corte e Andagna.

passo della guardia valle argentina

Il sentiero si congiunge in questo tratto con la vecchia strada militare, oggi percorsa da motociclisti, escursionisti a piedi o a cavallo, e dalle macchine di cacciatori e di appassionati della montagna. Da qui possiamo proseguire per il Passo Garlenda, il Colle del Garezzo oppure per arrivare sulla cima del Monte Saccarello, ma possiamo ancora scendere a Triora. Non oggi, però: riserveremo tutto questo per un’altra gita, vogliamo fermarci a mangiare un boccone e a godere del caldo sole autunnale!

A presto, topini!

Pigmy

Monotonia nelle fontane ma fantasia nei vasi

Rimanendo a Verdeggia, volevo farvi notare alcune cose caratteristiche di questo borgo che non passano certo inosservate. Iniziamo a guardare, nel nostro tour, la creatività e la fantasia dei verdeggiaschi.

Guardate dove mettono i fiori e cosa utilizzano come vasi. Di tutto! Il tronco di legno, scavato e riempito di terra e addirittura uno sciacquone, una vaschetta per l’acqua del gabinetto, pitturata e messa in bella mostra. Eh, nella mia valle non si butta via niente! E queste piantine grasse, che scendono a cascata, sanno adattarsi in modo davvero incredibile. Ma ho anche visto bidoni di pittura, carriole e persino un lavabo, tutti pieni di fiori colorati! Perchè spendere soldi in vasetti di plastica tutti uguali?

La stessa genialità non è stata dimostrata nella costruzione delle fontane. Quella che vi mostro è soltanto la sesta o settima che ho visto in giro per il paese. Ce ne saranno una decina e sono fatte tutte così. Ho anche visto una targa di ringraziamento ottonata, nella quale si possono leggere i nomi delle cave più importanti della mia valle che hanno contribuito alla realizzazione di queste opere di restauro. Sono comunque fontane importanti, antiche, e sono state ristrutturate e mantenute. Insomma, non per fare la femminista, ma mi sa che qui ad avere tanta immaginazione sono le topine, ai topini, invece, manca un po’ l’inventiva.

Vado a sfogare la mia creatività, mi sento ispirata!

A presto,

la vostra Pigmy.

M.

Verdeggia, l’ultimo villaggio

Oggi, topi, quello che vi mostro è l’ultimo paese della mia valle. Una valle che, come sapete, parte dal mare e taglia la Liguria di ponente andando a finire sul confine del Piemonte e della Francia.

Una volta arrivati in questo particolare paese non si può andare oltre. Davanti a noi, a formare come una grande conca, si stagliano i monti che racchiudono la vallata. Qui si trova il monte più alto di tutta la regione. Eh sì topi, guardate, guardate su in cima cosa c’è. È il Monte Saccarello e, lassù, lo riconoscete? Ma sì, è la statua del Redentore! Ve lo ricordate? 2200 metri di magnificenza. Guardate la bellezza di queste montagne ancora spoglie. Sembrano mura altissime di protezione, monti dalla doppia faccia. Il nostro versante è aspro, rude, mentre quello piemontese appare più dolce, ricco di prati e pascoli. Tuttavia, in aprile è ancora innevato. Tutt’intorno ci sono il Monte Colombera, Cime Cabanne e il Passo del Collardente.

Verdeggia è un bellissimo paese. Protetto dai monti, appare ancora più affascinante e più montano rispetto agli altri villaggi della mia valle. Piace a molti e in tanti vengono a pernottare nell’unico albergo durante i weekend o durante l’estate, unico periodo nel quale Verdeggia davvero si anima. Le sue case in inverno rimangono chiuse, sono solo una decina i suoi residenti. Appartenuta alla provincia di Cuneo fino al trattato di Parigi, è, insieme a Realdo e Carmeli, l’unica comunità brigasca della valle. Qui, nel 1805, una slavina fece 16 vittime. Verdeggia, non ha altre protezioni, nè contro i nemici, nè contro gli agenti atmosferici, ma la sua terra è fertile, sana e ha sempre permesso la coltivazione di tanti alimenti. Ci troviamo a 1100 metri e siamo nel comune di Triora, il più vasto della valle. Appena entrati nel cuore del paese, dopo essere stati accolti dalla trattoria, davanti a noi troviamo un monumento dei caduti, una cappelletta della Madonna e poi un rifugio. Il rifugio è dedicato al Sergente Maggiore Lanteri Giuseppe del 1° reggimento degli alpini, decorato al valore con medaglia d’argento. Il cortile che lo circonda è un bel praticello e, di fronte a lui, c’è il forno comune, ancora oggi utilizzato. Tutt’intorno possiamo ammirare le coltivazioni ordinate, pronte per la semina e tagliate dalla strada pronvinciale asfaltata, che ha raggiunto questo borgo solo nel 1969.

Questo paese infatti era abitato da pastori e contadini. Per chi volesse saperne di più sulla storia di Verdeggia e di come vivevano i suoi abitanti, segnalo questo bellissimo sito creato dalla Proloco http://www.prolocoverdeggia.it/ChiSiamo.aspx, un gruppo di persone unite per mantenere vivo il ricordo di questo luogo suggestivo. Ma torniamo alla nostra passeggiata e alla scoperta delle viuzze che serpenteggiano in questo labirinto di case.

Case tipiche, case simpatiche, case di pietra, ce n’è per tutti i gusti. Ognuna ha la sua caratteristica ed è simboleggiata da una targa in ardesia, scolpita a mano, che riporta il nome di chi ci vive. E allora andiamo giù per i carrugi e su per le salite, per provare a leggerli tutti!

È da non credere, ma stiamo passando su sanguinari palcoscenici. Questi luoghi, questi paesi, questi monti, sono stati un tempo teatro di battaglie violente, soprattutto tra francesi e piemontesi e i soldati di Napoleone che, appostati nei dintorni, scendevano spesso a far razzia nelle case di Verdeggia. Si narra che un tempo alcuni soldati tranciarono la gamba di una donna che si rifiutava di dar loro il cibo preparato. I verdeggiaschi allora, per vendicarsi e far paura ai soldati che avevano mutilato la poverina, uccisero alcuni militari e li seppellirono di nascosto sotto una rupe, chiamata ancora oggi la Bricca dei Francesi.

Parecchie stradine si affacciano sul torrente e qua e là si vedono dipinti e fontanelle. In una di queste, un disegno ci spiega come andavano vestiti i brigaschi dio un tempo . Le donne portavano un foulard nero in testa e la pitocca, un gonnellone lungo e scuro di lana stamegna con delle bretelle che lo sorreggevano. Sotto, indossavano una camicia di lino. Gli uomini, invece, avevano una beretta, un cappello di lana rossa, una giacca capiente che poteva essere utilizzata anche come sacca, un maglione, un paio di pantaloni che arrivavano solo sotto il ginocchio legati da una fettuccia verde e le ghette.

Tutte le vie, circondano la chiesa, la Parrocchia di Nostra Signora del Carmelo. Il paese, infatti, fu ricostruito dopo la valanga di cui vi parlavo ed è stato rifatto secondo uno schema ben preciso, tutt’intorno alla piazza della chiesa, con orgoglio e tanto lavoro. I verdeggiaschi sono persone dall’animo nobile, fiero e hanno sempre dovuto lottare per la loro libertà. La Repubblica di Genova che aveva conquistato questa terra, la fece confine del Ducato di Savoia, ma, nonostante le movimentate vicende politiche, gli abitanti hanno sempre saputo tirare avanti grazie alla loro forza e alla loro solidarietà. E su una facciata del santuario è stata posta una lapide con l’elenco dei nomi dei “Figli di Verdeggia, caduti per la grandezza d’Italia”.

Oggi Verdeggia offre un bellissimo panorama e tanta pace. Regala vacanze tranquille e divertenti, grazie ai passatempi che si possono svolgere, come il gioco delle bocce e le sagre, le feste di paese di carattere tradizionale. C’è la pista da ballo, i giardinetti attrezzati con i giochi per i bambini e tanta natura intorno e sul sito che vi ho segnalato troverete anche le date, per poter venire qui e non annoiarvi nemmeno un minuto!

Spero che anche questo tour sia stato di vostro gradimento. Io vi saluto e vi aspetto, come sempre, per la prossima gita insieme.

Un abbraccio,

la vostra Pigmy.

M.

Sir Realdo

Oggi topi si va a Realdo. Preparatevi a entrare in un altro mondo. Un mondo con una sua particolare etnia, una terra a sè.

Realdo si trova nell’alta Valle Argentina.Guardate dov’è stato costruito. Lo vedete? Piccolino lassù, su quella roccia. È impressionante, a strapiombo sulla vallata. Visto da qui, pare possa cadere da un momento all’altro, in realtà domina anche le nuvole da quella posizione.

Per arrivarci, percorriamo una strada in mezzo alla natura, ricca di colori e suoni. È una strada tutta curve, di montagna, ben tenuta e perfettamente asfaltata. A un bivio capiamo che andando a destra raggiungeremmo Verdeggia mentre, proseguendo verso sinistra, si arriva al nostro paesino. Attraversiamo un ponte, chiamato “Ponte della Pace”, breve e dritto, non è altissimo e, sotto di lui, il torrente Argentina percuote muschio e arbusti. Una grossa pietra ci indica “Il Mulino”, centro d’arte e cultura appena prima di entrare in Realdo e alla nostra sinistra attraversiamo le cave di ardesia. Tutto, nella mia valle, è costruito con questa pietra, è importantissima per noi. L’ardesia è una pietra adatta a scolpire e a costruire ed è caratteristica proprio della Liguria e della provincia d’Imperia.

Continuiamo a salire. Realdo si trova a 1010 metri d’altitudine. Il venticello è fresco e nell’aria regna l’odore delle caldarroste. La prima cosa che vediamo di questo bellissimo paesino è una fontana con il tetto in ciappe d’ardesia che regala un’acqua cristallina, e un orologio antico che segna, ora, tempo e vento. Siamo in terra Brigasca e quest’insegna in legno e la scritta sulla mappa ce lo fa capire a chiare lettere, dandoci il benvenuto. Dovete sapere, infatti, che Realdo, che confina con la Valle Roia francese, apparteneva un tempo al Piemonte, alla provincia di Cuneo e, prima ancora, alla Repubblica Francese; è un’isola linguistica brigasca nella quale è ancora oggi in uso l’occitano. Réaud è infatti il nome dialettale.

Scendendo verso il suo cuore possiamo accorgerci quanto sia piccolo e caratteristico. Mi ripeterò ma, anch’esso sembra proprio un presepe come tanti borghi di questi luoghi. Rari sono le tegole rosse, l’intonaco, il cemento armato, per non parlare di plastica o ferro. Tutto è costruito con materiali naturali, prediligendo la pietra e il legno. È grazie alla tipologia delle viuzze e delle abitazioni che Realdo ci regala scorci da fiaba e un’ambientazione da set cinematografico. Appena arrivati e guardandoci intorno, infatti, abbiamo avuto la sensazione di essere come in un paesaggio celtico.

A Realdo, pensate, abitano appena 25 persone. Sono come una comunità, tutti amici e benevoli, molto affabili. Due ragazzi gentilissimi, mai visti prima, ci comunicano subito che nella piazzetta regalano castagne. Non possiamo perdere l’occasione! Ecco perchè tanto profumo nell’aria. Ci dirigiamo nel luogo indicatoci, scendendo  gradini di sassi, ed eccoci arrivati in una piccola aia, dove un gruppetto di persone parlotta in dialetto del più e del meno. Donne con donne a chiaccherare e uomini con uomini a versare buon vino e accogliere i nuovi arrivati. I bambini giocano con dei bastoni intorno al fuoco e si danno un gran da fare a mantenere uniti i tizzoni ardenti. Quella brace è la culla (perchè è così che vanno fatte) delle castagne e di tanto in tanto, i signori più anziani, con pezzi di legno, tirano fuori le castagne profumate. I frutti cotti a puntino, a volte morbidi, a volte croccanti, vengono poi messi in un pezzo di carta lavorata a cono e data agli ospiti. Buone e belle calde! In questo momento in Piazza della Fontana c’è tutta la vita del paese. Il nome di questo angolo è dato da una bellissima fontanella scavata nella pietra e pitturata di azzurro a simulare il cielo, abbellita da stelle dorate. Proprio mentre stiamo ammirando questa sorgente, un uomo, confidenzialmente ci dice: «Ehi, ragazzi! Ma lo avete visto, il nostro forno?». Ebbene dovete sapere che i realdesi sono molto orgogliosi del loro paese, ma soprattutto vantano il fatto di avere il forno comunale ancora funzionante da non so quanti anni. Anch’esso è stato costruito, come tutto il resto, dalle mani di questi abitanti, che si dice discendano da un gruppo di pastori scappato da una pestilenza durante i primi anni del ‘500, e hanno iniziato a fondare questo paese chiamato all’epoca, data la sua particolarissima posizione, Ca’ da Roca – Casa della Rocca (non si sa, però, se è la vera versione).

Il forno è al centro del paese. Scendendo ancora, arriviamo in Piazza Eroi e Vittime dove sorge, bellissima, la chiesa di Nostra Signora del Rosario. Di fronte al suo pesante portone si trova la lapide dedicata a Luigi Peitavino di cui ho parlato qualche post fa. All’interno è davvero molto intima, vista da fuori sembra grandissima,  ma in realtà è raccolta e tenuta come una bomboniera. La parte più ampia è l’altare e la Madonna ricorre in ogni angolo. Piccole ciotole in gesso bianco contengono all’entrata l’acqua benedetta e piccole panche permettono al fedele di pregare davanti alla statua di Cristo. L’odore che ci circonda è quello dell’incenso. La cosa che più colpisce, però, è la ricostruzione, subito fuori dalla chiesa, della scena dell’apparizione di Maria alla piccola Bernadette e, in questa grotta, accanto alla statua bianca e azzurra della Madonna, i realdesi hanno posizionato tutte le foto dei loro eroi morti in tempo di guerra per la patria. Sopra questa cavità ricca di piante e fiori, una lastra di marmo porta le seguenti parole: “Tramonta la vita, non la gloria di un sacrificio 7-9-1952“.

Infatti, stiamo parlando di un popolo che non si è mai tirato indietro davanti a nulla, né per difendersi, né per combattere. Un popolo che è stato fulcro del mercato della lana ed estremo confine della Repubblica di Genova, che lo usava per avvistamenti e commercio.

Continuiamo il nostro giro turistico, andiamo fino in fondo al paese continuando ad ammirarne le costruzioni e le abitazioni che hanno tutte quante un nome proprio, scritto sopra la porta d’entrata. Notiamo che le nostre zampette appoggiano sulla stessa pavimentazione di tantissimi anni fa. Le strade, qui a Realdo, sono ancora così e, a mio parere, sono molto caratteristiche. In quest’altra passeggiata scorgiamo altre dimore, alcune abbellite da piante rampicanti dai colori molto accesi, altre con un fazzolettino d’orto davanti all’ingresso. Dire che qui, tra la frutta, la verdura, la natura selvatica, i colori sono vivaci è riduttivo. Davanti a noi si apre tutta la vallata e in alcuni punti è possibile sentire l’eco o i rumori che arrivano da lontano. Giunti fin qui possiamo notare, da un’altezza di circa 300 metri (la falesia sulla quale è arroccato Realdo), una parte della strada che abbiamo percorso nel salire e ci accorgiamo che siamo davvero alti. Questa è la strada che un tempo veniva percorsa a piedi dalle giovani contadinelle. Gli anziani di Molini di Triora ricordano che le fantine, le ragazze, scendevano da Realdo a piedi per andare a Molini ad aiutare nella raccolta delle castagne e facevano da baby-sitter a loro che un tempo erano piccoli. Per tenerli buoni, raccontavano loro filastrocche e canzoncine in un parlare misto di italiano e occitano. Quello che usciva fuori, ad esempio, da Tanta Giuana (zia Giovanna) era questo:

Padre nostro peccenin dalla sera alla matin, la matin la buonanotte ama Dio sulla croce, sulla croce la corona ama Dio e la Madona, la Madona munta in cielo, ama Dio e San Michelo, San Michè con le bilance che le pesa tutte quante, tanto belle come brutte, San Michè le pesa tutte. Canta, canta rose e fiori, che l’è nato nostro Signori, non avea né pan né mantello per coprire Gesù bello, Gesù bello con Maria e tutti gli angeli in compagnia. Credetemi che è impressionante vedere una persona di circa 85-90 anni ricordarsi ancora tutte le parole di queste nenie che cantava da piccola, con le lacrime agli occhi ricordando genitori, giochi, focolare ed emozioni.

Risaliamo verso la piazza, inizia a fare buio, ma di Realdo, nonostante il suo essere minuscolo, abbiamo visto solo una metà. Ogni angolo vale la pena di essere osservato con attenzione. I meli ci circondano. È bello vedere frutti ancora rossi nelle giornate grigie che in questo periodo ci avvolgono. Una piccola scalinata, prima di uscire da questo ospitale paese, porta al piccolo cimitero. Nella foto che vedete c’è tutto quanto. È davvero piccolo, ma grazioso, circondato da un muro che lo protegge e da abeti. Fa sorridere il fatto che sulle lapidi ci sia quasi sempre lo stesso cognome.

Lasciamo questo antico borgo promettendogli di tornare e ripercorrendo l’unica e sola strada fatta prima, troviamo come ultima cosa a salutarci un grosso masso bello alto, posizionato su un praticello con una targa tenuta da chiodi in ottone, recante la seguente scritta. Proverò a tradurla, è in brigasco, e non riconosco il nome di un paese citato, il senso però è davvero carino: “Realdo e Verdeggia uniti da tradizioni, modi di fare e di parlare a: Briga, Murignoo (che potrebbe essere Molini o Monesi che è attaccato a Piaggia), Piaggia, Upega, Carnino, Viozene, li ricordo in un segno di pace dell’antica origine occitana“. Salutiamo Realdo. Ci ha davvero colpito, spero sia stato così anche per voi. Se volete, avete altre mie foto sempre sul mio album.

Un bacio a tutti,

Pigmy.

M.

Il Ponte e la Natura

Uno spettacolare ponte e una meravigliosa natura; oggi andiamo a Loreto, nella Valla Argentina, dopo il Comune più conosciuto, Triora.

Siamo già nella parte più alta della valle. Ad accoglierci, una natura padrona.

Ciò che più ci colpisce, dopo aver percorso pochi chilometri dal paese delle streghe, è un ponte altissimo che ci lascia senza fiato.

Con tutte le architetture, militari e religiose della zona, questa viene definita: civile.

Stiamo parlando di un ponte tra i più alti d’Italia. Un ponte da vertigini, vi basti pensare che è una delle sedi preferite per il bungee jumping e, per tuffarsi da lui, arrivano da tutta Europa.

E’ stato costruito nel 1959 ed è alto 112 metri.

Quello che affascina, guardando il torrente Argentina sotto di lui, è l’aspra gola che lo circonda. Il ponte di Loreto infatti congiunge due monti, uno percorso dalla strada che abbiamo appena fatto e che porta a località come: Verdeggia, Realdo, Creppo e Brigalla, mentre, attraversando il ponte, si possono raggiungere la frazione di Cetta, i Colli Belenda e Melosa e Case Goeta.

Siamo a 642 metri d’altitudine, il fresco ci punge il viso e l’aria sa di pulito, non si percepiscono odori particolari. Sono gli occhi qui ad avere la meglio.

Il ponte stesso, offre un panorama spettacolare; le grigie rupi vengono ricoperte solo nella loro parte inferiore da una vegetazione ricca, alpina e colorata.

Siamo in una zona dove la natura mostra ogni lato del suo splendore. I numerosi uccellini che popolano questo luogo, cinguettano agitati.

L’autunno, regala scenari bellissimi. Le verdi distese sono, di tanto in tanto, sporcate da tocchi di rosso o arancio o giallo. Sembra la tavolozza di un pittore che, con il suo pennello, ha tinteggiato solo qua e là.

Nonostante la giornata umida, e direi freddina, questi colori donano un senso di calore accesi come il fuoco.

Allo stesso tempo però, in determinati punti,  la natura sembra avere poca pietà. E’ lei a comandare, è lei la padrona. Così come il torrente che, laggiù in fondo, scende impetuoso, allo stesso modo i boschi, sono ripidi o scoscesi, le falesie invece, aspre e ruvide.

Le macchie di selva si possono percorrere soltanto arrampicandosi o scivolando verso il centro della terra tra filari di alberi a non finire.

Sono loro che, insieme all’azzurro del cielo, circondano e incorniciano le pareti rocciose, alte, maestose, superbe. E’ qui infatti che possiamo addirittura trovare una palestra di arrampicata, la più usata e più famosa nella zona. Queste rupi, per gli appassionati, sono l’ideale.

Dai boschi e dai sentieri, mulattiere ricoperte di foglie morte, cadute a terra stropicciate, permettono di scendere nel torrente. Quasi ghiacciato in questo periodo e, ahimè, triste culla di molti che hanno usato il ponte per porre fine alla loro vita.

Quanta disperazione per gettarsi in quel vuoto infinito, per toccare così violentemente quello scrosciar d’acqua limpida. Le targhe degli amici, in ricordo di chi ha eseguito quel balzo come ultimo gesto, sono tante. Ognuna ha il suo posto sul ponte e nessuno le toglierà mai. Targhe in pietra, in marmo, in metallo ma tutte tristi e melanconiche.

Ultimamente hanno rialzato le ringhiere del ponte che aveva ormai preso i comprensibili nomignoli di “ponte dei suicidi” o “ponte della morte”. Queste modifiche l’hanno reso meno affascinate ma ovviamente più sicuro. Barriere in ferro, alte 2,50 metri, per ora, non hanno più permesso al ponte di essere palcoscenico di atti tragici.

Accanto al letto del fiume, la natura cambia ancora, spariscono le alte piante per lasciare spazio ad arbusti più bassi o magri alberelli. Bacche blu, corbezzoli rossi, maturi.

Qui siamo nel centro della valle, ci sentiamo come dentro al suo cuore ed è come sentirlo battere. Sopra di noi il ponte. Visto da qui sembra sottile, fragile.

Intorno a noi tante grotte. Le falesie, scavate dall’acqua, hanno permesso agli uomini preistorici, durante gli ultimi quaranta milioni di anni, di popolare questa zona della Valle Argentina. Molti ripari e cavità testimoniano la presenza dell’uomo soprattutto nel III millennio a. C. Non si tratta di villaggi grandi o stabili ma rifugi momentanei, di breve permanenza.

Nella cava di pietra, sotto la chiesetta di Loreto, sono stati trovati utensili e armi appartenenti all’Età del Rame. Sono infatti bicchieri vaseiformi, o vasi con la tipica forma a campana, o ancora metalli e oggetti usati per la battaglia, la caccia, la difesa, a farci capire che si trattava probabilmente di un popolo guerriero. Un popolo che ha permesso i contatti tra la valle e il mondo esterno. Queste grotte sono fredde, umide, l’unico rumore che ci accompagna è un gocciolio quasi metallico.

Le rocce cambiano colore, dall’argento scuro diventano via via, a scendere, color dell’avorio, in certi punti addirittura ocra. Qualche timido fiore, prova a metter le sue radici e a guardarlo fa tenerezza, sembra appeso e aggrappato con tutta la sua forza.

Troviamo del muschio, sodo, cupo. Andrà sicuramente a trovare posto in qualche presepe che, tra pochi giorni, in molti, inizieranno a preparare.

Costeggiando il fiume verso Nord e risalendo sulla strada ci troviamo immersi in una zona che pare tropicale. Continuando, raggiungiamo Creppo, la piccola frazione subito dopo e, in seguito, attraversando un piccolo ponticello dai parapetti tremolanti e sottili, continueremo in un tour verso l’Alta Valle, tratto magnifico di questa zona montana.

Da qui, perdiamo di vista l’imponente cima, Madame della zona che, nella sua austerità, non ci saluta nemmeno, se ne sta lì, impassibile, dai secoli dei secoli. Nuda, si lascia accarezzare dalla foschia.

Uno squit vertiginoso. Vostra Pigmy.

M.