Tuffi simbolici in Valle Argentina – il Martin Pescatore e l’abbondanza

Corriamo immediatamente a conoscere un caro amico, decisamente più simpatico di Serpilla, la presuntuosa Ghiandaia (alla quale però voglio bene). Oggi intendo presentarvi una creatura strabiliante sotto diversi punti di vista, in primis, il colore sgargiante della sua livrea; un bellissimo azzurro metallico.

Topine e topini, ecco a voi, messer Martin Pescatore!

Vi chiederete perché ve lo presento. Beh… è molto semplice. Anche se parecchi di voi magari non lo hanno mai visto, esso popola le rive del Torrente Argentina soprattutto nella zona della foce. Siamo ad Arma quindi, poco prima della Darsena, dove gabbiani, papere e altri uccelli vivono serenamente trascorrendo le giornate al sole e osservando l’infinita’ del mare. Tra questi, sono tantissime le specie di volatili che abitano questo luogo: aironi, falchetti, pettegole, scriccioli, verdoni e… insomma, chi più ne ha più ne metta. E’ davvero incredibile pensare che, dove il mio torrente incontra il mare, ho la possibilità di vedere tanta bellezza.

E, la bellezza di oggi, il grande protagonista, possiamo ammirarlo grazie alle splendide foto di un fotografo esperto di avifauna, l’amico Luigi Giunta, che per questo articolo mi ha permesso di utilizzare le sue immagini. Anche perché se aspettavate che io riuscivo a immortalare un Martin Pescatore… potevate stare anni…

Ma veniamo a noi, ho diverse cose da raccontarvi su questo uccello che brilla.

Partirei subito con il messaggio che vuole trasmetterci. Fin dai tempi più antichi, infatti, il Martin Pescatore era considerato simbolo di abbondanza intesa come opportunità. E’ come se dicesse << Tuffati, senza paura, e vivi la vita che meriti! E’ ricca di cose che ti aspettano! Ci sono molte altre cose che non sai e belle per te! >>.

In effetti, se parliamo di tuffi, a lui non lo batte nessuno. Saprete bene che, appena adocchia un pesce nuotare sott’acqua, si tuffa a capofitto senza timore e fiducioso e non sbaglia il colpo. Per questo consiglia all’essere umano di buttarsi in un nuovo lavoro o in un nuovo amore, cogliendo le occasioni.

Per la maggior parte del tempo, se ne sta appollaiato su rami, o giunchi, che reggono bene il suo peso leggero e che lui trasforma nei suoi punti d’osservazione. Attento e con in sé il brivido del prossimo slancio. Per questo ci dice di uscire dalla propria zona di comfort e vivere la vita appieno!

Il Martin Pescatore, chiamato anche Alcione, dal suo nome scientifico Alcedo atthis, è un uccello solitario e diurno. Ed è un gran mangione. Non si accontenta di un solo pesce al giorno. I suoi balzi in acqua possono essere parecchio numerosi. Ma quando il cibo scarseggia, non può perdere tempo, deve “andare a caccia” e quindi lo si vedrà svolazzare a pelo d’acqua, con voli veloci e brevi, in una posizione di tanto in tanto quasi ferma definita: volo a spirito santo. In questi periodi di magra, si adegua a mangiare anche piccoli anfibi o insetti.

Il nome Alcione, non è dato a caso. Alcione era la Dea Greca figlia di Eolo, Dio del Vento. Essa fece arrabbiare il Re dell’Olimpo perchè, assieme al marito Ceice, si chiamavano tra loro con i nomi di Zeus ed Era visto che vivevano molto felici come gli Dei più importanti. Quest’ulitimi si arrabbiarono e fecero morire Ceice annegato. L’ombra di Ceice appariva ogni tanto sott’acqua e, la povera Alcione, nel disperato tentativo di riprendersi il marito, si tuffava con sicurezza tra le onde ma senza riuscire ad afferrare il suo grande amore. A quel punto, gli Dei, ebbero pietà di loro e permisero ai due giovani di tornare a vivere assieme e gli permisero anche di realizzare la loro casa sulla riva di un fiume dopo il solstizio di primavera affinchè potessero riprodursi.

In Europa e in Italia ce ne sono molti perché amano il clima temperato e sono molto felice di sapere che si trovano anche nella mia zona. Nidifica all’incirca due volte all’anno e il guscio delle sue uova è di un bianco talmente bianco che sembra di plastica.

Il maschio e la femmina sono pressoché uguali anche se il maschio ha colori forse appena più vivaci ma una differenza tra loro c’è e si trova nel becco, completamente nero nel maschio e più chiaro nella femmina soprattutto per quello che riguarda la parte di becco inferiore.

Allora topi, sapevate le cose che vi ho raccontato su questo fantastico animale? Mi auguro di avervi detto qualcosa che non sapevate ancora ma ora devo andare a cercare qualche altra creatura per voi.

Prima di concludere fatemi ringraziare ancora una volta Luigi Giunta per le splendide foto che mi ha dato e per quelle che ogni giorno scatta facendo conoscere a molti la meraviglia che ci circonda e che gli occhi spesso non notano.

Al prossimo amico!

Tutto un mondo di Limoni!

SONY DSCCarissimi, potevo secondo voi non dedicare un post a questo elemento importantissimo e protagonista della natura e delle case di tutti noi? Certo che no.

Il Limone – che nonostante il suo gusto acre, aspro e pungente, piace a tutti. Sarò banale, ma vogliamo parlare della strafamosa Limonata, o dell’acqua e Limone che forse troppo spesso dimentichiamo di farci? Eccola qui.SONY DSC Semplicissima ma… buonissima e preziosissima! Adatta soprattutto all’estate! Rinfresca, disinfiamma e, tenetevi forte, brucia i grassi! Oh si!

Disinfettare però: questa è la sua prima qualità.

Da piccoli, quando eravate topini e avevate il mal di gola, non vi hanno mai dato il ghiaccio tritato con il succo di Limone? Era molto adatto come toccasana e donava sollievo. Il Limone, il cui vero nome è Citrus,SONY DSC è una pianta che appartiene alla stessa classe delle Magnolie e da qui se ne capisce la sua bellezza. Sì, perchè il suo fiore è bianco e meraviglioso anche se molto piccolo. Il bocciolo invece è di un viola molto tenue. Anche l’alberello in se è simpatico, può raggiungere fino agli otto metri d’altezza, ma bisogna fare attenzione, e questo non tutti lo sanno, alle sue lunghe e acuminate spine. SONY DSCIl Limone lo si può bere, mangiare, succhiare e con lui vengono preparati sciroppi, tisane, liquori (come il famosissimo Limoncello). Nella mia Valle, di prodotti al Limone, ce n’è l’imbarazzo della scelta e, oltre a quelli alimentari, è facile trovare: saponi, oli essenziali, profumi, detersivi, essenze, tutte cose che donano alla nostra casa, e al nostro corpo, una fragranza fresca e gradevole.

Il Limone, subito dopo suo cugino Cedro, è stata una delle piante più conosciute fin dal tempo dei Romani e appare molte volte anche raffigurato nei mosaici di Pompei. Era chiamato “Pomo di Persia” perchè arrivava da questa terra Mediterranea e, ancora oggi, il nostro meridione, prima fra tutti la Sicilia, ne è il maggior produttore.SONY DSC Pensate che già Aristotele lo usava e insegnava ai suoi allievi a trarne moltissime qualità. Esso è un agrume e si smercia molto bene non solo perchè è tanto amato ma anche perchè di questo frutto si possono usare tutti i suoi componenti, dalla buccia, per fare i canditi e le torte o i liquori, ai semi per creare antibiotici naturali.

Il succo, la parte più usata, è un ottimo antiemorragico e assorbente per non parlare della gran quantità di vitamina C che contiene. Mille proprietà benefiche. Il suo significato però è un po’ più amaro, anzi, “aspro” direi per rimanere in tema. E come è aspro lui, aspre son le cose di cui è simbolo, nel senso che sta a significare le situazioni che non riusciamo a digerire, quelle pesanti, che non ci fanno stare a nostro agio.SONY DSC Nonostante il suo bellissimo, caldo, solare e luminoso colore giallo appartenga all’intelligenza della persona, e alla sua istruzione, il frutto in se’, fa capire come l’individuo più educato e più diplomatico, a volte debba sopportare troppo un momento a lui sgradevole e subire così una vera frustrazione.

Limone sta per discrezione. Tornando al colore della sua buccia, non voglio però dimenticare una chicca mitologica che son sicura vi piacerà. Il giallo, colore accomunato all’oro, era anticamente destinato sempre e solo agli Dei. Ebbene, Gaia, la Dea Terra, donò a Zeus e a Era, come dono di nozze, proprio dei Limoni. E gli stessi Limoni, appartenevano già, conosciuti come “pomi dorati”, al corredo della bella Giunone-Era.SONY DSC Erano così preziosi da meritare, nel giardino degli Dei, persino dei guardiani e, a proteggere questi pregiati frutti, furono chiamate le Esperidi. Zeus ed Era, gli sposi, ci tenevano troppo ai loro Limoni. E dalla mitologia passiamo alla poesia. Non potevo non nominare Montale, poeta genovese che, trattando della sua amata Liguria, accennò molto spesso ai Limoni. Toccate di pittore. Pennellate che si distinguono tra l’azzurro del mare e il verde dei monti. Ecco cosa si legge in questo testo di apertura di “Ossi di Seppia” da Wikipedia:

-I Limoni-, umile pianta, diventano simbolo della poetica di Eugenio Montale che canta povere e semplici cose e tende a instaurare un rapporto diretto con gli oggetti e le piante. L’apertura della poesia ha un tono polemico: Montale rifiuta i “poeti laureati” che hanno falsato la realtà rappresentandola con uno stile aulico, per avere onori e gloria. Egli ama il linguaggio comune, familiare, per descrivere il paesaggio aspro e brullo della sua Liguria, ama le stradette che conducono ai fossati, le “pozzanghere mezzo seccate”, dove i ragazzi ” agguantano qualche sparuta anguilla” e le viuzze che portano agli orti ravvivati dal giallo dei limoni dove hanno tregua il conflitto di sentimenti e delle sofferenze distratte dal loro profumo.

LIMONI

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.
Io vi abbraccio topini. Vado a sorseggiare un po’ di questo buon succo e vi aspetto per il prossimo post. Mi raccomando, non rimanete mai senza Limoni in casa. Vi basterà addentarlo, in caso di nausea, e tutto passerà anche se lo so che vi stanno venendo i brividi! Ciao!
M.

Mi chiamo Melissa e profumo di limone

La pianta di cui vi parlo oggi di chiama Melissa Officinalis, per l’esattezza. Ha un aspetto comune, alta non più di 100 cm e bassa non meno di 30. La sua tinta è il verde acceso, talvolta ravvivato dal bianco dei suoi microscopici fiorellini. E’ protetta da una morbida peluria e cresce ai bordi dei sentieri, ai piedi delle prime rocce, all’inizio dei boschi; dove cresce spontanea.

Melissa è il dolce sogno degli insetti. Il suo nome deriva dal greco e significa “Pianta dolce per le Api”; da qui si trae la conseguente derivazione della parola Miele.

Non tutti gli insetti l’adorano; le zanzare, per esempio, non la sopportano. Il suo profumo è simile a quello della Citronella, un veleno per loro.

Melissa è chiamata anche Melitta, come l’asteroide che le è stato dedicato. Bella, Melissa, con quelle foglioline tenere simili a quelle dell’Ortica. Hanno lo stesso colore.

Inoltre, se non fosse per il suo tono smeraldino si potrebbe confondere con la Menta, sua parente. Scambiarla sarebbe un peccato, perchè non verrebbe utilizzata per i suoi giusti scopi, che sono tanti, un milione.

Avete un’ Herpex Simplex e/o anche la varicella? Melissa. Sul labbro ponete proprio le foglie, un po’ schiacciate, un po’ paciugate. E’ antivirale e antibatterica.

Avete una qualsiasi infiammazione? Soffrite di manifestazioni spastiche-ansiose che possono colpirvi lo stomaco o l’intestino? Avete voglia di rilassare quei muscoli e quegli organi contratti? O forse necessitate di un po’ di antiossidanti? Desiderate potervi distrarre ed evadere con la mente? Melissa, Melissa, Melissa!

Chiamata anche pianta limoncina, quest’erba aromatica assume in cucina una posizione di rilievo non solo nella preparazione di decotti e tisane. Con quel suo aroma fresco e un po’ agrumato, è ottima sia per la preparazione di piatti a base di pesce e frutti di mare che per mitigare l’aroma intenso, pungente e a volte sgradevole di agnello, pecora, capretto e cinghiale. Ha una punta di selvatico che noi usiamo chiamare bestin.

La Melissa, appartenente alla famiglia delle Labiateae e che nasce in Europa come in Asia, è utilizzata da migliaia di anni: era un fondamentale elemento delle cerimonie religiose e non, e, se trasformata in ottimo e delicato liquore, conquistava la gola e il palato di uomini e donne. Nella vecchia Turchia e dall’ormai famoso Plinio era usata come pianta medicinale su ferite e abrasioni. Mescolata ad altri intrugli, bruciava tantissimo a contatto della pelle, ma disinfettava come nient’altro. Ma non è finita qui: durante il Medio Evo, la Melissa venne molto utilizzata come erba officinale anche da streghe, stregoni e maghi e, inoltre, prese talmente piede da diventare tra le più famose “pozioni” salutari di tutto il Paese. Era la pianta che inebriava lasciandoti vigile, non ti tradiva. Tutti la volevano. Ci basti pensare che lo stesso Carlo Magno ne ordinò la coltivazione nel giardino di ogni monastero del regno. Non si poteva rimanere senza.

Melissa fa bene al corpo, ma anche alla psiche. L’alchimista Paracelso la definì “elisir di lunga vita” senza troppi preamboli. E gli arabi, così come tutti i popoli nordafricani, impararono a usarla addirittura contro la malinconia e la tristezza.

Melissa, oltre ad essere il nome di una pianta, è anche quello splendido di donna. Un nome che solo di recente ha conosciuto fama e bellezza per essere riscoperto dopo secoli di abbandono. Il nostro calendario festeggia raramente il 24 aprile una Santa Melissa, monaca greca, che avrebbe evangelizzato l’Inghilterra nel IV secolo. E’ anche il famoso nome che porta la protagonista dell’opera di Claude Debussy “Pellèas e Mèlisànde” così come la maga di Ludovico Ariosto, ma molteplici sono le opere letterarie che ne fanno uso. Chi porta questo nome possiede anche un fascino irresistibile per le sue innumerevoli doti e tra le più importanti troviamo curiosità, senso dell’umorismo, un cuore immenso, voglia di fare, di sapere, di avere tutto sotto controllo e poter correre ai ripari. Melissa è la ninfa che si tramutò in fonte e che per tutta la vita si mosse perpetua, colei che allevò Zeus in fasce, nascosto sul monte Ida dalla madre Rea, per sfuggire al padre Crono, il quale divorava tutti i suoi figli neonati per evitare di essere spodestato da uno di loro. Melissa tirò su colui che divenne il Dio di tutti gli Dei e, come si fa con l’Ape Regina, ella lo nutrì solo con il puro miele dei suoi fiori, mentre la capra Amaltea lo allattava. Melissa era amata da Apollo, Dio del Sole. Era colei che dà senza voler nulla in cambio. Accompagnata solitamente dal segno zodiacale del Capricorno, la Melissa ha come pietra vincente nella cura della cristalloterapia lo Smeraldo, verde come lei, che passa spesso inosservata. Guardatela, coglietela, usatela. Ve la regala la natura.

Un bacio.

M.

Incompresa Edera

Oggi topini vi porto a conoscere meglio una mia amica. La mia amica è una pianta e si chiama Edera.

So che tanti di voi in questo momento staranno dicendo – Bleah! L’Edera… che banalità, e che pianta fastidiosa! Infestante! -. Oh! Topi cari, e si sbagliaste a pensare così? Lasciatemi spiegare.

Innanzi tutto, lo sapete che di Edera, come anche di altre piante, c’è il maschio e la femmina? Ebbene, per chi ancora non lo sapesse posso dire che la foglia maschio è quella dalla forma più triangolare, mentre la femmina ha la classica foglia a forma di cuore. Ecco! E già vi vedo a pensare qual’è la marrana o il marrano che si stà arrampicando sul muretto di casa vostra senza lasciarvi tregua. Ma cari, siete voi (no, non voi topini, ma voi esseri umani) che l’avete voluta! Scusate eh? Per “abbellire” le dimore, ma dovete prendervi il bello e il brutto di lei. Quella cresce, non sente ragioni!

Mi sto ovviamente rivolgendo a chi ne parla male senza ragionare che l’Edera non è certo una pianta da città. E si, è l’uomo che la sfruttata per decorare il proprio territorio, ma questa fantastica pianta in realtà, secondo me, ha un compito ben preciso che non è quello di rispondere all’estetica di chi non sa nemmeno poi come mantenerla. Credetemi, ho sentito davvero tante lamentele su di lei e un pò mi spiace.

Ma torniamo al suo “mestiere”. Ebbene, non ci crederete ma stiamo parlando di una delle piante più importanti in natura! E’ la pianta per eccellenza della vita! Dell’amore trascendentale. E’ una pianta terapeuta, è anche il Pronto Soccorso del bosco! No, non mi sono ammattita. Statemi a sentire e rispondete.

In un habitat perfetto come è il bosco, o la foresta, voi tutti sapete che l’Edera è ovunque giusto? Sbagliato. Osservate bene. E’ davvero ovunque? No. Se riuscite a guardare e osservare attentamente quanto è fantastica la natura, noterete che le piante sane, robuste, giovani e piene di vigore non hanno l’Edera attaccata a sé. Controllate, quando vedete un albero che pare soffocare dall’Edera che ha aggrappata a sé, che tipo di albero è. Cercate di ricordare se, per qualsiasi ragione, quell’albero ha potuto soffrire, ad esempio per un freddo troppo intenso, controllate anche il suolo nel quale è piantato. Vi accorgerete che, quella pianta, sta in realtà soffrendo, per un motivo o per l’altro. Sta soffrendo perchè è secca, è malata, è malnutrita, oppure le sue radici hanno subito un trauma dovuto ad uno smottamento del terreno. Ecco in questo caso giungere l’Edera e circondare sempre di più quell’albero sofferente, sempre di più. Perchè? Perchè vuole salvarla. Vuole sostenerla. Le sta dicendo, “Non ti preoccupare ci sono io a tenerti su!“. Non vi sembra?

Ora lasciamo perdere quella coltivata. Io parlo di funzione naturale. Di come si muove la natura senza la presenza o il volere dell’uomo.

E lo sapete cosa fa l’Edera una volta finito il suo compito? Si lascia morire. Il suo lavoro è terminato. Così come è arrivata, con altrettanto silenzio, se ne va.

Si topi, è così che funziona. Non è meraviglioso? State ancora detestando questa pianta come prima ora che sapete per che cosa vive? Ora che conoscete meglio la sua missione? Il suo unico scopo?

Vi dirò di più. A circondare l’albero che sta poco bene è solitamente l’Edera maschio. Pensate, così come accade anche nella stragrande maggioranza degli esseri viventi, colui che fa, che agisce è il maschio. La femmina è quella che pensa, che ragiona, che studia. Il braccio e la mente insomma. L’unione perfetta per salvaguardare un ambiente perfetto come il bosco. Molto più semplici degli umani, meno complicati, compiono solo il loro dovere.

E poi c’è un’altra cosa che devo dirvi. Avete presente quelle colonnine che si trovano solitamente nei sentieri montani con dentro le statuette della Madonna? Nella mia Valle, come sapete, ce ne sono tantissime. Ebbene non si sa ne’ il come, ne’ il perchè ma l’Edera che si arrampica su queste cappellette non ricopre la statua della Vergine. A volte, guardandole, mi è venuto da chiedermi “ma chi è che si prende il disturbo di venir fin qua a tagliare l’Edera che va davanti alla Madonnina lasciando quella intorno all’edicola?“. E invece no. Non la taglia nessuno, è la stessa pianta che non va sulla figura. A ciò, pare non esserci nessuna spiegazione scientifica. Mistero della natura, dell’Universo. Semplicemente uno dei tanti. Ma fateci caso, è proprio così.

L’Edera, che avvolge ogni cosa, persino le rocce che stanno per franare, non si permette di andare dove non deve. Trattiene le pietre ma non manca di rispetto a nulla. Non mi è mai capitato di vedere la Vergine Maria soffocata e aggrovigliata da un ciuffo di questo rampicante.

Detto questo, direi che dobbiamo davvero fare un inchino di ringraziamento all’Edera. Lei che se ne sta lì, nell’ombra e nell’umidità, pronta a salvare chi ne ha bisogno.

Lei che, come dice la leggenda, ha protetto Dioniso: Zeus, con una saetta, diede fuoco al corpo della madre di Dioniso e, l’Edera, sopraggiunse ad avvolgere quella donna in fiamme per difendere dal rogo il suo piccolo. Un piccolo bambino che divenne il Dio dell’innocenza, della spensieratezza, dell’amore ed è rappresentato sempre da un ramoscello di Edera. Prima di divenire Dio dell’estasi e del vino era infatti considerato “la linfa che scorre nelle piante”.

In India, l’Edera, è considerata il simbolo della concupiscenza, in Oriente dell’immortalità, in Europa della passione… lo diceva anche Nilla Pizzi e grazie al suo essere sempreverde è, perchè no, anche una pianta davvero simpatica.

Allora topini, cosa ne dite? Vi piace un pò di più questa pianta? Siete riusciti ad andare oltre a quello che solitamente rappresenta, per i più cittadini, ciò che siamo abituati a vedere di lei? Spero di si e ci sarebbero altre mille e mille cose da dire a suo proposito, perchè credetemi, ogni essere vivente, come anche una semplice pianta, è un mondo a sé. Ha un’intelligenza, uno spirito di adattamento, uno scopo ma soprattutto ha una vita.

Vi avvinghio calorosamente, la vostra Pigmy.

M.