Primi piani

Sono favorevole alle riserve di animali ma non mi piacciono gli zoo. Non mi piacciono le gabbie, piccole, quella rete intorno, soffocante. E’ in questi luoghi che gli animali hanno espressioni rassegnate, annoiate e tristi. Sono stata recentemente al Parc Zoologique de Fréjus e li, gli animali, hanno uno spazio vitale già migliore rispetto i classici zoo. Hanno spazi abbastanza grandi e aperti per potersi muovere, ovvio però, che non sono le immense paludi della Florida, le infinite praterie del Nord America o la savana africana. Loro stanno li, a farsi ammirare dalla gente che passa, sempre nello stesso luogo e sempre con i soliti passatempi ormai logori o sgualciti. I loro musi però, nonostante tutto mi affascinano. Al di là del luogo in cui si trovano, i loro sguardi, sicuramente meno felici in cattività, mi rapiscono, permettendomi di stare anche intere ore ad ammirarli senza stancarmi mai. Rimarrei intere giornate appoggiata ad un recinto cercando di immaginare a cosa stanno pensando, osservando dettagliatamente le loro movenze e dove c’è, cercare di far finta che quella rete metallica in realtà non esista. Se fotografo uno di loro non posso fare a meno di riprendere anche un bel primo piano del suo sguardo, che spesso, nonostante il luogo in cui si trova a vivere, continua ad essere oltre che infelice anche fiero e orgoglioso. Sono animali abituati a vivere in questi parchi, una volta liberi andrebbero sicuramente incontro a morte certa e sono probabilmente convinti che al di fuori di quei pochi metri quadri, non esista altro. E’ per questo forse che molti mantengono comunque la loro vera personalità. Azzarderei quelli di dimensioni minori. Quelli che di un laghetto e un isolotto ne hanno a sufficienza, possono dividerselo in zona notte, zona giorno, zona bisogni, zona nursery e scavano e lavorano e manipolano sempre le stesse  cose e sempre nello stesso punto. Anche in natura sfrutterebbero gli stessi spazi. Il problema reale, secondo me, si ha con gli animali più grandi. Per rendere felice un’antilope ad esempio, bisognerebbe darle a disposizione un prato chilometrico, per la fierezza di un puma occorrerebbe un’intera collina, quei fiumiciattoli palustri di acqua verde e muschiosa non bastano, ci vorrebbero dei mini torrenti, acqua corrente, stagnante a volte, sicuramente, ma predisposta in modo diverso. Ciò nonostante, come vi dicevo, tanti ti guardano dall’alto in basso, quasi con superbia, una superbia naturale, l’unica a poter essere ammirevole in natura. Un’espressione che amo poter portare con me tramite immagini e come lei, tante altre. Attimi che fanno capire quanto sono simili a noi e proprio con gli occhi ce lo dimostrano. Gli occhi persi nel vuoto come ad aspettare un qualcosa che non arriverà mai, gli occhi curiosi che cercano la provenienza di un rumore, gli occhi assonnati soprattutto nelle ore più calde della giornata, gli occhi profondi, infiniti, che ti cercano e quando ti trovano ti osservano, ti puntano, senza paura, senza rancore, attenti e spesso quasi fiduciosi. Ci sono anche gli occhi menefreghisti, dell’animale particolarmente pigro o decisamente spocchioso al quale non gli e ne può fregare minimamente della tua presenza. Tu puoi provare a chiamarlo in tutte le lingue del mondo cercando d’indovinare quella del paese dal quale proviene, ma per lui in quel momento sei soltanto un microscopico moscerino e magari anche fastidioso per giunta. Spettacolari invece sono gli sbadigli, gli starnuti, i movimenti delle palpebre, le pieghe del manto a secondo dell’espressione, gli arricciamenti dei nasi. Anche la coda, le zampe, il corpo intero è affascinante ma il muso mi tocca profondamente. Gli erbivori, con quelle labbra stile Anna Mazzamauro che sbattacchiano alla ricerca di cibo e ti solleticano il palmo della mano, i carnivori, che si puliscono i baffi e la bocca con leccate che durano dieci minuti l’una, portando la lingua aderentissima alle guance lisciandosi anche il pelo, i rettili, alcuni impassibili, mantengono l’espressione del “sicuramente non mi ha visto”, altri invece, muovono gli occhi così velocemente da una parte all’altra che sembra proprio stiano seguendo una partita di ping pong tra campioni del mondo, in realtà cercano di tenere tutto sotto controllo stando sempre all’erta. Nei nostri parchi, le specie di animali sono alla fine sempre le stesse e le più comuni. Nel parco del Fréjus, un parco da visitare in auto, non perchè è un safari ma perchè è parecchio grande, ci sono circa 82 tipi diversi di animali, sono tanti ma in realtà si contano in questo numero anche le varie razze di uccelli che sono molte e ne popolano diverse zone. Ho passato l’intera giornata a riprendere con la macchina fotografica quello che loro stessi mi permettevano e qui vi posto qualcosa che non è gran che ma rimarrà per me un bel ricordo. Vedevo l’altra gente intorno a me alla quale bastava lanciare un biscotto all’animale di turno e andarsene, oppure proferire qualche battuta per poi allontanarsi dal recinto, così, senza osservare approfonditamente, senza pensare e, perdonate il mio essere probabilmente con i paraocchi come i cavalli ma mi sono chiesta più volte che cosa ci facevano li quelle persone, perchè avevano deciso di venire a vedere gli animali. Non possiamo notarli come nella loro libertà ma possiamo comunque constatare, i loro usi, i loro modi di fare, le loro tecniche, le loro abitudini. Lo scimpanzè che ruba il pezzo di mela al compagno che si è distratto un attimo, signora avvoltoio che scruta tutti incavolata a prescindere, in quanto sta aspettando che il suo cucciolo esca dal guscio, il leone che “dice” alla leonessa – Piantala di stare sdraiata li davanti a tutti, vergognati! Vai dietro la pietra – e lei, mesta, si alza e lo segue senza proferir parola. Le tartarughe che litigano, l’agnellino che per una carezza si butta in picchiata tra i massi. E poi ci sono le recinzioni nelle quali all’interno vive un’intera comunità. La maggior parte delle persone tende a fermare il suo sguardo sull’esserino più impavido e ardito, quello che picchia tutti per arrivare primo a prendere il biscotto, quello che si mette in pole position distraendoti, per essere ammirato solo lui, quello che, soprattutto se colui è una scimmia, ti allunga la mano e con quel suo ondeggiare di dita ti ipnotizza facendoti il gioco di Giucas Casella. Ma non c’è solo lui, non è solo. Se scostiamo un pò lo sguardo, senza offesa per il protagonista, possiamo accorgerci del cucciolo al quale la mamma sta facendo un’accurata toiletta, notiamo che il biscotto che abbiamo lanciato e nessuno ha preso è diventato in realtà, il premio per l’ultimo laggiù in fondo che sta nascosto sotto la foglia, che se c’è l’esemplare che saltella da una parte all’altra c’è anche quello che ronfa beato o si spulcia con il compare vicino. C’è chi boccheggia ma non si avvicina perchè emarginato dal gruppo e chi ci prova, ma viene immediatamente scacciato. Impariamo ad osservarli con più attenzione. E poi i colori, i loro manti, la loro livrea. Se visti precisamente, sapranno lasciarti senza fiato. Ognuno di loro ha dei colori ben delineati o con sfumature impressionanti. Anche un geco, nel suo grigio, se contemplato minuziosamente saprà stupirvi. Come può la natura essere così perfetta nelle righe di una zebra bianche e nere o in quelle di una tigre, anche arancioni, disegnate, grandi, piccole, ognuna lascia spazio all’altra. Come può un pavone avere quel smerigliare di tinte in una sola piuma, quel metallico fluorescente che diventa argento sotto i raggi del sole. Com’è possibile che un animale sia completamente bianco ma con le zampe nere o tutto grigio con la coda rossa e soprattutto, lo stesso animale che cambia il tono del suo manto in determinate occasioni o periodi dell’anno. Tutto questo è fantastico. A parte la coda, che per certi animali è la parte più folcloristica, spesso è proprio il muso o se vogliamo la testa, a offrire il meglio di se e non solo come colori ma anche come annessi veri e propri, la cresta, le corna, i ciuffi di pelo intorno alle guance, le orecchie, davvero buffe a volte, i denti in bella mostra, righe o pois che in quel punto si accentuano o diventano più piccoli per poterci stare tutti, macchie che dipingono il contorno occhi e la tinta stessa dell’iride. Un arancio intenso, un verde smeraldino, un nocciola tenue, ognuno con una pupilla dalle mille forme. E torniamo agli occhi. Quegli occhi che se guardati bene possiedono le ciglia, piccoli peletti o negli uccelli, microscopiche piumette tutt’intorno. Gli occhi scuri, grandi, dolci che ci fanno pensare all’animale mansueto e gli occhi chiari, vitrei, piccoli che ci fan credere quella bestiola sia feroce ed inavvicinabile. Gli occhi parlano è vero ma diciamo che tutto dipende dal rapporto che può nascere con quel determinato animale. Io personalmente non mi avvicinerei mai ad un orso nonostante i suoi teneri occhioni scuri, preferisco di gran lunga una lucertolina innocua con gli occhi color del mare! La parola avvicinare, mi fa venire in mente che sarebbe stato per me il massimo poterli accarezzare e avere con loro momenti diversi da quelli che possono essere soltanto un “ti guardo” e un “guardami pure” ma ovviamente ciò è impossibile e per vari motivi. Inoltre, non ho ne il coraggio ne la capacità che possono avere parecchi personaggi televisivi che non conoscono la paura e sopportano perfettamente il dolore. In più, sono così piccola che qualsiasi esemplare di fauna, in quel luogo, avrebbe potuto fare di me un sol boccone, solo l’elefante si è spaventato un pò! Se davvero fossimo tutti grandi come dei topolini, la maggior parte degli animali ci sembrerebbero enormi ma penso che non sarebbe male se imparassimo veramente a guardarli così, se pensassimo di avere meno supremazia su di loro e di usare l’intelligenza che noi abbiamo in modo diverso e sicuramente più utile anche nei loro confronti, per fare questo a parer mio bisogna, innanzi tutto, imparare ad osservare. Come tra esseri umani è bene più ascoltare che parlare, anche con loro, sono convinta, si debba lasciare più spazio al silenzio e utilizzare di più gli occhi attraverso i quali, loro, sapranno poi risvegliare in noi tanti altri sensi e tante altre emozioni. Non è possibile rimanere indifferenti davanti a tanto splendore. Sono meravigliosi. So che questi animali o foto come queste ne avete già viste tantissime ma è osservarli, guardarli e ammirarli quello che mi piacerebbe faceste. Anche se possono sembrare animali banali, straconosciuti, di tutti i giorni. A volte penso che loro ci scrutino di più di come possiamo vederli noi, anche se lo fanno facendo finta di niente. Sono sicura che se potessero parlare saprebbero perfettamente ripetere come eravamo vestiti o pettinati. O riconoscerci in un mare di folla se gli siamo particolarmente simpatici o se ce l’hanno con noi per uno scherzo poco gradito. Davvero! Ricordatevi, non approfittate mai di loro, nemmeno se chiusi in una gabbia. Bene, a questo punto, non mi rimane altro che augurarmi voi abbiate potuto avere oltre che una buona lettura anche una buona visione. Come sempre dalla vostra, questa volta zoofila, Pigmy.

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4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Miss Fletcher
    Ott 11, 2011 @ 16:43:00

    Brava la mia sorellina osservatrice…ma che splendido post hai scritto!
    Con gli sguardi e il cuore delle creature in primo piano…hai colto delle sfumature che non tutti sanno vedere!
    Le foto sono meravigliose, da dieci e lode con bacio accademico!
    Bacetto virtuale da me 🙂

    Rispondi

  2. topinapigmy
    Ott 11, 2011 @ 17:27:14

    Oh là la! Addirittura! Ma grazie Miss, non sai che piacere mi fanno le tue parole. Si, gli animali mi piacciono molto e li osservo attentamente. Un bacio anche a te. p.s. = mi sono già informata sulla tua richiesta, esiste ancora e funziona ancora e presto, avrai il tuo post.

    Rispondi

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