L’Albero della… cacca!

Fermi tutti! Mi preme avvisare che non voglio offendere nessun tipo di pianta, cari Topi, però… potrà anche farvi ridere, ma nella mia Valle c’è un albero seriamente chiamato “Albero della Merda”. Non mi credete? Lo trovate persino su internet dal momento che questo è divenuto proprio il suo nome!

Scientificamente, invece, si chiama Ailanthus Glandulosa o Altissima, mentre, per i più educati, assume il semplice nome di Ailanto.

Ovviamente non vive solo nella Valle Argentina ed è molto presente dal mare ai monti, forse perché poco longevo, ma in grado di gettare una ricca quantità di polline e riprodursi sovente. Ma… perché (i genovesi soprattutto) lo hanno chiamato da tempo in questo modo? Gli inglesi, invece, si sono limitati al più fine “stink tree” ossia “Albero della Puzza”. Be’… provate a prendere una sua foglia tra le zampe e a stropicciarla o romperla. Ve ne accorgerete subito appena l’annuserete! Bleah! Che fetore!

Passandoci accanto non ci si accorge di nulla, anzi, è persino molto carino con quelle sue foglie lanceolate e sistemate ordinatamente in righe perfette sugli esili rami.

Così bello da essere giunto in Europa dalla Cina proprio per dare una visuale orientale ed elegante all’Antico Continente.

Anche quando è in fiore è molto piacevole. Le sue infiorescenze a grappolo lo addobbano a festa e appare più colorato del solito. Le foglie nuove, appena nate, hanno un colore diverso da quelle più mature. Sono viola scuro, mentre, le “vecchie” di un verde vivo e intenso.

Le varietà di Ailanthus sono diverse e certe diventano alberi alti e imponenti. Vi farà sorridere che la specie Altissima che vi nominavo prima viene chiamata anche “Albero del Paradiso” o “del Sole” perché svetta verso il cielo.

Senza studi speciali alle spalle, vi sconsiglio vivamente di utilizzare le sue virtù, ma è giusto dire che nella sua terra di origine è stata una delle prime piante a essere citate negli antichi testi di MTC (Medicina Tradizionale Cinese).

Ma torniamo in Valle Argentina, perché c’è una cosa molto importante che dovete sapere su questa pianta. Molti anni fa, in tutta Italia, l’Ailanthus veniva coltivato come habitat per il baco da seta e si trattava di una seta molto particolare e pregiata, oggi dimenticata, prodotta dalla Samya Cynthia il bruco di una falena ancora oggi presente in diverse zone della nostra nazione come anche nei luoghi in cui vivo.

La cosa straordinaria, però, è che questo Albero della Merda in realtà è anche la tana perfetta per tantissimi tipi di Lepidotteri, e quindi Farfalle, non per niente la mia Valle ne è piena ed è uno spettacolo ammirarle svolazzare tutte insieme con le loro ali variopinte e leggere.

Siamo abituati a pensare ai fiori e a dare solo a loro il merito della presenza di numerosi insetti, invece occorre chiedersi dove, allo stato larvale, questa grande famiglia viva e si costruisca la dimora. Ebbene, la risposta è: proprio sull’Ailanthus! O comunque anche su di esso, che è tra le loro piante preferite. Evidentemente sono prive del senso dell’olfatto, queste mie care amiche. Non per niente, il gusto del dolce nettare lo sentono attraverso le zampe, i recettori li hanno proprio lì. Ah, la natura! Rimanendo nell’entomologia, mi preme anche farvi sapere che con l’Ailanto le nostre preziose Api realizzano un miele dolcissimo! No, non puzza per niente, è  anzi molto zuccherino! Strano, vero?

Ma le grandi qualità di questo albero non finiscono qui e continuando a parlarvi della mia terra mi preme dirvi che noi dovremmo ringraziarlo molto. Oh, sì! Vedete, la sua crescita è veloce e le sue radici particolarmente intrecciate, pertanto risulta fondamentale nella tenuta di terreni franosi che, purtroppo, nella mia Valle, esistono. Lui trattiene ed evita il peggio nei terreni più scoscesi e pericolosi per l’uomo e per gli animali. Davvero un portento!

E le sue prodezze non son finite qui. I botanici, ad esempio, non riescono a starci dietro! Si riproduce così velocemente e ovunque che è stata dichiarata addirittura una pianta infestante. Che carattere! Esuberante e non patisce niente.

Cresce presuntuoso persino in città adattandosi ad ogni territorio tra una casa e l’altra.

Che dite? Sapevate tutte queste cose su uno degli alberi più presenti qui da noi? No, vero? Bene, felice di avervele fatte conoscere.

Un bacione puzzoso a tutti!

Annunci

Pruni Holmes e la misteriosa identità

Topi, son tanti anni, ormai, che gestisco questa tana virtuale e dal lontano 2011, quando mi apprestai ad aprirla, me ne sono successe proprio un bel po’.

Mi avete scritto sempre in molti, mi avete posto le vostre domande…

“Topina, chi sei?”

“Chi si nasconde dietro il profilo della Topina?”

“Chi gestisce questa pagina?”

“Posso prenotare una camera da te?”

“Dove abiti?”

Belin, se siete curiosi!

Abito in un bosco, in un Mulino per la precisione. Non sono un Motel a meno che non vi accontentiate di dormire su due sacchi di farina (nel guscio di noce ci dormo io e non lo do a nessuno). Ma, dopo questa lunga sfilza di domande, ho deciso di vestire i panni di Pruni Holmes e provare a risolvere insieme a voi questo mistero misterioso e ingarbugliato che lo so che non vi fa quietare la notte.

Pruni Holmes mistero

Ebbene, cari Topi della Valle e non… Chi è e cos’è La Topina della Valle Argentina?

Io lo so ma non ve lo dico! Scherzo, su!

La Topina della Valle Argentina è semplicemente quel luogo virtuale, ma anche reale, in cui la gente mi scrive da oltralpe per chiedermi informazioni su luoghi nascosti da poter visitare. E’ quel posto in cui convergono gli sguardi di topi provenienti anche da altre parti d’Italia, che chiedono consigli per le proprie ferie e c’è chi, poi, mi scrive per raccontarmi come sono andate le sue vacanze, i luoghi che ha visto e i piatti che ha assaggiato. C’è chi visita il blog la sera, leggendone gli articoli come fossero fiabe della buonanotte. C’è chi invece si fionda al mattino per essere il primo commentatore. Poi ci sono i topi che, senza che io glielo chieda, si prodigano di raccontare qualcosa della Valle, del proprio passato, mi inviano foto e ricette, perché la voglia di condividere è sempre tanta così come è tanta la voglia di aiutarmi quando domando informazioni. Ebbene sì. Capita anche a me di chiederle, anche se so tutto! (Santa Topa! Ehm… Il naso mi sta diventando come quello di Pinocchio!). Comunque… non fatemi distrarre… quello che intendo dire è che La Topina della Valle Argentina resterà per voi tutto questo, ogni volta che lo vorrete. Non vi basta? Uh, ma che curiosi proprio che siete!

La Topina della Valle Argentina è il punto dell’unione. Così mi piace dirvi. L’unione tra i borghi della mia Valle, tra la bellezza della Natura e le parole. Tra gli sguardi e gli animali e le piante, ma soprattutto tra l’uomo e Madre Terra affinché possa riscoprire questa bellezza.

E chi è la Topina? La Topina è un essere vivente che tenta di coniugare queste cose per voi. E che tenta di conciliare la fretta dell’essere umano alla meraviglia del Creato. E scusate se è poco… no dico…

Alcuni (davvero pochissimi in tanti anni) mi hanno detto che se non ci mettevo la faccia non meritavo d’essere seguita… Uh! La paura dell’ignoto! A parte che ho un muso e non una faccia, quella l’avete voi, ma al di là di questo, m’importa siano la mia Valle e il Pianeta ad essere apprezzati, non io. Se non mi si segue perché vi manca la vista dei miei baffi, significa che poco poteva importarvi di tanta maestosità che ci circonda. E poi, insomma, sarò una Topina, ma son pur sempre una femminuccia! E mica vi posso accontentare subito, così, pronti e via! Abbiate fede, chissà… chissà cosa deciderò un domani. Per ora, però, vi prego, volgete le vostre attenzioni a chi le merita molto più di me e sicuramente è anche più bello di me: il luogo in cui vivete ogni giorno. Provo a dirvi di mare, di cielo, di monti e di stelle. Di piante, di fiori, di cammini e di paesi. Di animali, di leggende, di curiosità e di arte… E voi state a guardare un muso con due peli in croce? Suvvia!

Per me è un gran bel divertimento, vedete? E vorrei lo fosse anche per voi.

Detto questo, il mio animo investigativo mi porterà sicuramente a ricercare sempre più cose e a risolvere sempre più misteri, perciò permettetemi di gongolare ancora un po’ sull’arcano che riguarda proprio me.

Ma posso aiutarvi… ho una coda, un fiuto fantastico, un bel ciuffo di pelo tra gli occhi, una spiga di grano sempre in testa e poi…. beh… sono semplicemente bellissima e dotata di un particolare fascino!

toporeporter

Direi di avervi detto anche troppo! Sembrate delle Cinciallegre, non si possono tenere segreti con voi. Devo fermarmi assolutamente!

Un misterioso abbraccio a tutti,

la vostra Pruni Holmes.

La tomba di Chagall – il pittore dei colori del mondo

Vi ricorderete che un po’ di tempo fa vi portai a visitare una tomba? Era di un personaggio molto famoso che tutti conoscete ossia Charles Baudelaire, scrittore, critico e aforista francese (l’articolo in questione è questo, per la precisione: “Charles Baudelaire protagonista di diversi incontri”). Un personaggio davvero curioso. In quel tempo, girovagavo per Parigi, parecchio lontano dalla mia Valle, divenendo Topina di città per qualche tempo e anche oggi lo sono diventata per portarvi a vedere un’altra famosissima lapide e sicuramente più vicina ai miei luoghi.

Oggi, infatti, vi porto vicino alle mie zone, a Saint-Paul de Vence, dove già mi recai ma mai vi feci vedere dove venne seppellito il grande pittore Marc Chagall.

Marc Chagall, che gode ancora oggi di fama internazionale, fu fino al 1985, anno della sua morte, uno dei pittori più bravi a catturare la luce e a riportarla nei suoi dipinti insieme all’amatissima moglie che ritraeva in molte opere.

Nei suoi quadri infatti si scorge molta bellezza, colore e tanta voglia di vivere nonostante le oppressioni che subì, essendo di discendenza ebrea e precisamente di Vitebsk, allora sotto il dominio dell’Impero Russo.

Nacque e visse tra bombardamenti e razzie, ma nonostante tutto trasportava gioia sulle sue tele, anche se ammirandole e conoscendone la vita è facile osservarle con un senso di malinconia.

Naturalizzato francese, cambiò il suo cognome da Segal (il suo vero nome era Moishe Segal) a Chagall, ma prima di questa trasformazione divenne, per la Russia, Mark Zacharovič Šagal.

Visse fino all’età di 97 anni, morendo appunto a Saint-Paul de Vence dove si era trasferito e dove oggi, accanto alla sua tomba, regna un’atmosfera assai particolare, pregna di affetto da parte dei suoi ammiratori (soprattutto giovani) che lo ricordano come “il pittore dei colori del mondo”.

E’ un bellissimo cespuglio di rose rosa ad attrarre verso l’entrata del piccolo e ordinato cimitero. Chagall riposa eternamente proprio subito dopo aver varcato l’uscio, all’interno di una grossa tomba in cemento assieme alla seconda moglie Valentina detta “Vava” Brodsky Chagall e il fratello di lei Michel Brodsky.

Vava è stata meno amata rispetto alla prima consorte Bella, morta durante la Seconda Guerra Mondiale a causa di un’infezione virale, e fu proprio per sconfiggere la depressione che lo afflisse che per la vedovanza che Chagall si trasferì in Provenza, dove riuscì a ritrovare un po’ di serenità riportandola attraverso le tinte decise delle sue opere.

In Provenza ebbe anche un figlio prima di risposarsi con Virginia Edith Haggard, ma la storia tra i due durò per un tempo molto breve.

Chagall ora è qui. Ed è come se il suo manifestare un connubio tra il reale e il surreale esistesse ancora. Pare di percepirlo. I caratteri fiabeschi lo circondano anche adesso rendendo questo luogo quasi onirico. Tante le pietroline e i sassi disegnati e scritti, su questa lapide. Tante le frasi di chi lo ama e lo ha amato. Tanti i ricordi.

Una siepe, un grande angelo scolpito e lui: Marc Chagall, il pittore dei colori del mondo.

Un bacio, al prossimo tour topi! La vostra Pigmy.

Una gita a Moneghetti

Quando vi parlai del paese di Perallo in questo post “Perallo, il borgo che ama raccontare” vi dissi che costituiva centro abitato insieme ad altre minuscole frazioni nei suoi dintorni. Una di queste si chiama Moneghetti e oggi vi ci porto, perché merita anch’essa d’essere visitata.

Questo piccolo gioiellino della mia Valle, meno conosciuto, si trova vicino a Molini di Triora. Giunti al campo sportivo di Molini, anziché entrare nel paese, si continua verso sinistra per la strada che porta a San Giovanni dei Prati e a Colle Melosa. Dopo aver percorso qualche metro, circondati dal verde più verde che c’è, per una strada asfaltata e ombrosa che propone anche un incontro con qualche asino, ecco sulla sinistra la deviazione, ben indicata, che porta a Moneghetti.

Si tratta di una strada breve, bella da percorrere a piedi, anche se in leggera salita, godendo del fresco che offre e ascoltando i rumori del torrente sotto strada e della vispa natura.

Le case che compongono questo posto si possono contare sulle dita di una mano e la pace è totale e indiscussa. Alcune dimore sono ruderi in pietra che riportano indietro nel tempo, altre, ristrutturate e più abitabili.

Appena giunta in questa località, mi hanno colpito le cataste di legna e quelle dei grandi tronchi pronti per essere tagliati.

Siamo solo a mezzora dal mare, ma qui fa più freddo che sulla costa e la stufa si accende sempre volentieri… anche per cucinare.

Sì, perché qui si vive ancora come una volta e nell’aria si respirano sovente profumi di corteccia o di pane che escono dai comignoli.

A confidarlo sono le case stesse, dall’impronta assai graziosa, fiabesca e antica. Balconi, fiori, panni stesi, colori, pietra, legno… tutto ci regala un’atmosfera senz’altro particolare.

Moneghetti è un’apertura nel bosco dove acacie, castagni e noccioli fanno festa tutto intorno.

La fitta vegetazione permette agli animali che popolano la macchia di sentirsi protetti e al sicuro pertanto non sarà difficile vederli o sentirne i versi e i fruscii.

I monti che ci circondano aprono il cuore con la loro verde bellezza che si staglia contro il cielo azzurro e su alcuni si possono riconoscere paesi più conosciuti e grandi come Triora.

Lo stupore si accende ulteriormente quando sopra una porta, una vecchia insegna  indica che qui c’era addirittura un’osteria. “Osteria Faraldi”. È proprio vero. Osteria, Tabaccaio, Albergo, Scuola… un tempo in queste frazioni non mancava nulla. Sfido io! Erano ben 600 gli abitanti che le vivevano! Oggi non è più così ed è bellissimo arrivare qui e percepire la vita. Come un ritorno.

Gli occhi che incontri ti scrutano. Risulti uno straniero. Non posso fotografare molto le loro abitazioni. Sono restii. Tra di essi sono come un’unica famiglia, un meraviglioso concetto da difendere, ma basterà far capire loro che si è alla buona e si ammira quel luogo con sguardi interessati per essere accolti e apprezzati con gioia e interesse.

Senza approfittare mai della loro ospitalità.

Moneghetti appartiene al Comune di Molini di Triora e, come lui, si trova a circa 460 mt s.l.m. Un tempo qui si coltivava e la merce si portava a vendere fin giù a Taggia. Oggi è un piccolo paradiso per chi cerca relax e natura.

Mi auguro vi sia piaciuto topini. Squit!

La Siberia di fianco alla Valle Argentina

Giunti alla fine di questa torrida estate sento già molti di voi acclamare e attendere con fiducia il freddo che tanto amate.

A proposito di questo, mi sembra doveroso portarvi alla conoscenza di un luogo, di fianco alla Valle Argentina, che solo il nome fa venire i brividi. Sì, sì, proprio i brividi! I brividi del gelo.

Oggi, infatti, vi porterò a visitare una piccolissima Valle che la gente del posto, già da molti anni, chiama Val Siberia. Sono stati i nostri anziani a nominarla così.

Potete già capirne il motivo. Fredda, umida, stretta.

Scende da Bajardo (la vedete la neve? Eh!), posizionato in cima alla Val Nervia, e raggiunge il mare attraverso Via Goethe e Via Peirogallo di Sanremo.

Giunti in cima a queste strade, eccola stagliarsi di fronte a noi in tutta la sua lunghezza, passando sotto il viadotto dell’Autostrada dei Fiori e subito i monti si presentano senza permettere ulteriore visuale.

Nonostante il clima poco ospitale che la governa, soprattutto in inverno, sono diverse le persone che qui vivono e che ne sopportano le ghiacciate correnti che si formano proprio a causa della sua morfologia; dove le abitazioni non sono state costruite è il verde a regnare.

Il nome Val Siberia gli venne dato anni fa, quando la gente si accorse che in questo luogo, al di sotto dell’Ospedale Borea, c’era sempre qualche grado in meno rispetto alle altre zone limitrofe.

Siamo tra la Val Nervia e la Valle Armea, in un’appendice dell’entroterra ligure in cui difficilmente il cielo appare senza nuvole.

Siamo di fianco alla Valle Argentina, verso Ovest, per l’esattezza.

A circoscrivere l’inizio di questa Valle è Via Giovanni Pascoli, che in inverno, dal suo versante a Occidente, vede presto il sole calare.

Fortunatamente, la formazione di questo territorio permette agli amanti del fresco di godere, anche durante estati afose, di brezze e venti che attenuano il caldo eccessivo, ma purtroppo l’umidità è così significativa da riuscire a perdurare nonostante tutto.

In Val Siberia la natura, espressa prevalentemente dai fiori, è sempre in ritardo. Glicine, Ipomea, Convolvolo, Ginestra… tutto giunge dopo, quando dalle altre parti sta già sfiorendo o, da diversi giorni, si è presentata puntuale.

Anche frutta e verdura si comportano allo stesso modo. E i pomodori si possono raccogliere tranquillamente fino alla fine di agosto.

Val Siberia è particolarmente silenziosa, soprattutto nella mattinata e nelle ore della siesta. Una pace quasi surreale l’avvolge, durante la quale non si percepisce il minimo rumore.

E allora, lamentosi della calura, siete contenti che proprio qui vicino potete godere di un freezer a portata di zampa?

Ah! E ovviamente non devo dimenticare di dire che… dalla Val Siberia si vede anche il mare!

Ora che vi ho spiegato dov’è, potete anche andare: preparate le valigie, l’inverno non tarderà a giungere, ma io non vi seguirò, ho già abbastanza freddo nella mia splendida Valle!

Un tremante Squit!

Mele e Magie di Cloristella

Topi, in questo periodo le mele stanno maturando sugli alberi e io, da brava topina, faccio scorta per la stagione più fredda, realizzando composte e mangiandone  in grande quantità. Un giorno ero nel bosco a raccogliere questi frutti portentosi quando udii non lontano da me una voce…

«Grazie, Madre Terra, per tutti i tuoi doni.

Ti offro questi semi: che il tuo ventre non li abbandoni.

Offro frutti di abbondanza alle tue creature,

cosicché attraversino l’inverno più sicure…»

Chi altri poteva parlare in rima, se non… «Strega Cloristella!»

Al mio richiamo, la vidi spuntare da dietro un cespuglio, con in mano una borsa ricolma di semi: «Oh, ecco la topina! Proprio te cercavo, bestiolina!»

«Me?!» domandai perplessa.

La strega mi raggiunse, porgendomi una manciata di semi di girasole: «Ecco qui, questi sono per te. Stai preparando le provviste per l’Inverno, vero?»

«Grazie, Cloristella! Che pensiero gentile! Sì, certo, sono previdente come ogni anno.» Notai subito dopo la scia che lasciava dietro di sé, una riga di semi e granaglie. «Attenta, la tua borsa deve essere bucata, stai perdendo tutto!»

La sua risata cristallina invase il sottobosco, pareva il canto di un uccello: «Nessun buco nella mia sacca, topina, tranquilla! Sto solo provvedendo a svolgere il mio compito, come ogni anno e ogni stagione.»

«Cioè?»

«Sta per arrivare l’Equinozio d’Autunno e come ogni anno dedico del tempo a ringraziare la Natura per tutti i doni elargiti durante l’Estate. Me ne vado in giro per sentieri a donare semi e offerte a voi piccoli abitanti del bosco, così che possiate raccoglierli e stiparli nelle vostre tane. E’ il mio modo di ringraziare la Natura e il cerchio della vita, un modo come un altro per aiutare, servire, ringraziare per ciò che ho ricevuto.»

«Ah, ecco! Eri tu a lasciare quelle scie squisite di semi, anche gli anni scorsi! Grazie, Cloristella! Sai che il mio amico Scoiattolo è sopravvissuto grazie alle tue offerte, lo scorso inverno? Qualcuno, forse un Ghiro, è entrato nella sua tana e ha sgranocchiato tutte le sue provviste, ma poi, scavando per terra, ha trovato un vero tesoro sotto la neve… erano le tue ghiande!»

«Sono proprio contenta di aver salvato una vita, topina. Che bella notizia!» lo sguardo le cadde poi nel mio cesto: «E… cosa vedo lì? Mele!»

«Sì, sto facendo scorta. Ne vuoi un po’?»

mela

«No, no, tienile per te, ne raccoglierò presto anche io. Mi sono molto utili, sono frutti davvero magici.»

«Come le usi? A me piace fare la marmellata e le torte dolci, le metto anche nei risotti per smorzare alcuni gusti forti e nelle insalate! Sono davvero squisite!» dissi, leccandomi i baffi.

mele2

Carezzò le foglie degli alberi lì intorno come se ne fosse la fata madrina, lisciava la corteccia, poi lasciava cadere sulle radici qualche granaglia. Mentre svolgeva il suo compito, disse: «Io tengo da parte ogni suo seme, topina. Li conservo per gli incanti d’amore, la gente me ne chiede sempre tanti e quale frutto, meglio della Mela, può risolvere i problemi di cuore? Anzi, voglio fare con te un giochino, se ti va.» si bloccò di colpo, guardandomi con occhi un po’ furbetti.

Il suo sguardo vispo mi incuriosì: «Ci sto!»

«Dammi una mela del tuo cesto, allora.»

mela2

Gliela porsi e lei, estraendo dalla tasca un coltellino, canticchiò: «Un, due, tre: l’amor non fa per me. Quattro, cinque, sei: un amore ce l’avrei! Un seme si è tagliato: il mio amore è travagliato. Se i tagliati sono due, ahimé, resterai soltanto te.»

«Cloristella, non ci ho capito una prugna secca di quello che stai dice…»

«Ssst!» mi zittì. «E’ un momento delicato, questo!» e tagliò a metà la Mela. La guardò, poi si chinò alla mia altezza per mostrarmi qualcosa all’interno del frutto: «Un, due, tre: l’amor non fa per me! Topina, i semi della Mela sono dispari, questo significa che… mi dispiace, ma ancora per un po’ nessun topino entrerà nel tuo cuore.»

«Oh Signur! Era questo, il giochino? Santa Ratta, io chissà che mi credevo!» dissi.

mele

«Be’, è solo una piccola divinazione, una delle tante che si fanno con le Mele. Di questa pianta uso tutto, non butto via nulla! I fiori in Primavera mi servono per tisane e intrugli, in Inverno la taglio a fette da far seccare per appenderle nella mia casa e realizzare talismani… e uso le foglie per l’abbondanza e la sua legna per il fuoco dei rituali sacri. Il legno di Melo è utile anche per gli incanti di longevità. Tutto, di questa pianta, parla di salute, lunga vita, abbondanza e saggezza! Pensa: il termine “pomata”, che nell’antichità indicava un medicamento in generale, deriva proprio da “pomo”. Questo ci fa capire che importanza abbia questo frutto.»

«Davvero molto interessante, Cloristella! I tuoi rimedi mi incuriosiscono sempre. Senti un po’… una mela al giorno…» ma non mi lasciò concludere il celebre proverbio.

albero di mele

«A proposito, uno dei miei incanti preferiti con la mela è quello di tagliarla in tre e passarla sopra la parte dolorante. I tre spicchi, poi, vanno seppelliti.» aveva gli occhi scintillanti di entusiasmo, ormai che aveva cominciato a raccontare tutti gli usi della Mela, chi poteva più fermarla?

«Questa non la sapevo! Come mai si seppelliscono?» le domandai.

«Perché si dice che siano in grado di prendersi carico del dolore del malato. Il malessere viene trasferito alla Mela, che poi viene seppellita. E Madre Natura sa sempre come trasformare ciò che per gli esseri umani (ma anche per gli animali) è uno scarto.»

«Ah, ho capito. Grazie per tutte queste curiosità!»

«Non c’è di che, cara topina. Ora, però, ti saluto: devo continuare a offrire il mio aiuto!» mi disse, indicando la sacca piena di semi.

«Certo, certo! E grazie ancora per tutti i doni che hai fatto anche a me in questi anni, anche se non sapevo fossi tu.»

Mi lasciò canticchiando, saltellando via con l’allegria di una farfalla variopinta e dandomi l’idea per un articolo da scrivere per voi.

Alla prossima, topi!

P come…

Oggi ho riunito tutti i miei amici e conoscenti, tra cui anche voi, perché devo darvi un annuncio speciale. Ho preso una decisione e voglio farvela conoscere, per cui eccoci tutti qui riuniti nella radura di Nonna Desia. Ci sono Maga Gemma, Strega Cloristella, il mio vicino di tana Timotiglio, che non vi ho ancora presentato, insieme a un’altra schiera di amici e conoscenti che vi farò conoscere al più presto. Sebbene io non l’abbia invitata, è venuta pure lei, Serpilla, quella fastidiosa Ghiandaia che mi fa sempre il verso.

«Be’, ora che ci siamo tutti, ma proprio tutti…» dico, lanciando un’occhiata ammonitrice alla Ghiandaia perchè io la conosco, «possiamo cominciare. Come molti di voi sapranno, noi topi nasciamo in breve tempo. Io son nata così velocemente che la mia mamma non ha avuto modo di pensare bene al nome da darmi e mi ha chiamata Pigmy.»

Osservo le espressioni sui volti dei presenti e mi diverto nel notare che sembrano spaesati. Non capiscono dove io voglia andare a parare, per cui continuo: «Ora che son cresciuta un po’, però, ho deciso di trovare un nome più adatto per la topina che sono diventata, un nome che possa rappresentarmi meglio, che profumi dei luoghi in cui abito.»

Maga Gemma mi sorride. Ha le braccia conserte, in attesa. Nonna Desia, invece, è commossa, e una lacrima di sale disegna sul suo viso scuro una scia biancastra. Strega Cloristella sembra non stare più nella pelle e Timotiglio è incredulo, la bocca aperta e gli occhi spalancati per lo stupore.

«Te ne inventi sempre una, pur di attirare l’attenzione! Craaa… craaa!» gracchia la Ghiandaia. E lo sapevo che ci avrebbe messo il becco! Per tutta risposta, Timotiglio le tira una ghianda, mancandola. Peccato!

La ignoro e continuo: «Dopo tanto pensare, alla fine ho trovato il nome giusto per me e spero piaccia anche a voi. Da oggi mi trasformo: da Pigmy divento… Prunocciola!»

prunocciola

Il silenzio cala sulla radura, solo le mosche osano fiatare.

«Be’, non dite niente?»

«Ottima scelta, Pruna. E’ un nome azzeccato, quello che hai scelto.» pronuncia la Maga. Oh, non ho ancora finito di dirlo che ho già il soprannome!

«Pruni, piccinin… come sei bella, fia!» esclama Nonna Desia, con la voce rotta dall’emozione. E così ho anche un secondo diminutivo.

«Prunò, sei l’amica migliore che ho!» dice Cloristella, con un sorriso da orecchio a orecchio pronunciando una delle sue solite rime. Oh, Prunò suona proprio bene, mi piace un bel po’.

«Pruna, Pruni, Prunò… tutte sciocchezze!» Uff, questa Ghiandaia! «Per me sei e resterai sempre Prunilde.»

Non mi lascia il tempo di risponderle, perché vola via portando con sé le piume azzurre e nere che la contraddistinguono.

«Non darle retta, Pigmy! Ops! Volevo dire Prunocciola, scusami. Perdonami! Ci vorrà un po’ per ricordarmelo…» la timida voce di Timotiglio addolcisce la mia espressione.

«Oh, non preoccuparti!» lo rassicuro. Poi mi rivolgo a tutti: «Allora, vi piace?»

A quel punto esclamano tutti insieme un bellissimo «Sì!»

Tutto cambia, in natura. Lo sanno bene le creature del bosco. Così come muta il colore delle foglie sugli alberi dall’Estate all’Autunno, anche io ho deciso di trasformarmi con un nome nuovo di zecca.

E voi, amici topi, che ne pensate? Mi sta bene?

Un abbraccio rinnovato,

la vostra Prunocciola.

Il Monte delle Forche – le Memorie riaffiorano

Quando scrissi l’articolo “Il ruio dellacqua” tempo fa, non sapevo assolutamente nulla sul luogo che vi descrissi, pur essendo della mia Valle, e mi limitai a raccontarvi ciò che mostrava il territorio e le sensazioni che suscitava in me.

Gli diedi persino un nome inventato di sana pianta, tanto da potermelo ricordare. Dopo aver postato l’articolo a esso dedicato e averlo poi collegato anche alla mia nuova pagina Facebook, molti cari topo-amici, leggendo, iniziarono a darmi tutte le informazioni necessarie per assaporare al meglio la bellezza sia fisica che spirituale di quel luogo, tanto che ho deciso di scrivere un altro post per rivelare a tutti scoperte davvero sorprendenti ricche di fascino, mistero ed emozione.

E allora, ringraziando vivamente i miei informatori come Serena, Vanna e Giancarlo, vi dico già che quella zona in realtà si chiama “Monte delle Forche” e non “Ruio dell’Acqua” come l’avevo soprannominata io.

Il nome mi era stato suggerito dalla fontana, unica costruzione presente in quel preciso punto, che regna indisturbata al centro della natura e che oggi ho scoperto chiamarsi “Fontana di Gorda”. Una fonte dalla quale l’acqua fresca esce limpida e prorompente.

Il nome Monte delle Forche (conosciuto anche semplicemente come “il Monte”) gli è stato dato già in antichità, essendo stato palcoscenico di sacrifici umani, pene capitali, ma anche di torture nei confronti delle streghe.

Si parla persino del ritrovamento di un cadavere, risalente a qualche anno fa. Una povera anima è infatti stata trovata proprio lì, forse dopo essere andata per funghi, non ne so molto. E non ne so molto nemmeno su un altro macabro episodio: pare che, molto tempo fa, sia anche stato impiccato un uomo da quelle parti. Mi vengono i brividi al sol pensiero!

Come vi dicevo anche nell’altro articolo, da qui si ammira un panorama splendido e si vede il borgo di Triora dall’alto. Una meraviglia.

Si arriva anche al Camposanto di Triora e questo percorso ha un passato davvero struggente, l’ultimo pezzo di strada prima di giungere a morte certa. Questo valeva peri giustiziati, tra i quali c’erano forse anche delle streghe, che dovevano passare da lì con le mani legate dietro la schiena. Il Cimitero di Triora, infatti, un tempo era un Fortino e proprio in quel punto venivano eseguite le pene mortali.

Ma, andando ancora più indietro nel tempo, pare che qui siano rinvenuti persino degli insediamenti preistorici risalenti all’età del Bronzo e del Ferro.

Oggi, in questo luogo così pregno di memorie, viene portata ogni anno, la seconda domenica dopo Pasqua, la statua della Madonna della Misericordia per celebrare un voto che la gente di Triora fece molti anni fa proprio alla Vergine Maria. Si tratta dell’aver chiesto alla Madonna un aiuto per debellare le cavallette che distruggevano gli estesi campi di grano, un tempo cibo primario per gli abitanti della Valle Argentina.

Il loro desiderio venne esaudito, per questo vige tuttora tale cerimonia.

Spero che questo tour vi sia piaciuto nonostante vi abbia riportato in un luogo già visto, ricco di informazioni nuove che affascinano.

Un bacione!

P.S. Nell’articolo allegato trovate le indicazioni su come arrivare in questo posto. Squit!

Frutti d’Autunno in arrivo

Topi, che la bella stagione ci sta salutando ve lo devo proprio dire? Santa Ratta, anche quest’anno l’Estate se ne va, lasciandoci nostalgici e già malinconici per tutte le giornate che non trascorreremo più all’aperto, fuori dalle tane, e per tutti i tuffi al mare o ai laghetti che dovranno aspettare un anno prima di essere goduti.

Ma a risollevarvi un pochetto gli animi c’è la vostra topina, alla quale i musi lunghi non piacciono affatto, proprio no!

Fatevi piccini come me e seguitemi, dunque: ho da farvi vedere un po’ di cose che allieteranno i vostri sguardi e… soprattutto le vostre pance!

L’Estate va via, è vero, ci saluta come ogni anno, ma guardate che eredità lascia dietro di sé! Ovunque è un tripudio di frutti succulenti, quelli che potremo gustare in mille modi, con tante ricette diverse e molto presto, anche!

ricci castagne

Le Castagne sono incubate in gusci spinosi, non ancora pronte ad affacciare il loro volto scuro al mondo. Quante scorpacciate ci aspettano! Le caldarroste sono un piatto che non manca sulle tavole della mia Valle, non si smetterebbe mai di mangiarle. E poi possiamo metterle nelle zuppe, nei risotti, nelle torte… insomma, che bontà! Tra l’altro devo dirvi che sono fonte di sali minerali e hanno un alto valore energetico. Quest’ultima non è una cattiva caratteristica, e mi rivolgo soprattutto alle topine che tengono alla linea e hanno paura di mettere su qualche chilo in più… Madre Natura, infatti, non lascia niente al caso, nulla è donato senza motivo. I frutti di questo periodo dell’anno, come le Castagne per l’appunto, ci consentono di mettere da parte le forze e le energie che ci serviranno durante l’Inverno, quando siamo più soggetti ad acciacchi e debolezze. Tra l’altro, care topine, le Castagne contengono anche l’acido folico, molto consigliato quando si è in dolce attesa (e non in attesa del dolce, non facciamo confusione per favore!). Sono utili anche a chi soffre di anemia e sono ricche di fosforo, sempre amico del sistema nervoso.

Rimaniamo nel bosco e… uh, topi, guardate! Anche le Nocciole stanno maturando! Le avete già mangiate fresche, colte dal ramo? Che buone, mamma topa! Hanno quel gusto dolce e leggermente asprigno, soprattutto se ancora acerbe.

nocciole

Quante scorpacciate facevo da cucciola con topomamma e topopapà! Devo dire che non è facile trovarle integre… gli Scoiattoli, infatti, si danno un gran daffare a rosicchiarne i gusci e a fare provviste, ma provateci, non costa nulla. I Celti le consideravano i frutti della saggezza per eccellenza. Hanno mille… anzi no, che dico? milioni di proprietà, tanto che dovrebbero essere consumate quotidianamente da tutti, ma proprio tutti!

Antitumorali, antiossidanti, ottime per la salute cardiovascolare e per il sistema nervoso, sono un vero toccasana. Anche di queste la mia Valle è piena.

E ora lasciamo un attimo il bosco e spostiamoci in campagna… volete vedere cosa ci regalano l’orto e il frutteto in questo periodo? Eccovi accontentati!

zucche orto

Le belle Trombette sono ingiallite, ingrossate, diventando Zucche panciute buone in ogni maniera. E non dite che non vi piacciono, per tutti i corbezzoli e le corbellerie del mondo! E’ un alimento così versatile che mi pare proprio impossibile che non esista su tutto il globo terracqueo una ricetta in grado di accontentare i palati anche dei più schizzinosi.

zucca gialla

Grigliatela a fette sottili sulla piastra, conditela con olive taggiasche sottolio, aggiungete olio extravergine di oliva e poi sale, pepe, menta, aglio… uh, Santa Topa, mi lecco già i baffi e l’acquolina è scesa dal muso fino alle zampe, me le son bagnate tutte! Potete aggiungere aceto e persino funghi e pinoli per una ricetta più gustosa. Provate! Provate e abbiate il coraggio di dirmi che non è una bontà.

zucca

E poi sformati, torte salate e dolci, primi piatti, zuppe, contorni, gnocchi… dai, sbizzarritevi! Lo sapete che ha davvero pochissime calorie? Ecco, ho fatto breccia nel vostro cuore… ehm, volevo dire pancia. E poi è benefica per l’intestino, facilissima da digerire e aiuta a dormire bene, soprattutto se si soffre d’insonnia, per le sue proprietà sedative.

E ora alziamo lo sguardo, topi, che non è ancora finito il nostro salutare tour alla scoperta dei frutti autunnali.

L’Uva si tinge di viola, sempre più acini colorano di tinte scure la vigna. Tra poco sarà tempo di vendemmia!

uva

Ne parleremo presto, ma intento vi dico che è un frutto energizzante e ricco di minerali, ottimo come diuretico e per chi soffre di stitichezza. L’Uva, però, per quanto buona e salutare, non va consumata in caso di diabete, coliti, gastriti e problemi di digestione. Anche lei è antitumorale e si prende cura dei vasi sanguigni.

Sugli alberi, invece, le Mele, i Cachi e gli agrumi abbandonano pian piano il colore verde per assumere tinte più sgargianti, ma senza troppa fretta.

 

A proposito di Cachi e di Madre Natura… topi, ma lo sapete che la vitamina C contenuta in questi frutti è in grado di rinforzare il sistema immunitario, prevenendo così i malanni di stagione? Un vaccino naturale, insomma! Ah, riguardo a questi frutti la mia topomamma mi dice sempre che quando era topina insieme agli altri suoi coetanei usava fare un giochino simpatico: si tagliava a metà (in verticale) il seme di un Caco e si poteva predire il clima della stagione fredda. Il germoglio contenuto nel seme assume la forma di posate in miniatura, perfette per noi topi.

Ebbene, se si trovava il cucchiaio, è prevista tanta neve e tanta pioggia per l’Inverno. Se si trova la forchetta, invece, l’Inverno sarà mite, mentre se si trova  il coltello, preannuncia tanti venti gelidi.

Provate anche voi a fare questo gioco, è divertente! Alcuni topi, però, mi dicono che, soprattutto nei Cachi da supermercato, non è possibile distinguere le posate all’interno del seme, a volte quest’ultimo non è neppure presente. Insomma, provate con Cachi autentici, mi raccomando!

Io adesso vi saluto, vado a scrivere un nuovo articolo per voi. Vedo e prevedo grandi abbuffate questo Autunno, sia di articoli che di frutti, sia chiaro! Un bacio energetico a tutti voi.

Bussana e le cialde del gelato

Bene, topi, oggi sono pronta a stupirvi con effetti speciali, per cui mettetevi comodi.

Come se già non bastassero tutti gli innumerevoli vanti della mia zona, ce n’è uno davvero poco conosciuto che so già farà leccare i baffi a molti di voi.

Eccomi dunque a raccontarvi una storia gustosa, una di quelle che vi piacciono tanto.

gelato.jpg

Pare che nel 1887, in seguito al terremoto che rase al suolo la cittadina di Bussana, un certo Giovanni Torre, soprannominato Merlo, sia andato a cercare fortuna a Bruxelles. Qui commerciava il gelato, la cui ricetta era stata tramandata alla sua famiglia una decina di anni prima da un cameriere di origine belga che si trovava in quel periodo a Marsiglia. Questo è quanto tramanda lo studioso Nilo Calvini. In seguito, almeno così sembra, commerciò tale squisitezza anche a Genova, seguito a ruota dai due fratelli Pasquale e Santino. A furia di vendere e produrre gelati, a Giovanni venne in mente una ricetta per renderli più densi e cremosi, ma non si limitò a questo: riuscì a sperimentare e a creare il primo cono gelato. La cialda inventata dal Merlo incanta i nostri palati nelle giornate estive permettendoci di concludere con gusto le dolci merende che ci concediamo per rinfrescare il nostro corpo. E quella stessa cialda sembra essere stata inventata e prodotta alle porte della Valle Argentina, topi! Ci pensate?

cono gelato invenzione

Dopo aver attuato questa meravigliosa invenzione, Giovanni Merlo decise di aprire un forno nella sua cittadina di origine in cui produrre cialde e wafers, pare sia stato il primo in tutto il mondo. Roba da non credere, vero? Eh, ma ve lo dico sempre che qui, nella Liguria di Ponente, succedono cose speciali!

Nel 1910 i coni per il gelato raggiunsero una mostra espositiva di Torino, poi ricevettero premi e plausi nelle capitali inglese, francese e italiana, per sbarcare anche nel Nuovo Continente.

cono gelato invenzione2

Fino a poco tempo fa, a testimoniare le mie parole c’era un piccolo museo a Bussana, interamente dedicato alla storia del gelato e alla sua produzione. Era uno scrigno di ricordi situato all’interno della gelateria Gildo, ma oggi ha chiuso i battenti. Tutto resta impresso nella memoria e negli occhi degli anziani di Bussana.

Eppure c’è chi sostiene che l’invenzione del cono sia da attribuire in realtà a un certo Italo Marchioni, che lo brevettò nel 1903. Chi sostiene questa versione, attribuisce a Giovanni Merlo l’idea delle ostie di wafer che divennero famose nei caffé di Milano, dove venivano usate per le cosiddette parigine, nelle quali il gelato era racchiuso tra le due cialde ideate dal Merlo.

cono gelato

Insomma, topi, io la verità non la conosco, ma so che, in ogni caso, qualsiasi cosa sia fatta da un ligure… potete esser certi che sia fatta col cuore!

Un topo-saluto croccante a tutti voi.