L’Amanita muscaria, un fungo… che strega

Ci sono funghi da raccogliere e mangiare e funghi solo da ammirare mentre fanno capolino nel sottobosco. Uno di questi è sicuramente l’Amanita muscaria, assai conosciuta e da cui ormai tutti si tengono alla larga.

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Io mi diverto un mondo a fotografarla, perché coi suoi colori attira l’attenzione durante le passeggiate e crea scenari fiabeschi, stregati. Di questo fungo oggi voglio raccontarvene qualcuna, perché è davvero particolarissimo.

Appartiene alla classe dei basidiomiceti ed è della famiglia delle Amanitaceae. Alcuni esemplari possono raggiungere anche i 25 cm di altezza e il cappello misura dagli 8 ai 20 cm di diametro, sono veri e propri ombrelli per le più piccole creature del bosco. Allo stadio giovanile, appare chiuso in un velo che assume forma di uovo, il quale poi si apre per lasciar fuoriuscire il corpo fruttifero del fungo, ovvero il cappello. Nel suo sviluppo, il velo può restare attaccato al fungo stesso formando un caratteristico anello sul gambo, e parti di quel velo formano anche le vescicole bianco-giallastre tipiche del suo aspetto, che fanno contrasto con il rosso acceso. Talvolta il cappello può essere anche di un rosso meno intenso, quasi aranciato, e presentare meno vescicole o addirittura non averne più nemmeno una.

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Cresce in estate e in autunno nei boschi di conifere e latifoglie, e difatti nelle zone umide della Valle Argentina non è difficile imbattervisi. In particolare, predilige Pioppi, Abeti, Pini e Betulle. Il nome “muscaria” deriva dal suo collegamento con le mosche: contiene, infatti, una sostanza che pare sia moschicida. E’ un fungo spia della presenza del Porcino, per cui, topi, aguzzate la vista!

Un tempo in Italia l’Amanita muscaria si usava in cucina, consumata previa preparazione adeguata per eliminare tutte le sue sostanze più pericolose, ma è oggi considerato non edibile.

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C’è un motivo, infatti, se è conosciuto con il nome di ovolo malefico o anche come fungo dei pazzi. Infatti, era già conosciuto e utilizzato tra il 2000 e il 1000 a.C per le sue proprietà allucinogene, soprattutto nel nord dell’Europa. E’ a tutti gli effetti una sostanza psicoattiva, la più antica che sia stata utilizzata nella storia, topi.

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E per cosa lo usavano i nostri antenati? L’uso che se ne faceva era soprattutto rituale, era un fungo assai conosciuto dagli sciamani, che lo assumevano in quantità precise e ridotte e preparato in un determinato modo (guai a provarci in tana, topi! Da molti, infatti, è considerato letale) per alterare il loro stato di coscienza e connettersi al mondo degli spiriti per chiedere loro aiuto nella risoluzione di problemi riguardanti la comunità, la sopravvivenza, la salute di un individuo e per molti altri motivi. Era, pertanto, ritenuto magico a tutti gli effetti, poiché permetteva di accedere a un regno invisibile, quasi divino. I suoi effetti sono più o meno potenti e dannosi in base al luogo in cui cresce, cosa che rende la portata della sua tossicità difficilmente classificabile, ecco perché è ritenuto molto pericoloso.

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Nel medioevo divenne simbolo del male – da qui il soprannome ovolo malefico – e del demonio, ma in verità è sempre stato un simbolo positivo, legato alla magia e al soprannaturale. Quante volte avrete visto i topini disegnare funghi rossi a macchie bianche? L’Amanita muscaria è infatti collegata al mondo fatato, nel folklore è la casa di gnomi, folletti e piccoli abitanti magici.

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E in tutto questo brulicare di leggende, credenze e usanze legate all’Amanita muscaria, volevate non ci fosse qualche riferimento alle nostre care streghe? Eh già, topi! Pare la conoscessero anche loro, almeno stando a ciò che viene tramandato dagli anni bui dell’Inquisizione. Come ben sapete, la Valle Argentina vanta storie di streghe di una certa importanza e, se quello che si racconta è vero, può essere che questo fungo fosse conosciuto e utilizzato dalle donne di conoscenza d’un tempo.

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Si dice che le streghe usassero un particolare unguento dalla ricetta pressoché segreta, un preparato assai particolare, che utilizzavano appositamente nelle notti dei loro Sabba all’aria aperta. Tale unguento serviva loro per volare, ma non nel modo superstizioso in cui si è soliti credere. L’unguento, infatti, conteneva sostanze allucinogene in grado di provocare visioni, tra le quali la sensazione del volo, e sembra che un ingrediente fosse proprio l’Amanita muscaria.

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Il suo collegamento con le streghe non finisce qui, topi! A causa del suo crescere in cerchio (come accade a molti altri funghi, d’altronde) lo ha reso simbolo dei cerchi delle streghe, ritenuti pericolosissimi nell’antichità. Si diceva, infatti, che chi vi finisse in mezzo avrebbe perduto il senno, avrebbe ballato fino allo sfinimento e alla morte o sarebbe stato trasportato in un altro mondo, popolato di demoni ed esseri infernali. Anche i pastori si guardavano bene dal far pascolare il loro bestiame all’interno di simili cerchi, poiché gli animali avrebbero contratto malattie e prodotto latte velenoso dal colore rosso sangue.

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I contadini lo chiamavano picchio di Marte, poiché tra i suoi effetti c’è quello di rendere chi lo assume bellicoso, guerresco e più forte del consueto, tant’è che veniva consumato dai guerrieri prima di una battaglia, soprattutto in ambito vichingo, o almeno così si tramanda.

Quali che siano i suoi effetti e gli usi effettivi che se ne sono fatti in passato, ciò che per me è certo è che resta un fungo meraviglioso, dall’aspetto magico e fiabesco, stupendo da fotografare.

Un bacio stregato a tutti!

 

 

 

Le Donnine delle grotte

Un giorno di questa estate, uno di quelli in cui la calura infuriava sulle coste e nelle valli, mi ritrovai nei pressi della radura di Nonna Desia, così decisi di andare a salutarla.

I fichi erano maturi e gonfi sui rami di un albero non distante dalla mia nonnina di roccia, inutile dirvi che ne presi uno per assaggiarlo, vero? Be’, che volete farci? Son fatta così, mi piace fare spuntini quando zampetto e, anche se i miei topo-amici mi guardano sempre sbalorditi (le mie merende sono famigerate in Valle, topi, perché sembrano pranzi da re!), per Nonna Desia non sono mai abbastanza sostanziose: «Oh, ratin! Che piaxè che ti sei chi! Pia in autra mesciia: cun tuti i gii che ti fai, ti devi mangià, eh! (Che piacere vederti! Prendi qualche altro fico: con tutti i giri che fai, devi mangiare, eh!)» mi salutò, vedendomi arrivare con la bocca piena e le zampe anteriori sporche.

«Ne prenderò ancora, non preoccuparti Nonna»

« Cu ti g’hai in scià teista? Ti duveesci fatte a mascagna, ti sei tuta spentenà… (Ma che hai, lì, sulla testa? Dovresti lisciarti un po’ quel ciuffetto di peli che hai in fronte, è tutto spettinato…)» mi rimbrottò bonariamente.

Mi lisciai la frangetta e mi giustificai: «Quando gironzolo dimentico di darmi una sistemata».

«Mmm… dovresti proprio usare uno di quegli arnesi che usano gli uomini… Cumme se ciamma? Miammu sa mu u regordu… ah, scì! A petenetta! (come si chiama? Vediamo se mi ricordo… ah, sì! Il pettine!)» Nonna Desia si illuminò, ma non mi lasciò risponderle, perché continuò con rinnovato fervore: « Aù ca ghe pensu… (Ora che ci penso…) Tempo fa ho sentito una storia a proposito di questo strumento, vuoi sentirla, ratin

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«Sicuro! Sai che sono sempre a caccia di storie da raccontare» dissi mettendomi comoda davanti a lei, mentre mi leccavo le zampe con gusto.

«Bada, stelin, non ricordo più chi me l’abbia raccontata, né se sia una storia di questi luoghi o di altri, ma di una cosa sono certa: è una storia ligure» disse,  poi si schiarì la voce antica e cominciò: «Una volta, tanto e tanto tempo fa, per le valli del nostro entroterra esistevano delle donnine minuscole.

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Non avevano un bell’aspetto. Anzi, a dire la verità… i l’ean susse! (erano proprio bruttine!) Vivevano nelle grotte ed erano malvagie e pericolose, per questo nessuno le disturbava mai. Spesso, anzi, facevano sparire gli uomini che, incautamente, andavano a cercarle per pura curiosità o per dare prova di coraggio. Queste Donnine, che in molti chiamavano Fate, qualche volta abbandonavano le loro dimore sotterranee per andare a bagnarsi nei numerosi fiumi e rigagnoli delle nostre vallate. Lì facevano lunghe immersioni, poi si rilassavano sulle rive dei corsi d’acqua e lì trascorrevano ore a pettinare i loro lunghi capelli con un pettine minuscolo.

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Un giorno, tuttavia, accadde che una di queste Fate si distrasse, udendo un rumore insolito tra le fronde degli alberi. Il pettine le cadde di mano e il torrente lo portò via prima che lei potesse acciuffarlo. La Donnina pianse, urlò e si disperò: senza il suo pettine non poteva ritrovare la grotta che era la sua casa. Rimase a vagare sulle montagne, cercando lo strumento per lei tanto prezioso. Intanto a valle, un giovanotto se ne stava coi piedi a bagno cercando di pescare qualche pesce, quando vide qualcosa che attirò la sua attenzione.

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Il torrente era limpido, come sempre d’altronde, e lui aveva l’occhio di una poiana, per questo non gli fu difficile vedere il minuscolo pettine incastratosi tra due pietruzze. Lo prese tra le dita, guardandolo con occhi scintillanti. Sapeva che apparteneva alle Fate delle grotte e si decise a restituirlo subito alla sua legittima proprietaria. I familiari tentarono di persuaderlo, ma non ci fu modo di farlo ragionare: la decisione era presa. Non sarebbe stato difficile trovare la Fata, il giovane lo sapeva, perché se una Donnina perdeva il suo pettine, difficilmente avrebbe ritrovato la strada per la sua grotta madre.

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Si inoltrò nel bosco e fu solo questione di tempo perché trovasse la Donnina. La vide su un masso, non distante dall’acqua, che piangeva e si disperava. Quando il ragazzo la chiamò e le mostrò il pettinino, il brutto volto della Fata si illuminò e divenne quasi bello. Ringraziò con amore sincero il giovanotto che le aveva riportato il pettine e lo ricompensò con ricchezze degne di un sovrano. Da quel momento in poi, la famiglia del giovane non soffrì più né la povertà né la malattia e si dice che ancora oggi i suoi discendenti godano di ottima salute e che non abbiano problemi di denaro.»

«Questa sì che è una bella storia, Nonna! Bella, davvero!»

«Hai visto, ratin? E me veje uregge i l’han udiu tante cose e, ascì sa sun in pocu sensa a mamoria, de tantu in tantu carcose a me regordu (Le mie vecchie orecchie hanno udito molte cose e, anche se sono un po’ smemorata, ogni tanto qualcosa lo ricordo ancora!)» disse ridendo.

Sono storie, queste, le cui origini si perdono davvero nelle sabbie del tempo, topi, ma ogni leggenda ha un suo fondamento e a me piace pensare che questi esseri che noi oggi chiamiamo Fate siano esistiti veramente.

grotte toirano

La Liguria di Ponente pullula di grotte, anfratti e cavità naturali. Alcune sono profonde, altre più superficiali. Alcune sono accessibili, altre non più o parzialmente nascoste dalla vegetazione, ma un tempo erano frequentate e usate soprattutto come sepoltura. Il culto della Madre Terra era strettamente legato a questi luoghi che ne rappresentavano il grembo, ed ecco spiegato il legame tra le Donnine della storia di Nonna Desia e le grotte. Forse erano donne autentiche che presiedevano i riti funebri e furono poi trasformate in esseri spaventosi, per via di ciò che rappresentavano, ma in ogni caso qualcosa diede origine a queste credenze che oggi noi ci tramandiamo come fiabe. Molta di questa antica magia è andata perduta, ma sono contenta che Nonna Desia e altri topi a me cari abbiano ancora la voglia e la memoria di raccontarli e tramandarli. Io li regalo a voi, così che il filo non si spezzi.

Ora vi saluto topi: vado a pettinare un nuovo articolo per voi!

Un bacio fatato e cavernoso a tutti.

Quei prati in mezzo ai boschi

Se c’è una cosa che trovo assai affascinante e che la mia Valle regala spesso sono i prati che si trovano in mezzo a fitti boschi.

Alcune zone alberate della Valle Argentina vengono chiamate addirittura – foreste – in quanto presentano una macchia piena di alberi e tronchi che quasi non lasciano passare. Offrono un senso di chiuso, di protezione, di luoghi impenetrabili persino dai raggi del sole.

Si cammina sotto a queste fronde maestose sentendosi piccini e spesso, queste fronde, appartengono a tronchi secolari che vivono lì da moltissimi anni ingigantendosi sempre di più come quelli dei Larici, dei Faggi e dei Castagni.

Permettono agli animali rifugi sicuri e danno la possibilità ad una folta e florida vegetazione di crescere e risplendere in tutta la sua bellezza.

Ma, qualche volta, capita che dietro ad un albero e dietro a quella selva scura si apra davanti agli occhi uno scenario meraviglioso.

Si tratta di una specie di radure che sembrano palcoscenici da fiaba.

Prati, talvolta piccoli e racchiusi, talvolta più ampi, che mostrano distese verdi morbide e splendide.

È facile immaginarsi gentili Caprioli brucare quell’erba soffice e rendere quel pezzo di mondo ancora più magico anche se, al momento, dobbiamo accontentarci di imperturbabili Mucche candide. E mica vogliamo fare discriminazione noi?

Qualche alberello qua e là, qualche arbusto e tanta erba e tanto muschio. Che meraviglia! Vien voglia di tuffarsi e far capriole.

Alcuni di questi prati mostrano tanta natura: bestioline che corrono indaffarate, fiori colorati e funghetti dal portamento buffo raggruppati in famigliole.

In questo sottobosco pieno di vita il verde è ancora più cupo, sembra severo ma le tonalità di alcuni doni della terra limano quel suo aspetto serio sfumandolo di vivacità.

Capita che questi prati siano a volte i sentieri di passaggio e quindi ci si cammina sopra e pare di essere su un tappeto o sulla moquette per non parlare della bellezza che si apre davanti ai nostri occhi.

Corridoi verdeggianti racchiusi da filari di alberi e nel bel mezzo una distesa di tenera erba che par condurre in un mondo fantastico.

Ogni tanto anche il bosco più selvaggio ha bisogno di sole, di aria, di apertura e si mostra con la sua armonia.

È facile essere rincorsi da uccellini che ci seguono saltellando da un ramo all’altro, mentre, davanti alle nostre zampe, svolazzano farfalle per nulla impaurite.

Guardate queste immagini Topi, non vi par di sognare?

E invece è tutto vero ma io vi lascio immaginare di essere lì, intanto, vado a preparare una nuova avventura per voi.

Un fantastico bacio a voi!

Fronté, Garlenda, Garezzo… che tour!

Ai confini di valli meravigliose, in mezzo a pascoli e pietraie, tra animali e fiori, respiriamo un’atmosfera magica e la bellezza esagera, quasi incontenibile, davanti ai nostri occhi.

Avete letto il titolo di questo articolo, avete letto nomi, avete letto di un tour… un’escursione che ora faremo insieme e, attraverso la quale, potrete conoscere un mondo che forse solo Heidi ha visto (oltre a me!). Io sono assieme a Topo amici, la compagnia giusta non manca mai e, assieme, ci divertiremo sicuramente.

Cosa sono il Frontè, il Garlenda e il Garezzo?

Il Frontè è un alto monte della mia Valle, come già vi avevo raccontato qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/15/ancora-in-alto-sul-monte-fronte/ e oggi sarà per noi il punto di partenza perché, cari Topi camminatori, una volta raggiunta la sua splendida vetta e aver goduto del panorama che regala bisogna preoccuparsi anche di scendere e tornare in tana.

Non occorre dispiacersi perché si potranno vedere ulteriori scenari meravigliosi che la Valle Argentina regala in ogni suo angolo.

Con lo sguardo possiamo abbracciare anche la Valle Arroscia, dirimpettaia dell’Argentina, i suoi paesi come Monesi e Piaggia ma possiamo scorgere anche il noto Monte Saccarello e la maestosa e conosciutissima statua del Redentore.

Persino il Rifugio Sanremo è visibile.

Non solo. È piacevole osservare attentamente ciò che rimane di diverse strutture Napoleoniche. Si capisce anche da qui che sono grandi e servivano da caserme. Ce ne sono su diversi crinali e, oggi, di loro, rimangono soltanto le pareti laterali e divisorie.

Le guardo incuriosita immaginandomi soldati e battaglie su quelle distese infinite che oggi, fortunatamente, parlano solo di quiete e gioia.

Appena si inizia a scendere ci si imbatte felici in un branco di cavalli selvaggi dai colori del manto assai rari. Uno sembra d’argento, luccica quasi. Altri sono biondi ed eleganti, altri ancora sfoggiano delle tonalità di un marrone che poche volte si vede se non in natura.

Alcuni di loro mi si avvicinano, mi annusano le zampe anteriori. Sono grossi, muscolosi, non altissimi ma robusti. Hanno lo sguardo dolce e curioso allo stesso tempo.

Dopo qualche scatto a tanta meraviglia si decide di proseguire e uno di loro ci segue per qualche metro.

Ci avviciniamo al Passo di Garlenda (2015 mt) e i monti di fronte a noi palesano un ambiente stupendo. Pascoli in discesa di un verde vivace, massi bianchi, gruppi di alberi che sembrano posizionati da mano sapiente, quella del creato ovviamente.

Per raggiungere Colle del Garezzo, là dove siamo diretti, dobbiamo prendere un sentiero tra sassi e ciuffi d’erba che scende parecchio.

 Se fatto a salire bisogna essere allenati.

Alcune pietre hanno forme e posizioni buffe;  rare sono le zone d’ombra esistenti grazie a qualche “custo” e piante solitarie.

È sotto una di queste piante che uno dei miei amici decide di fermarsi per scattare qualche foto al panorama. Si allontana da me ammirando le ricchezze del suolo come i colorati fiori e quello che lo circonda.

La sua passione per le foto lo trattiene diversi minuti e mentre lo aspetto decido di osservare attentamente alcuni insetti bizzarri che si nutrono del nettare di quei fiori.

È in quel momento che vengo attaccata anch’io, come i cavalli incontrati prima, da un Tafano sbruffone che decide io sia la sua colazione. Maleducato e indisponente.

Avendo però già raccontato questa mia disavventura qui https://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2019/08/22/la-topina-e-il-tafano-vanaglorioso/ tralascerei tale nefasto ricordo e andrei avanti sia nel racconto sia fisicamente, a scendere, per raggiungere l’ambito Colle.

Avendo scollinato siamo ora davanti ad un altro spettacolo: quello dei profili dei miei monti e possiamo godere di tanto verde in questa stagione incontrando altri nuovi amici.

Continuiamo a scendere facendo attenzione a dove mettiamo le zampe. I lunghi e resistenti fili d’erba, coriacei come spighe, e le pietre nascoste, possono castigare.

Una volta raggiunta la strada sterrata e più grande, ossia siamo arrivati al Garezzo, si va verso Passo della Guardia dove abbiamo lasciato la macchina per poter così raggiungere Triora e tornare al Mulino.

Questo sentiero che abbiamo appena fatto lo si percorre all’incirca in un’ora e un quarto a salire. A scendere, ovviamente, molto meno.

Essendo giunta non mi resta che salutarvi lasciandovi ammirare le immagini che ho scattato per voi e che forse non rendono giustizia al luogo ma posso assicurarvi che è come vivere un sogno.

Un bacio dal Colle Topi! Vi aspetto per la prossima escursione.

Il Corbezzolo – Vivi e colora il tuo mondo

Poi qualcuno osa dire che l’Autunno è una stagione triste e spenta, poco colorata… Ma meno male che c’è qui la vostra Prunocciola, pronta a mostrarvi la Natura come la vedete di rado!

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Cari topi, in questo periodo dell’anno i monti e la Natura tutta si colora di tinte assai calde e accoglienti, complici anche le giornate ancora per lo più terse e molto tiepide. Ed è in questo momento che giungono a maturazione anche dei frutti coloratissimi, che inondano i sentieri offrendo ulteriore bellezza agli occhi, come se non fosse già tanta quella offerta dai generosi Castagni dalle foglie d’oro, dai colori bronzati dei Larici, dalle tinte solari e delicate delle faggete e di tante, tantissime altre piante che fanno i fuochi d’artificio pur di farsi notare.

Sto parlando del Corbezzolo, il cui nome scientifico è Arbutus unedo, pianta appartenente alla famiglia delle Ericaceae. I suoi frutti paiono palline natalizie di colore giallo-arancio quando sono immaturi e rosso quando invece giungono a maturazione.

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La pianta è sempreverde e vanta la presenza in contemporanea di fiori e frutti sui rami. I suoi colori prevalenti (il verde delle foglie, il bianco dei fiori e il rosso dei frutti) la assimilano alla bandiera italiana, e per questo motivo ne è divenuta il simbolo patrio. Fu nell’Ottocento che assunse il significato di unità nazionale.

Plinio il Vecchio, naturalista e filosofo romano, riteneva i corbezzoli talmente insipidi che a suo parere era impossibile mangiarne più di uno, ecco spiegata la derivazione del nome scientifico della specie – “unedo” -, che deriverebbe da “unum” (= uno) e “edo” (= mangiare).

I suoi colori vivaci lo accostano alla Vita, e infatti è una pianta assai longeva, tanto da poter divenire addirittura plurisecolare. Cresce anche rapidamente, e con questo Madre Natura ci vuole lanciare un messaggio importante: chi sa colorare la propria esistenza, chi guarda con gioia ai colori, alla positività, cresce (e vive) con più facilità.

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Il verde è il colore del cuore secondo le discipline orientali, è la tinta che più di ogni altra riguarda l’energia d’Amore Incondizionato che permea ogni cosa nel Creato. E, in effetti, è il colore di Madre Natura… chi sa amare più e meglio di lei? Qualcuno lo attribuisce anche alla speranza, ma una creaturina del bosco come me non conosce questa emozione: noi bestioline, insieme alle piante e a tutti gli elementi naturali, non siamo soliti sperare, semplicemente siamo, esistiamo e agiamo, senza aspettative. Ecco perché per me il verde del Corbezzolo – e di tutte le altre piante meravigliose della Valle e del pianeta – rappresenta la Vita, la gioventù delle tenere foglie appena spuntate sui rami e dalla terra.

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Che dire, poi, del bianco? E’ la Purezza per antonomasia, la pagina ancora bianca prima di essere scritta, il principio di ogni cosa, l’insieme di tutti i colori esistenti e la tinta attraverso la quale si esprime la Luce… e, ancora una volta, la Luce è… Vita!

Giallo, arancio e rosso sono invece colori legati al Sole, al fuoco, quello della creazione e del calore fisico, avvolgente e prorompente. Anche in questo caso sono tinte strettamente legate alla Vita. Ed ecco che allora il Corbezzolo, racchiudendo in sé tutti questi colori, non fa che rimarcare, evidenziare e sottolineare con allegra e sfacciata enfasi il suo essere così profondamente legato alla Vita gioiosa, all’esistenza terrena.

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A proposito di fuoco… è una pianta originaria del Mediterraneo, e la terra lambita da questo meraviglioso mare è battuta dal Sole e spesso viene investita da incendi. Ma tutto in Natura è perfetto, topi, per cui questa mamma amorevole su cui poggiamo tutti le zampe ha escogitato un modo efficace e geniale per far sopravvivere le proprie creature durante manifestazioni apparentemente così estreme e violente. Come il Cisto, infatti, il Corbezzolo possiede una “memoria” di fuoco. Cosa significa? Vuol dire che si infiamma molto facilmente e questo gli permette di far passare velocemente le lingue infuocate sopra le proprie radici, in modo tale da preservarle intatte. In pratica la parte alta della pianta si incendia e si incenerisce molto in fretta, e dunque le fiamme, non avendo altro da “mangiare”, passano oltre. Le radici restano integre e da lì a breve il Corbezzolo rigetterà, concimato dalle sue stesse ceneri come l’Araba Fenice, crescendo velocemente come solo lui sa fare! Una meraviglia, insomma! Se non è Vita questa…

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Il Corbezzolo ha dimensioni arbustive, arrivando a raggiungere però fino ai 10 metri di altezza. I suoi fiori a grappolo sono ricchissimi di nettare, particolarmente apprezzato dalle mie amiche api, soprattutto se quando la pianta fiorisce – ovvero tra ottobre e novembre – non sono ancora giunti i primi freddi a farle rintanare. Il miele di Corbezzolo, molto pregiato, aromatico e amarognolo, è l’ultimo a essere prodotto prima del riposo invernale.

I frutti, come già dicevo, hanno forma sferica tanto da apparire come colorate palline decorative, sono grandi circa due centimetri e sono molto carnosi, possiedono in superficie dei tubercoli che danno alla bacca la sembianza di una pralina ricoperta di granella. Maturano tra ottobre e dicembre e non tutti ne amano il sapore e la consistenza, come ricordava Plinio, eppure in molti lo apprezzano, soprattutto per l’utilizzo in diverse preparazioni, tra cui le confetture.

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Se non lo apprezzano gli esseri umani, altrettanto non si può dire delle bestioline! In particolare esiste una farfalla che adora nutrirsi dello zucchero presente nei frutti, ne fa grandi scorpacciate, e per questo motivo la bellissima Charaxes jasius è meglio conosciuta più semplicemente come farfalla del Corbezzolo.

Se ne ricavano, oltre alle marmellate, anche vini, liquori, acquaviti e dolciumi.

Un tempo le sue foglie, ricche di tannini, erano utilizzate anche per conciare le pelli.

Il Corbezzolo cresce in mezzo alla macchia mediterranea, motivo per cui è più facile trovarlo sui sentieri costieri o che si affacciano quasi sul mare. Personalmente ne ho visti davvero molti sulle alture di Sanremo, tra San Romolo e Monte Caggio, così come anche tra Verezzo e i Prati di San Giovanni. Ama ambienti semiaridi, a un’altitudine che va fino agli 800 metri sul livello del mare, e cresce tra i cespugli, nei boschi in cui domina il Leccio o anche nei sottoboschi di pinete litoranee.

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Un’antica leggenda latina narra del salvataggio di un neonato da parte della ninfa Carna avvenuto grazie a un ramo di Corbezzolo. Per questo motivo la pianta è divenuta una delle piante che si dice respingano le streghe, soprattutto nella notte di San Giovanni (24 giugno).

I toscani l’hanno addirittura adottata nel gergo come esclamazione di meraviglia: “corbezzoli!”, dicono. E in effetti, topi, io non riesco proprio a dare loro torto. E’ una pianta assolutamente meravigliosa!

Un bacio tricolore a tutti voi.

Ciò che racconta l’Autunno

Topi cari, tutti voi sapete quanto io ami l’estate, eppure l’autunno – come ogni altra stagione di Madre Natura, del resto – ha una luce particolare che voglio far conoscere anche a voi.

Rocca Barbone - Valle Argentina

È appena cominciato e quest’anno pare essere anche più caldo del consueto, ma irrimediabilmente si percepisce nell’aria qualcosa di diverso rispetto alla stagione passata.

 

 

Non c’è più quel brulichio di energia tutto estivo, ogni cosa, adesso, sembra quiete, calma, armonia. L’autunno è così, topi miei. Dà nostalgia a chi ama la bella stagione, a chi agogna già i prossimi tuffi al mare o ai laghetti, ma dona anche una pacatezza che si sente dentro, dal cuore e fino alle viscere.

castagni autunno

I ritmi della Natura influenzano tutte le creature che ne fanno parte, e in questo periodo l’energia inizia ad abbassarsi, pian piano si ritira nel suolo, anziché sui rami e sulle parti alte delle piante. La stessa cosa capita agli altri esseri viventi: gli animali abbandonano pian piano il “mondo di sopra” per iniziare il loro periodo di letargo, mentre gli esseri umani si concentrano di più sulla loro interiorità. Si ricerca la compagnia, ma in modo meno mondano rispetto all’estate.

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E’ considerato il tempo del seme, quello in cui tutta la forza risiede in qualcosa di piccolo, talvolta minuscolo, ma che ha in sé potenzialità di grandezza e bellezza infinite. Il seme ha bisogno di buio e silenzio, due cose che si associano alla morte e alla vita intrauterina, elementi necessari alla crescita e alla nascita di nuova vita. La terra, con la sua umidità e i suoi sali minerali, si prende amorevolmente cura di quei semi, cullandoli e proteggendoli dal freddo esterno che avanza e incalza. Lo farà finché il semino non sarà pronto per aprire il suo involucro esterno e far germogliare la piccola, grande vita che contiene.

 

corbezzolo

Questo accade non solo al regno vegetale, topi! Tutta la Natura è coinvolta da questi cambiamenti, ecco perché l’autunno è la stagione in cui si resta più facilmente da soli con se stessi, si è più portati a riflettere, a permanere in uno stato ovattato di chiusura e protezione.

foglie

 Adesso le ombre si fanno più lunghe per via del sole più basso all’orizzonte, e allo stesso modo ci sono giorni in cui anche i lati più in ombra di noi stessi appaiono più cupi.

Ma l’autunno è anche luce riflessa sulle foglie tinte d’oro e vermiglio, nei cieli dai colori caldi e avvolgenti di albe e tramonti strabilianti.

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I larici danno spettacolo tingendosi con tavolozze niente male, lo stesso fanno anche i castagni, i faggi, le querce, i noccioli e tutti gli altri alberi della Valle, eccezion fatta per le conifere.

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Tutto si tinge d’incanto, quasi come se Mamma Natura volesse farci vedere che tanto più le ombre si fanno lunghe, tanto più sarà sgargiante il tripudio di colori del Creato.

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L’autunno è equilibrio, proprio come l’Equinozio attraversato da poco: luce e ombra si bilanciano perfettamente e noi possiamo godere di tali cambiamenti anche dentro di noi.

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Trascorsa la fase delle foglie cadenti, la Natura resterà spoglia per qualche mese, prima di indossare di nuovo i suoi abiti lussureggianti. Sarà allora il momento del riposo, quello obbligato, per rimettersi in forze e prepararsi alla nuova, bella stagione che verrà. Ma di questo parleremo in Inverno, topi, per ora (per fortuna) è ancora troppo presto.

Io intanto vi mando un bacio colorato, con la speranza di avervi donato uno sguardo differente su questa stagione che divide sempre gli animi.

Con affetto,

vostra Prunocciola.

Pruni Kandmon e il mistero dei volti di pietra

Topi, guardate che col post di oggi non c’è da scherzare. Roba da far rizzare i baffi a qualsiasi topo, cittadino, campagnolo o muntagnin che sia.

Nella mia Valle ne è successa un’altra e non posso assolutamente ignorarla, d’altra parte è da un po’ che si verificano tali strani fenomeni, per cui è proprio giunto il momento di parlarne. Ecco, dunque, che torno a vestire i panni della vostra svela-misteri preferita.

Oh, siate pazienti, Santa Ratta! Un po’ di attesa la devo pur creare, no?

Bene. Ora, visto che ci siamo scaldati a dovere, posso rivelarvi che da qualche tempo, zampettando in lungo e in largo per la valle, mi è capitato spesso di imbattermi in oggetti misteriosi di cui già alcuni topi di mia conoscenza mi avevano parlato…

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Capita, infatti, che camminando nel bosco e seguendo sentieri ben tracciati, si scorgano tra le radici sinuose o nei nodi di certi alberi dei piccoli volti di pietra intenti a osservarci.

Sono pietre per lo più triangolari, quasi identiche nella forma e nelle dimensioni. A differire è il motivo che le decora, sempre molto essenziale, ma con colori diverse.

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Gli occhietti di queste creature paiono proprio osservarci mentre passiamo, qualche volta si trova addirittura una famigliola di queste pietre accoccolate nell’incavo della stessa radice.

Ne ho incontrate nei luoghi più diversi, da un versante della valle all’altro… ma non finisce qui, perché il mistero è ben più fitto di così, altrimenti che Pruni Kadmon sarei?

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Si dà il caso che tali pietre non restino sempre nello stesso punto. Facendo lo stesso sentiero a distanza di tempo, si noterà facilmente che il visetto di pietra che una volta se ne stava ai piedi di un determinato albero non ci sarà più. Quindi se ne deduce che vengano rimosse, oppure spostate. Ma chi si prenderà la briga di fare tutto questo lavoro, topi? Chiunque sia, ha una costanza da fare invidia a certi autovelox mobili della vicina Val Roya!

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E vi dirò di più: c’è chi dice che, percorrendo lo stesso sentiero nella medesima giornata, il volto di pietra che c’era all’andata non si trova più da nessuna parte al ritorno. Roba da far vibrare la coda e i baffi, per tutte le ghiandaie e le gazze ladre! Per conto mio, posso invece testimoniarvi in tutta sincerità un fatto curioso che è accaduto a me: la faccia rocciosa che avevo visto all’andata l’ho ritrovata anche al mio ritorno, ma… insieme a lei, sotto altri alberi, c’erano dei suoi parenti pietrosi che non c’erano al mattino! E vi assicuro che quel giorno ero stata bene attenta a tutte le radici del sentiero in questione.

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Non si sa cosa rappresentino. Verosimilmente, credo siano raffigurazioni di spiritelli naturali, ma potrebbero anche essere delle gentili offerte agli spiriti della foresta da parte di chi crede in essi. I luoghi in cui vengono posti i volti non sono scelti a caso, o almeno non sembrerebbe. Gli alberi vengono selezionati con cura, li si può trovare in particolare tra le radici di altissimi Faggi e imponenti Castagni.

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Se ne stanno lì, incastonate come in un anello, a seguire i passi dei viandanti. A chi zampetta strappano sicuramente un sorriso di stupore dal sapore di fiaba, allietando le escursioni di grandi e piccini che immagino meraviglie di ogni sorta, dietro queste curiose faccette.

Il mistero non è risolto, topi, resta aperto. Chissà che qualcuno di voi non possa aiutarmi a capirci qualcosa di più.

Vi saluto con la promessa di continuare a indagare. Al prossimo aggiornamento!

Una lingua antica, quella del bosco

Camminare nel bosco è una gran meraviglia. Ci sono giorni in cui si zampetta di buona lena per raggiungere mete distanti, e allora si ha poco tempo per fermarsi a godere di ciò che offre questo ambiente.

bosco carpasio

E poi ci sono giorni in cui, invece, si esce per il puro gusto di immergersi tra gli alberi, perdersi nell’intrico dei rami e delle radici, e allora si ha modo di leggere le storie scritte sulla corteccia, sulle pagine delle foglie, nel terreno e negli anelli dei ceppi ormai tagliati.

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Il bosco parla, topi, anche se il linguaggio che usa è tutto da decifrare per chi non  è abituato a codificarlo.

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Per esempio, quando si varca la soglia di una foresta, piccola o grande che sia, bisognerebbe sempre fermarsi qualche secondo per farsi riconoscere. Perché? Be’, vorrei vedere se qualcuno entrasse nella vostra tana senza bussare e bel bello se ne andasse a gironzolare per le stanze senza dirvi niente, oh! Ecco spiegato il motivo: si entra in un ambiente diverso, che non è nostro, ma di creature ben più antiche di noi e immobili, per giunta, con scarsissima capacità di movimento. Un brivido percorre il bosco, quando una presenza estranea si appresta ad entrarvi.

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E adesso vi sento, eccome se vi sento! “Topina, ma che dovremmo fare, parlare con gli alberi?”

Sì! Cioè, no: non nel modo in cui si è soliti intendere la parola “parlare”. Quella cattedrale verde se ne sta lì, ferma, e vi osserva, anche se voi non ve ne accorgete.

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Per farsi accogliere, basterebbe semplicemente liberare la mente dai brutti pensieri e lasciare che gli alberi percepiscano la pace e la benevolenza che viene da voi. Solo a quel punto dovreste mettere zampa sulle loro radici.

E anche qui lo so cosa starete mugugnando: “Macché! Non sulle loro radici! Si cammina sul sentiero, no? Sulla terra!”

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Eh no, è qui che cascate, topi miei! Quello che vediamo non è altro che una piccola porzione di ciò che accade in verità sottoterra. Pensate che spesso le radici superano in profondità e in ampiezza persino le chiome dell’albero stesso… ecco perché dico che si zampetta inevitabilmente sulle loro radici. Ma non finisce qui, nossignore! Perché queste propaggini sotterranee degli alberi, oltre a trarre dal terreno il nutrimento necessario per l’intera pianta, hanno anche un’altra funzione, recentemente confermata dai topo-scienziati più illustri.

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Le radici sono delle vere e proprie trasmettitrici di informazioni, formano una rete nascosta e invisibile ai nostri occhi, tramite la quale gli alberi e le piante in generale trasportano notizie da un esemplare all’altro nel modo più veloce possibile.

Forse vi chiederete a cosa servirà questo sistema e qualche risposta ve la do volentieri.

bosco radici

Se un albero è malato per via dell’infestazione di insetti o parassiti, lancia il suo allarme tramite le radici, emette delle frequenze e produce determinate sostanze che, trasmesse agli alberi vicini, gli consentono di ricevere aiuto.

In che modo? Be’, le altre piante inviano sempre tramite le radici sostanze in grado di far sopravvivere l’albero (come per esempio zuccheri) il quale può richiamare a sé con rinnovata energia i predatori giusti che possano liberarlo dall’infestazione, per lo più uccelli o altri insetti, ma a volte attira a sé altre piante utili alla sua lotta. Tutto questo permette anche agli alberi vicini di mettersi sul “chi va là”, innescando i loro personali meccanismi di difesa per non essere colti impreparati da un’infestazione.

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L’unione fa la forza, il bosco lo sa bene, ed è nell’interesse di tutti che ogni albero resti sano il più possibile e che non scompaia. Un albero in meno significherebbe più luce per i suoi vicini, ma questo non è sempre un elemento vantaggioso, non per le specie che invece necessitano di zone ombrose e che fino a un momento prima erano cresciute e vissute in un habitat per loro ideale. Anche la terra ne risente, mettendo in pericolo gli altri esemplari soprattutto in caso di frane.

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E’ ovvio che in Natura è tutto perfetto, c’è perfezione anche in un albero che crolla e lascia il suo posto scoperto, laddove prima esisteva ombra e semi-oscurità… però in generale la foresta si auspica che ciò non succeda troppo spesso.

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Ma ci sono anche altre cose di cui bisogna tenere conto, quando si zampetta in queste grandi case verdi.

Credo possa esservi capitato di imbattervi in punti in cui la vegetazione si fa più fitta, quasi impenetrabile, o comunque visibilmente ostile. I rami si fanno bassi, sembra quasi di trovarsi di fronte a un esercito in difesa, con le lance puntate in avanti verso gli intrusi.

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Ed è proprio quello che comunica questa porzione di bosco, topi! In quei luoghi è meglio non avventurarsi, non perché potrebbe succedere qualcosa di brutto, sia chiaro, quanto piuttosto perché lì il bosco non vuole presenze aliene al suo ambiente. Si preserva, si difende per l’appunto, dicendoci come può: “Tu non puoi passare!”.

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Sì, lo so che questa frase da topo-Gandalf vi fa sorridere, ma rende bene l’idea. Rispettare il volere del bosco non è cosa da poco, c’è chi apprezza, e posso assicurarvi che un dono si presenta volentieri a coloro che non deturpano l’equilibrio perfetto di quei luoghi sacri e pacifici.

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Non parlo di pentole d’oro nascoste tra le radici, topi, ma di piccoli segnali che i più sensibili sapranno cogliere senza fatica alcuna: una piuma lasciata sul sentiero, una pietra o una foglia dalla forma particolare, un incontro inaspettato… insomma, sono questi i segnali con i quali veniamo ringraziati. E non c’è cosa più bella del sapere che lì, in un luogo in cui saremmo estranei, siamo invece stati accettati e riconosciuti come amici!

Avrei mille altre cose da raccontarvi, ma penso che per oggi possa essere abbastanza.

Un saluto verde foglia a tutti!

La Carlina, un sole con le spine

La Carlina, topi, è una pianta niente male e oggi ve la presento per benino.

Appartenente alla famiglia delle Asteraceae e delle Compositae, reca con sé un aspetto a metà tra una margherita e una stella. La troviamo tra i 500 e i 2000 metri di altitudine, nei luoghi aridi e sassosi, ma anche in quelli  boschivi ed erbosi, per cui ne deriva che si adatti bene a diversi tipi di ambienti.

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La si può trovare facilmente nei pascoli montani, talvolta qui diventa addirittura infestante. Le spine che la ricoprono e la proteggono, infatti, tengono ben lontani gli animali, e in questo modo la pianta non solo sopravvive, ma si propaga velocemente.

I fiori raggiungono i 12 cm di diametro, motivo per cui sono anche utilizzati come decori in alcune tane, conservandosi per altro molto bene nel tempo. E, a proposito di questo, c’è chi la utilizza come barometro naturale, sapete?

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Infatti, i petali del fiore si chiudono quando l’umidità dell’aria è in aumento, preannunciando l’imminente sopraggiungere della pioggia. E’ una strategia che la Carlina ha escogitato per non perdere il suo prezioso polline, che produce in grandissima quantità. Pare che il comportamento di barometro continui a verificarsi anche a distanza di anni da quando il fiore è stato reciso. Fenomenale, non vi pare?

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Un’altra curiosità legata alla Carlina è l’origine del suo nome, che secondo la leggenda deriva da un uomo illustre: Carlo Magno! Si racconta, infatti, che questa pianta fu rivelata all’antico sovrano come un miracoloso rimedio contro la peste. Il suo esercito, infatti, transitando verso Roma, aveva contratto il morbo e l’imperatore si preoccupava per i suoi uomini. Una notte gli venne in sogno un angelo, il quale gli rivelò dove trovarla e come prepararla e somministrarla ai malati, assicurandogli che avrebbe scacciato il male e salvato i soldati.

Anche i sassoni amavano la Carlina, poiché la consideravano un potente antidoto contro i veleni e una panacea per ogni male.

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Le sue folte spine, inoltre, la rendevano utile a prevenire il malocchio e ogni tipo di male, secondo le dicerie della tradizione popolare.

La Carlina ha un aspetto particolare: somiglia a un cardo, ma da esso differisce. Il fiore è privo di fusto ed è quasi adagiato al suolo insieme a tutte le sue spine, disposte intorno all’infiorescenza come fossero raggi solari.

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In periodi di povertà era usata anche in cucina, poiché simile al carciofo, sebbene sia molto più difficoltoso pulirla dalle spine e lavorarne il cuore tenero.

Che dire, poi, delle sue proprietà fitoterapiche? Le radici raccolte in autunno ed essiccate sono cicatrizzanti, detergenti, diuretiche, digestive e sudorifere, un peccato che non venga più usata in erboristeria.

Le mie amiche api ne vano davvero ghiotte. Facendo un po’ di attenzione, non è difficile vederle tuffarsi letteralmente al centro del fiore e strofinarsi ben benino per raccoglierne il polline. Sembra quasi che si divertano a star lì, che sguazzino in tanta abbondanza con vero godimento.

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A proposito di tutte queste sue caratteristiche, c’è da dire che la Carlina si presenta con un aspetto quasi dimesso. Chi non la conosce, la scambia spesso per un fiore ormai secco o appassito, ma la sua tenacia nel crescere là dove molte piante desistono e dove l’aria è indubbiamente più tersa la rendono un simbolo di purezza e protezione, oltre che di riservatezza e difesa.

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I suoi petali immacolati riflettono la luce dell’astro padre del nostro pianeta, il Sole, e anche il fatto che cresca su terreni molto assolati rimanda al collegamento con la meravigliosa stella che ha permesso la vita nel nostro Sistema Solare. Ecco perché la Carlina è anche simbolo di forza vitale. Con le sue spine, che tengono lontani gli animali che potrebbero cibarsene, sa difendersi da sola, senza l’aiuto di enti esterni, e questo la rende indipendente, quasi autosufficiente.

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Eppure questa apparente chiusura è equilibrata dalla grande voglia di espansione di questa pianta dei semplici: a dircelo è la grande quantità di polline che produce, che la rende assai fertile, insieme alla qualità del nettare che le api ne traggono, considerandola un’ottima mellifera.

Insomma, ancora una volta la Natura dimostra di avere un linguaggio profondo, diverso rispetto a quello a cui si è abituati… ma qualche volta basta semplicemente saper guardare con occhi diversi, topi!

Un saluto spinoso e solare a tutti.

Antiche presenze in Valle Argentina

Qualche tempo fa mi trovai da sola nelle zone impervie dell’Alta Valle Argentina, lassù dove pochi osano arrivare, in luoghi incontaminati in cui la Liguria si confonde col Piemonte.

Col fiato corto, salii e salii, quando a un certo punto vidi sul sentiero qualcosa che attirò la mia attenzione.

Sembrava un rametto come tanti, ma a un secondo sguardo capii che non lo era. Lo presi tra le zampe e non ebbi più dubbi: quello che avevo trovato era il palco di un Capriolo, abbandonato lì dalla stagione autunnale dell’anno precedente, quando questi cervidi perdono i palchi nell’attesa che ricrescano quelli nuovi durante l’inverno.

Stavo per emettere un versetto meravigliato quando udii qualcosa di familiare…

Fruuush… Fruuush…

«Spirito della Valle, sei tu?» pronunciai guardandomi intorno.

Sì, Pruna. Ben ritrovata, bestiolina.

La voce antica dello Spirito mi diede dei brividi benevoli lungo la coda che mi riscossero.

«È bello incontrarti qui, era da un po’ che non sentivo il tuo richiamo.»

Ormai lo sai, piccola creatura: sono in nessun luogo…

«… Eppure dappertutto!» conclusi per lui.

Esatto. Vedo che hai gradito il dono!

Lo stupore si dipinse sul mio musetto per la seconda volta: «L’hai lasciato tu qui per me?».

Lo Spirito della Valle emise un fruscio simile a una risata, poi disse: No, bestiolina! È il Tutto di cui facciamo parte che ha permesso proprio a te di ritrovarlo.

«È un dono meraviglioso!»

La pensavano come te anche alcuni esseri umani che abitavano in questi luoghi selvaggi tantissimo tempo fa, sai?

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Così dicendo, lo Spirito evocò per me una visione. Mi sembrava di stare in un film e vedevo scorrere davanti ai miei occhi e al mio muso come delle proiezioni delle genti che calpestarono i luoghi in cui vivo e amo zampettare. Ero troppo rapita per fare domande, ma non ce ne fu bisogno. Fu lo Spirito della Valle a parlare per me.

Tanto tempo fa, quando l’uomo non conosceva le armi da fuoco e viveva ancora in modo semplice e primitivo, queste zone della Valle Argentina, che più tardi sarebbero state chiamate Occitane, erano abitate da popolazioni antiche che poi sarebbero divenute i celto-liguri. Credevano nelle forze della Natura, veneravano tutti gli Elementi che la compongono e tra le loro divinità ce n’era una molto, molto antica che si collega al palco che tieni tra le zampe…

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Nel dire questo, vidi nella visione una foresta bellissima. Lo Spirito della Valle mi portò al centro di quel bosco fitto e buio e lì vidi un essere che non avevo mai visto in tutta la mia vita di topina. Se ne stava in una radura, il corpo umano e la testa incoronata da un grosso palco di corna di Cervo, maestoso come il Re della Foresta.

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… Il suo nome era Cernunnos, che significa “Colui che ha le corna”.

«È così imponente! Incute quasi timore» mi intromisi.

È giusto che sia così, creaturina, ti spiego subito il perché. Cernunnos apparteneva alla foresta e alle zone selvagge, era al contempo dio dell’Ordine e del Caos, proprio come un bosco cresce apparentemente disordinato e caotico agli occhi di chi non ne comprende il linguaggio. Era una divinità legata al nomadismo, poiché i popoli di allora non avevano fissa dimora: vagavano per queste e altre terre, vivendo di caccia.

bosco valle argentina

Cernunnos aveva uno sguardo penetrante, non riuscivo a smettere di guardarlo, completamente rapita dal racconto dello Spirito della Valle. Lo lasciai continuare senza interruzioni.

Secondo gli antichi, quand’era di buon umore insegnava all’uomo le regole della società e dell’agricoltura, inducendolo alla sedentarietà. Al contrario, suscitare la sua ira era pericoloso, poiché diveniva allora un giudice severissimo e distruttore.

«Curioso questo suo duplice aspetto di Ordine e Caos!» constatai.

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Non così tanto, Pruna. Rappresentava l’Energia titanica della Vita a livello universale, la stessa che, tramite la distruzione di quello che gli umani chiamano Big Bang, ha permesso al pianeta Terra su cui ci troviamo di esistere. Si tratta di una grande Forza, in grado di dare inizio a un nuovo ciclo vitale a partile dal nulla generato dalla devastazione. È così che funziona in Natura. Ad ogni modo, Cernunnos non aveva una forma definita e unica per tutti i popoli che lo veneravano e lo rispettavano…

A quel punto, la figura davanti a me cambiò fattezze. La barba gli si allungò velocemente, poi la testa umana fu sostituita da una di Cervo e i piedi divennero zoccoli. Non feci in tempo a mettere a fuoco il nuovo essere, che mutò forma un’altra volta, divenendo simile a una capra.

Cernunnos era anche il dio della Natura, della rinascita, della fertilità e dell’abbondanza. È immortale e permette alle specie vegetali e animali di riprodursi. In questo modo la Vita in tutta la sua potente bellezza e autenticità è preservata e resa Immortale grazie ai suoi cicli.

Gli alberi intorno a Cernunnos divennero sempre più rigogliosi, parevano esplodere foglie, fiori e frutti ovunque. Tutt’intorno c’era un grande turbinio di farfalle e decine e decine di uccelli cinguettavano sui rami. Caprioli, Volpi, Lupi, Tassi, Cinghiali, Faine, Scoiattoli, Topi, Rospi, Lucertole… tutto brulicava di vita, c’erano cuccioli ovunque e mi si riempirono gli occhi di meraviglia a quella visione portentosa.

Tuttavia, bestiolina, sei molto saggia e sai bene che la Vita ha una controparte indispensabile e imprescindibile, che deve esistere per equilibrare il Creato…

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Con quelle parole, la visione cambiò. I frutti caddero in terra e marcirono, le foglie sui rami ingiallirono e precipitarono al suolo, trasformandosi in terriccio scuro e fertile sotto la coltre di neve che nel frattempo era sopraggiunta. Alcuni degli animali morirono. Era il Ciclo della Vita, meraviglioso e severo al contempo.

… Ecco perché Cernunnos è anche legato alla Morte, quella che permette il Rinnovamento di tutte le cose. Accadde allora che col tempo questa divinità sia stata fraintesa, associata al male, tuttavia sopravvisse in queste zone come in altre. In certe epoche fu associata alle streghe, che con lui danzavano nel folto del bosco in alcuni periodi dell’anno, celebrando la Natura e la sua ebbrezza fertile. 

Sabba streghe

Qui, nelle Terre Occitane, ha preso così altri nomi. È diventato l’indomito Homo Selvaticus, colui che insegnava le arti e i mestieri ai popoli dell’Occitania in cambio di offerte di siero di latte. Talvolta sceglieva una compagna umana per generare la sua discendenza divina. Il suo aspetto più oscuro, invece, ha assunto un nome ancora differente: Lou Barban. Equivale all’Uomo Nero di cui tanto si parlava ai cuccioli umani per spaventarli, ma è sempre lui, che secondo le leggende si muove di notte per creare scompiglio. Lou Barban è colui che punisce chi viola le leggi della foresta e non le rispetta… o per lo meno così era. Per lui era indispensabile che le leggi della Vita e della Morte venissero rispettate, pena la sua furia devastante. Poi, col tempo, anche Lou Barban cambiò forma…

Il dio possente e fiero si trasformò ancora una volta, ma adesso, con mia enorme sorpresa, iniziò a perdere le sue dimensioni imponenti e divenne sempre più piccolo.

… non era più un dio e neppure un demone della foresta. Era diventato il Sarvan, ma questa è un’altra storia, bestiolina.

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La visione svanì di colpo con un pop, lasciandomi stordita. Mi ritrovai al punto di partenza, dove avevo trovato il palco di Capriolo che ancora reggevo tra le zampe. Quante cose avevo visto e imparato!

«Grazie, Spirito della Valle. Sei stato… illuminante!»

Non c’è di che, Pruna. Tieniti caro quel dono, ora che sai cosa rappresentano i palchi dei cervidi. Che tu possa far cadere al suolo i frutti che non servono più nella tua Vita e sempre rinnovarti con forza e vigore! disse, poi svanì nel vento tra i rami della boscaglia con il suo inconfondibile fruuush… fruuush.

Avevo ricevuto un dono e un augurio meraviglioso, topi, e lo sesso auspicio lo rivolgo a voi.

Un saluto antico dalla vostra Prunocciola.