La Ghiandaia Serpilla e i semi di Glicine

Mentre stavo gironzolando nei dintorni del bosco alla ricerca dei semi di Glicine, (ora è il periodo adatto) sentii un miagolio tenero e malinconico. Un piccolo micetto sperduto, pensai, appropinquandomi a cercarlo per porgergli il mio aiuto.

«Tzu tzu tzu…» cercai di imitare gli umani quando richiamano un gatto, in quanto, il mio prodigioso olfatto non stava percependo nulla, stranamente. La cosa mi lasciava perplessa.

Di nuovo quel lamento. Veniva da laggiù e mi diressi verso un bellissimo nocciolo dalle grandi foglie. Fu proprio mentre cercavo con attenzione tra i nuovi figlioletti esili di quell’albero che sentii sghignazzare sopra la mia testa. Avrei riconosciuto quell’aspra risata tra mille…

«Serpilla!» esclamai.

«Gné gné gné! Tciààà!!! Tciààà!!!» fece lei, con urla sconclusionate che mi ferivano i delicati timpani.

«Quindi eri tu! Non c’è nessun gattino, vero?» domandai, mettendomi le zampe sui fianchi.

«Ahhaha!!! Topina! Che allocca che sei! Ci caschi sempre!» mi rispose con la sua risata isterica.

Questa è Serpilla, la mia amica/nemica Ghiandaia fin troppo arzilla! Da una parte le volevo bene, ma come riusciva ad irritarmi lei, con quel suo fare bisbetico e antipatico, nessuno mai! Non era cattiva, ma era come adorasse essere detestata. Boriosa, arrogante e supponente. Forse, il fatto di simboleggiare la visione dell’oltre, il saper valutare le cose, la capacità di elevarsi al di sopra del tradizionale comprendendone il vero significato, le faceva credere di essere lo ierofante del bosco. Non solo. Si dice abbia anche doti di intuizione e preveggenza, nobili virtù che, ahimè, lei trasforma in strumenti per vantarsi alla ricerca di una vanagloria che proprio non sopporto.

Ma la sua più grande caratteristica era quella di saper imitare il verso degli altri uccelli alla perfezione e anche altri animali e persino alcune parole umane! Quanti inganni, topi miei!

Ditemi, vi è mai capitato di andare in un bosco ed esser stati certi di aver udito un’aquila, o un gufo, o un corvo, o qualche altra creatura? Be’… mi duole deludervi, cari amici, ma molto spesso in realtà avete soltanto sentito una Ghiandaia mattacchiona! A volte ci casco pure io! E in Valle Argentina ce ne sono tantissime anche se forse Serpilla è la più fetente!

«Come ti ho già detto molte volte, Serpilla, se usassi le tue prodezze per cose più utili saresti sicuramente l’essere più amato della Valle!»

Sapevo già che per quel giorno potevo rinunciare alla mia tranquillità e alla rilassatezza che stavo provando nella ricerca dei semi. Con quella sua lingua biforcuta, Serpilla mi avrebbe in qualche modo rovinato la quiete.

«Che fai?» mi chiese gracchiando.

«I fatti miei» risposi alla curiosona.

«Che fai? Che fai? Che fai? Che fai? Che fai? Che…»

«Smettila!!! Devo raccogliere dei semi!!!!!!»

«Che semi?»

Grande madre Ratta dammi la pazienza! alzai gli occhi al cielo, mentre rispondevo alla petulante sperando si zittisse: «Di Glicine».

«Velenosissimi!»

«Si lo so»

«E allora perché li cerchi?»

«Per piantarli»

«Hai già un Glicine vicino alla tana…»

«Devo regarli!»

«A chi?»

«Ohssssantissima Topa! Basta! Fatti le piume tue!» e così dicendo le mostrai la coda, andandomene. Ovviamente mi seguì, saltellando da un ramo all’altro dei grandi castagni.

«Non si devono raccogliere adesso! Tciààà! Sono troppo verdi! Tciààà!!!»

«Ti crea un problema questo?»

«No tciààà! È che non sai le cose!»

Secondo lei io non sapevo nulla, mentre invece era quella bisbetica impiumata a non sapere che volevo far vedere a voi questa specie di pisellini piatti. In fondo, anche il Glicine, come il Pisello, appartiene alla famiglia delle Leguminoseae e sono simili. Anche loro contenuti all’interno di baccelli meravigliosi di un verde chiaro sgargiante e ricoperti da una peluria sottile che sembra velluto. Serpilla aveva ragione, sono davvero molto tossici, dovete fare attenzione, ma germogliano facilmente e potrete avere la vostra piantina di Glicine ad abbellire dimore e giardini.

«Sono come piselli!» strillò la saputella.

«Lo so di mio! Grazie!»

«Ma io lo so da molto tempo! Tciààà! Craaaa!»

La ignorai.

Ogni pianta di Glicine riesce a produrre molti baccelli, i quali solitamente contengono all’incirca due o tre semi ciascuno. Questi baccelli sono duri, turgidi e, quando seccano, divengono color marrone, in natura si aprono da soli lasciando cadere quelle piccole fonti di vita. Bisogna raccoglierli a settembre e lasciarli seccare per tutto l’inverno in un luogo fresco e asciutto. In primavera vedrete che i semi sono belli secchi. A quel punto prendete dei bicchierini di plastica o dei portauova. Mettete dentro del cotone e all’interno del cotone i semi. Poi bagnate con un po’ d’acqua mantenendo sempre umida l’ovatta. Dopo pochi giorni saranno germogliati e pronti per essere piantati.

«Che verde cangiante hanno ora! A seconda di come il sole batte su di loro diventano argento!» dissi, estasiata.

«A me sembra bianco… craaaa!»

«Bianco o argento sono molto belli anche per decorare… la natura è davvero fantastica!»

«Che gusti hai! Craaa! Io per il mio nido non userei mai delle appendici storte! Ti avveleni anche la casa! Tciààà!!!»

«Non mi avveleno nulla e inoltre il Glicine è meraviglioso»

«Per me sporca troppo e attira troppe api»

«Bene! Adoro le api!»

«Quel loro ronzio è così fastidioso! Tciààà!!!»

«Per tutti i baffi storti! Senti chi parla!»

Era davvero insopportabile. Non la reggevo più. Decisi di tornarmene al mulino. Avrei raccolto quelle meraviglie un’altra volta.

Un saluto a voi topini, la foto della Ghiandaia (Garrulus glandarius) è stata presa da wikipedia. La Ghiandaia della Valle Argentina.

Annunci

Domenico Giordano – le Pipe di Badalucco

Buongiorno Topi!

Oggi sono entusiasta perché vi porto a conoscere una persona davvero speciale che svolge una professione speciale anch’essa. E’ antica, molto, ma soprattutto è originale e ormai quasi introvabile in Italia. Mi piace raccontare di cose belle e quando queste  prendono vita nei miei luoghi, nella mia Valle, mi fa ancora più piacere parlarne. E’ proprio qui, infatti, nella splendida Valle Argentina e precisamente ai margini del paese di Badalucco, che possiamo incontrare Domenico Giordano, un artigiano d’eccezione che ha fatto della sua più grande passione il proprio mestiere.

Un uomo ospitale, affabile e disponibile che ama parlare del suo lavoro e al quale s’illuminano gli occhi mentre mostra le sue splendide creazioni.

Il signor Domenico, dalla gentilezza disarmante, mi ha accolta nel suo laboratorio dove crea con la radica delle pipe meravigliose.

Lo definiscono l’ultimo maestro dell’arte della creazione della pipa; realizza pezzi unici, completamente fatti a mano e di incredibile bellezza. In tutta Italia sono rimasti in pochi a eseguire quest’arte, pare si possano contare sulle dita di una mano.

Nel suo laboratorio, illuminato da una luce al neon e adiacente a un grande magazzino, l’odore di legno persiste e penetra nelle narici, soprattutto dove un grande mucchio di pezzi di radica viene bollito per eliminare i tannini e rimane bagnato fino al momento della lavorazione.

La radica è la parte basale del fusto di alcune piante e comprende le radici stesse. Grazie alla sua nodosità, alla sua resistenza e alle sue sfumature risulta perfetta per diversi oggetti e, per le pipe in particolare, quella di Erica arborea è l’ideale.

Si tratta, infatti, di un legno duro e pregiato. L’Erica è una pianta, a mio avviso stupenda, considerata in tempi antichi ricca di magiche virtù e dimora delle fate. Con i suoi rami si creavano scope (il suo nome deriva proprio dal termine greco Kalluno che significa “spazzare”) capaci di spazzare via non solo la sporcizia, ma anche tutte le negatività delle case, come vi ho già raccontato altre volte. Una pianta purificatrice che, arsa, allontanava gli spiriti maligni.

Le sue venature creano affascinanti fantasie su ogni pezzo e Domenico ne esalta il disegno e il colore soprattutto attraverso la levigatura, sicuramente la parte più lunga, ma anche quella più spettacolare del suo lavoro, dove non solo l’oggetto si liscia e prende forma, ma mostra tinte naturali che seducono soprattutto gli appassionati e i grandi intenditori.

In realtà, sono pezzi talmente belli che ammaliano anche chi se ne capisce poco come me. Ci sono pipe molto grosse, tozze, pesanti.

Altre, invece, sono più fini, delicate, dalla forma longilinea. Ce ne soo di più scure, di un mogano intenso, mentre le più chiare sono quasi color della sabbia. Tutto dipende dal tipo di lavorazione. Diverse hanno anche forme buffe e particolari rappresentando animali o altri oggetti.

Alcune hanno la zona di combustione molto larga, altre invece piccola e stretta, potrebbe starci un Toscano; ci sono individui che amano fumare il sigaro lì dentro, soprattutto per non sprecarne l’ultimo tratto.

Ci sono pipe curve e dritte, pesanti e leggere, dalla testa tonda o cubica, per tutti i gusti e tutti gli stili, da quello più elegante a quello più rustico.

Domenico mi ha fatto vedere come usa i suoi attrezzi, che sono tanti, ognuno per uno scopo ben preciso e tutti fermi ad attendere la sua abile mano pronta a realizzare qualsiasi cosa.

A me ha fatto questa magnifica seggiolina in soli due minuti. Ma grazie! Da un semplice pezzo di radice, ecco uscire fuori un carinissimo complemento d’arredo. E’ comodissima, nella mia tana mancava proprio! Un piccolo trono degno di una Regina come me.

Con una grande lama circolare ha tagliato e intagliato il tocco di legno rigirandolo da varie parti… et voilà, un mobile tutto mio, per me che non fumo la pipa, ma potrei sempre imparare… me ne farò fare una fashion.

Conosciuto non solo in tutto lo Stivale ma anche in diverse zone del mondo, il signor Giordano ha realizzato pipe davvero per chiunque, persino per noti personaggi che da lui hanno acquistato pezzi di grande valore.

I prezzi di alcuni elementi sembrano stratosferici, ma se si pensa alla lunga lavorazione che c’è dietro a ogni singola pipa, nessuna cifra può equiparare l’attenzione, la fatica e la fantasia che vivono dietro queste realizzazioni. Ovviamente, nel suo studio si possono trovare pipe per qualsiasi tasca e si possono naturalmente ordinare come più si preferiscono, anche se sono comunque già molte quelle in esposizione e tutte belle e caratteristiche.

Sempre col sorriso sulle labbra, Domenico, dalle origini meridionali ma ormai abitante della Valle Argentina da quando era bambino, si presta a raccontare anche diversi aneddoti. Racconta anche di come negli anni, attraverso le varie richieste, il suo lavoro si sia modificato. Ci rivela cosa si richiedeva un tempo e cosa, invece, si preferisca adesso.

Per lui non ci sono né problemi né differenze: da quando era solo un ragazzo gli basta creare ed esegue opere d’arte. Sulle pipe conosce davvero tutto, è piacevole starlo ad ascoltare. E’ buono e generoso, per niente avaro, soprattutto in fatto di consigli.

Riuscire a trasformare quella che può essere una grande passione, o un hobby, in una lunga avventura che dura una vita è il sogno di molti e l’augurio per tutti. Occorre accendere e mantenere attiva quella luce che ognuno di noi ha dentro, ma che sovente si soffoca per timori o ritenendo impossibile realizzarla. L’energia è alla base delle scelte, più della mente e, nel caso particolare di Domenico, anche se può essere sembrata la testa la padrona con il potere decisionale in mano, accompagnata da tanta voglia, a dire l’ultima parola è stato, ed è tuttora, il cuore.

Buon lavoro Domenico e grazie ancora! E un bacione a voi Topini!

Il Malocchio al bestiame e il rito della scacciabazue

Uno dei malocchi più conosciuti e potenti assumeva nella mia Valle, e in tutta la Liguria di un tempo, il nome di perleguja o sperleguja.

La perleguja spaventava molto, poteva colpire i bambini o qualsiasi altra persona. Si credeva venisse mandato da una strega conosciuta come bazua o stria e la vittima iniziava così a sentirsi male. Poteva soffrire di sonnolenza o apatia, poteva dar di matto, essere troppo euforica e, nel caso dei bimbi, potevano rigurgitare il latte di continuo, avere la febbre o essere particolarmente noiosi. Ma questo maleficio riusciva a colpire anche gli animali e quindi il bestiame che spesso, nel mondo di un tempo, era l’unica fonte di sostentamento di una famiglia. Quando ciò accadeva, le bestie iniziavano a comportarsi in modo strano… Erano irrequiete o spaventate, non producevano più latte, i cuccioli morivano, stavano male o fuggivano recando seri danni all’allevatore o al pastore.

Dopo aver capito che sicuramente il tutto era causa di un malocciu (malocchio) veniva chiamata una scacciabazue (donna in grado di allontanare le streghe o i loro malefici) la quale, prendendo a cuore la situazione, con sicurezza e professionalità iniziava il suo particolare rito per liberare quelle creature dalla fattura che le aveva colpite, risanando anche i guadagni del proprietario.

Il rito consisteva nel far bere loro dell’acqua nella quale venivano prima messe delle foglie di Acacia, albero che si credeva essere portentoso nel combattere le energie maligne. Infatti l’Acacia è simbolo della vita, della connessione a Dio e offre la possibilità di passare da uno stato di “ignoranza” alla conoscenza divina. L’ideale per combattere il demonio che si era impossessato di quei corpi innocenti.

Ma quest’acqua non doveva essere un’acqua qualunque. Doveva essere raccolta a mezzanotte sotto la ruota di un mulino. Perbacco! Ho capito che vivo in una struttura molto importante, quindi!

Prima di porgere la tinozza alla mucca, o alla pecora, o a qualsiasi altro animale da esorcizzare, la scacciabazua recitava sottovoce delle parole completamente incomprensibili come a formare strane filastrocche e, dopo aver fatto bere l’animale, se ne andava sicura di se stessa e del suo lavoro portato a buon fine.

Dopo aver bevuto questo liquido addolcito dall’Acacia stessa, le bestie iniziavano a stare meglio e a tranquillizzarsi e la scacciabazue veniva ripagata o barattando qualcosa o in denaro.

Forse è per questo che per me non hanno mai dovuto chiamare l’esorcista. Io bevo sempre nelle fonti dove galleggia qualche foglia di Acacia la quale assume quel meraviglioso color madreperla. È una pianta molto presente nella mia Valle.

Un bacio benefico a tutti!

L’Albero della… cacca!

Fermi tutti! Mi preme avvisare che non voglio offendere nessun tipo di pianta, cari Topi, però… potrà anche farvi ridere, ma nella mia Valle c’è un albero seriamente chiamato “Albero della Merda”. Non mi credete? Lo trovate persino su internet dal momento che questo è divenuto proprio il suo nome!

Scientificamente, invece, si chiama Ailanthus Glandulosa o Altissima, mentre, per i più educati, assume il semplice nome di Ailanto.

Ovviamente non vive solo nella Valle Argentina ed è molto presente dal mare ai monti, forse perché poco longevo, ma in grado di gettare una ricca quantità di polline e riprodursi sovente. Ma… perché (i genovesi soprattutto) lo hanno chiamato da tempo in questo modo? Gli inglesi, invece, si sono limitati al più fine “stink tree” ossia “Albero della Puzza”. Be’… provate a prendere una sua foglia tra le zampe e a stropicciarla o romperla. Ve ne accorgerete subito appena l’annuserete! Bleah! Che fetore!

Passandoci accanto non ci si accorge di nulla, anzi, è persino molto carino con quelle sue foglie lanceolate e sistemate ordinatamente in righe perfette sugli esili rami.

Così bello da essere giunto in Europa dalla Cina proprio per dare una visuale orientale ed elegante all’Antico Continente.

Anche quando è in fiore è molto piacevole. Le sue infiorescenze a grappolo lo addobbano a festa e appare più colorato del solito. Le foglie nuove, appena nate, hanno un colore diverso da quelle più mature. Sono viola scuro, mentre, le “vecchie” di un verde vivo e intenso.

Le varietà di Ailanthus sono diverse e certe diventano alberi alti e imponenti. Vi farà sorridere che la specie Altissima che vi nominavo prima viene chiamata anche “Albero del Paradiso” o “del Sole” perché svetta verso il cielo.

Senza studi speciali alle spalle, vi sconsiglio vivamente di utilizzare le sue virtù, ma è giusto dire che nella sua terra di origine è stata una delle prime piante a essere citate negli antichi testi di MTC (Medicina Tradizionale Cinese).

Ma torniamo in Valle Argentina, perché c’è una cosa molto importante che dovete sapere su questa pianta. Molti anni fa, in tutta Italia, l’Ailanthus veniva coltivato come habitat per il baco da seta e si trattava di una seta molto particolare e pregiata, oggi dimenticata, prodotta dalla Samya Cynthia il bruco di una falena ancora oggi presente in diverse zone della nostra nazione come anche nei luoghi in cui vivo.

La cosa straordinaria, però, è che questo Albero della Merda in realtà è anche la tana perfetta per tantissimi tipi di Lepidotteri, e quindi Farfalle, non per niente la mia Valle ne è piena ed è uno spettacolo ammirarle svolazzare tutte insieme con le loro ali variopinte e leggere.

Siamo abituati a pensare ai fiori e a dare solo a loro il merito della presenza di numerosi insetti, invece occorre chiedersi dove, allo stato larvale, questa grande famiglia viva e si costruisca la dimora. Ebbene, la risposta è: proprio sull’Ailanthus! O comunque anche su di esso, che è tra le loro piante preferite. Evidentemente sono prive del senso dell’olfatto, queste mie care amiche. Non per niente, il gusto del dolce nettare lo sentono attraverso le zampe, i recettori li hanno proprio lì. Ah, la natura! Rimanendo nell’entomologia, mi preme anche farvi sapere che con l’Ailanto le nostre preziose Api realizzano un miele dolcissimo! No, non puzza per niente, è  anzi molto zuccherino! Strano, vero?

Ma le grandi qualità di questo albero non finiscono qui e continuando a parlarvi della mia terra mi preme dirvi che noi dovremmo ringraziarlo molto. Oh, sì! Vedete, la sua crescita è veloce e le sue radici particolarmente intrecciate, pertanto risulta fondamentale nella tenuta di terreni franosi che, purtroppo, nella mia Valle, esistono. Lui trattiene ed evita il peggio nei terreni più scoscesi e pericolosi per l’uomo e per gli animali. Davvero un portento!

E le sue prodezze non son finite qui. I botanici, ad esempio, non riescono a starci dietro! Si riproduce così velocemente e ovunque che è stata dichiarata addirittura una pianta infestante. Che carattere! Esuberante e non patisce niente.

Cresce presuntuoso persino in città adattandosi ad ogni territorio tra una casa e l’altra.

Che dite? Sapevate tutte queste cose su uno degli alberi più presenti qui da noi? No, vero? Bene, felice di avervele fatte conoscere.

Un bacione puzzoso a tutti!

Pruni Holmes e la misteriosa identità

Topi, son tanti anni, ormai, che gestisco questa tana virtuale e dal lontano 2011, quando mi apprestai ad aprirla, me ne sono successe proprio un bel po’.

Mi avete scritto sempre in molti, mi avete posto le vostre domande…

“Topina, chi sei?”

“Chi si nasconde dietro il profilo della Topina?”

“Chi gestisce questa pagina?”

“Posso prenotare una camera da te?”

“Dove abiti?”

Belin, se siete curiosi!

Abito in un bosco, in un Mulino per la precisione. Non sono un Motel a meno che non vi accontentiate di dormire su due sacchi di farina (nel guscio di noce ci dormo io e non lo do a nessuno). Ma, dopo questa lunga sfilza di domande, ho deciso di vestire i panni di Pruni Holmes e provare a risolvere insieme a voi questo mistero misterioso e ingarbugliato che lo so che non vi fa quietare la notte.

Pruni Holmes mistero

Ebbene, cari Topi della Valle e non… Chi è e cos’è La Topina della Valle Argentina?

Io lo so ma non ve lo dico! Scherzo, su!

La Topina della Valle Argentina è semplicemente quel luogo virtuale, ma anche reale, in cui la gente mi scrive da oltralpe per chiedermi informazioni su luoghi nascosti da poter visitare. E’ quel posto in cui convergono gli sguardi di topi provenienti anche da altre parti d’Italia, che chiedono consigli per le proprie ferie e c’è chi, poi, mi scrive per raccontarmi come sono andate le sue vacanze, i luoghi che ha visto e i piatti che ha assaggiato. C’è chi visita il blog la sera, leggendone gli articoli come fossero fiabe della buonanotte. C’è chi invece si fionda al mattino per essere il primo commentatore. Poi ci sono i topi che, senza che io glielo chieda, si prodigano di raccontare qualcosa della Valle, del proprio passato, mi inviano foto e ricette, perché la voglia di condividere è sempre tanta così come è tanta la voglia di aiutarmi quando domando informazioni. Ebbene sì. Capita anche a me di chiederle, anche se so tutto! (Santa Topa! Ehm… Il naso mi sta diventando come quello di Pinocchio!). Comunque… non fatemi distrarre… quello che intendo dire è che La Topina della Valle Argentina resterà per voi tutto questo, ogni volta che lo vorrete. Non vi basta? Uh, ma che curiosi proprio che siete!

La Topina della Valle Argentina è il punto dell’unione. Così mi piace dirvi. L’unione tra i borghi della mia Valle, tra la bellezza della Natura e le parole. Tra gli sguardi e gli animali e le piante, ma soprattutto tra l’uomo e Madre Terra affinché possa riscoprire questa bellezza.

E chi è la Topina? La Topina è un essere vivente che tenta di coniugare queste cose per voi. E che tenta di conciliare la fretta dell’essere umano alla meraviglia del Creato. E scusate se è poco… no dico…

Alcuni (davvero pochissimi in tanti anni) mi hanno detto che se non ci mettevo la faccia non meritavo d’essere seguita… Uh! La paura dell’ignoto! A parte che ho un muso e non una faccia, quella l’avete voi, ma al di là di questo, m’importa siano la mia Valle e il Pianeta ad essere apprezzati, non io. Se non mi si segue perché vi manca la vista dei miei baffi, significa che poco poteva importarvi di tanta maestosità che ci circonda. E poi, insomma, sarò una Topina, ma son pur sempre una femminuccia! E mica vi posso accontentare subito, così, pronti e via! Abbiate fede, chissà… chissà cosa deciderò un domani. Per ora, però, vi prego, volgete le vostre attenzioni a chi le merita molto più di me e sicuramente è anche più bello di me: il luogo in cui vivete ogni giorno. Provo a dirvi di mare, di cielo, di monti e di stelle. Di piante, di fiori, di cammini e di paesi. Di animali, di leggende, di curiosità e di arte… E voi state a guardare un muso con due peli in croce? Suvvia!

Per me è un gran bel divertimento, vedete? E vorrei lo fosse anche per voi.

Detto questo, il mio animo investigativo mi porterà sicuramente a ricercare sempre più cose e a risolvere sempre più misteri, perciò permettetemi di gongolare ancora un po’ sull’arcano che riguarda proprio me.

Ma posso aiutarvi… ho una coda, un fiuto fantastico, un bel ciuffo di pelo tra gli occhi, una spiga di grano sempre in testa e poi…. beh… sono semplicemente bellissima e dotata di un particolare fascino!

toporeporter

Direi di avervi detto anche troppo! Sembrate delle Cinciallegre, non si possono tenere segreti con voi. Devo fermarmi assolutamente!

Un misterioso abbraccio a tutti,

la vostra Pruni Holmes.

La tomba di Chagall – il pittore dei colori del mondo

Vi ricorderete che un po’ di tempo fa vi portai a visitare una tomba? Era di un personaggio molto famoso che tutti conoscete ossia Charles Baudelaire, scrittore, critico e aforista francese (l’articolo in questione è questo, per la precisione: “Charles Baudelaire protagonista di diversi incontri”). Un personaggio davvero curioso. In quel tempo, girovagavo per Parigi, parecchio lontano dalla mia Valle, divenendo Topina di città per qualche tempo e anche oggi lo sono diventata per portarvi a vedere un’altra famosissima lapide e sicuramente più vicina ai miei luoghi.

Oggi, infatti, vi porto vicino alle mie zone, a Saint-Paul de Vence, dove già mi recai ma mai vi feci vedere dove venne seppellito il grande pittore Marc Chagall.

Marc Chagall, che gode ancora oggi di fama internazionale, fu fino al 1985, anno della sua morte, uno dei pittori più bravi a catturare la luce e a riportarla nei suoi dipinti insieme all’amatissima moglie che ritraeva in molte opere.

Nei suoi quadri infatti si scorge molta bellezza, colore e tanta voglia di vivere nonostante le oppressioni che subì, essendo di discendenza ebrea e precisamente di Vitebsk, allora sotto il dominio dell’Impero Russo.

Nacque e visse tra bombardamenti e razzie, ma nonostante tutto trasportava gioia sulle sue tele, anche se ammirandole e conoscendone la vita è facile osservarle con un senso di malinconia.

Naturalizzato francese, cambiò il suo cognome da Segal (il suo vero nome era Moishe Segal) a Chagall, ma prima di questa trasformazione divenne, per la Russia, Mark Zacharovič Šagal.

Visse fino all’età di 97 anni, morendo appunto a Saint-Paul de Vence dove si era trasferito e dove oggi, accanto alla sua tomba, regna un’atmosfera assai particolare, pregna di affetto da parte dei suoi ammiratori (soprattutto giovani) che lo ricordano come “il pittore dei colori del mondo”.

E’ un bellissimo cespuglio di rose rosa ad attrarre verso l’entrata del piccolo e ordinato cimitero. Chagall riposa eternamente proprio subito dopo aver varcato l’uscio, all’interno di una grossa tomba in cemento assieme alla seconda moglie Valentina detta “Vava” Brodsky Chagall e il fratello di lei Michel Brodsky.

Vava è stata meno amata rispetto alla prima consorte Bella, morta durante la Seconda Guerra Mondiale a causa di un’infezione virale, e fu proprio per sconfiggere la depressione che lo afflisse che per la vedovanza che Chagall si trasferì in Provenza, dove riuscì a ritrovare un po’ di serenità riportandola attraverso le tinte decise delle sue opere.

In Provenza ebbe anche un figlio prima di risposarsi con Virginia Edith Haggard, ma la storia tra i due durò per un tempo molto breve.

Chagall ora è qui. Ed è come se il suo manifestare un connubio tra il reale e il surreale esistesse ancora. Pare di percepirlo. I caratteri fiabeschi lo circondano anche adesso rendendo questo luogo quasi onirico. Tante le pietroline e i sassi disegnati e scritti, su questa lapide. Tante le frasi di chi lo ama e lo ha amato. Tanti i ricordi.

Una siepe, un grande angelo scolpito e lui: Marc Chagall, il pittore dei colori del mondo.

Un bacio, al prossimo tour topi! La vostra Pigmy.

Una gita a Moneghetti

Quando vi parlai del paese di Perallo in questo post “Perallo, il borgo che ama raccontare” vi dissi che costituiva centro abitato insieme ad altre minuscole frazioni nei suoi dintorni. Una di queste si chiama Moneghetti e oggi vi ci porto, perché merita anch’essa d’essere visitata.

Questo piccolo gioiellino della mia Valle, meno conosciuto, si trova vicino a Molini di Triora. Giunti al campo sportivo di Molini, anziché entrare nel paese, si continua verso sinistra per la strada che porta a San Giovanni dei Prati e a Colle Melosa. Dopo aver percorso qualche metro, circondati dal verde più verde che c’è, per una strada asfaltata e ombrosa che propone anche un incontro con qualche asino, ecco sulla sinistra la deviazione, ben indicata, che porta a Moneghetti.

Si tratta di una strada breve, bella da percorrere a piedi, anche se in leggera salita, godendo del fresco che offre e ascoltando i rumori del torrente sotto strada e della vispa natura.

Le case che compongono questo posto si possono contare sulle dita di una mano e la pace è totale e indiscussa. Alcune dimore sono ruderi in pietra che riportano indietro nel tempo, altre, ristrutturate e più abitabili.

Appena giunta in questa località, mi hanno colpito le cataste di legna e quelle dei grandi tronchi pronti per essere tagliati.

Siamo solo a mezzora dal mare, ma qui fa più freddo che sulla costa e la stufa si accende sempre volentieri… anche per cucinare.

Sì, perché qui si vive ancora come una volta e nell’aria si respirano sovente profumi di corteccia o di pane che escono dai comignoli.

A confidarlo sono le case stesse, dall’impronta assai graziosa, fiabesca e antica. Balconi, fiori, panni stesi, colori, pietra, legno… tutto ci regala un’atmosfera senz’altro particolare.

Moneghetti è un’apertura nel bosco dove acacie, castagni e noccioli fanno festa tutto intorno.

La fitta vegetazione permette agli animali che popolano la macchia di sentirsi protetti e al sicuro pertanto non sarà difficile vederli o sentirne i versi e i fruscii.

I monti che ci circondano aprono il cuore con la loro verde bellezza che si staglia contro il cielo azzurro e su alcuni si possono riconoscere paesi più conosciuti e grandi come Triora.

Lo stupore si accende ulteriormente quando sopra una porta, una vecchia insegna  indica che qui c’era addirittura un’osteria. “Osteria Faraldi”. È proprio vero. Osteria, Tabaccaio, Albergo, Scuola… un tempo in queste frazioni non mancava nulla. Sfido io! Erano ben 600 gli abitanti che le vivevano! Oggi non è più così ed è bellissimo arrivare qui e percepire la vita. Come un ritorno.

Gli occhi che incontri ti scrutano. Risulti uno straniero. Non posso fotografare molto le loro abitazioni. Sono restii. Tra di essi sono come un’unica famiglia, un meraviglioso concetto da difendere, ma basterà far capire loro che si è alla buona e si ammira quel luogo con sguardi interessati per essere accolti e apprezzati con gioia e interesse.

Senza approfittare mai della loro ospitalità.

Moneghetti appartiene al Comune di Molini di Triora e, come lui, si trova a circa 460 mt s.l.m. Un tempo qui si coltivava e la merce si portava a vendere fin giù a Taggia. Oggi è un piccolo paradiso per chi cerca relax e natura.

Mi auguro vi sia piaciuto topini. Squit!

La Siberia di fianco alla Valle Argentina

Giunti alla fine di questa torrida estate sento già molti di voi acclamare e attendere con fiducia il freddo che tanto amate.

A proposito di questo, mi sembra doveroso portarvi alla conoscenza di un luogo, di fianco alla Valle Argentina, che solo il nome fa venire i brividi. Sì, sì, proprio i brividi! I brividi del gelo.

Oggi, infatti, vi porterò a visitare una piccolissima Valle che la gente del posto, già da molti anni, chiama Val Siberia. Sono stati i nostri anziani a nominarla così.

Potete già capirne il motivo. Fredda, umida, stretta.

Scende da Bajardo (la vedete la neve? Eh!), posizionato in cima alla Val Nervia, e raggiunge il mare attraverso Via Goethe e Via Peirogallo di Sanremo.

Giunti in cima a queste strade, eccola stagliarsi di fronte a noi in tutta la sua lunghezza, passando sotto il viadotto dell’Autostrada dei Fiori e subito i monti si presentano senza permettere ulteriore visuale.

Nonostante il clima poco ospitale che la governa, soprattutto in inverno, sono diverse le persone che qui vivono e che ne sopportano le ghiacciate correnti che si formano proprio a causa della sua morfologia; dove le abitazioni non sono state costruite è il verde a regnare.

Il nome Val Siberia gli venne dato anni fa, quando la gente si accorse che in questo luogo, al di sotto dell’Ospedale Borea, c’era sempre qualche grado in meno rispetto alle altre zone limitrofe.

Siamo tra la Val Nervia e la Valle Armea, in un’appendice dell’entroterra ligure in cui difficilmente il cielo appare senza nuvole.

Siamo di fianco alla Valle Argentina, verso Ovest, per l’esattezza.

A circoscrivere l’inizio di questa Valle è Via Giovanni Pascoli, che in inverno, dal suo versante a Occidente, vede presto il sole calare.

Fortunatamente, la formazione di questo territorio permette agli amanti del fresco di godere, anche durante estati afose, di brezze e venti che attenuano il caldo eccessivo, ma purtroppo l’umidità è così significativa da riuscire a perdurare nonostante tutto.

In Val Siberia la natura, espressa prevalentemente dai fiori, è sempre in ritardo. Glicine, Ipomea, Convolvolo, Ginestra… tutto giunge dopo, quando dalle altre parti sta già sfiorendo o, da diversi giorni, si è presentata puntuale.

Anche frutta e verdura si comportano allo stesso modo. E i pomodori si possono raccogliere tranquillamente fino alla fine di agosto.

Val Siberia è particolarmente silenziosa, soprattutto nella mattinata e nelle ore della siesta. Una pace quasi surreale l’avvolge, durante la quale non si percepisce il minimo rumore.

E allora, lamentosi della calura, siete contenti che proprio qui vicino potete godere di un freezer a portata di zampa?

Ah! E ovviamente non devo dimenticare di dire che… dalla Val Siberia si vede anche il mare!

Ora che vi ho spiegato dov’è, potete anche andare: preparate le valigie, l’inverno non tarderà a giungere, ma io non vi seguirò, ho già abbastanza freddo nella mia splendida Valle!

Un tremante Squit!

Mele e Magie di Cloristella

Topi, in questo periodo le mele stanno maturando sugli alberi e io, da brava topina, faccio scorta per la stagione più fredda, realizzando composte e mangiandone  in grande quantità. Un giorno ero nel bosco a raccogliere questi frutti portentosi quando udii non lontano da me una voce…

«Grazie, Madre Terra, per tutti i tuoi doni.

Ti offro questi semi: che il tuo ventre non li abbandoni.

Offro frutti di abbondanza alle tue creature,

cosicché attraversino l’inverno più sicure…»

Chi altri poteva parlare in rima, se non… «Strega Cloristella!»

Al mio richiamo, la vidi spuntare da dietro un cespuglio, con in mano una borsa ricolma di semi: «Oh, ecco la topina! Proprio te cercavo, bestiolina!»

«Me?!» domandai perplessa.

La strega mi raggiunse, porgendomi una manciata di semi di girasole: «Ecco qui, questi sono per te. Stai preparando le provviste per l’Inverno, vero?»

«Grazie, Cloristella! Che pensiero gentile! Sì, certo, sono previdente come ogni anno.» Notai subito dopo la scia che lasciava dietro di sé, una riga di semi e granaglie. «Attenta, la tua borsa deve essere bucata, stai perdendo tutto!»

La sua risata cristallina invase il sottobosco, pareva il canto di un uccello: «Nessun buco nella mia sacca, topina, tranquilla! Sto solo provvedendo a svolgere il mio compito, come ogni anno e ogni stagione.»

«Cioè?»

«Sta per arrivare l’Equinozio d’Autunno e come ogni anno dedico del tempo a ringraziare la Natura per tutti i doni elargiti durante l’Estate. Me ne vado in giro per sentieri a donare semi e offerte a voi piccoli abitanti del bosco, così che possiate raccoglierli e stiparli nelle vostre tane. E’ il mio modo di ringraziare la Natura e il cerchio della vita, un modo come un altro per aiutare, servire, ringraziare per ciò che ho ricevuto.»

«Ah, ecco! Eri tu a lasciare quelle scie squisite di semi, anche gli anni scorsi! Grazie, Cloristella! Sai che il mio amico Scoiattolo è sopravvissuto grazie alle tue offerte, lo scorso inverno? Qualcuno, forse un Ghiro, è entrato nella sua tana e ha sgranocchiato tutte le sue provviste, ma poi, scavando per terra, ha trovato un vero tesoro sotto la neve… erano le tue ghiande!»

«Sono proprio contenta di aver salvato una vita, topina. Che bella notizia!» lo sguardo le cadde poi nel mio cesto: «E… cosa vedo lì? Mele!»

«Sì, sto facendo scorta. Ne vuoi un po’?»

mela

«No, no, tienile per te, ne raccoglierò presto anche io. Mi sono molto utili, sono frutti davvero magici.»

«Come le usi? A me piace fare la marmellata e le torte dolci, le metto anche nei risotti per smorzare alcuni gusti forti e nelle insalate! Sono davvero squisite!» dissi, leccandomi i baffi.

mele2

Carezzò le foglie degli alberi lì intorno come se ne fosse la fata madrina, lisciava la corteccia, poi lasciava cadere sulle radici qualche granaglia. Mentre svolgeva il suo compito, disse: «Io tengo da parte ogni suo seme, topina. Li conservo per gli incanti d’amore, la gente me ne chiede sempre tanti e quale frutto, meglio della Mela, può risolvere i problemi di cuore? Anzi, voglio fare con te un giochino, se ti va.» si bloccò di colpo, guardandomi con occhi un po’ furbetti.

Il suo sguardo vispo mi incuriosì: «Ci sto!»

«Dammi una mela del tuo cesto, allora.»

mela2

Gliela porsi e lei, estraendo dalla tasca un coltellino, canticchiò: «Un, due, tre: l’amor non fa per me. Quattro, cinque, sei: un amore ce l’avrei! Un seme si è tagliato: il mio amore è travagliato. Se i tagliati sono due, ahimé, resterai soltanto te.»

«Cloristella, non ci ho capito una prugna secca di quello che stai dice…»

«Ssst!» mi zittì. «E’ un momento delicato, questo!» e tagliò a metà la Mela. La guardò, poi si chinò alla mia altezza per mostrarmi qualcosa all’interno del frutto: «Un, due, tre: l’amor non fa per me! Topina, i semi della Mela sono dispari, questo significa che… mi dispiace, ma ancora per un po’ nessun topino entrerà nel tuo cuore.»

«Oh Signur! Era questo, il giochino? Santa Ratta, io chissà che mi credevo!» dissi.

mele

«Be’, è solo una piccola divinazione, una delle tante che si fanno con le Mele. Di questa pianta uso tutto, non butto via nulla! I fiori in Primavera mi servono per tisane e intrugli, in Inverno la taglio a fette da far seccare per appenderle nella mia casa e realizzare talismani… e uso le foglie per l’abbondanza e la sua legna per il fuoco dei rituali sacri. Il legno di Melo è utile anche per gli incanti di longevità. Tutto, di questa pianta, parla di salute, lunga vita, abbondanza e saggezza! Pensa: il termine “pomata”, che nell’antichità indicava un medicamento in generale, deriva proprio da “pomo”. Questo ci fa capire che importanza abbia questo frutto.»

«Davvero molto interessante, Cloristella! I tuoi rimedi mi incuriosiscono sempre. Senti un po’… una mela al giorno…» ma non mi lasciò concludere il celebre proverbio.

albero di mele

«A proposito, uno dei miei incanti preferiti con la mela è quello di tagliarla in tre e passarla sopra la parte dolorante. I tre spicchi, poi, vanno seppelliti.» aveva gli occhi scintillanti di entusiasmo, ormai che aveva cominciato a raccontare tutti gli usi della Mela, chi poteva più fermarla?

«Questa non la sapevo! Come mai si seppelliscono?» le domandai.

«Perché si dice che siano in grado di prendersi carico del dolore del malato. Il malessere viene trasferito alla Mela, che poi viene seppellita. E Madre Natura sa sempre come trasformare ciò che per gli esseri umani (ma anche per gli animali) è uno scarto.»

«Ah, ho capito. Grazie per tutte queste curiosità!»

«Non c’è di che, cara topina. Ora, però, ti saluto: devo continuare a offrire il mio aiuto!» mi disse, indicando la sacca piena di semi.

«Certo, certo! E grazie ancora per tutti i doni che hai fatto anche a me in questi anni, anche se non sapevo fossi tu.»

Mi lasciò canticchiando, saltellando via con l’allegria di una farfalla variopinta e dandomi l’idea per un articolo da scrivere per voi.

Alla prossima, topi!

P come…

Oggi ho riunito tutti i miei amici e conoscenti, tra cui anche voi, perché devo darvi un annuncio speciale. Ho preso una decisione e voglio farvela conoscere, per cui eccoci tutti qui riuniti nella radura di Nonna Desia. Ci sono Maga Gemma, Strega Cloristella, il mio vicino di tana Timotiglio, che non vi ho ancora presentato, insieme a un’altra schiera di amici e conoscenti che vi farò conoscere al più presto. Sebbene io non l’abbia invitata, è venuta pure lei, Serpilla, quella fastidiosa Ghiandaia che mi fa sempre il verso.

«Be’, ora che ci siamo tutti, ma proprio tutti…» dico, lanciando un’occhiata ammonitrice alla Ghiandaia perchè io la conosco, «possiamo cominciare. Come molti di voi sapranno, noi topi nasciamo in breve tempo. Io son nata così velocemente che la mia mamma non ha avuto modo di pensare bene al nome da darmi e mi ha chiamata Pigmy.»

Osservo le espressioni sui volti dei presenti e mi diverto nel notare che sembrano spaesati. Non capiscono dove io voglia andare a parare, per cui continuo: «Ora che son cresciuta un po’, però, ho deciso di trovare un nome più adatto per la topina che sono diventata, un nome che possa rappresentarmi meglio, che profumi dei luoghi in cui abito.»

Maga Gemma mi sorride. Ha le braccia conserte, in attesa. Nonna Desia, invece, è commossa, e una lacrima di sale disegna sul suo viso scuro una scia biancastra. Strega Cloristella sembra non stare più nella pelle e Timotiglio è incredulo, la bocca aperta e gli occhi spalancati per lo stupore.

«Te ne inventi sempre una, pur di attirare l’attenzione! Craaa… craaa!» gracchia la Ghiandaia. E lo sapevo che ci avrebbe messo il becco! Per tutta risposta, Timotiglio le tira una ghianda, mancandola. Peccato!

La ignoro e continuo: «Dopo tanto pensare, alla fine ho trovato il nome giusto per me e spero piaccia anche a voi. Da oggi mi trasformo: da Pigmy divento… Prunocciola!»

prunocciola

Il silenzio cala sulla radura, solo le mosche osano fiatare.

«Be’, non dite niente?»

«Ottima scelta, Pruna. E’ un nome azzeccato, quello che hai scelto.» pronuncia la Maga. Oh, non ho ancora finito di dirlo che ho già il soprannome!

«Pruni, piccinin… come sei bella, fia!» esclama Nonna Desia, con la voce rotta dall’emozione. E così ho anche un secondo diminutivo.

«Prunò, sei l’amica migliore che ho!» dice Cloristella, con un sorriso da orecchio a orecchio pronunciando una delle sue solite rime. Oh, Prunò suona proprio bene, mi piace un bel po’.

«Pruna, Pruni, Prunò… tutte sciocchezze!» Uff, questa Ghiandaia! «Per me sei e resterai sempre Prunilde.»

Non mi lascia il tempo di risponderle, perché vola via portando con sé le piume azzurre e nere che la contraddistinguono.

«Non darle retta, Pigmy! Ops! Volevo dire Prunocciola, scusami. Perdonami! Ci vorrà un po’ per ricordarmelo…» la timida voce di Timotiglio addolcisce la mia espressione.

«Oh, non preoccuparti!» lo rassicuro. Poi mi rivolgo a tutti: «Allora, vi piace?»

A quel punto esclamano tutti insieme un bellissimo «Sì!»

Tutto cambia, in natura. Lo sanno bene le creature del bosco. Così come muta il colore delle foglie sugli alberi dall’Estate all’Autunno, anche io ho deciso di trasformarmi con un nome nuovo di zecca.

E voi, amici topi, che ne pensate? Mi sta bene?

Un abbraccio rinnovato,

la vostra Prunocciola.