Andiamo
a Viozene oggi topini. In terra brigasca e, in terra brigasca, è chiamato Viusena, con la S che sibila come una Z leggera. Andiamo ai confini della mia valle. Viozene, il paese delle casette che sono baite, lavorate con il legno. Par di essere nel Tirolo.
Con le ante delle finestrelle e le ringhiere dei balconi che fanno a gara per sentirsi dire chi è la più bella. Vere lavorazioni impegnative, vere opere d’arte. Viozene, nel Comune di Ormea, nell’Alta Valle Tanaro, esattamente tra le provincie di Cuneo e di Imperia. Un borgo cullato e protetto dalle Alpi marittime, tra le quali, spicca sopra di tutte, il Monte Mongioie alto ben 2.630 mt e situato ad Est della Punta del Marguareis . Un imponente dente di pietra che sovrasta l’intero villagio e regna protagonista.
E’ in terre come Viozene, come Upega, come Carnino, che si parla quel dialetto occitano, particolare, di cui spesso vi ho raccontato. Quella lingua mista di francese che và via, via disperdendosi. La lingua d’òc, la lingua provenzale, la lingua minoritaria dell’Italia Nord-Occidentale. E Viozene ne è una delle testimonianze più grandi e fervide. 1240 mt circa sul livello del mare, offre un’aria e u
n’acqua superate da poche in fatto di bontà; fredde, limpide, pungenti. E’ la meta preferita delle persone anziane che vogliono stare al fresco in estate e dei bambini, che devono rinforzare i loro bronchi e respiarre
la buona aria di neve per combattere bronchiti e pertossi in inverno. E perchè no, è la meta della pace e della quiete per le giovani coppie che vogliono tranquillità e, allo stesso tempo, conoscere e scoprire una natura mozzafiato; particolare, tipica di questo entroterra, a volte aspra, acerba, egoista a volte più generosa. E’ qui che si possono svolgere mille attività, dall’alpinismo alla mountain bike, dal rafting al trekking. E’ la terra delle Madonnine a bordo strada dentro a cappelle create a mano dai pellegrini fedeli. E’ una terra tipicamente simile alla mia. Ad arricchirne i confini, vere a proprie meraviglie al di là dei sentieri che portano al Mongioie. Il Canyon chiamato “Passo delle Fascette” di cui già vi avevo parlato e tutte le falesie che lo circondano. Il Parco Naturale dell’Alta Valle Pesio e Tanaro, nel quale gongola. I suoi ricchi patrimoni: faunistico
rappresentato da cervi, camosci, caprioli, aquile, galli forcelli ad esempio, e quello floreale, interpretato da abeti bianchi, larici, faggi, borsa del pastore, una bellissima erba di campo. Sono pochi i suoi abitanti
residenti, appena 43. Lui si popola solo in determinati periodi dell’anno divenendo, come dicevo prima, un vero e proprio rifugio per molti. Ed è la terra del muschio, delle mele e dei monti che all’imbrunire si stagliano contro il cielo color degli abissi. E’ un paese fresco dove ti può capitare di sentire cori che intonano vecchie canzoni o partecipare a “I racconti intorno al fuoco“, dove giovani signorine narrano, spesso accompagnate da un soave
strumento musicale, fiabe che raccontano di quei posti magici e misteriosi della terra brigasca, adatte a grandi e piccini. E’ il paese dei cortili recitanti davanti a casa, morbidi come un prato, i ciottoli per terra, il piccolo campo da petanque che mai può mancare e l’edera che si arrampica indisturbata sulle pareti esterne delle dimore. Il paese delle tegole rosse, degli insetti che svolazzano indisturbati, delle ciappe e dei sentieri. E del bosco. Il magnifico bosco tutt’intorno che finisce di botto. E dei piccoli
fiorellini gialli di genepy, dalle foglie verde chiaro, verde velluto. Il genepy è un tipico liquore che viene fatto in questa terra e prende il nome dalla pianta dalla quale si ricava e che riesce a nascere anche in zone davvero impervie, dal sapore buonissimo e inconfondibile, attraverso il quale, si può percepire tutto il gusto dell’alta montagna. E qui regnano felici e sazie anche indisturbate mucche, capre, pecore, cervi e addirittura scoiattoli. Ed è un piacere passeggiare per il paese e fare il loro incontro. Sono così carini! E così coraggiosi. Si avvicinano impavidi. E’ giusto.
Ogni animale dovrebbe essere sereno nell’avvicinarsi all’uomo e qui, accade. Spesso, al giungere della sera, è facile imbattersi nella nebbia, in quella ovattata atmosfera che cala piano, nonostante ci sia stata una tersa giornata di sole. Siamo davvero alti e le nubi, è come se scendessero per dar la buonanotte
alle montagne con un bacio, poi… vanno di nuovo via e mostrano un cielo nero dai mille puntini dorati, luccicanti e brillanti. Un cielo splendido come raramente ne ho visto. Nessun tipo di inquinamento luminoso, più nessuna foschia, solo stelle, tante stelle, una miriade di stelle
. E le casette in pietra tornano ad essere limpide, visibili, illuminate da fiochi lampioni giallognoli intorno ai quali svolazzano grandissime falene. Hanno una lingua arricciata lunghissima queste svolazzanti amiche. Non intendono allontanarsi dalla luce ma nemmeno dal succoso nettare dei lilium. Che buffe! Ma non stanno ferme un solo secondo. Riuscire a fotografarle è un’ardua impresa davvero. Tramano frenetiche. Stanno sospese in aria come dei colibrì. E per star qui a guardarle mi devo mettere il golfino. Alla sera,a cnhe in pieno agosto, non si può stare solo in maniche corte e le vecchine
, si mettono lo scialle sulle spalle oltre al golf pesante di cotone. Le vecchine che cuciono insieme nel giardino
di una di loro. I cani sono tutti liberi. ognuno di loro ha un padrone e alla sera se ne torna nella sua cuccia, ma di giorno è bello gironzolare, e nessuno può impedirglielo. Si conoscono tra di loro e sono tutti amici. Il problema arriva quando andate voi, con il vostro cane, legato educatamente al guinzaglio e, tutti loro, gli si avventano contro poco ospitali devo dire. Oh mamma! Le persone invece sono simpatiche e alla buona. Si trovano senza
difficoltà gentilezza e cordialità e tanta voglia di divertirsi. Si organizzano anche lotterie e mercatini pur di riuscirci. E il paese è in festa! Per non parlare dell’ottimo cibo! La cucina casalinga è di casa ed è un vero piacere per i nostri palati: sardenaira, coniglio alla ligure, frittata di erbette, fiori ripieni, insomma, da leccarsi i baffi. Dovreste provare.
Allora topi, che ne dite? Vi è piaciuto questo posto? Bene, ne sono contenta. E’ meraviglioso, potete credermi. E’ l’ideale per un soggiorno in cui si vuole solamente ritemprarsi un pò e non si chiede nulla di meglio, nulla di più. Io vi mando un bacione per ora ma vi aspetto per la prossima mini-vacanza! Un grande squit a tutti voi!
Poco più in là: Viozene
19 giu 2013 13 commenti
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La favola di Pinocchio raccontata da Pigmy
16 giu 2013 8 commenti
in Tane del Mondo Etichette: bambini, blog, canzone, Collodi, Emilio Greco, fata turchina, favola, Geppetto, giostre, Grillo Parlante, Johnny Dorelli, Mangiafuoco, monete, parco, Pinocchio, toscana, vacanza, zucchero filato
E oggi è giorno di puro divertimento topi! Oggi ci raccontiamo una bella favola! All’inizio di questa avventura virtuale, e stò
parlando di questo mio blog, avevo citato, solamente accennandolo, un luogo nel quale io e topomarito siamo stati, con famiglia al seguito, veramente bello e rivedendo quel povero e breve post, accompagnato da un’unica immagine, mi sono detta che forse, quel luogo incantato meritava di più e a voi, poteva sicuramente interessare. Quel vecchio articolo, di quasi due anni fa, l’ho cancellato (erano davvero due righe, pareva quasi non mi osassi a scrivere), ma
ho tenuto caro il commento della mia prima amica-follower (spero si scriva così) carissima topina di città, nonchè investigatrice, Miss Jessica Fletcher. Aggiungete “Dear” a questo nome e vi ritroverete catapultati in un bellissimo blog che racconta di Genova e di altre meraviglie, la quale mi confidava in quel commento, di aver risvegliato in lei un bellissimo ricordo di queand’era bambina. E’ stato questo che mi ha spronato a pensare che forse, anche a qualcun altro potevo far rivivere magiche giornate di un tempo oppure, far crescere la voglia di andarci. Perchè merita topini. Stò parlando del paese di Collodi e del meraviglioso mondo di Pinocchio e la sua favola, che si svolge in un parco, dove il divertimento è assicurato. E allora che ne dite? Volete venire con me? Partiamo. Di quel post, manterrò però il titolo che era:
A COLLODI, TRA UNA BUGIA E L’ALTRA
Là, dove il compagno di tutti i piccoli topini vive ancora beato nel parco a lui dedicato. Siamo a Collodi, un piccolissimo paesino
toscano aggrappato ad un altrettanto piccola collina. Oltre al suo parco stupendo, ricco di fiori, cigni e statue gigantesche, oltre alle sue stradine piene di botteghe e verde tutt’intorno,
esiste l’ambientazione del paese del giovane burattino. Sembra di essere davvero in una favola dove son concessi i giochi, gli scherzi e perchè no, anche qualche bugia. I negozi e le trattorie hanno tutti nomi tipo: “La bottega di Mangiafuoco” o “Trattoria Fata Turchina” e tutti i personaggi del racconto di Carlo Lorenzini, detto “Collodi”, vengono nominati: Geppetto, il Gatto e la Volpe, Lucignolo… Il parco giochi, adatto ai bambini ma stupendo anche per gli adulti, è un parco come quelli di una volta, ricco di idee davvero originali come ad esempio la scacchiera gigante, la balena che spruzza l’acqua, le miniature, i mosaici.
La maggior parte dei giochi è realizzata in legno per mantenere quel non so che di artigianale e di un tempo, inoltre Pinocchio era una marionetta e in quel luogo, che odora di bosco e di fiori, ti senti anche tu un burattino di legno. Ad ogni angolo ci sono statue in bronzo realizzate dallo scultore Emilio Greco che ti accompagnano per tutta la giornata raccontandoti anche loro la famosa fiaba. Sono stati posizionati anche dei registratori,
nascosti dal verde, dai quali esce il verso di alcuni uccelli e vari rumori della natura e pare proprio di essere immersi in un luogo incantato. Finalmente un posto nel quale mentre i piccoli giocano, i grandi topi possono rilassarsi un pò, sotto le fronde degli alberi, senza perderli di vista. E’ molto tranquillo, forse poco conosciuto o, più probabilmente, l’atmosfera che si respira, regala a tutti una dose di educazione e rispetto
da mantenere verso gli altri. Non aspettatevi infatti quei mega giardini, pieni di gente, con divertimenti mai visti, mega scivoli e giostre tecnologiche, niente di tutto questo. Sembra il parco giochi dei nostri nonni. Le siepi curate, il labirinto, la casa della fata turchina, il tesoro nascosto, le macchinine di latta e la fiaba
tridimensionale e meccanica che si muove a fatica affascinano anche gli adulti. Diversi erano anche i giochi dell’acqua che, arrivava a noi, tramite spruzzi improvvisi e inaspettati. La stessa grande balena, è immersa in uno stagno e, dalla sua testa, esce un getto potente di acqua fresca. Ci si può entrare dentro e sentirsi inghiottiti
come il povero Geppetto e il birichino Pinocchio. Si può entrare nel carro di Mangiafuoco e sentirsi mossi da fili oppure, si possono ascoltare i saggi consigli del Grillo Parlante. E ci sono i ciuchini, la capretta, i cattivi pensieri e le gioie finali. Ci sono gli insegnamenti e le ricompense. Ci sono stelle, le farfalle, i finti nasi di legno da m
ettersi con l’elastico e le monete d’oro da seminare. E, nella piccola boutique, troverete tutti giochini fatti in materiali naturali. Provate a considerarla una possibile vacanza. Sono sicura che vi divertirete un mondo mangiando zucchero filato e lecca-lecca di glassa dolce… oh no! Davvero! Non è una bugia! E ora topini, per finire in bellezza e sempre sognando, vorrei lasciarvi con una canzone a me molto, molto cara. S’intitola “Lettera a Pinocchio”, e quella che vi propongo è l’originale, cantata da Johnny Dorelli. Ebbene, a me invece, la cantava tutte le sere il mio papà quando mi metteva a nanna e, secondo me, è una canzone meravigliosa. Un bacione a tutti e buona vacanza!
Il Bunker di Sospel
14 giu 2013 18 commenti
in Tane del Mondo Etichette: ambulatorio, armi, brande, bunker, cappelli, centralino, cinema, corridoio, cucina, forte, fortificazione, Francia, Linea Maginot, militari, muffa, munizioni, ruggine, sacche, Saint-Roch, sala operatoria, Sospel, truppe tedesche, turche, umido
Mettetev
i la giacca a vento topini. Si lo so che fa caldo ma dove vi porto oggi tanto caldo non fa. Andiamo in un posto ricco di storia, di testimonianze e umidità.
Un luogo che fa venire i brividi in tutti i sensi. Andiamo nel bellissimo paesino di Sospel, un tempo Sospello, situato nel dipartimento delle Alpi Marittime. Un tempo italiano, Sospel si trova proprio sul confine francese, sopra Olivetta San Michele che a sua volta è dietro la città di Ventimiglia. Anche lui merita un post tutto suo prima o poi. Qui si parla il montenasco, il dialetto di Mentone, un misto tra ligure e occitano e, sempre
qui, si trova una delle costruzioni più incredibili della nostra storia passata. Un bunker preservato in ottimo stato appartenente alla Linea Maginot che si estendeva dal Mar del Nord al Mar Mediterraneo. Le prime fortezze furono costruite nelle Alpi Marittime e Fort Saint-Roch fu costruito tra il 1930 e il 1934 per proteggere Sospel. Pensate topi, solo quattro anni per creare ciò che vi mostrerò oggi. Sin da quel tempo, Sospel si trova al centro del dispositivo di difesa dello Stato Maggiore Francese. E tutto ciò che vedrete è l’originale. Tutte quelle stanze, le attrezzature, le armi, la ruggine, l’uso
, sono le reali condizioni in cui, durante la seconda guerra mondiale hanno vissuto i soldati francesi prima e tedeschi poi. Tutto è rimasto come un tempo. Noterete solo, al posto di vere persone, dei manichini che sono stati messi a dimostrazione di come un tempo si viveva e si lavorava all’interno di questa fortezza, vestiti con le divise originali dell’epoca e con tanto di gradi. C’era infatti il militare medico, il comandante
, il militare cuoco, il militare addetto alle caldaie e agli impianti elettrici, il centralinista, il cecchino, il generale. Il tutto a 12-15 gradi di temperatura e con un tasso di umidità costante del 75%. E allora preparatevi
, stiamo per entrare. La grossa porta davanti a noi, un vero e proprio ponte levatoio, si apre e dal calore esterno, ci sembra di entrare in un frigorifero. Per chi soffre di claustrofobia non è il luogo più adatto per chi invece è affascinato dal passato, da qui, non vorrà più venir via. L’odore che ci punge il naso è quello di umido, di muffa. E’ stagnante ma il fresco, ci permette di farci fare presto l’abitudine. Tutto è di cemento e ferro, ogni cosa che si tocca, produce un forte “dleng!”. Devo essere sincera. Rimango incredula
, allibita. E’ affascinante. Nelle cucine, la prima stanza in cui si entra, ci sono ancora addirittura le pentole e la lavagna sulla quale si scrivevano le pietanze della mensa. Un lavandino, in pietra. Dai vecchi rubinetti, cola del liquido arancione arrugginito. Di fronte alle cucine, la stanza dei macchinari, sarà una sensazione ma la ventola produce un rumore così forte che sembra di essere
ancora in guerra. Ciò che attrae e spaventa anche un pò però è il lunghissimo e buio corridoio che si prospetta davanti a noi e del quale non se ne vede la fine. Buio, che poi buio non è, ma le fioche luci, si notano solo dopo una leggera curva, poi, tutto dritto, fino… boh, non lo so fin dove. Il flash della mia macchina fotografica non arriva a tanto. Lo vedete? Per terra dei freddi binari. Erano i binari dei carri. Carri che sembravano i carri delle miniere. Servivano per trasportare le attrezzature pesanti, i grandi proiettili delle grandi mitragliatrici fisse o dei cannoni. A condurre alcuni di questi carri un soldato. Si, potevano trasportare anche le persone, soprattutto su dalla ripida scalinata, e si topi perchè
poi scenderemo, scenderemo fin giù sotto terra, non so nemmeno io di quanto. Le tubature, in alcuni punti, sono rifasciate da un materiale che sembra carta stagnola e intorno, altre entrate annunciano i vari locali. I bagni, deprimenti. Delle vecchie turche. Non so in quanti soldati vivevano li ma di urinatoi/turche ne ho contate cinque. Solo cinque. Le altre due porte i
n lamiera portano invece a delle docce e un gocciolio perpetuo fa impressione. Oltre i bagni le camerate: i soldati semplici, dorm
ivano tutti insieme nei dormitori che contenevano parecchi letti e alcuni anche a castello, il comandante aveva invece una stanza tutta sua, con il comodino per giunta. Attaccata ad ogni lettino, dalla testiera anch’essa in ferro come la maggior parte delle cose lì dentro, una borraccia in pelle, un cappello di riconoscimento e una sacca come porta-oggetti e anche porta-armi presumo. Si era costantemente pronti alla battaglia. E’ vicino ai dormitor
i che c’è una camera nella quale si può notare come si decidevano le operazioni di attacco o di difesa e, attraverso le radio e i telefoni, alcuni a circuito esterno altri interno, si facevano conoscere a tutta la truppa. Si era una grande squadra, un’unica grande squadra, questo è quello che trapela ancora da questo luogo ormai da anni disabitato. Non posso fare a meno di immaginarmi al posto di quegli uomini
qui, davanti a questo lavatoio, a lavarmi i denti o qui, seduta a questa scrivania a scrivere una lettera alle persone care e mi vengono i brividi poi, un locale particolare mi incuriosisce molto. E’ l’infermeria e non è solo u
n’infermeria: è una vera e propria sala operatoria che funzionava anche da semplice ambulatorio. Mette i brividi. Sugli scaffali, ordinati, tutti gli attrezzi del mestiere, senza pietà, in bella vista. In fondo, la realtà era quella. Bisturi, ganci, aghi, coltelli, pinze, garze, lacci, tutto mi dipinge un’espressione seria sul viso. Guardo quella branda lurida ormai. Eppure qualcuno c’è stato lì sopra. Immagino il vero medico al posto del pupazzo in lattice, è incredibile, mi sembra di sent
ire l’affanno del militare ferito che non può e non vuole urlare mentre l’etere, o il cloroformio, s’impossessano di lui. Ci sarà stato almeno un modo per anestetizzare? Mah, non ci voglio pensare. La cabina di comando è invece piena di roba. Ognuno aveva una scrivania personale, un telefono, un notes e tutti dei bottoni da cliccare. Non ci si
capisce nulla. Solo su alcuni altoparlanti ci sono dei bottoni che riportano la scritta “ecoutè” e “start“. Delle agende, riportano dei conti. Sfido
chiunque a comprenderne il significato ma sembrano le quantità delle munizioni e del cibo. Può essere. Dentro a delle bacheche in vetro, dei cimeli preziosissimi: passaporti, documenti, tesserini che riportano i dati anagrafici di chi ha vissuto lì e posso vedere anche qualche viso in vecchie foto color seppia. Il ver
de militare è ovunque e poi bandiere, cappelli, svastiche, medaglie, proiettili da qualsiasi parte io mi giri. A prendere tutta una parete, oltre alle solite armi da portata come pistole e fucil
i, l’ala intera di un particolare aeroplano, completamente devastata dai proiettili e staccata dalla matrice. E qui si scende, si va giù grazie ad una scala che porta a un cinema dove dei filmini dimostrano in bianco e nero come si viveva in quel tempo.
Dai lati di questo posto si può andare sia a destra sia a sinistra, nel centro delle grosse munizioni ben stipate dentro a delle gabbie. Delle piccole e strette scalette, da ambedue le parti, mandano alle torrette
di appostamento dove, comodamente seduti, si poteva sparare al nemico vedendolo arrivare attraverso delle feritoie. Fa ancora più freddo. Sopra le nostre teste, non potevamo vederlo ma c’era il prato, il prato della Provenza, quella magnifica distesa di lavanda e origano
che incontriamo spesso nella mia entroterra. Questo, se si potesse sorvolare con un aereo. Si sarebbe visto solo una gran meraviglia ma sotto, tutto era ben diverso. Quella montagna dentro era un Gruviera. Dal cinema intanto continuano a provenire i rumori soffocati e lontani dei bombardamenti aerei e degli spari dei fucili. Siamo nelle campane di questa casamatta e mi accorgo che davvero nessuno può vederci. Siamo in una delle prime fortificazioni della Linea Maginot, un compless
o integrato di opere militari che il Ministro francese, Andrè Maginot, obbligò a costruire su tutto il confine Est della Francia e, la cosa straordinaria, è che queste mega strutture, distanziano da loro di 5 km circa ma all’interno, sono tutte collegate. Incredibile. Non possiamo passare alla prossima. Dei pesanti portoni blindati ce lo vietano anche perchè non tutte sono mantenute bene come questa che, per 5.00 euro, si può visitare per
tutto il tempo che si desidera. Costruzioni da record e vennero fatte in soli 12 anni. In Alsazia, l’opera di Schoenenbourg, pare essere la più grande di tutte. Alcune,
sono sotto il Demanio francese e quindi visitabili come questa, altre invece appartengono ancora al territorio militare percui, è impossibile accedervi. Scendo dal mortaio 81 mm, mi ci ero arrampicata per vedere fuori: il bosco, gli uccellini, il cielo azzurro, c’era aria di buono la fuori, c’era il sole. A questo punto, posso tornare indietro. Via da quel cemento e quell’acciaio. Ripercorro all’indietro tutti quei metri e continuo. Mi ci è voluto quasi un intero pomeriggio per godere di questa avventura. Sono rim
asta meravigliata e ho tante emozioni contrastanti. Qui, in questo bunker che doveva proteggere i francesi, hanno poi preso piede le forze militari tedesche Wehrmacht. Qui, in un luogo che mi fa sentire fredda e appiccicaticcia, ho potuto vedere molte cose e ne sono stata contenta. Ora però, ho voglia di sole, di caldo, di aria sana. Esco e il vecchio custode
mi saluta senza quasi nemmeno alzare lo sguardo. E’ intento nella lettura di un fumetto pare. E allora topi, che ne dite? E’ un luogo comunque interessante, una tana particolare. Basta cunicoli per un pò però. Vi mando un bacio e vi aspetto per il prossimo tour. La vostra Pigmy.
Mondi in miniatura
13 giu 2013 23 commenti
in La mia Valle Etichette: favole, fiorellini, folletti, gnomi, meraviglia, miniature, mondi, muschio, valle, Viola
Questi minuscoli fiori, quel piccolo, quasi invisibile muschio, quelle foglie piccine mi affascinano. Mi sembra il mondo degli gnomi. Un mondo che si lascia accarezzare. Umido. Che ti solletica il palmo della mano. Che si piega e poi ritorna su, ambizioso, curioso, fiero, vivace. Di un bel verde fosforescente, di un verde acido, di un verde più scuro. E’ il
paesaggio dei minuscoli folletti. Può sembrare una foresta per loro, in realtà vi dico, i fiorellini viola/fucsia che potete vedere in queste immagini, sono grandi come una moneta da 1 centesimo… Guardate gli aghi di pino, sembrano liane nei loro confronti. E quel muschio; miscroscopiche stelline tante quante quelle nel cielo. Una giungla per quegli esserini che
nemmeno vediamo, che nulla sappiamo sulla loro esistenza. Un prato, ricco di magia, di vita. Una meraviglia. Semplicemente una meraviglia che volevo condividere con voi. Che mi ha fatto ampliare le foto per voi. Favole, favole di
mondi in miniatura ma infiniti. Anche questa è la mia valle topini e in alcuni angoli di essa, questa è la vita che vi si svolge. Tutto è rigoglioso. Quelle poche foglie secche sono solo appoggiate, pronte per essere spazzate via dal primo lieve venticello e lasciare così il posto a quella nuova, calda stagione. Tutto è pronto e sembra di sentirlo cantare dalla gioia. Possibile tanta perfezione in una cosa così piccola? Si. E mi lascia senza fiato. Che stà li, a terra, e si lascia baciare dal sole.
Un mondo in miniatura che non ha bisogno di niente. Un habitat eccezionale che si automantiene in perfette condizioni. Che non possiamo far altro che invidiare. Spero vi sia piaciuto questo magico luogo nel quale vi ho portato oggi, e sono sicura che anche voi ne sapete riconoscere l’immenso, incredibile, incantevole capolavoro. Per me è così. Topobaci.
Fata Morgana e il suo mistero
12 giu 2013 14 commenti
in La mia Valle Etichette: amico, atmosfera, birdwatching, Corsica, Fata Morgana, foto, Franco, miraggio, mistero, monti, profilo, reportage, testimonianze, uccelli, Valle Argentina
Oggi topetti parleremo (nuovamente) e ammireremo, un fenomeno particolare del quale vi avevo raccontato già tempo fa qui
http://latopinadellavalleargentina.wordpr
ess.com/2013/01/18/il-miraggio-di-fata-morgana/ (se cliccando non esce nulla andatelo a cercare nel post del 18 gennaio 2013, sono un’imbranata abbiate pazienza!). Andatevelo a leggere così capirete meglio. Oggi però, ho la possibilità di documentare ancor di più, questo fantastico miraggio grazie al mio amico Franco, che mi ha permesso di postare le sue stupende foto. Franco è un abitante della Valle Argentina come me e, come me, ama la natura e tutto quello che ci circonda. Come avrete letto nel vecchio post, si tratta di un miraggio, in cui si vedono luoghi inesistenti o che è impossibile siano lì. Ma non è così semplice. Questo fenomeno, prende il nome dalla leggenda celtica sulla Fata Morgana
che, per non rimanere sola, attirava a se’, con l’inganno, marinai e condottieri facendo vedere loro luoghi paradisiaci nei quali ritemprarsi. Ed è un vero spettacolo. Oggi, voglio raccontarvi questa storia attraverso gli occhi di Franco. Attraverso le sue sensazioni e le sue emozioni perchè, dovete credermi topi, questo è un incanto che lascia senza fiato. Franco è un artigiano edile con la passione della fotografia (non vedo l’ora di postarvi qualche altra sua incredibile foto). Si occupa di ristrutturare i vecchi casoni di campagna, i ruderi tipici della mia zona, che amo tantissimo. La passione del scattare immagini, lo ha portato a occuparsi, ormai da molti anni, di fotografia prevalentemente naturalistica e birdwatching (per chi non lo sapesse, il birdwatching è
un hobby inerente all’osservazione e allo studio degli uccelli in natura. È sinonimo del termine birding, usato in America e che comprende, oltre all’osservazione, anche l’ascolto e il riconoscimento dei canti, nonchè del territorio). Ed è stato proprio camminando, perlustrando le nostre zone, vivendo questa natura generosa, che Franco, si è imbattuto spesso in questo fenomeno cogliendo delle testimonianze che mi hanno affascinato moltissimo. Come tutti saprete, e soprattutto noi Liguri ne siamo i più grandi spettatori, sull’orizzonte del nostro mare, il profilo della Corsica si può scorgere regolarmente durante
le terse giornate invernali. Prevalentemente al mattino. E ogni volta, tutto ciò, è un disegno magico. Un disegno così magico, da sembrare, non sempre, ma a volte, forse anche un pò troppo perfetto e perchè no… forse un pò troppo magico. Ma andiamo con calma. Mi racconta quindi Franco che, per molti anni, insieme ad alcuni suoi amici, ha cercato di trovare una
spiegazione attendibile su tale fenomeno senza mai però, averne una certezza sicura. Sostanzialmente le ipotesi erano due: c’era chi diceva che l’immagine era reale perché la curvatura terrestre in relazione alla distanza che ci separa dalla Corsica (180 km circa), non è sufficiente per nascondere completamente il profilo dell’isola, ma è altresì vero che, a questa distanza, i bassi strati dell’atmosfera, non ne permetterebbero una visione così limpida. La seconda ipotesi, che ora sappiamo
essere quella più corretta, era quella del miraggio ma, gli strumenti per poterlo dimostrare (pubblicazioni, libri, etc.) erano difficilmente reperibili. Poi, finalmente è arrivato internet e tutto è stato chiarito. Ora sappiamo che, questo fenomeno, si chiama miraggio superiore, esso ci permette di vedere oggetti che stanno oltre la linea dell’orizzonte. Insomma c’è Corsica e Corsica. C’è anche la Corsica che ci viene riflessa. Che si specchia nell’atmosfera e bellissima, si mostra a
noi con le sue curve montuose. Il miraggio superiore si verifica in particolari condizioni atmosferiche che coincidono sempre con una elevata trasparenza dell’aria, motivo per il quale, i sostenitori dell’immagine reale, giustificavano la loro teoria. Ma Fata Morgana è ancora un’altra storia. Franco continua il suo racconto: -Innanzitutto, a differenza del miraggio superiore al quale ero abituato, si tratta di un miraggio multlipo, dovuto ad un’ irregolare distribuzione dell’indice di rifrazione mentre, nel miraggio superiore l’indice di rifrazione assume un valore ben definito -. Un miraggio
potenziato praticamente. Potete immaginarne la meraviglia? L’emozione è fortissima, la si percepisce negli occhi di chi l’ha conosciuta e oggi, ce lo può raccontare. E Franco, è felice di aver potuto condividere questa emozione con il suo amico Gino, che gli ha confermato di vedere egli stesso quel che vedeva lui. Dinnanzi a loro, in una visione
panoramica che le foto non possono rendere spettacolare com’era, all’orizzonte, e al di sopra delle nuvole, si ergeva questa specie di barriera che oltre ad essere di una bellezza disarmante, era cangiante nel tempo (questo è tipico nel miraggio multlipo). – Il fenomeno è durato molto tempo (almeno due ore) e, spostando lo sguardo verso Ovest, ci siamo accorti che il fenomeno interessava
anche le montagne al confine con la Francia, forse il Monte Grammondo (1.378 mt) -. Il nome “Fata Morgana” ha sempre suscitato in Franco un qualcosa avvolto da mistero che evoca visioni leggendarie ma, ha potuto constatare che in effetti, si tratta di qualcosa di reale o “quasi”. Un fascino, a prescindere. E adesso, cari topi, dopo questa interessantissima spiegazione, eccovi la descrizione delle immagini che ho postato partendo dall’alto. Allora, la prima e la terza, tutte e due con lo sfondo rosso del cielo, sono state scattate il 09/12/2012 e ripropongono il profilo reale della Corsica.
Esse, sono state scattate dal Monte Ceppo e dalla Valle Oxentina (se qui nel mio blog, in search, scrivete questi nomi, vi verranno fuori miei articoli inerenti a questi luoghi). La seconda, quella con la neve sulle montagne, è invece stata scattata dal Monte Faudo nel 1993. A scendere, dalla quarta foto fino alla nona, eccovi invece il fenomeno denominato Fata Morgana e potete vedere come esso sia cangiante nel tempo. Nella decima foto infatti, ecco che inizia a distinguersi il profilo reale della Corsica nel momento in cui il fenomeno inizia a scemare
. Infine, le ultime due foto, dimostrano le nuvole e le montagne francesi anch’esse interessate da tale fenomeno. Bhè topi, io non ho parole, un reportage senza precedenti, cosa ne dite? Curioso, molto curioso a mio parere. A questo punto, a me non resta altro che ringraziare infinitamente Franco e complimentarmi con lui, per le immagini dettagliate e la ricca spiegazione che mi ha fornito e che ho potuto raccontare a voi; e, sempre a voi, mando un bacione affettuoso… e reale! Giurin, giurella!
Foto di Franco Bianchi.
Indi a Ponente / Indi… e Ponente
11 giu 2013 21 commenti
in Caro squit Etichette: agosto, aiuto, Banca Carige, Blastema, Cervo, collabora, festival, Indieisponente, musica, offerta, rock, sito, sponsor
15 – 16 – 17 di Agosto a CERVO LIGURE
…e abbiamo anche bisogno di voi!
Sarà una delle manifestazioni musicali di spicco dell’estate rivierasca: stiamo parlando di INDIEisPONENTE, festival dedicato alla musica indipendente giunto alla seconda edizione che già qui, l’anno scorso, vi avevo fatto conoscere http://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2012/07/13/indieisponente/
Dopo aver lanciato l’edizione “numero zero” ad agosto 2012, l’organizzazione triplica e mette in programma tre serate, tutte a base di musica “indie” (da Indipendente), tutte di qualità, tutte ambientate in uno dei “borghi più belli d’Italia”, noto al grande pubblico per il Festival di Musica da Camera e per altre chicche di musica “più seria”. INDIEisPONENTE è anche un portale internet ricco di recensioni sulle realtà emergenti del Nord Ovest e sulle principali novità della scena “off” italiana. Affiancato da una presenza notevole sui social media, con canali ricchi di spunti, foto, video, interviste ai protagonisti e ai musicisti. Una realtà che ha già raccolto consensi e visibilità sui principali media italiani, non solo quelli prettamente settoriali. INDIEisPONENTE, affiancata da media partner come La Stampa, Radio Babboleo (principale emittente radio ligure), Radio Onda Ligure, Mentelocale, Made in Italy Web TV e poi una serie di webzine – ossia riviste on line a tema – come Plindo, RockGarage, RockShock, Shiver, Sounday Music e tanti altri… INDIEisPONENTE fa parte della cosiddetta Carovana dei Festival, che riunisce gli eventi “indie” più importanti del Nord Ovest italiano e che animeranno le sere e le notti estive fino a settembre 2013. Una realtà davvero unica per la Liguria ed in particolar modo per il Ponente ligure, non così sensibile alla cultura in genere e a maggior ragione a quella “indie” e alternativa. Un Festival che ha bisogno, per sopravvivere e crescere, dell’aiuto di sponsor grandi e piccoli e anche di semplici fiancheggiatori. Un’occasione per fare musica e aggregazione giovanile in modo unico, fresco, particolare… ed anche – per le aziende interessate – per raggiungere un target ben preciso e una visibilità ormai pienamente “nazionale”. Le modalità di sponsorizzazione sono molteplici, si va dal Main Sponsor al Top fino al semplice Sponsor: si parte da cifre importanti per scendere a cifre assolutamente abbordabili ma che permettono già una certa visibilità. E’ in ogni caso importante fare qualcosa per INDIEisPONENTE, per far sì che le canzoni del Festival dei Fiori non siano le uniche a trovar posto e terreno fertile nella nostra bella Liguria… E a INDIEisPONENTE ci sarò anch’io! Allora topi dai, fate anche solo un’offerta lasciando il vostro nome, se vi và (la cifra sarà ovviamente segreta), e verrete ringraziati a dovere. E anche grazie a voi, questa manifestazione culturale avrà luogo. Potete farlo usando queste coordinate bancarie:
Studio Vacuo – IBAN IT 88 O061 7510 5020 0000 0259 280 , Banca CARIGE
Inserire causale “contributo per INDIEisPONENTE 2013”
E se per caso vi andasse di collaborare, leggete attentamente queste righe:
“Se non hai niente da fare dal tra il 6 e il 12 agosto (e anche un pò oltre) e vuoi vivere l’INDIEisPONENTE a 360 gradi puoi contattarci e entrare a far parte dello staff. Inviaci una mail con oggetto “COLLABORA” a info@indieisponente.com.
Cosa e Quando?
Quello che dobbiamo fare e che aiuto ci serve…
Allestimento e smontaggio (dal 13/08 al 15/08 e dal 17/08 al 19/08) – Bassa manovalanza
Festival (dal 15/08 al 17/08) – Gestione stand ingresso – Palco – Gestione area stand – Pulizia
Nella mail è necessario specificare i giorni di disponibilità. Le richieste devono pervenire entro e non oltre il 30 Luglio 2013.
NB: Chi lavora all’INDIEisPONENTE è un volontario, non percepisce stipendio e mette a disposizione gratuitamente parte del suo tempo. Il volontario deve essere maggiorenne.
Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito http://www.indieisponente.com
Fai qualcosa anche tu!
Un bacione topetti e grazie anticipatamente!!!
La Levatrice: quando si partoriva tra malocchi e scaramanzie
10 giu 2013 24 commenti
in Caro squit Etichette: documenti, gatti, Hansel e Gretel, levatrice, libro, malocchio, Massimo Centini, mesi, misteri, nato, spiriti maligni, streghe, supertizioni, zia
E oggi topi cari voglio farvi fare un salto nel passato e farvi conoscere una figura che oggi, possiamo dire, non esiste più: la levatrice. L’idea mi è nata quando topomarito mi ha regalato l’interessantissimo libro di Massimo Centini “Medicina e Magia Popolare
in Liguria – un viaggio tra i misteri, i riti e le credenze della tradizione popolare” che, a tutti voi, consiglio di leggere. Arrivando al capitolo dedicato alla venuta al mondo e alle bizzarre (alcune) usanze della levatrice e di tutto il popolo di quel tempo, mi sono ricordata di avere qua e là sparsi, in qualche cassetto, documenti curiosi e interessanti. E lei, la levatrice, l’ostetrica di ieri, era la protagonista di questo importantissimo evento. E chissà perchè, quest’evento, la tradizione spesso vuole contornarlo di misteri e strane usanze. Così come la stessa gestante. Mi raccontava la mia topo-zia (le sue parole sono le testimonianze più care che custodisco gelosamente) che un tempo, qui nella mia valle, una donna incinta non doveva più uscire dopo il suono delle campane che intonavano l’Ave Maria perchè gli spiriti maligni avrebbero potuto portare malformazioni o addirittura uccidere il nascituro che era all’interno del grembo materno. Oppure che, incinte, si doveva andare a piedi fino alla statua della Madonna del proprio paese, portando una manciata di sale; solo così il figlio avrebbe avuto “il sale in zucca”. Ovviamente per chi quel figlio lo voleva. In caso contrario, bisognava mangiare del gran prezzemolo (con potere abortivo) e soprattutto, scaraventarsi giù dalle scale facendo più ruzzoloni possibili. E sfortunato il poveretto qualora fosse nato di venerdì! Il giorno in cui è morto Gesù Cristo; avrebbe avuto una vita infelice di sicuro e, nel cercare di render meno le sue sicure disgrazie, lo si immergeva nell’olio d’oliva con l’intento di far scivolare tutti gli esseri maligni che, appena uscito, l’avrebbero attaccato per fargli vivere un’esistenza infernale. Riesco a mettere insieme un pò i pezzi di questi vecchi ricordi ma anche volumi ritrovati e diari e, facendomi aiutare da enciclopedie e rete, capisco che la levatrice era davvero di fondamentale importanza. Ebbene si perchè a lei, non si chiedeva solo di “tirar fuori” letteralmente il pargolo ma, avrebbe dovuto accompagnare la donna gravida, durante tutta la dolce attesa per poter dare i suoi sani consigli e soprattutto combattere nel difenderla contro superstizioni che portavano a riti e credenze davvero bislacche. Che nessuno me ne voglia ma, la sapete quella dei dodici mesi? Chi nasce a gennaio, a febbraio, a marzo… Ok ve la dico ma non offendetevi che non l’ho inventata io e non conosco tutti i mesi dell’anno. Allora:
Quelli nati a gennaio saranno freddi come freddo è l’inverno.
Quelli nati a marzo saranno volubili perchè marzo è il mese dei pazzi. (ma perchè?!)
Quelli nati a settembre saranno inquieti perchè settembre è il mese delle vespe. (credevo fosse maggio)
Quelli nati a dicembre sono santificati perchè sono nati nel mese di Gesù.
Il sacro, il religioso, potete vedere come ha sempre influenzato molto queste credenze. Topini vi posso dire che le mie più grandi
amiche sono nate a marzo così come mio padre! Bhè ma infatti non sono così normali… scherzavo!!! Andiamo avanti e, se riusciamo, sfatiamo qualche mito. Era la levatrice che doveva impedire alla quasi mamma di indossare collane (questa è recente perchè la dicevano anche a me, 12 anni fa, quando aspettavo topino), avrebbero fatto nascere il bambino con il cordone ombelicale intorno al collo. Doveva lei, senza pietà, legare le mani della giovane madre in caso di voglie. Legargliele bene, dietro alla testa. I famosi angiomi, erano scambiati per esigenze di alimenti che la madre non era riuscita a soddisfare durante la gravidanza e, si era grattata la parte in cui si presentava la macchia sul corpo del neonato. E, sempre lei, doveva spegnere le candele al momento della -buonanotte-. Fuoco era uguale a Diavolo e non dovevano quei fumi entrare nelle nari della futura partoriente. E la povera levatrice non doveva occuparsi solo della gestante ma, una volta fatto nascere il piccolo, doveva occuparsi di lui e della sua mamma. Il lavoro si duplicava praticamente. E qui iniziava per lei il duro lavoro nel quale, capace e impavida, senza pensarci su due volte, con l’unghia lunga del pollice destro, doveva recidere il filetto sotto la lingua del piccolo piangente (che doveva poi essere “abbandonato” a piangere, in quanto piangendo, avrebbe dilatato polmoni e torace e da grande, avrebbe avuto una bella voce) per non farlo rimanere muto e da qui, iniziava tutta una serie di processi contro folletti, gnomi cattivi e streghe, le nostre famose bazue. Nessuno doveva far del male a quella creatura. Una lista davvero infinita e fantastica e, chi più ne ha più ne metta, mi vien da dire. Mi piacerebbe lasciarvi la parola. Ad esempio, leggo in questo splendido libro che venivano allontanati i gatti in val Graveglia (devo andare a vivere lì!) perchè si sarebbero mangiati la placenta e questo avrebbe portato sfortuna. La placenta andava sotterata per rendere la terra, Madre Terra, ancora più fertile. E sempre topo-zia mi racconta delle piccole fronti cosparse di olio e sale per sconfiggere colui che aveva mandato il malocchio. Non esistevano le coliche amici topi; era malocchio, punto e basta. Al collo del piccolo si metteva un amuleto (pericolosissimo a mio avviso) perchè nessuno potesse morderlo sul collo. Il collo era attraversato dalla carotide, un’arteria nella quale passava la “vita”. Un deterrente come l’aglio o il peperoncino vicino alla culla e via, si potevano fare sonni tranquilli. I più fortunati inoltre erano i maschi che meritavano, secondo l’usanza, più protezione rispetto alla femmina. E quante potrei dirvene vivendo accanto al paese delle streghe (Triora). Oh si, le streghe che rapivano i neonati per donarli in sacrificio al loro Principe, o quelli che, come Hansel e Gretel, dovevano diventare grandi e pasciuti per essere mangiati, e i bambini maschi, portati via per divenire un giorno ottimi amanti o esche per giovani donzelle. E sempre in riferimento alle streghe, guai se qualcuno nasceva con i capelli rossi! Si dice che alcuni neonati vennero addirittura uccisi a causa del colore dei capelli. – De pè russu mancu a vacca! – mi hanno sempre detto. (Di pelo rosso nemmeno la mucca = Fa il latte cattivo. Figuriamoci una persona. E le donne rosse si sa, erano le mogli di Satana). Quante superstizioni vero? Quante credenze… C’è da meravigliarsi e da sorridere ma io, non farei la levatrice dovessi rinascere in quei tempi, di un tempo che fu. Bacetti magici topini!
Immagini prese da gsr-roma.com e ilpalio.org
I’m yours
08 giu 2013 13 commenti
in Famiglia di topi Etichette: allegria, bongo, canzone, chitarra, I'm yours, Jason Mraz, Mr. Token, sono tuo
Buongiorno topi! Oh si, è così che mi sveglio al mattino. E’ bella, mi mette allegria e soprattutto me l’ha dedicata topomarito (tra le tante ih!ih!ih!) e me la canta anche!
Questa è una versione che mi piace moltissimo. Solo chitarra e bongo con Mr. Token, forse meno “allegra” di quella che tutti conosciamo, ma posso assicurarvi che i due, sanno tenere bene il palco. E per tutti quelli che, come me, conoscono solo l’italiano (e il dialetto al massimo), vi porgo qua sotto una traduzione trovata che spero sia giusta!
Ciao Topini, felice giornata e buon week end! A voi, Jason Mraz.
I’m yours – Sono tuo
Beh, mi hai fregato e tu pensi
che io l’abbia presa male
ho provato ad esser freddo ma
tu sei così caliente che mi sono sciolto
sono caduto attraverso le crepe
ma ora sto cercando di ritornare indietro
prima che la recente fregatura esca fuori
io darò la mia miglior prova
niente mi fermerà tranne l’intervento divino
so che è il mio turno per vincere o imparare qualcosa
io non esiterò più, non più
non posso aspettare, sono tuo
apri bene la tua mente e osserva come me
libera i tuoi programmi e dannazione, tu sarai libera
guarda nel tuo cuore e troverai amore
ascolta la musica del momento
le persone ballano e cantano
siamo una grande famiglia
è il tuo diritto dimenticato da Dio
essere amato
quindi non esiterò più, non più
non posso aspettare, sono sicuro
non cè bisogno di complicare le cose
abbiamo poco tempo
è il nostro destino, sono tuo
ho passato troppo tempo controllando
la mia lingua allo specchio
e andando su e giù per vedere più chiaramente
il mio respiro appannava il vetro
così ho disegnato un nuovo volto e ho riso
penso che per quello che sto dicendo
non ci sia una ragione migliore
per sbarazzarsi della vanità e
andare solamente avanti nelle stagioni
è quello che cerchiamo di fare
il nostro nome è la nostra virtù
non esiterò più, non più
non posso aspettare, sono sicuro
non cè bisogno di complicare le cose
abbiamo poco tempo
è il nostro destino, sono tuo
beh no, beh apri bene la tua mente e osserva come me
libera i tuoi programmi e dannazione tu sarai libero
guarda nel tuo cuore e troverai amore
ascolta la musica del momento, vieni e balla con me
l’unica grande famiglia, la famiglia felice
è il tuo diritto dimenticato da Dio
essere amato, amore amore
non esiterò più, non più
non più, non più
è il tuo diritto dimenticato da Dio
essere amato, sono sicuro
non cè bisogno di complicare le cose
abbiamo poco tempo
è il nostro destino, sono tuo
no, non esiterò più, non più
non posso aspettare, sono sicuro
non cè bisogno di complicare le cose
abbiamo poco tempo
è il nostro destino, sono tuo, sono tuo
video di msy2e
Fiore o uccello? Strelizia o Sterlizia?
07 giu 2013 21 commenti
in Pigmy e le piante Etichette: africa, fiore, Inghilterra, L'incompreso, natura, pittori, Re Giorgio III, Sofia, Strelitzia, uccello, upupa
Dedico questo post a Sofia, la gattina che tutti voi avete conosciuto
http://latopinadellavalleargentina.wordpress.com/2013/04/22/una-micia-in-cerca-daiuto-sofia/
e amato, anche solo per un attimo, qualche tempo fa. “Oggi Sofia è diventata un angelo“, questo è il messaggio che ho ricevuto. La malattia della quale soffriva ha avuto la meglio su di lei e io, voglio ricordarla così, parlando di questo bellissimo fiore. Sapevo che prima o poi qualcuno mi avrebbe chiesto se quella micia aveva finalmente trovato casa.
La Strelizia o Sterlizia… In
realtà il suo vero nome è Strelitzia Aiton ma ognuno la chiama un pò come vuole, va sempre bene. E’ originaria dell’Africa e dei paesi tropicali ma ad oggi, ha la capacità di nascere e crescere veramente ovunque. Ne ho visto molte, ahimè, anche vicino ai cassonetti dell’immondizia e stavano lì, con le foglie sporche e impolverate di smog,
bordo strada, come se nulla fosse. In realtà Strelizia, come piace chiamarla a me, è un fiore bellissimo. Guardatela… mi ricorda un’upupa, o un meraviglioso e presuntuoso galletto. Con la sua cresta arancione e il becco blu. Come fa quel petalo a saper di dover nascere blu e non come gli altri secondo voi?
E di un bel blu acceso per giunta! E a contenerlo il calice verde dai bordi rossi, un calice allungato. Qui da noi, in Liguria, è reputato così gradevole da essere un fiore venduto in parecchie occasioni. Ne abbiamo una grande esportazione soprattutto reciso e messo in grossi mazzi. Ma questo fiore non è utile solo al
commercio, la sua bellezza, l’ha portato sino a noi, e precisamente nei giardini Hembury, qui a Ventimiglia, la prima volta in Italia, e fu subito amato e apprezzato da stilisti e pittori che iniziarono a rendergli omaggio su tele colorate. Famoso è il quadro di Man Ray intitolato “L’incompreso” ad esempio. Questo fiore, simile alla cresta di un uccello, in Inghilterra viene appunto chiamato “Uccello del Paradiso” o “Lingua di Uccello”. Si dice che abbia
questa forma (non originale come la Strelizia nata in Africa) grazie ai coltivatori che la trasformarono un pò in onore della Regina Carlotta Sofia Mecklemburgh-Strelitz, consorte proprio di Re Giorgio III d’Inghilterra. Per la sua bellezza, il suo carattere decorativo e imponente, è il simbolo della nobiltà e della maestosità. E a decorare ci pensa davvero. Ne basta un solo esemplare per vivacizzare e rendere importante un vaso. Le chiese, le cerimonie, i giardini. Elegante, fascinosa, superba. Questo capolavoro della natura, è considerata così pregiata tanto che presso alcune tribù del sud Africa viene usata solo per adornare la capanna del capo o dello stregone. Essa non ha un vero e proprio uso in campo cosmetico o officinale ma, con l’arancio dei suoi petali si possono disegnare bellissime immagini che sembrano acquerelli. Un fiore spesso sottovalutato, non apprezzato come si dovrebbe. Ed è per questo che ho voluto regalargli un post, perchè mi piace tantissimo. Un bacio topini alla prossima!
Così bianco che più bianco non si può
06 giu 2013 22 commenti
in La mia Valle Etichette: Badalucco, bianco, castagni, Ciabaudo, evento, festa, Madonna della Neve, mare, monti, santuario, statua, strada
Oggi
si sale topi! Si va in su, sulle vette delle mie montagne. Così in su da vedere anche il mare dall’alto! Si và verso Ciabaudo, i Vignai e poi si gira, a destra, si prende la strada Don Aldo Caprile, si attraversano la sbarra, le casette dei tedeschi e ci si ritrova
davanti al Monte Faudo, sopra Montalto e laggiù si sa, Pompeiana, Riva Ligure, Arma di Taggia. E lui, eccolo, in tutto il suo splendore. Bianco, come…, come la neve. Bianco, così bianco, che più bianco non si può. E’ il bellissimo Santuario della Madonna della Neve. Mi lascia senza parole. Così rigoroso, così austero ma il suo candore, lo
rende anche umile e ospitale. Tutt’intorno, i castagni meravigliosi che fanno ombra a chi percorre la stradina o a chi vuole riposare in una delle panchine intorno a lui. Panchine semplici, in legno. La strada che abbiamo percorso invece, ci offriva gustosi corbezzoli e il buon profumo balsamico di roverelle e rosmarino. Una strada pulita, che sembra un sottobosco ed è incantevole percorrerla, fosse anche solo per vedere la sistesa azzurra, laggiù oltre il viadotto dell’Autostrada dei Fiori. Una strada nella quale fa capolino un timido sole, tra le fronde. Siamo sul monte Carmo, oltre la chiesetta di San Bernardo, sopra Badalucco, un bel paese medi
evale. Siamo davanti ad uno dei più bei santuari di tutta la mia valle. La tradizione vuole che questa magnificenza sia stata eretta per volontà di un cieco del borgo che, guarito da un’apparizione divina e tornato a vedere, voleva rendere grazie a Nostra Signora Maria per il miracolo ricevuto dedicandole un santuario. La costruzione iniziò quindi nel XVI secolo e da subito fu meta di pellegrinag
gio per molti fedeli, che accorrevano da ogni paese della zona, tanto che nel 1625, fu necessario un ampliamento. Era ogni giorno più bello. N
on si poteva non visitare. Proprio durante questi lavori fu posta sopra l’altare (che oggi non riesco purtroppo a farvi vedere bene) la statua della Madonna; successivamente, nel 1680 fu costruita una ancona raffigurante lo Spirito Santo con sant’Agata, sant’A
pollonia, i santi Cosma e Damiano che, i fedeli del luogo, sono soliti invocare per chiedere la guarigione dalle malattie. Nel 1903, il numero sempre crescente di pellegrini che arrivavano al santuario, costrinse alla ricostruzione ex- novo dell’i
ntero edificio, con la costruzione delle due cappelle laterali, del pronao e della casa del cappellano. Oggi, possiamo ammirare la statua della Madonna della Neve in un’ancona di legno mentre, nella cappella di destra, è stato posto un piccolo monumento ai caduti della seconda guerra mondiale. E la festa della Madonna della Neve è il 5 agosto e l’effige di Maria viene celebrata con riti solenni e una processione per le vie del paese di Badalucco fin sul monte Carmo. Ed è una festa molto coinvolgente. Le persone si affollano a pregare accanto alle edicole sacre che ricordano la Via Crucis e, sparse qua e là, possiamo leggere tutte le targhe che riportano ringraziamenti e ricordi. Tra tutte, quella della classe ’33 è quella che si raddoppia, sia su una lastra di marmo che su una pietra di ardesia a terra. Le al
tre invece, facendo omaggio alla Madonna della Neve, ringraziano tutto il popolo badalucchese e Monsignor Orengo. Anche quel marmo è bianco come lei. E come la statua che la rappresenta che, oltre ad es
sere all’interno della chiesa, la troviamo incastonata nella facciata principale e per la strada che abbiamo percorso, recintata da una cancellata nera. Sempre lei. Sempre a tenere in braccio il Bambin Gesù. Bellissima. Candida. C
on un’espressione serena sul volto. Voglio andare a fare un giro tutt’intorno. Alla festa partecipano sicuramente in tanti perchè ci sono lunghe tavolate e, in un angolo, materiali per l’evento. Ovunque, posti a sedere. Nel gi
ardino anteriore, una specie di tavolo rotondo in cemento riporta la seguente scritta “Berio Nicola e Settimo fu Gio’ Batta Meccanici Oneglia“, presumo che anche questo sia un omaggio. E prima di lui, proprio sul davanti, una splendida e alta croce in pietra e ferro, stà a segnalare la sacralità del luogo. Continuo a girare alla ricerca del campanile.
Quando lo trovo, mi accorgo che non è imponente come me lo credevo rispetto al santuario. E’ piccolo, umile, passa quasi inosservato ma è stupendo. Non è bianco come il resto della chiesa; è fatto di mattoni pieni, mattoni color vermiglio e delle piccole volte lo abbelliscono ulteriormente. La sua campana, minuta, lassù, batte sotto a dei merletti realizzati con mattoni e pietre. Gareggia con un pino verso l’alto ma mi sa che lui ha finito di crescere. Sotto, sembra ci siano le porte della canonica. Presumo sia soltanto una residenza estiva. Chi può vivere qui in inverno. Non c’è anima
viva! Le porte sono pesanti, in metallo, e ad abbellirle ci pensano dei cerchi dorati con all’interno una croce. Dall’altro lato invece, m’innamoro del porticato. Retto da colonne rivestite di ciappe, lo trovo bello e romantico. Il lastricato in terra, riprende la fantasia e i materiali delle pareti divenendo così un edificio appariscente allo sguardo. E tutta quella pietra, si sa, arricchisce gli occhi.
Immagino questo posto in inverno, ricoperto di neve e mi dico che se a questo luogo hanno conferito il nome di “Madonna della Neve”, un valido motivo ci sarà. E tutti i monti intorno a lui. E le fronde degli abeti più in alto. Magari ci verrò a fotografarlo pieno di fiocchi ghiacciati e ve lo mostrerò. Cosa ne dite? Bene topi, spero di avervi allietato anche questa volta e avervi fatto fare un bel giro. Io ora
riposo le mie zampette perchè la prossima volta dovremmo camminare di nuovo. Ricordatevi, quest’anno
ad agosto, se non sapete cosa fare, la mia valle vi attende qui, sul Monte Carmo, in una delle cerimonie più sentite. Io vi saluto, vado a spaccare due pinoli perchè ho visto che qui ce ne sono molti. E sono golosissimi! Un bacione grande amici!






















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